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Ariosto, Orlando Furioso, Ferrara: uno spaccato su quello che era l’Italia di inizio Cinquecento

Ferrara, Mantova, le città delle Marche e dell’Umbria e altri borghi meravigliosi disseminati in tutto Italia: città che portano addosso un passato glorioso e che oggi vengono raramente visitate e conosciute. Un tempo non lontano il nostro bel Paese era diviso in tanti regni, ducati, repubbliche e dal Cinquecento fino all’ Ottocento circa saremo sempre sotto il giogo straniero e del papato.

Servono mostre che aiutino a ricordare o a far scoprire quello che siamo stati, seppur divisi. Ottima è stata la celebrazione per i 500 anni della pubblicazione dell’Orlando Furioso dell’Ariosto. La mostra in realtà prende spunto dalla grande opera letteraria per poter mostrare che opere vennero pensate e prodotte nei primi trent’anni del XVI secolo.

È una mostra “semplice”: grazie alla spiegazioni nelle varie sale, il visitatore che forse non si ricorda più cosa ha studiato a scuola o non ha proprio le basi culturali per analizzare, non si sente smarrito e viene guidato con fermezza e appunto semplicità.

Ci sono opere dei Bellini, del Mantegna, del Giorgione (il suo cavaliere è uno dei ritratti con più finezza psicologica e bravura stilistica che il Rinascimento veneto abbia mai prodotto), arazzi, armi, cartine, manoscritti, libri e altro. C’è tutto quello che serve a far vedere com’era quel mondo.  Mondo che l’Ariosto conosceva bene. Nato a Reggio Emilia ma per tutta la vita al servizio degli Este (prima del cardinale Ippolito d’Este e poi del duca Ferrante), non solo compose poesie e versi ma ebbe compiti da segretario e diplomatici. Viaggiò molto. Conobbe molti papi e vide moltissime guerre. Tra la fine del Quattrocento e prima metà Cinquecento l’Italia è vista come un ricco bottino da conquistare da parte dei francesi e degli imperatori che gravitano nell’area tedesca. Non si è formata un polo di potere tale da rendere l’Italia unita e pericolosa, la Chiesa fa poco o nulla, il Sud non è messo meglio del Nord causa o francesi o spagnoli.

Battaglie, guerre, leghe di tutti contro tutti. È un periodo di enormi violenze. La brutalità e il sangue sono all’ordine del giorno. L’Ariosto vede tutto questo e noi, sala dopo sala, vediamo quello che poteva vedere. Le scene di violenze sugli arazzi che decoravano stanza private sono dettagliate e crudissime. Sangue e spade che tagliano in due teste vengono tranquillamente rappresentate. Dall’altra parte ci sono molti quadri dove il soggetto è l’evasione da queste visioni e sono scene mitologiche (spesso baccanali) o scene di devozione o d’amore.

Nell’Orlando Furioso cita molti protagonisti dell’epoca, per esempio anche l’Aretino o Federico Gonzaga. Mi ha stupito che i due curatori della mostra non abbia dedicato una sala multimediale al film di Ermanno Olmi “Il mestiere delle armi”. È un film perfetto che rappresenta proprio l’epoca dell’Ariosto. La accuratezza della sceneggiatura, il dialetto usato, i luoghi veri (come castello San giorgio e Palazzo Ducale a Mantova o il Castello degli Estensi a Ferrara), le battaglie, i rapporti personali che davvero erano autenticamente come mostrati nel film (l’amicizia dell’Aretino nei confronti di Giovanni de’ Medici detto dell Bande Nere fu autentica e davvero lo seguì negli ultimi anni della sua vita fino alla morte avvenuta a Mantova per colpa di un colpo di falconetto nella gamba). Olmi è un grande conoscitore del popolo che vive vicino al Po tra Lombardia ed Emilia e ci ha offerto un capolavoro di immagini che è allo stesso livello dell’ opera letteraria del Furioso. Non solo spiega come viveva la povera popolazione, le ingiustizie e disgrazie, la politica che è ancor oggi attualissime per il suo essere machiavellica. Insomma credo che questa mancanza sia un peccato per l’economia della mostra.

