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Raccontare il futuro

Credo che ci sia la necessità della creazione di nuove parole, di nuovi linguaggi, di nuove maniere di scrivere.

Quando penso alla politica mi accorgo quanto sia obsoleto il linguaggio con cui si comunica. Come sia storicizzato e cristallizzato in un periodo che si ferma agli inizi degli anni Ottanta. Manca la formazione di classe dirigente e manca a sua volta la creazione di nuove parole, concetti, pensieri che guidino la Sinistra e il suo elettorato nel presente verso il futuro.

Non solo però la politica ha lacune linguistiche e bisogno di rinnovarsi ma io credo tutti i campi della nostra società. Questa mancanza la trovo anche nella narrazione. Non trovo autori che sappiano descrivere il nostro presente e che ci parlino del nostro futuro. Eggers e Franzen (con Purity) hanno provato a descrivere la società di oggi, specialmente l’aspetto dei social. Hanno fallito e io credo che Eggers con Il Cerchio abbia fallito miseramente rivelandosi uno degli autori più sopravvalutati degli ultimi quindici anni.

Quindi non c’è speranza? Forse no. Sul numero del 15 novembre 2015 del New York Times gli autori Jennifer Egan e George Saunders – in Italia pubblicati e tradotti magistralmente dalla Minimum Fax – dialogano fra di loro su scrittura, romanzi, immaginare il futuro. Ho trovato quelle tre pagine utile e rinfrescanti per quanto riguarda il tema. Entrambi non si considerano scrittori che parlano di “futuro”, Sanders afferma subito “I never really have any desire to be a futurist – to predict”. Amano entrambi raccontare storie che possano durare e interessare anche nel futuro. Eppure se leggiamo i loro racconti o i loro romanzi non troviamo sempre quello che ci circonda ma situazioni che possono apparire nel futuro anche se il tema trattato è assolutamente attuale.

La conversazione tra la Egan e Saunders non dura moltissime pagine. Parlano soprattutto dei loro lavori e come sono nati i loro progetti. Bello vedere come entrambi i due autori americani abbiano letto i rispettivi lavori e come ci sia sia stima sia stessa lunghezza d’onda seppur i loro stili non siano identici.

Ho trovato l’intervista utile perché mi ha fatto capire come si possa raccontare il “futuro” parlando del presente e come ci siano autori che si interrogano su come esprimersi usando parole e concetti di sempre senza risultare obsoleti. Il percorso è ovviamente ancora lungo e ci vorrebbe una riflessione generale o scoprire nuovi autori che sappiano interpretare le nuove esigenze dei lettori.

 

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Angolo caffè e libri #6 Il gigante sepolto di Kazuo Ishiguro

L’ultimo libro di Ishiguro è uscito in Inghilterra all’inizio di quest’anno ed è stato da poco pubblicato in Italia da Einaudi. L’autore di “Quel che resta del giorno” e “Non lasciarmi” riesce costantemente a stupire e a non ripetersi romanzo dopo romanzo. La critica inglese si è molto concentrata sul fatto che Ishiguro volesse seguire la scia di successo del Trono di spade, ricollegandosi alla tradizione inglese del fantasy grazie a Tolkien. La storia è effettivamente fantasy: è ambientata in un’epoca in cui l’invasione dei Sassoni è sempre più massiccia, re Artù è appena morto, i protagonisti interagiscono con l’ultimo cavaliere della tavola rotonda, ci sono orchi e draghi e magia. Ammetto che non ho visto nessun riferimento o strizzata d’occhio al Trono di spade o al Signore degli anelli, nonostante alcuni richiami. Non è un’operazione letteraria per fare soldi.

I protagonisti, che parlano in prima persona, sono una coppia anziana, Beatrice e Axl, i quali decidono di lasciare il proprio villaggio per andare di nuovo a riabbracciare il figlio. Tutta la contea è sotto il sortilegio di una nebbia magica, la quale fa dimenticare il passato. I nostri eroi più si allontanano dalla nebbia più iniziano a ricordare. La magia, la descrizione di eventi innaturali, serve all’autore giapponese come scusa per poter parlare di memoria, sensi di colpa, guarigione di ferite dell’animo, usando un linguaggio diverso da quello che si potrebbe usare se i protagonisti vivessero in un periodo storico a noi vicino.

Il romanzo sembra avvolto da una nebbia che a poco a poco si dirada per mostrare al lettore le difficoltà che i vari protagonisti devono affrontare e le soluzioni che vengono trovate per poter proseguire il viaggio; un viaggio che porta sempre di più alla consapevolezza di chi sono e di come si sono feriti e poi riappacificati Beatrice e Axl.  C’è una sorta di malinconia nella scrittura di Ishiguro che però non rende triste. È un libro che si legge facilmente in due giorni ma tiene compagnia e ti lascia dentro interrogativi. A me ha fatto riflettere se c’è la possibilità di dimenticare ferite emotive profonde o se anche per ipotesi dimenticassi tutto sarei comunque libera da un certo disagio che quelle ferite hanno causato in me.

