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Suburra di Stefano Sollima. Recensione film

In “Crimini e misfatti” di Woddy Allen c’è una scena in cui Mia Farrow dichiara che non doveva dire che uno delle sue debolezze preferite è andare al cinema di giorno. È anche uno dei miei. In generale io adoro andare al cinema, vedere film ogni giorno se potessi. Quando ho letto che il cinema Apollo oggi iniziava gli spettacoli alle 11 e casualmente usciva il nuovo film di Stefano Sollima, Suburra, non mi sono lasciata scappare l’occasione per poter appagare mia debolezza. In fondo dopo due giorni davvero stressanti, un attimo per me ci stava, in più sono una freelance, non devo lavorare con orari d’ufficio: zero sensi di colpa.

Il film Suburra capita in una momento storico di grande confusione e corruzione a Roma. Sembra voler sottolineare tutti i difetti che quella città ha, senza dare un vero e proprio giudizio. Già il trailer era avvincente: un politico dice a un uomo di malaffare “Sei stato tu?” e l’altro risponde “No. È stata Roma”. A dire questa ultima battuta è Claudio Amendola che ci dona una perfomance attoriale magnifica. Amendola, che conosce bene la sua città, interpreta perfettamente e in maniera disincantata la parte malvagia della città. È il garante per le famiglie del sud e quindi ha contatti con politici, Vaticano e tutto il sottobosco romano. Non ama uccidere ma se devo farlo è solo per l’interesse dei progetti che segue. È lavoro. Anche se malvagio è uno dei protagonisti che più ho apprezzato.

Politici corrotti, uomini di chiesa corrotti, violenza, strozzinaggio, persone meschine e piccole che provano a prendere qualche briciola dalla grande tavola della corruzione, zingari arricchiti (che ricordano perfettamente i Casamonica), mafiosetti locali. Non manca niente. Il tutto si svolge in cinque giorni, nel novembre 2011, prima di quello che viene chiamto “l’Apocalisse” e cioè prima delle dimissioni del governo di centro destra e dell’abbandono del trono di Pietro da parte del Papa (evidenti somiglianze con quello che è successo veramente). Il film è stato tratto dal romanzo di Giancarlo  De Cataldo e Carlo Bonini. Devo dire che ho preferito molto di più il film al libro. I personaggi sono forti e ben delineati sulla pellicola esattamente come sulla carta. Non c’è indulgenza sulle scene di violenze, come non c’è giudizio. Sollima segue dolcemente con la cinepresa i fatti e le conseguenze che avvengono in quel breve lasso di tempo ai protagonisti. Tutti buoni e tutti cattivi allo stesso tempo. Non ci sono eroi ed anti eroi. Ognuno giustifica le proprie azioni, anche le più atroci. È lavoro, lo si fa per la famiglia e altre giustificazioni di questo tipo.

Tutte le azioni e le scene si svolgono sempre di notte, o se di giorno in luoghi dove non arriva il sole o all’alba. Non c’è una sola scena che si svolga sotto i caldi raggi del sole. Tutto è nero o grigio. I colori sono molto pochi e anche loro scuriti. Le malefatte e le disgrazie si fanno al buio. Molto presente è anche l’elemento dell’acqua, che sembra avere una qualche forza di purificazione, seppur per brevi istanti. Ma anche quest’acqua è scura, grigia, poco amica. Ho trovato questa scena artistica molto giusta e bella.

È un film che riassume e mostra quello che succede in questi anni. Non lascia messaggi. Non promette speranze o cambiamenti. Semplicemente narra una parte di Roma e una parte del potere. Non ci sono vinti o vincitori. I protagonisti possono cambiare ma la lordura nella città rimarrà. Eppure non è un film triste. È un film che narra qualcosa del nostro tempo, nel bene o nel male.

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