Unico neo è il costo del biglietto, tredici euro. Troppo. Ferrara non è facilmente raggiungibile e le sale, seppur non poche, non giustificano il prezzo. Ma il problema deriva dal fatto che questi centri meravigliosi sono abbandonati in realtà a loro stessi. Venezia e Bologna sono lì vicino e dal punto di vista culturale e di turisti schiacciano un po’ il ferrarese ma non può essere usato come scusa. Ferrara non ha solo il Castello e il Palazzo dei Diamanti (dove si trova la mostra), ha moltissimo altro, oltre a una ricca tradizione gastronomica. E non solo Ferrara ma tanti altri centri vicini.

Questa è sicuramente una mostra da vedere e che aiuta il territorio ma ci vorrebbe da parte del Mibact e Governo un progetto di sviluppo più intelligente per cultura e turismo e queste mostre aiuteranno solo nel presente e non nel tempo.

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Mostre che accolgono e mostre che respingono.

In Italia si da per scontato che il pubblico che va a mostra capirà tutto o se non capirà nulla farà finta che avrà capito lo stesso. Spesso si trovano mostre che sono respingenti. Chi non è del settore, va alla mostra o all’esposizione, non si troverà bene e sia non si interesserà poi molto all’arte contemporanea sia non ritornerà in quel luogo dove ha visto mostra (galleria, open art, museo, fondazione ecc che sia).

Tutto questo da noi è molto sottovalutato. Sbagliando totalmente e imponendoci di rimanere ai confini dell’impero e venendo considerati dei provinciali all’estero.

Poi c’è chi nel settore dell’arte prova e fallisce altri che vincono.

A inizio febbraio ho visto alcune mostre. Che in ogni caso consiglio ma di cui una mi ha lasciato parecchio perplessa. Parto dalla prima.

Alla pinacoteca Agnelli c’è una mostra di Ed Ruscha. La mostra in se è molto interessante. Si parla di collezionismo. Il curatore è lo stesso artista, il quale andando nei vari musei torinesi – anche i meno visitati e conosciuti – ha ritrovato oggetti e opere che potevano essere messe in relazione con le sue di opere. Ogni stanza ha quindi sia opere di Ruscha sia appunto qualcosa da altri musei (per esempio quello di Anatomia Umana, oppure quello della frutta, o di antropologia criminale “Cesare Lombroso” ecc). È una mostra estremamente interessante e intelligente. Mostrare l’arte contemporanea ma anche mostrare qualcosa della città di Torino che magari i torinesi stessi non andrebbero a vedere. E in più si parla di collezionismo che in questo periodo storico è più visto come arricchimento finanziario o solo per multi milionari estroversi e annoiati. Invece il collezionismo sarebbe un modo per arricchirsi ma culturalmente e non se ne parla nell’ambiente dell’arte da troppi decenni.

Quindi vi direte, una mostra interessante ma perché l’ho trovata respingente? Primo per il grande errore su dove è situata la Pinacoteca Agnelli. la Pinacoteca è di per sé respingente. Trovandosi in quello che è un tristissimo centro commerciale/uffici, quasi non si nota e se si trova e dopo essere saliti con l’ascensore, ci si trova fa annoiati volontari. Non ci sono cartelli di spiegazione e la brochure non è esaustiva, nessuno dei volontari sa nulla. Cosa capivano gli altri visitatori? Assolutamente nulla. Non lo scrivo per menarmela ma perché seriamente era quella la sensazione. L’unica stanza facilmente leggibile era l’ultima, sullo sport e in particolare sullo sci. Ma nessuno degli altri visitatori sapeva che c’erano oggetti /opere da altri musei torinesi (ovviamente ho rotto le scatole e fatto un sondaggio, uno dei signori mi ha chiesto di farli da guida ma ho rifiutato perché mi vergognavo). In realtà il vero curatore, colui che ha aiutato Ed Ruscha, è Paolo Colombo. Non voglio giudicare il lavoro del collega ma avrei dei dubbi da muovere. Per chi e perché è stata fatta quella mostra? Qual era il messaggio? Perché era così respingente? Il biglietto costa dieci euro, non può essere giustificato solo dicendo costa perché siamo alla Pinacoteca Agnelli. Perché non si comunica bene il messaggio e il motivo della mostra? Sarebbe interessante saperlo.