È un romanzo molto piacevole, ben costruito, coinvolgente anche se in maniera diversa da “Non lasciarmi” o “Quel che resta del giorno”. Consiglio di leggerlo sorseggiando un buon tè caldo, molto inglese e adatto all’inizio di quest’autunno.

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Scrittori da scoprire: Claudia Durastanti

Ci sono libri che ti scelgono. Entri in libreria e loro richiamano la tua attenzione. Quando nel 2011 comprai il primo romanzo di Claudia Durastanti nella piccola libreria venezia Marco Polo fui attratta come prima cosa dai titoli delle sezioni del romanzo, erano frasi di canzoni tra cui  Smiths e REM che sono fra i miei gruppi preferiti. La sorpresa poi leggendolo tutto di un fiato fu che mi sembrò di leggere un’autrice americana, tradotta in italiano. Credo che il fatto che l’autrice sia nata e cresciuta a Brooklyn abbia influenzato il suo modo di scrivere ma fino a un certo punto, quando la leggo mi pare di sentire Carver e le sue sospensioni, Cheever, De Lillo e altri, sento di più gli autori che ha letto.

Trovo Claudia Durastanti la più brava e coinvolgente fra gli scrittori italiani di questi ultimi anni. Non a caso la Minimum Fax l’ha voluto tra gli autori dell’antologia “L’età della febbre” per parlare dei nostri giorni. Riesce a cogliere e a descrivere personaggi che potremmo vedere tutti in periferie o sobborghi ma di cui non ci passerebbe per la mente che potrebbero essere protagonisti di un romanzo, senza renderli però macchiette o stereotipati. C’è una ricerca accurata per ogni personaggio portato in vita nelle pagine. Nella biografia sulla scrittrice Irene Nemirovsky si viene a sapere che prima di mettersi a scrivere un romanzo, l’autrice francese scriveva tutta la biografia dei suoi personaggi come se fossero persone vere. Non so se la Durastanti scriva la biografia dei personaggi e non so se li conosce così in maniera approfondita ma si ha sempre la sensazione di conoscere tutto di loro, che non siano personaggi fittizi, si potrebbe indovinare come si vestono, cosa bevono, cosa guardano alla televisione e così via, la scrittrice ci rende intimi di chi scrive. Entriamo pienamente nella storia anche attraverso una certa intimità che crea dalla prima pagina.

Trovo la sua scrittura fluida. Non ci sono intoppi, passaggi difficoltoso nella lettura dei suoi romanzi e dei suoi racconti. Scrive anche per riviste, tra cui il Mucchio. Comprai questa rivista musicale fino al 2003. Uno dei motivi per cui a volte la rileggo è il suo articolo che si trova sempre in apertura, dopo quello di introduzione della direttrice. Musica, libri, sentimenti: di qualsiasi cosa stia scrivendo riesce a creare, volontariamente o no, una connessione e a rendere il tutto interessante o a dare uno spunto per una riflessione.

Penso che in Italia siano pochi quelli che riescono a scrivere come lei, allo stesso livello mi piacciono Giorgio Fontana, Nicola Lagioia, Paolo Cognetti e pochi altri. Ovviamente sono gusti soggettivi. Ma ogni volta che regalo ad amici, perché io regalo sempre libri! sono davvero ripetitiva, “Un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra” e “A Chloe, per le ragioni sbagliate”, entrambi editi da Marsilio, puntualmente si creano nuovi fan. Sento l’esigenza di trovare scrittori che ti prendano per lo stomaco e ti tengano inchiodati alle pagine. Autori che ti ritrovi con piacere a rileggere anche anni dopo, sempre provando le stesse emozioni.

Ammetto che nonostante la stima verso la Durastanti non ho letto molte sue interviste. Per un certo periodo ho anche seguito il suo profilo personale su facebook ma dopo un po’ l’ho trovato stupido e l’ho tolta. Non mi interessava sapere cosa faceva, dove andava, cosa ascoltava. Per me l’unica cosa che conta è leggere i suoi romanzi. Non mi interessa sapere se in un determinato libro lo scrittore ha messo molto o poco della sua vita privata, se si è ispirato a situazioni davvero avvenute. Spesso si vuole sapere i retroscena ma è davvero così necessario? Non mi riferisco solo a Claudia Durastanti ma parlo per qualsiasi romanzo e scrittore. Forse questo mi rende un po’ arida ma per me è importante cosa sto leggendo non tanto la strada che ha portato al risultato, anche se confesso che leggo con immensa curiosità libri che parlano della vita di Philip Roth per esempio.

