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Silence. Un film di Martin Scorsese

Si apre e si chiude con lo stesso silenzio e il rumore dolce e indifferente della natura, il film di Scorsese è un cerchio perfetto anche nella narrazione- Questo dettaglio non è spoiler e non vi toglierà il piacere della visione.

Avverto subito: il film non ha nulla dei temi e dei ritmi a cui i grandi blockbuster ci hanno abituato in questi anni. È un film che ha bisogno di concentrazione e buona disposizione d’animo.

La ricerca di due padri gesuiti del loro confessore in missione in Giappone per portare cristianizzazione e scomparso da qualche anno è solo una scusa narrativa che porta avanti meravigliosamente il film ma il vero tema è la ricerca di se stessi. Non è neanche la religione. Il desiderio di trovare Dio e sentire la sua parola è un espediente, la pellicola tocca temi universali (debolezza, perdono, interrogativi sul perché ci sono ingiustizie in terra, ecc)

Vediamo la ricerca di padre Ferreira attraversi gli occhi e la voce di padre Rodriguez, una delle migliori interpretazioni di Andrew Garfield, che insieme a padre Garrpe, un bravissimo Adam Driver, arrivano in Giappone impreparati di fronte a come vivono i giapponesi convertiti al cristianesimo, i quali devono vivere in maniera miserevole e orribilmente torturati se scoperti.

Lo shogunato giapponese non approva la cristianizzazione ma la studia per poterla totalmente sconfiggere. L’inquisitore e l’interprete giapponese sono meravigliosamente rappresentati, specie nelle sottigliezze e perversione dei giochi mentali che servono per mettere in dubbio e allontanare dalla fede i padri gesuiti. In realtà tutto il cast giapponese, carnefici e vittime ma anche il Giuda di padre Rodriguez, è semplicemente meraviglioso e recita con forza e profondità, tanto da rubare tutte le scene a tutti gli attori americani (che comunque danno una grande performance).

Non è la prima volta che Scorsese realizza un film dove il tema religioso ha una certa rilevanza, nel 1988 con l’Ultima tentazione di Cristo e nel 1997 con Kundun. Ritroviamo in Silence alcune dinamiche dei due film precedenti ma stilisticamente il regista americano si stacca dai suoi manierismi e tenta di sperimentare pur rimanendo in quelli che sono considerati i canoni classici di Hollywood.

Non si fa problemi a mostrare torture e crudeltà ma il tutto non da fastidio grazie alla meravigliosa fotografia di Rodrigo Prieto. L’andamento poi del montaggio è fluido e ricorda l’andamento di una marea (il mare e le onde poi sono protagonisti minori del film, tutta la natura – che viene mostrata in modo preponderante – è co protagonista di questa ricerca di se stesso di padre Rodriguez). Si usano molto soggettive e viene da chiedersi: sono tutte riferibili a padre Rodriguez, come si fosse in un sogno, o è anche una visuale di questo Dio che sta continuamente in silenzio?

Il ritmo è lento ma non noioso. Il monologo di padre Rodriguez a volte può sembrare monotono ma è solo un sottolineare come prosegue la sua ricerca e la sua caduta. Ho trovato forti non le scene delle torture ma bensì le scene psicologiche fra Garfield e l’inquisitore e la più forte di tutte quella in cui si rincontra con padre Ferreira ( un magnifico e dimesso Liam Neeson) che è davvero l’ultima tentazione per far cedere e far abbandonare la fede a Rodriguez.

È un film che potrebbe essere un capolavoro, ripeto: non facile. Quello che mi ha colpito, fra le varie cose, è come Scorsese riesca a riproporsi sempre, come se fosse ancora un esordiente ai primi film.

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