L’altra mostra ( o meglio: le altre mostre) è quella che ho trovato molto accogliente. È utile e interessante, seppur in termini e forme diverse, come la sopra citata ma questa volta invece si sente un volontà di empatia con chi paga il biglietto. Parlo delle mostre da Camera (centro Italiano per la Fotografia) in via Rosine, sempre a Torino.

C’è una mostra intitolata “Sulla scena della crimine”, che è quella principale, che troverete fino al primo maggio. Poi la bellissima mostra “OH, man” di Lise Sarfatti e anche “Kabul + Baghdad” di Antonio Ottomanelli, questi due invece saranno visitabili fino al 13 marzo.

Complimenti sinceri a Camera e alla direttrice Lorenza Bravetta che è riuscita a creare uno spazio nuovo e innovativo e che invoglia i cittadini e i turisti ad andarlo a visitare. I temi di queste tre mostre non sono facilissimi e mainstream. Ma non importa. Vengono introdotte molto bene. Chi si trova in biglietteria potrà darvi tutte le informazioni che volete. Sulla scena del crimine è la storia della fotografia forense. Ma il curatore pone il dubbio: la fotografia forense è così diversa dalla ricerca della verità della fotografia, per esempio, artistica? Alcune foto di cadaveri sono così vere che possono mettere a disagio ma è proprio questo l’intento.

Invece la mostra Oh Man, curata dal bravissimo Francesco Zanot, sono fotografie di grande formato realizzate nella downtown di Los Angeles. I soggetti sono uomini isolati nel contesto urbano, colti mentre camminano nello spazio complesso della città. Trovo che siano fotografie non solo belle da vedere ma anche di grande impatto. Ma sono un po’ di parte perché è da anni che apprezzo il lavoro della fotografa francese Lise Sarfati. Mi è solo un po’ dispiaciuto non trovare un catalogo per questa mostra.

Infine Camera da spazio anche ai giovani fotografi in questo caso un bel progetto di Antonio Ottomanelli, giovane reporter che ci interroga e ci mostra cosa avviene a Kabul e a Baghdad. Trovo molto intelligente mostrare al pubblico anche nomi non ancora noti.

Insomma i progetti di Camera sono tutti progetti che coinvolgono e accolgono i visitatori. Non c’è disorientamento o noia nei volti di chi cammina per le sale. Ottimo lavoro e sono molto curiosa di scoprire cosa avrà in programma per tutto il 2016.

Il visitatore non è uno stupido ma non obbligatoriamente deve sapere tutto del mondo dell’arte. Compito di chi lavora nel settore è coinvolgere, emozionare, spiegare che cos’è l’arte a più gente possibile. Non è dare un qualcosa agli annoiati soliti collezionisti e basta.

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Franco Pagetti e galleria Jannone. Due modi diversi di presentare una mostra.