Non posso che invitarvi a leggerla. Per il suo modo in cui descrive relazioni amorose fallite o meno, per come parla della complessità dei rapporti tra innamorati/amanti/amici, per le parole che usa, per la crudezza con cui a volte narra certi episodi, il tutto però condito da una certa morbidezza nella scrittura e un piacere immenso nello scrivere. Non so se ha difficoltà a mettere insieme un romanzo, percepisco però che ama scrivere, forse ne ha quasi un’urgenza. Aggiungo solo che i suoi romanzi sono da leggere, magari anche solo se si vuole evadere ascoltando musica in sottofondo.

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Taiye Selasi e Chimanda Ngozi Adichie: due scrittrici per far conoscere un’altra Africa.

Parto con una confessione. Io so davvero poco e ho letto quasi nulla su autori africani o la letteratura africana. Come per quanto riguarda la musica, o il cinema o qualsiasi campo artistico e culturale. Non ne so quasi nulla. Si potrebbe dire che la nostra cultura ha ancora un’egemonia “bianca”, e forse è vero, ma che dire allora del medio oriente o estremo oriente? Non conosco nessuna lingua orientale ma apprezzo moltissimo la cinematografia asiatica ( o le cinematografie: quella cinese non è come quella di Hong Kong, che a sua volta differisce da quella coreana o da quella giapponese e via dicendo), amo molti scrittori asiatici e medio orientali. A volte mi diverto ad ascoltare musica j pop. E allora perché questo snobbismo nei confronti del continente africano?

Mi sono resa conto delle mie lacune dopo aver letto Ghana must go (tradotto qui in Italia da Einaudi con La bellezza delle cose fragili) di Taiye Selasi. Molti la conosceranno per il talent show sugli scrittori di Rai Tre, io la conosco per il suo libro. Sono un po’ una nerd. Comprai il libro semplicemente per il titolo e per recensione del The Guardian. L’ho letto in lingua originale, in inglese. La Selasi è nata a Londra, di origini ghanese e nigeriana, e ha vissuto a Boston, dove si è anche laureata. Il suo romanzo mi ha introdotta alla mia lacuna culturale. E se non avessi letto Ghana must go, non avrei mai pensato di leggere Chimanda Ngozi Adichie, scrittrice nigeriana ma che da anni vive e insegna in America. Il suo romanzo Americanah mi ha introdotta ad altri aspetti della cultura africana di oggi, ma questo romanzo l’ho letto tradotto.

Selasi nel suo romanzo parla di una famiglia di origini africane ma che vive in America, perfettamente integrata, divisa ma che riesce a ricongiungersi dopo un lutto. Adichie narra di una donna nigeriana che completa gli studi universitari in America e rimane lì per lavoro, ma qui scopre di essere “nera” e cos’è il razzismo. Questi i punti di partenza di trama ben costruite e complesse ma non complicate.

In entrambi i libri il linguaggio è forte, non c’è pudore nel descrivere i sentimenti, i protagonisti sono ben inquadrati nella loro psicologia, il lettore viene completamente immerso nelle storie. Un altro elemento in comune, molto importante, è il voler tornare alle radici delle culture, alle loro radici africane. Non nel tipico senso tribale e razzista come lo intendiamo noi bianchi ma le radici delle proprie origini familiari. Non si parla di povertà, guerra, malattia. Semplicemente perché le autrici non hanno mai conosciuto questi aspetti negativi del continente africano. Hanno genitori laureati (tutti), anche loro e i loro parenti sono laureati e parlano più di una lingua. Questo viene riversato nei loro romanzi. Casualmente, o forse no visto il back ground, tutti i protagonisti hanno genitori laureati e i loro figli hanno avuto un’alta istruzione. Conducono una vita assolutamente borghese. Pecca: sono di colore. E questo la società wasp in America lo fa continuamente notare.

Per Tayie Selasi l’argomento principale è capire le proprie origini africane ed esserne orgogliosa, senza doversi giustificare. L’autrice è laureata a Boston, scrive dal 2005 con successo, è molto stimata. Ha anche coniato il termine “afropolitan”: giovani e colti africani cresciuti tra Europa e America, laureati/benestanti/parlano almeno tre o quattro lingue. Eppure sentono di dover giustificare le loro origini, si sentono in qualche modo sperduti, dire “casa” per loro ha molteplici significati. Per Adichie i temi sono due: essere di colore in America e il femminismo. L’autrice nigeriana è conosciuta in tutto il mondo non solo perché autrice di romanzi di successo ma anche per il discorso che tenne al TEDxtalk nel 2012 dove dichiarò che “we should all be feminist” cioè ogni donna dovrebbe essere femminista. Il suo ragionamento sulla questione femminile nacque durante il tour promozionale del suo primo romanzo, in Nigeria. Un giornalista l’avvertì che il suo libro era “femminista”. In Nigeria, come ci spiega la Adichie, non esiste il femminismo (e leggendo Americanah si evince come le donne si rendano succubi del maschio in maniera volontaria). La scrittrice si ribella a questa mentalità e agli stereotipi di come sono viste le femministe. Senza voler rinunciare però alle sue radici e alla sua cultura.

