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La battaglia di Hacksaw Ridge. Recensione

Non c’è rivista o blog o commentatore cinematografico che non parli dell’ultimo film di Mel Gibson come della resurrezione di colui che fu Mad Max e amato a Hollywood. Droga, alcol, violenza domestica, padre di più di 10 figli, personaggio maledetto, razzista e antisemita. Di lui mi ricordo le esilaranti e davvero divertenti prese in giro di Ricky Gervais in varie edizioni dei golden globes. Nessuno si aspettava una sua resurrezione eppure eccolo qui.

La Battaglia di Hacksaw Ridge è uno dei tanti film sulla seconda guerra mondiale. Ritroviamo alcuni temi cari a Gibson regista: la religione cristiana e la violenza.

Il protagonista Desmond Doss, primo obiettore di coscienza nella storia dell’esercito americano, poteva dare fastidio, essere considerato un dinoccolato masochista e non troppo intelligente e un po’ mitomane. Se il film ha senso ed è piacevole da seguire per oltre due ore il merito va a tutto il cast, in particolare a Andrew Garfield che riesce a dare senso e spessore al protagonista. La candidatura all’oscar per Garfield è meritatissima, alcuni se la aspettavano per Silence (comunque un’ottima prova da attore) ma nel film di Gibson si supera e deve scavare a fondo nel personaggio, non può cedere specie quando si rivolge a Dio o durante certi monologhi.

Tutto il cast è assolutamente convincente, in particolar modo Vince Vaughn, sergente duro ma comprensivo, e una spettacolare performance di Hugo Weaving, padre alcolizzato e reduce della prima guerra mondiale, padre di Desmond.

La prima ora è un po’ lenta e serve a introdurre personaggi e le motivazioni pacifiste di Doss, la seconda ora è incentrata totalmente sulla battaglia in territorio nipponico. Violenza assolutamente esibita, senza censure. Gibson sa dove piazzare la camera da presa e nonostante le immagini forti è un piacere seguire le azioni.  Vista la battaglia c’è un rimando al film di Clint Eastwood ma qui il cercare di comprendere il nemico non può esistere. Per Gibson i giapponesi sono satana: senza scrupoli, senza misericordia, violenti e assolutamente malvagi.

È un film da vedere anche se c’è questo lato della regia di Gibson che personalmente non sopporto: i continui e uguali riferimenti alla via crucis di Cristo e alla sua morte e poi resurrezione. Riferimenti inutili e patetici che non danno nulla, anzi impoveriscono la pellicola.

Suono, fotografia, montaggio: ottimi. Un peccato per alcune lacune nella sceneggiatura ma la recitazione salva quasi tutto.

Vedremo cosa e quanto vincerà agli Oscar a fine febbraio

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Silence. Un film di Martin Scorsese

Si apre e si chiude con lo stesso silenzio e il rumore dolce e indifferente della natura, il film di Scorsese è un cerchio perfetto anche nella narrazione- Questo dettaglio non è spoiler e non vi toglierà il piacere della visione.

Avverto subito: il film non ha nulla dei temi e dei ritmi a cui i grandi blockbuster ci hanno abituato in questi anni. È un film che ha bisogno di concentrazione e buona disposizione d’animo.

La ricerca di due padri gesuiti del loro confessore in missione in Giappone per portare cristianizzazione e scomparso da qualche anno è solo una scusa narrativa che porta avanti meravigliosamente il film ma il vero tema è la ricerca di se stessi. Non è neanche la religione. Il desiderio di trovare Dio e sentire la sua parola è un espediente, la pellicola tocca temi universali (debolezza, perdono, interrogativi sul perché ci sono ingiustizie in terra, ecc)

Vediamo la ricerca di padre Ferreira attraversi gli occhi e la voce di padre Rodriguez, una delle migliori interpretazioni di Andrew Garfield, che insieme a padre Garrpe, un bravissimo Adam Driver, arrivano in Giappone impreparati di fronte a come vivono i giapponesi convertiti al cristianesimo, i quali devono vivere in maniera miserevole e orribilmente torturati se scoperti.