Capita raramente di andare a un vernissage e sentire l’artista che va contro regole e dice davvero quello che pensa. All’inaugurazione della mostra “Della fame e della guerra” Franco Pagetti, fotografo, è stato di una schiettezza disarmante. Sono state presentate dodici sue fotografie alla New Old Camera in via Dante a Milano. Sono istantanee che egli fece alla fine degli anni ’90 in Afghanistan. Viene mostrato il popolo mentre ha a che fare con il cibo. Il perché della mostra per il gallerista si ricollega all’Expo: nelle foto si mostra del cibo. Ma se non sei un ingenuo capisci subito che è una mostra senza senso, che il vero senso non è quello. Franco Pagetti, appena presa la parola, dichiara subito che le fotografie lì mostrate non sono di qualità alta – vero – e che più che altro ha fatto la mostra per fare un favore al suo amico gallerista. Il quale sorrideva come una mummia con tremila doppi menti sperando che il suo amico finisse presto il suo discorso. Pagetti ha invece fatto un bellissimo discorso. Era appena tornato dal Mediterraneo. Era stato per settimane su una barca di una coppia italo americana che aiuta i barconi dei migranti in difficoltà. Ci ha parlato dell’esodo che stiamo vivendo, che cosa ha visto in tutti questi anni, che cosa ha provato a fare con la macchina fotografica non solo per documentare ma anche per poter far emergere sentimenti e umanità. È stato un discorso bellissimo e non vedo l’ora di vedere quelle fotografie. Il coraggio e la franchezza di Pagetti mi sono molto piaciuti.

Il secondo vernissage a cui ho assisto ieri era alla famosa galleria di Antonia Jannone. La galleria è in una di quei vecchi cortili milanesi in corso Garibaldi. Da una parte la galleria e dall’altra un magnifico cortile verde e lussureggiante che fa sempre parte della proprietà Jannone. Venivano presentati tre artisti, che non erano lì presenti, Giovanni Tamburelli, Jessica Einaudi e Drik Dickinson. Tutti e tre gli artisti richiamano nelle loro opere la natura, sia flora che fauna. Gufi, camaleonti, farfalle, piante rappresentati come se fossero novelli nani da giardino, usando vari materiali, tra cui il ferro lavorato e dipinto in maniera molto moderna. Ma cosa c’entrano i tre artisti insieme? La qualità  dei tre era diversa. Le fotografie ridipinte della Dickinson erano le opere più toccanti e significative, sembravano piccoli olii fiamminghi. Erano però quelle più snobbate dai vetusti ospiti. Alcune sculture in ferro più importanti di Tamburelli erano nascosti nella vegetazioni del giardino e passavano inosservate. Mentre le opere più stupide e insignificanti erano ben esposte nella sala.

Ma la gallerista ha minimamente pensato a come curare la mostra? Dubito. Il pubblico arrivato per l’occasione era il solito pubblico italiano: amici annoiati della gallerista, merendari (coloro che vanno ai venissage per scroccare cibo e vino gratis), collezionisti che collezionano ma che non sanno cosa comprano. Tanta gente a cui dell’arte non frega assolutamente nulla. La mia è certamente una visione molto pessimista, lo so. Ma io ogni volta che vado a un vernissage in Italia provo un enorme senso di sconforto perché c’è un abisso tra noi e il mercato estero. E non nego che anche fuori dall’Italia si presentino alle inaugurazioni casi umani ma il clima, il modo di accogliere, il modo di parlare di arte è assolutamente diverso.

Quando vado a un’inaugurazione mi chiedo: come mai non c’è davvero un confronto o una volontà di cambiare il nostro mercato? Domanda che rimane perennemente senza risposta.

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La mostra sul Bramante a Brera: un’occasione persa.