Due donne africane, due donne scrittrici, due donne forti. Ho trovato questa coincidenza meravigliosa e suggestiva. I loro romanzi e articoli aiutano a rompere schemi e pregiudizi che abbiamo sull’Africa. Alla fine del colonialismo in molte città africane, in vari punti diversi del continente, la popolazione ha sentito l’urgenza di avere buone scuole e buone università e laddove non c’era la possibilità ha preso la decisione di emigrare in America per poterne averne una. Il protagonista maschile di Americanah si laurea. Ma vuole conoscere il mondo. Decide di andare in Inghilterra ma nonostante la laurea, lo metteranno a lavare i cessi, in quanto africano, e nonostante parli correttamente e bene l’inglese, non ha la possibilità di avere un buon lavoro. Dovrà tornare in Nigeria e qui chiudendo gli occhi sulla corruzione del suo paese riuscirà ad arricchirsi. Trovo molto interessanti gli spaccati sulla società sia ghanese che nigeriana che troviamo nei due libri. Sono venuta a conoscenze di molte più cose sulla borghesia africana leggendo questi due romanzi che leggendo l’Internazionale, per fare un esempio.

Forse mi si potrebbe obiettare che non dovevo avere alcun pregiudizio ancora prima di leggerli. Ma cosa davvero sappiamo dell’Africa continentale? Abbiamo nella nostra cerchia di amici o conoscenti africani? Abbiamo colleghi africani? Interagiamo con africani? Francamente no. La maggior parte sono vu cumprà che spesso ci danno fastidio con la loro merce. I ragazzi nelle scuole o sono stati adottati o figli della seconda generazione che difficilmente sono ben integrati nella nostra società. Quello che sappiamo ci viene dai mezzi comunicazione. Per me Africa è malattia, caos, violenza, guerre, fame. Certo, ci sono. Ma c’è anche altro.

E sulle donne africane? Per noi sono solo prostitute. Punto. Inutile fare ipocrisie. Invece ci sono tante donne laureate ma la situazione africana è difficile e dovremmo saperne di più per poter aiutare in maniera concreta. Molte appunto emigrano in America, ovviamente parlo di quelle che possono economicamente.

Mi domando come fare per sapere di più sulla società africana. Per me l’unica soluzione è leggere perché altri modi, almeno in Italia, per ora non ne vedo. E invece sarebbe utile e interessante, anche solo per aprire un po’ la mente e lottare contro preclusioni culturali.

Infine consiglio davvero di comprare tutte e due i romanzi. Sono scritti in maniera meravigliosa, seppur con stili diversi. Credo che amerete i protagonisti perché alla fine si parla di persone e si narrano di situazioni che possono capitare in tutte le famiglie, vicende che possono succedere a tutti. Quale modo, banale e me ne scuso, per dire che siamo tutti davvero uguali, anche nei difetti.

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Parlare della Madre. Dolore e letteratura nel romanzo di Marco Peano.

Le lenzuola. Bianche. Un perfetto sudario per il corpo di mia madre.

Poche ore dopo il suo addio a questo mondo terreno mi sembra che il suo corpo stia diventando sempre più piccolo, come un pettirosso abbandonato nella neve. Ha addosso ancora la collanina che le regalai al suo ultimo compleanno. Sembra che dorma ma non lo è. Mi sembra di vivere un sogno. Arriva mia nonna materna: “Togli la colonna o quelli delle pompe funebri la ruberanno”. Queste parole dure mi riportano alla realtà. Mia madre è morta. Per mia nonna devo essere io a togliere la collana. Non voglio toccare il corpo però. Mi tremano le mani, piango. Spazientita mia nonna mi sposta violentemente e lo fa lei, “Cosa c’è da piangere?” Mi dice. E poi se ne va. Io torno a raggirarmi come uno spettro per le tante stanze della nostra villa, controllando di tanto in tanto che mia madre sia ancora lì, che non sia scappata.

Ho elaborato il lutto con molta calma. Il dolore è arrivato dopo. Il senso di mancanza ora, anche se sono passati quindici anni è atroce ma sopportabile. A volte piango ancora.