Lo shogunato giapponese non approva la cristianizzazione ma la studia per poterla totalmente sconfiggere. L’inquisitore e l’interprete giapponese sono meravigliosamente rappresentati, specie nelle sottigliezze e perversione dei giochi mentali che servono per mettere in dubbio e allontanare dalla fede i padri gesuiti. In realtà tutto il cast giapponese, carnefici e vittime ma anche il Giuda di padre Rodriguez, è semplicemente meraviglioso e recita con forza e profondità, tanto da rubare tutte le scene a tutti gli attori americani (che comunque danno una grande performance).

Non è la prima volta che Scorsese realizza un film dove il tema religioso ha una certa rilevanza, nel 1988 con l’Ultima tentazione di Cristo e nel 1997 con Kundun. Ritroviamo in Silence alcune dinamiche dei due film precedenti ma stilisticamente il regista americano si stacca dai suoi manierismi e tenta di sperimentare pur rimanendo in quelli che sono considerati i canoni classici di Hollywood.

Non si fa problemi a mostrare torture e crudeltà ma il tutto non da fastidio grazie alla meravigliosa fotografia di Rodrigo Prieto. L’andamento poi del montaggio è fluido e ricorda l’andamento di una marea (il mare e le onde poi sono protagonisti minori del film, tutta la natura – che viene mostrata in modo preponderante – è co protagonista di questa ricerca di se stesso di padre Rodriguez). Si usano molto soggettive e viene da chiedersi: sono tutte riferibili a padre Rodriguez, come si fosse in un sogno, o è anche una visuale di questo Dio che sta continuamente in silenzio?

Il ritmo è lento ma non noioso. Il monologo di padre Rodriguez a volte può sembrare monotono ma è solo un sottolineare come prosegue la sua ricerca e la sua caduta. Ho trovato forti non le scene delle torture ma bensì le scene psicologiche fra Garfield e l’inquisitore e la più forte di tutte quella in cui si rincontra con padre Ferreira ( un magnifico e dimesso Liam Neeson) che è davvero l’ultima tentazione per far cedere e far abbandonare la fede a Rodriguez.

È un film che potrebbe essere un capolavoro, ripeto: non facile. Quello che mi ha colpito, fra le varie cose, è come Scorsese riesca a riproporsi sempre, come se fosse ancora un esordiente ai primi film.

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Spotlight. Recensione

Ci sono film che ti tengono incollati allo schermo per tutta la loro durata. Ci sono film che sono stupendi e necessari, anche se sai già il finale. Di Spotlight sapevo già quasi tutto.  Già conoscevo l’inchiesta del gruppo di giornalisti che avevano smascherato e dato prove concrete su come la Chiesa a Boston (e in molte altre città del mondo) avesse per decenni insabbiato tutti i casi di pedofilia. Sapevo dei premi vinti. La casa editrice italiana, la Minimum Fax, la scorsa estate ha pubblicato nella collana Indi la raccolta di inchieste giornalistiche americane che hanno vinto il Pulitzer e fra i sette pezzi c’erano gli articoli del Boston Globe sui casi di pedofilia. (Consiglio: comprate il libro della Minimum Fax, ne vale davvero la pena).

Sapevo tutto e sono comunque entrata nella sala cinematografica fiduciosa che il regista Tom McCarthy e tutto il cast mi avrebbero regalato due ore intense. E così è stato. Il film ti inchioda alla sedia.

Al Boston Globe il team Spotlight esiste dalla fine degli anni ’70 e si occupa da sempre di approfondire indagini di cronaca. Quando nel 2000 arriva a dirigere il quotidiano Baron ci sarà una svolta. Si inizierà ad indagare sugli abusi dei preti cattolici, finora intoccabili perché la città di Boston è prevalentemente cattolica.