Si è conclusa oggi la mostra “Bramante a Milano. Le arti in Lombardia 1477-1499″ alla Pinacoteca di Brera. Visti i pochi soldi che circolano lo sponsor è Giorgio Armani, grazie al quale si è potuta fare la mostra. Ma considerata la quantità di denaro a disposizione si poteva fare molto di più. Il costo del biglietto, dieci euro, non è aumentato; è il prezzo intero che si paga sempre per visitare la Pinacoteca milanese. Peccato che il 90% delle opere siano opere del Bramante già presenti all’interno della collezione di Brera e che si possono vedere tutto l’anno. Nella presentazione Sandrina Bandera, soprintendente e direttore della Pinacoteca di Brera, spiega che la mostra è nata grazie ai pezzi già presenti. Non c’è altro motivo. I visitatori non troveranno nuove scoperte o un filo logico scientifico riguardo al Bramante, anzi, usciranno senza sapere molto di lui. Non sapranno che potevano visitare le opere architettoniche pensate e ideate dall’artista umbro in altre parti di Milano, come Santa Maria presso San Satiro o la tribuna di Santa Maria delle Grazie, per esempio. Qualche breve accenno sugli affreschi “Uomini d’arme” o il famosissimo “Cristo alla colonna” ma del Bramante pittore poco si dice. Il visitatore vede accostato all’artista rinascimentale Vincenzo Foppa, Bernardo Zenale o il Bramantino (altri pezzi e opere già presenti all’interno della Pinacoteca) senza capire appieno che furono inspirati moltissimo dal Bramante, influenza importantissima quanto quella di Leonardo che è presente in quegli anni alla corte milanese e che avrà contatti con l’artista umbro.

Bramante porterà a piena maturazione il Rinascimento in Lombardia, che era in ritardo –  se vogliamo usare questo termine – rispetto a Firenze o Roma. Ma davvero non si capisce moltissimo dalla mostra. E poi l’allestimento. La difficoltà e sfida della Pinacoteca sono gli spazi e per fortuna il corridoio iniziale aiuta a poter progettare un buon inizio di mostra. Ma poi la presentazione scade in stanze dentro la stanza del periodo cinquecentesco tardo. Quando si arriva al Bramantino non si capisce più se è ancora la mostra o una normale sale. Quando la mostra è finita, si entra nella sala dove ci sono i due capolavori: quello del Raffaello (Lo sposalizio della Vergine) e quello di Piero della Francesca (La pala di Brera); sarebbe stato giusto spiegare che Piero della Francesca avrà un’influenza enorme sul giovane Bramante e Raffaello è un altro modello del Rinascimento con cui il Bramante si confronterà quando andrà a Roma.

Si è dato per constato molto. Vedevo i visitatori sperduti. Non sto esagerando, anche chi aveva l’audioguida. Io sono fortunata: sono laureata in storia dell’arte e ammetto di avere avuto degli ottimi professori e poi avrò visitato la Pinacoteca decine di volte. Ma chi vi entrava per la prima volta? E poi il sottotitolo: le arti lombarde. Dov’erano? Perché la Lombardia è stata, fin dall’alto medioevo, proficua regione delle cosiddette arti minori. E dal Trecento in poi sono state create vere e opere d’arte in fatto di miniatura, oreficeria e altro. C’era solo un manoscritto, una miniatura e qualche disegno. Di altissima qualità ma non si spiegava come mai fossero lì. “Influenza del Bramante” o “riprende stile Bramante”: davvero sono delle spiegazioni? Non ho trovato da nessuna parte una sola parola sulle arti lombarde. Si poteva almeno rimandare i visitatori almeno alle varie chiese, anche dove ci sono altri affreschi del Foppa, per conoscere altro del meraviglioso Rinascimento Lombardo, di cui, bisogna ammettere, poco si conosce. Zero informazioni.

Ho comprato il catalogo. Qualità figure buono ma i saggi sono davvero scadenti e si capisce che non c’è stato un progetto dietro perché non si dice niente di nuovo. Ho speso 39,50 euro. Non mi pento. È anche il mio mestiere occuparmi d’arte e prendere i cataloghi ma chi dei visitatori viene invogliato a comprarlo, a quel prezzo poi? Nessuno.

Questa mostra è stata un’occasione persa. A parte la poca pubblicità. Mi chiedo, e so di essere maligna, ma tutti i soldi dello sponsor sono davvero andati per la mostra? Unica consolazione vedere nella sala prima dell’inizio del XVII secolo il laboratorio aperto dove dei professionisti restaurano quadri. È una meraviglia vederli al lavoro e quello che fanno.