È stato difficile e bello allo stesso tempo leggere il romanzo d’esordio di Marco Peano, “L’invenzione della madre” edito da Minimum Fax. Difficile per il tema: il calvario della malattia della madre, la separazione forzata, l’elaborazione del lutto. Leggere mille affinità con la mia esperienza mi ha tolto quasi il fiato. Pure l’episodio del gatto. Nel romanzo il gatto, dopo la morte della madre, si ammala, perde il pelo, Mattia, il protagonista prova ad accompagnarlo negli ultimi momenti, come fece con sua madre, ma il gatto decide di scomparire dal mondo da solo. Pure Bobo, il tanto adorato gatto della mia di madre, decise di morire. Non era malato, non perse il pelo ma cercò mia madre per mesi poi decise che basta, doveva andarsene. L’empatia degli animali. Mi ricordo che fui indispettita ma non provai dolore, lo capii.

Bello leggere Peano perché usa parole pacate, pudiche, ponderate. Non ti schiaffeggia in faccia il racconto del dolore del protagonista. Ti prende per mano e ti racconta cosa Mattia ha visto e ha fatto. Le decisioni che ha preso, per esempio allontanare relazioni a lui care, come quelle con la sua morosa, oppure il suo modo di andare a lavorare. Come sta vicino al padre, ora vedovo. Il cambiamento dei ritmi e delle abitudini. L’inseguimento della figura della madre, figura che dev’essere ricodificata, non è mai esasperante. Mentre leggi non ti assale l’angoscia.

La scrittura per Marco Peano è usata come un processo interiore per capire il dolore, catalogarlo e affrontarlo. Inoltre la scrittura è la colonna portante del libro, il che rende tutto più facile e accessibile per il lettore.

Non c’è bisogno di avere avuto un lutto in famiglia per leggerlo. Ma credo che sia importante prenderlo per il semplice fatto che affronta due grandi tabù della nostra società: il tumore e la morte. Parole/temi che la maggior parte della gente tende a non affrontare o addirittura a rinnegare. Invece bisogna parlarne e far cadere certi divieti non detti.

Sono duecentocinquanta pagine intense e da leggere assolutamente.

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Angolo caffè e libri #5 Racconti di cinema a cura di Emiliano Morreale e Mariapaola Pierini

Il lunedì pomeriggio era il giorno preferito in cui, ai tempi dell’università, mi piaceva andare al cinema. Primo spettacolo del lunedì. La sala era quasi sempre vuota. Ero felice. Solo io e il grande schermo al buio. Mi potevo concentrare sulla vicenda che veniva narrata e se il film mi era piaciuto, uscivo in silenzio portandomi addosso le sensazioni che mi aveva suscitato. Anche oggi preferisco andare da sola e di giorno. Avevo appena vent’anni e prima di allora del cinema mi importava poco o nulla. Mia madre mi obbligava ad andarci, come mi obbligava ad andare a teatro. “Elisabetta, non puoi vivere solo di concerti e musica! Ci sono troppe arti che non conosci. Devi farti un tuo bagaglio culturale e usare la testa!”, così mi sgridava. Poi un giorno un manifesto di un film, del ormai defunto cinema Metropol, dove ora sfilano Dolce e Gabbana, mi chiamò. Era un lunedì pomeriggio. Da allora non sono solo un’appassionata di cinema, a casa ho una videoteca (se ancora si può usare questo termine) di oltre 500 dvd ma penso di capirne tecnicamente anche abbastanza. Ma scopro sempre di non aver visto questo o quel film. Mi piace vederli in lingua originale. Leggo più libri possibile a riguardo, ormai da dodici anni e più. So che è una delle mie molte passioni che non moriranno mai. Anche se poi mi sono laureata in storia dell’arte, cosa di cui sono felicissima.

Libri e cinema, due fra le mie tante passioni. Quando in libreria ho preso tra le mani “Racconti di cinema” a cura di Emiliano Morreale e Mariapaola Pierini, edito da Einaudi ero molto contenta di aver trovato un libro che univa questi due mondi. Anche se avevo delle perplessità. Spesso queste raccolte possono essere deludenti. Il commesso della famosa e snob libreria torinese dove l’ho comprato, senza che io dicessi niente, si congratulò per scelta. Diciamo che vedendo questo ragazzo giovane vestito come un prete che continuava a incensarlo non è che mi dava fiducia: si è a Torino, c’è il museo del cinema, l’editore è Einaudi, da acida milanese credevo che fosse di parte.