Visto il cast di attori, Michael Keaton, Mark Ruffalo, Rachel McAdams, Stanley Tucci, Liev Schreiber, ci si poteva attendere che almeno uno di questi nomi avrebbe avuto il ruolo principale. Un’altra forza di questo film è il fatto che tutto il cast mette da parte i propri ego da attori e collabora in maniera meravigliosa. Non c’è una sola scena dove uno prevale sull’altro, è un gioco perfetto di intese e collaborazione. In certi momenti sembra di essere a teatro, in altri sembra che siano davvero giornalisti di fronte al pubblico. Complimenti al regista che è riuscito a costruire un film solido e con pathos, senza cadere nel patetico e nel volgare quando per esempio parlano le vittime di abusi. Il montaggio è perfetto e giusto per il tono del film, la sceneggiatura molto solida (complimenti di nuovo a McCarthy che ha anche scritto il copione e a Josh Singer) e alcune battute riesco a rimanere impresse.

Non è un film per denunciare in maniera totale la chiesa cattolica. È un film che riflette su come un’intera società di una città si sia girata dall’altra parte, facendo finta di non sapere degli abusi, fregandosene delle centinaia di vittime per decenni e chiudendo gli occhi facendosi complice dei pedofili. Il tutto per preservare il buon nome della città di Boston.

Quando il film si conclude, prima dei titoli di coda, appaiono sullo schermo nero i numeri delle vittime accertate e dei preti pedofili, i quali in vari decenni sono stati più di 200. Poi appaiono alcune liste con i nomi delle città americane e nel mondo dove si sono verificati i casi di pedofilia più importanti. Il cardinale che insabbiò il tutto fino al 2002, invece di essere rimosso, venne spostato e premiato, Bernard Francis Law, ora è a Roma dove è arciprete della basilica di Santa Maria Maggiore.

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“While we’re young” il film di Noah Baumbach che riassume il suo stile finora

L’ultima fatica cinematografica di Noah Baumbach “While we’re young” – tradotto “Giovani si diventa”, non voglio commentare – rappresenta il riassunto stilistico del regista americano fino ad oggi.

“Il calamaro e la balena”, “Il matrimonio di mia sorella” e “Frances Ha” tutti film che ho adorato negli anni passati, forse godendomeli moltissimo perché sapevo che nessuno conosceva Baumbach e perché visti in lingua originale all’estero (che qualcuno mi aiuti dal mio snobismo), vengono riassunti in questo ultimo film del regista americano. Non voglio essere però fraintesa: mentre guardavo la pellicola, in un cinema per fortuna semi vuoto dove mi sono goduta silenzio e fresco, non ho trovato ripetizioni di scene o schemi o musiche, non è un film fotocopia di quelli precedenti, semplicemente è una summa del lavoro svolto finora che porterà ad un’evoluzione stilistica o ad un manierismo del suo stile.

Giovani si diventa vuole avvertire sul pericolo di ri aprire una porta sulla giovinezza appena passata. In questo suo settimo film Baumbach sembra voler richiamare nella scrittura della sceneggiatura il norvegese Ibsen, senza troppa drammaticità però. È un mix tra relazioni moderne e un richiamo al classico romanticismo e sue conseguenze, una battaglia per rimanere vivo e al passo coi tempi durante la mezza età ma senza drammi, il tutto condito con energia, generosità e ironia.

Per quanto riguarda certe scelte di inquadrature e parte della colonna sonora c’è un richiamo a Woody Allen ma non sarebbe la prima volta che Baumbach richiama il grande regista e poi New York si presta a quel tipo di richiamo. La storia di divide tra la coppia in stato di blocco e senza figli di Jsh (Ben Stiller al suo meglio!) e Cornelia (Naomi Watts che a me non fa mai impazzire) e una giovane coppia formata da Jamie (un adorabile e ottimo Adam Driver) e Darby ( la sempre bella Amanda Seyfried). Mentre la coppia Josh/Cornelia è più unita e fa ridere in certe scene, quella formata da Jamie/Darby, lui aspirante filmmaker mentre lei gelataia, sembra una coppia formata per caso ma forse più aperta e ottimista.