Ripeto: occasione persa. 1) Non si è imparato nulla su Bramante, anzi. 2) Non si è imparato nulla sul periodo storico artistico 3) Non si è fatta conoscere la città e i suoi tesori 4) Non si è invogliato il visitatore a tornare a Brera. Sono stata molto dura. Ma il visitatore non è un bue a cui puoi vendere tutto, compito delle mostre è mostrare e insegnare. Non far pagare il biglietto e basta.

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Vanessa Winship: una fotografa-cronista

“My work explores concepts of borders, land, memory, desire, identity and history” così scrisse la fotografa Vanessa Winship nel 2011. Fotografie in bianco e nero. Volti che sono come paesaggi dove viaggiare dentro. Paesaggi che esprimono sentimenti e richiamano poesia e letteratura. Non troviamo banalità, pose artificiose, falsità nelle fotografie superbe dell’inglese Winship. Nata nel 1960 in una piccola città inglese, si interessò subito alla fotografia. Dalla fine degli anni ’80 viaggia tra i Balcani, l’est del mondo e la provincia america alla ricerca di outsiders, culture ignorate, posti e luoghi dimenticati. Dal 1999 al 2003 attraverserà Albania, Serbia, Kosovo, Grecia per vedere cosa sta succedendo e cosa la guerra del Balcani lascerà. Nel 2002 girerà tutti gli stati confinanti sul Mar Nero, infine andrà in Georgia. Tutti stati che un tempo furono sotto il blocco sovietico e ora provano a cercare una loro identità.

Le sue fotografie interpretano vari mondi, lontani dai nostri occidentali e consumistici. Tutto il lavoro della Winship ha come comune denominatore la condizione umana e il suo relazionarsi in specifici contesti. Investiga in maniera profonda. Nel fotografare delle studentesse dell’Anatolia sembra quasi che voglia divorare la loro anima. Ogni persona che si fa ritrarre si concede in maniera totale e assoluta alla sua lente. Non c’è schermo divisorio, non c’è falsità o costruzione posticcia: le persone, e in particolare le donne, si danno completamente. Vediamo sguardi fieri e cristallini. Bellezze non classiche.

Il lavoro svolto in America non è disgiunto da quello dell’est Europa. La fotografa non va alla ricerca di immagini già note, di facili soggetti ma di paesaggi selvaggi e quieti allo stesso tempo, persone che abitano in dimenticate provincie americane che, esattamente come le donne turche o georgiane o albanesi, si lasciano completamente assorbire dalla macchina fotografica e non mettono filtri alle loro espressioni.

Da dicembre a febbraio a Milano, alla Fondazione Stelline, vi è stata una piccola mostra su Vanessa Winship che riprendeva invece la grande retrospettiva che la Fundacion Mapfre di Madrid le aveva dedicato. Nonostante le fotografie fossero molte meno e l’allestimento delle opere mediocre (si potevano fare molti accostamenti e far vedere similitudini senza seguire ordini cronologici; i ritratti femminili erano accatastati uno vicino all’altro senza dare la possibilità di concentrarsi su uno solo dei volti) mi sono notevolmente emozionata. La bravura e la sincerità della Winship mi hanno subito colpita. Certe fotografie erano così intense che mi hanno tolto il fiato. È stupendo quando succede, sentire che queste opere, e i soggetti, comunicano con te. Molte fotografie sembrano ispirarsi a quadri dell’Ottocento o il realismo del Novecento, i ritratti fatti in Georgia sembrano addirittura ispirati da ritratti di fine epoca romana. Vi è una cultura artistica e letteraria notevole in Vanessa Winship che la fotografa dimostra in tutti i suoi lavori.