E invece, fin dall’introduzione, ho capito che era un libro ragionato e preparato con cura. Amo i racconti e me li sono letti uno dopo l’altro, in corsa. Intelligente la suddivisione per argomenti: “A riveder le stelle”, “Sperduti nel buio”, “Un mestiaraccio infame” e “Come in un film”. Con un breve introduzione a ogni sezione il lettore, anche se non appassionato di cinema, può entrare nella logica della scelta dei vari autori e scoprire qualche dietro le quinte di questo mondo stellato. Ho anche apprezzato la scelta di scrittori, più o meno noti al pubblico, che però non sono del mestiere e cioè non troviamo racconti o scritti di registi o critici cinematografici. E non si trovano scrittori smaccatamente appassionati di quest’arte o reportage di stampo giornalistico. Questa è stata una mossa intelligente perché fa coinvolgere il lettore molto di più ed è pensato anche per chi al cinema non ci va. Altro fattore apprezzabile i racconti non sono brani estratti da romanzi e sono pubblicati in maniera integrale. Spesso nelle raccolte, il racconto se lungo viene tagliato, come se il lettore si stancasse! Ho avuto il piacere di rileggere “Una bellissima bambina” di Truman Capote, ho molto amato i racconti di Roberto Bolano (uno dei miei scrittori preferiti), Don Lillo, Mansfield, Gozzano, Fitzgerald, Nabokov, Ballard e Mari, moltissimo ho trovato attuale quello di Ennio Flaiano “il mostro quotidiano (“La situazione era a questo punto: che per stare ai fatti, il tempo era preso dalle cronache, non c’era posto che per le cose che accadevano realmente. Ogni invenzione annoiava. Bisognava ripetersi o morire. I cimiteri erano già pieni di spettatori che dopo aver visto il film avevano letto il romanzo p che dopo aver letto il romanzo avevano visto la commedia. Tutto il paese era diventato preda delle cronache, sempre le stesse, la gente chiedeva fatti e non parole. Nei loro libri, gli autori cominciarono a far succede un’infinità di fatti.” Racconto scritto nel 1960 ma che potrebbe essere stato scritto nei giorni nostri).

È un libro che mi è piaciuto molto, tutte le raccolte dovrebbero essere così, ragionate, pensate, con contenuto e senso. Ve lo consiglio sinceramente. Magari lo potete leggere a casa mentre bevete una cioccolata calda o mentre aspettate qualcuno e prendete un caffè con cognac. Poi, dopo aver finito il libro, potete uscire di casa e andare al cinema, magari di pomeriggio, magari di lunedì.

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Un romanzo che vuol far volare: “Il poeta dell’aria” di Chicca Gagliardo.

«Sarà una storia fatta di poco, pochissimo, nulla: di aria.
C’è chi osservando un filo d’erba ha disegnato le piante e poi le stagioni. Che cosa si potrà fare con un filo d’aria?»

Chicca Gagliardo ci mette subito in guardia: non troveremo molti elementi a cui aggrapparci in questi suo romanzo, uscito nel settembre di quest’anno per la Hacca edizioni. E aver pubblicato con questa casa editrice non è un caso. Infatti L’Hacca nasce nel 2006 e si prefigge come obiettivo di pubblicare “sulla complessità del nostro esistere umano”, vuole proporre al lettore romanzi non classici o dal linguaggio banale. Un certo distacco dalle altre case editrici lo si ha dalle copertine dei libri: il bianco domina, sempre. Per “Il poeta dell’aria” il bianco predomina ancora di più e ci sono solo tre linee nere e una figura minuscola, il senso dell’aria che circonda questa figura è percepibile. L’editore Hacca non lascia niente al caso, forse fa scelte un po’ elitarie ma ad oggi nel campo dell’editoria regole certe non ce ne sono e allora perché non fare come comanda il proprio modo di vedere?

Il sottotitolo è “romanzo in 33 lezioni di volo”. È una favola per bambini cresciuti. Richiama quei romanzi che parlano di formazione. Il protagonista impara a volare ma impara a diventare un adulto. Ci vogliono qualche lezioni, capitoli, per riuscire ad entrare nel romanzo. Le parole che la Gagliardo usa sono solo all’apparenza semplici, in realtà costruisce sapientemente un percorso di frasi e pensieri che aiutano il lettore a volare con il protagonista e i suoi amici. C’è ovviamente anche la poesia. Perché il protagonista non impara solo a volare ma impara anche a scrivere poesie. L’aria è la maestra per imparare a scrivere poesie. Un uomo che vola non può che essere un poeta. Chicca Gagliardo usa la magia della parola per coinvolgere chi legge. Sembra un artista. E non lo dico a caso. Infatti i suoi testi hanno ispirato mostre d’arte e di fotografia. Collabora con grafici, illustratori, attori, poeti e bibliotecari. Sì, anche con bibliotecari perché l’autrice li vede come figure che diffondono e tutelano l’arte della parola.

È un libro molto particolare, dal gusto raffinato ma allo stesso tempo amichevole. Non so se consigliarlo o no. Esce troppo da schemi prefissati o definiti. È un libro che aiuta la mente a volare e di questi tempi non è poco.