Noah riesce a trasmettere la passione e la freschezza della giovinezza  e il coraggio e l’energia nel trattenere anche in età adulta tutto quello che di buono c’è stato negli anni passati, senza cedere al cinismo o alla delusione che la vita più portare.

Onestamente è un film che mi piaciuto molto (nonostante l’orribile!!!! doppiaggio). Manca forse della bellezza di Frances Ha ma Baumbach riesce comunque a proporci un ottimo film con una colonna sonora che spazia da David Bowie alle Haim, unendo nella musica ancora le due generazioni rappresentate e cioè i quarantenni e i ventenni.

Alcuni critici un po’ malignamente l’hanno definito il miglior film di Woody Allen del 2015. Poco importa. Un film piacevole e bello da vedere comunque!

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Angolo caffè e libri #5 Racconti di cinema a cura di Emiliano Morreale e Mariapaola Pierini

Il lunedì pomeriggio era il giorno preferito in cui, ai tempi dell’università, mi piaceva andare al cinema. Primo spettacolo del lunedì. La sala era quasi sempre vuota. Ero felice. Solo io e il grande schermo al buio. Mi potevo concentrare sulla vicenda che veniva narrata e se il film mi era piaciuto, uscivo in silenzio portandomi addosso le sensazioni che mi aveva suscitato. Anche oggi preferisco andare da sola e di giorno. Avevo appena vent’anni e prima di allora del cinema mi importava poco o nulla. Mia madre mi obbligava ad andarci, come mi obbligava ad andare a teatro. “Elisabetta, non puoi vivere solo di concerti e musica! Ci sono troppe arti che non conosci. Devi farti un tuo bagaglio culturale e usare la testa!”, così mi sgridava. Poi un giorno un manifesto di un film, del ormai defunto cinema Metropol, dove ora sfilano Dolce e Gabbana, mi chiamò. Era un lunedì pomeriggio. Da allora non sono solo un’appassionata di cinema, a casa ho una videoteca (se ancora si può usare questo termine) di oltre 500 dvd ma penso di capirne tecnicamente anche abbastanza. Ma scopro sempre di non aver visto questo o quel film. Mi piace vederli in lingua originale. Leggo più libri possibile a riguardo, ormai da dodici anni e più. So che è una delle mie molte passioni che non moriranno mai. Anche se poi mi sono laureata in storia dell’arte, cosa di cui sono felicissima.

Libri e cinema, due fra le mie tante passioni. Quando in libreria ho preso tra le mani “Racconti di cinema” a cura di Emiliano Morreale e Mariapaola Pierini, edito da Einaudi ero molto contenta di aver trovato un libro che univa questi due mondi. Anche se avevo delle perplessità. Spesso queste raccolte possono essere deludenti. Il commesso della famosa e snob libreria torinese dove l’ho comprato, senza che io dicessi niente, si congratulò per scelta. Diciamo che vedendo questo ragazzo giovane vestito come un prete che continuava a incensarlo non è che mi dava fiducia: si è a Torino, c’è il museo del cinema, l’editore è Einaudi, da acida milanese credevo che fosse di parte.