Credo che sia una delle più grandi fotografe viventi. Sarebbe interessante che venissero create in Italia e in Europa altre retrospettive su di lei.  Grazie ad internet è facile poter ammirare le sue opere. Vi consiglio caldamente di farlo, come consiglio vivamente di non stare solo davanti a un computer ma di uscire e di andare a vedere qualche mostra. L’arte fa vissuta e fatta respirare.

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Mostre d’arte, utili anche per formare un giudizio sociale

Una mostra non può avere solo un significato o uno scopo. Ne deve avere molteplici perché molteplici sono le sfaccettature che uno spettatore può vedere in essa.

Mostre incentrate solo un grande nome per attirare più gente possibile ma senza uno scopo o un percorso logico sono destinate a essere dimenticate subito ed a non avere alcun scopo sociale.

Per questo quando ho visitato la mostra su Lewis HIne alla fondazione TreOci e il padiglione delle nazioni del nord Europa su Tanzania, Kenya e Zambia alla Biennale d’Architettura, entrambe a Venezia, sono rimasta piacevolmente colpita per il loro intento nel far riflettere chi le visitava.

Alla fondazione TreOci, isola della Giudecca, si trovano sempre mostre fotografiche, molto belle e molto interessanti. Fino a gennaio si potrà visitare una sulla prima guerra e all’ultimo piano quella sul fotografo americano Lewis Hine. Egli immortalò nelle sue fotografie i lavoratori americani di inizio Novecento. Lo sfruttamento minorale in miniere, in aziende tessili, in cui i ragazzi o i bambini, senza alcun diritto o tutela, sorridono alla macchina. Sporchi, spesso con problemi di salute, con facce già adulte. Lavoratori senza alcuna precauzioni per tutelarsi lavorano per costruire enormi grattacieli. Tutte queste foto in bianco e nero mi hanno profondamente commosso perché mi hanno mostrato come sono stati fatti enormi passi da giganti nei paesi occidentali in materia di lavoro, ma ancora molto c’è da fare. E come il tema dei diritti sia sul lavoro sia sociali è un tema ancora importantissimo e se non  addirittura centrale. In questi giorni poi, in Europa, questa mostra dovrebbe essere mostrata a molti politici e a molti industriali, per far riflettere.

L’altra esposizioni che mi ha colpito moltissimo è stato il padiglione di Svezia, Norvegia e Finlandia dedicato e costruito con tre stati africani: Tanzania, Kenya e Zambia. La mostra si intitola “Forms of freedom. African independence and nordic models”. Di tutti i padiglioni, e quest’anno la Biennale di architettura era davvero notevole, era quello più bello e significativo. Il progetto che c’era dietro partiva da questo: negli anni ’60 Tanzania, Kenya e Zambia diventano indipendenti ma ciò coincide anche uno sforzo di aiuto da parte di alcuni Paesi del Nord Europa. Aiuto che consisteva nel portare democrazia, modernizzazione e un buon sistema di welfare in queste nazioni. Durante pochi e intensi anni tra ’60 e ’70 architetti scandinavi e non contribuirono al rapido processi di modernizzazione di parte dell’Africa. Costruire “libertà” per loro significava costruire infrastrutture e industria, scuole, ospedali, palazzi amministrativi. Ma qualcosa andò storto e molti progetti rimasero incompleti o vennero drasticamente cambiati. Nel padiglione, enorme e con vetrate che facevano entrare una magnifica luce, si possono vedere i progetti dell’epoca e vicino la storia di ogni nazione africana. Fotografie che documentano il momento felice di comunicazioni tra questi paesi così diversi. E molti altri progetti e video. La domanda finale è: questi Paesi africani hanno raggiunto a pieno i loro diritti e sono diventati democratici? Non c’è pregiudizio razziale, non c’è un dito puntato contro. Anche qui ho potuto sentire l’urgenza ancora oggi di parlare di diritti e di cosa si può fare per migliorare una situazione democraticamente precaria.

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