 

chicca

 

 

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La banalità di voler dare un sesso ai libri.

Tra le varie banalità che spesso si leggono, oggi mi è caduto l’occhio su un articolo e un approfondimento su Repubblica sulla notizia che le donne comprano libri scritti da donne mentre gli uomini comprano libri scritti da uomini. Gabriele Romagnoli nel suo commento alla notizia racconta come Liminov di Carrère può essere solo letto da uomo mentre un libro della Ferrante solo da una donna. Ho trovato tutto questo assurdo. Per esempio: io ho letto e amato moltissimo Liminov, ho trovato insulsa la Ferrante. Miei gusti, ovviamente. Leggo davvero moltissimo e non solo romanzi ma anche saggistica, poesia, racconti e altri generi. Se non esperta, mi posso considerare una grande appassionata e credo che non ci possa essere una divisione, a meno che non si aprla di quel genere denominato in maniera orribile “romanzo rosa”.

Un altro dato: sono le donne che leggono e comprano più libri degli uomini, almeno in Italia. Non mi pare che nelle classifiche ci siano solo autrice, anzi.

Romagnoli però ha ragione su un punto: fin da bambini vediamo che tutto viene diviso e classificato per sesso. Questo è per i maschi, questo per le femmine. Solo chi ha avuto un’educazione intelligente ed è cresciuto in una famiglia con una mentalità non chiusa o provinciale, per non parlare poi crescendo aver avuto l’intelligenza di intuire che niente è solo per maschi o solo per femmine, può capire che questa ricerca e questi articoli sono pieni zeppi di stupidaggini e servono per riempire i quotidiani. Solo chi è cresciuto così può apprezzare un libro indipendentemente dal sesso dell’autore.

La letteratura non ha sesso, certi generi o autori non sono solo per un sesso e per l’altro no. È vero che nel presentare e voler vendere un prodotto, in questo caso un libro, si cadono in pregiudizi e preconcetti tali che poi chi non è acquirente abitudinario cade in queste divisioni.

Questa ricerca rimarca il solito dato e cioè che, finché non si cambierà il modo di pensare della società, non ci sarà nessun cambiamento vero. Si continuerà a vedere come una cosa è solo per maschi o un’altra sminuisce il fatto di essere maschio e via dicendo.

Se il cambiamento non inizia all’interno delle famiglie, delle scuole, della società e della politica non solo non ci sarà un’evoluzione del nostro modo di vivere ma dovremmo leggere ancora per molto tempo articoli così stupidi.

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Angolo caffè e libri #4 Mali minori di Simone Lenzi

Sto pensando a come cominciare questo post per parlarvi di Mali minori di Simone Lenzi, edito da Laterza. Ci penso e non trovo una soluzione, qualunque cosa scriva non riuscirò a dare un’idea concreta di come questo libro sia un piccolo gioiello.

Posso dire che è un gioia averlo letto. Comprato e divorato durante una delle mie soliti notti insonni, mi ha tenuto compagnia senza rendere ingombrante la sua presenza. Lenzi ha scritto 33 fiabe per adulti. Fiabe che partono da storie realmente verificatasi durante l’infanzia di amici o conoscenti dello scrittore, a volte episodi dell’infanzia di Lenzi stesso.

Sì, adulti che ricordano episodi accaduti quando erano bambini. Degli episodi che ora hai nostri occhi appaiono insignificanti ma che all’epoca sono stati importanti perché ci hanno introdotto alla disillusione dell’età adulta.

Ma non si parla di tragedie o fatti irreparabili, sono appunto mali minori che però ti sono rimasti dentro e ancora oggi ogni tanto bussano alla porta dei ricordi.

Mi sono commossa spesso, ammetto che ultimamente ho la lacrima facile eh, ma Simone Lenzi ha la bravura di riuscire a tenerti concentrato racconto dopo racconto, di farti immedesimare e ricordare. Mentre lo leggevo mi tornavano in menti episodi buffi della mia infanzia, facendomi sorridere ma che all’epoca invece mi avevano dato una grande pena.

Lo consiglio non solo perché è scritto bene, non solo per la bellissima copertina che richiama un po’ la grafica delle elementari e dei libri per bambini ma anche e soprattutto per ricordare un attimo com’eravamo e cosa ci ha reso così, perché siamo così oggi. Perfetto per notti insonni o viaggi in treno o magari per una pigra domenica seduti in poltrona mentre sorseggiate una calda tazza di tè.

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Addio Monti e Class. Due libri per parlare di giovani trentenni.

Usciti entrambi nel 2014 i romanzi “Addio Monti” di Michele Masneri, edito da Minimum Fax e “Class” di Francesco Pacifico, edito da Mondadori, sembrano, ad una prima lettura, due libri speculari. Entrambi ci raccontano di un gruppo di persone che abitano a Roma, o che da Roma si sono trasferiti a New York, sui trent’anni, che si fanno mantenere senza preoccupazioni o pensieri dai genitori e che conosco personalità del giornalismo, della cultura e della finanza nelle feste che danno o a cui sono invitati.

Una generazione di mantenuti e privilegiati, che abitano in una bolla vacua fatta di sentimenti non molto profondi o forse inesistenti. Pacifico parte da una giovane coppia che decide di andare a vivere a New York per inseguire il sogno di lui, diventare un regista di cortometraggi. L’autore si perde in dettagli specifici di vie di Roma e di New York. Non lesina dettagli su quanto i genitori diano in mancette annuali (per esempio 10.000 dollari annui) ai vari personaggi. C’è una descrizione dettagliata di chi sono gli hipster e come vivono, come non-lavorano, c’è molto disprezzo nella descrizione. I rapporti fra fidanzati, genitori-figli, amici sono vuoti. Il denaro e l’apparenza la fanno da padroni. Per Pacifico  chi scrivere di musica su Rockstar o il Mucchio, prendendo 250 euro a pezzo, è sinonimo di mantenuto/arrivista/indifferente in realtà alla musica/un hobby. Quasi tutti i personaggi sono mitomani: si credono importanti, fighi, col giro giusto, si inventano nella loro mente una ipotetica futura autobiografia da far stampare e pubblicare, si considerano importanti. Pacifico odia i suoi personaggi. (l’autore mi lascia un po’ perplessa in un’intervista ha dichiarato “invece di fare l’hipster, fai il mecenate, apri una casa editrice che vende cento copie a libro. la cultura non può produrre reddito. renzi ha torto”, forse l’autore si rispecchia nei suoi personaggi?)

Il libro di Masneri parla anche lui di una certa cerchia di persone che vivono a Roma. Il suo romanzo si svolge interamente alla SMA di via dell’Amba Aradam, il protagonista narra varie vicende ad una sua amica in crisi sentimentale e su che cibi biologici prendere. Anche Masneri parla degli hipster, di chi compra solo MicroMega/Internazione/LImes. Di chi va esclusivamente al Salone del Libro di Torino, al Maxxi e in altri posti considerati cool. Non mancano anche qui dettagli di come vestono tutti, marchi degli accessori e vestiti che servono ad identificare una persona. Sputtana senza alcun ritegno giornalisti, specialmente uno che scrive sul Corriere e che ha fatto carriera scrivendo marchette.

Entrambi gli autori parlano e raccontano persone che esistono davvero, se ne percepisce da come vengono riportati episodi o dialoghi. Provano a imitare nella scrittura autori come DeLillo , Wallace o Wolfe, evidentemente senza riuscirci. O sai scrivere in quella maniera o ne verrà fuori una triste imitazione… Wes Anderson, Woody Allen e altri sono presenti nell’immaginario di Pacifico e Masneri.

Quali sono allora le differenze? Perché i due romanzi parlano sì di un argomento in comune ma non sono per niente uguali. Pacifico, come ho già scritto, disprezza chi narra. Si ha la sensazione che abbia scritto questo libro per sputtanare qualcuno, per irridere persone che esistono davvero e che sa che leggeranno il libro. Non c’è una sola pagina dove non si senta acredine e rabbia e disprezzo. Nessuno si salva. Nel finale, scritto in maniera illeggibile, c’è un barlume di speranza ma sono convinta che sia stata un’idea dell’editor, per dare un po’ di respiro al libro. Non ho letto altri lavori di Pacifico, lo conosco solo come traduttore, e non mi dispiace, ma in questo suo romanzo credo non abbia avuto abbastanza serenità e lucidità durante la stesura.

A differenza di Pacifico, invece, Masneri sa scrivere. Il suo romanzo non è certo un capolavoro ma si legge con piacere. Si ride molto, forse perché ho riconosciuto certi personaggi descritti dall’autore bresciano. In Addio Monti il lettore viene preso per mano e gira in mezzo ai banchi dei surgelati e ai corridoi del supermercato insieme ai due protagonisti e ascolta le storie che essi stanno raccontando. C’è una bonaria presa in giro di alcune macchiette che si possono trovare tutti i giorni in giro per Roma ma ci apre anche una finestra su una certa tipologia di persone che scrivono per giornali o che frequentano determinati salotti mondani. Quando il lettore chiude il libro è soddisfatto.

Non invito certo a comprarli. Però se passate in librerie provate a sfogliarli e vedete che impressione vi fanno. Io li regalerei entrambi a determinati habituè di gallerie o Saloni o Biennali e anche a certi figli dei dirigenti del PD. Potrebbero finalmente leggersi e scoprire il loro essere vuoti e poco interessanti.

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