E invece, fin dall’introduzione, ho capito che era un libro ragionato e preparato con cura. Amo i racconti e me li sono letti uno dopo l’altro, in corsa. Intelligente la suddivisione per argomenti: “A riveder le stelle”, “Sperduti nel buio”, “Un mestiaraccio infame” e “Come in un film”. Con un breve introduzione a ogni sezione il lettore, anche se non appassionato di cinema, può entrare nella logica della scelta dei vari autori e scoprire qualche dietro le quinte di questo mondo stellato. Ho anche apprezzato la scelta di scrittori, più o meno noti al pubblico, che però non sono del mestiere e cioè non troviamo racconti o scritti di registi o critici cinematografici. E non si trovano scrittori smaccatamente appassionati di quest’arte o reportage di stampo giornalistico. Questa è stata una mossa intelligente perché fa coinvolgere il lettore molto di più ed è pensato anche per chi al cinema non ci va. Altro fattore apprezzabile i racconti non sono brani estratti da romanzi e sono pubblicati in maniera integrale. Spesso nelle raccolte, il racconto se lungo viene tagliato, come se il lettore si stancasse! Ho avuto il piacere di rileggere “Una bellissima bambina” di Truman Capote, ho molto amato i racconti di Roberto Bolano (uno dei miei scrittori preferiti), Don Lillo, Mansfield, Gozzano, Fitzgerald, Nabokov, Ballard e Mari, moltissimo ho trovato attuale quello di Ennio Flaiano “il mostro quotidiano (“La situazione era a questo punto: che per stare ai fatti, il tempo era preso dalle cronache, non c’era posto che per le cose che accadevano realmente. Ogni invenzione annoiava. Bisognava ripetersi o morire. I cimiteri erano già pieni di spettatori che dopo aver visto il film avevano letto il romanzo p che dopo aver letto il romanzo avevano visto la commedia. Tutto il paese era diventato preda delle cronache, sempre le stesse, la gente chiedeva fatti e non parole. Nei loro libri, gli autori cominciarono a far succede un’infinità di fatti.” Racconto scritto nel 1960 ma che potrebbe essere stato scritto nei giorni nostri).

È un libro che mi è piaciuto molto, tutte le raccolte dovrebbero essere così, ragionate, pensate, con contenuto e senso. Ve lo consiglio sinceramente. Magari lo potete leggere a casa mentre bevete una cioccolata calda o mentre aspettate qualcuno e prendete un caffè con cognac. Poi, dopo aver finito il libro, potete uscire di casa e andare al cinema, magari di pomeriggio, magari di lunedì.

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Boyhood. Recensione.

Mason è un bambino di sei anni che vive con la madre (Patricia Arquette) e la sorella Samantha in Texas, il padre (Ethan Hawke) li ha lasciati da poco. Lo spettatore segue Mason e la sua famiglia per dodici anni e vede l’evolversi del bambino in uomo.

Il regista Richard Linklater nel 2001 dichiarò che avrebbe realizzato un’idea abbastanza difficile e non pratica e che lo avrebbe assorbito per i prossimi dodici anni, l’idea era seguire per un lungo lasso di tempo la vita di bambino fino al suo arrivo all’età adulta. Il primo problema era trovare attori che avrebbero accettato di partecipare al progetto per così lungo tempo, il secondo trovare un bambino la cui performance sarebbe stata credibile nel corso degli anni. Guardando il film si capisce che Linklater ha vinto la scommessa in maniera egregia . E’ stato molto fortunato nel trovare un cast perfetto che ha lavorato ogni anno con la stessa intensità e brillantezza. Infatti tutti gli attori sono bravissimi e credibili. Forte anche la sceneggiatura, scritta dallo stesso regista, che da una struttura solida alla pellicola senza sbavature o buchi. Le due ore e quaranta del film passano in un lampo.

Il tutto è stato girato tra il 2001 e il 2013. Sullo schermo vediamo passare gli struggimenti e difficoltà di una giovane madre lasciata ma con ambizioni, la rivalità e amore tra fratelli, le speranze del piccolo Mason di vedere i genitori tornare insieme e poi il suo diventare grande. Tutta una carrellata di emozioni che coinvolgono davvero molto. Ma non è solo questo il film. Tra le inaspettate gioie che la visione di Boyhood da, c’è anche una fotografia della nostra ultima decade: per esempio dalla corsa elettorale di Obama per la sua prima candidatura all’arrivo dell’ ipod. Per non parlare poi della minuzia dei particolari dei caratteri dei personaggi. Niente è stato lasciato al caso. Un grande lavoro. Lo spettatore viene completamente coinvolto.

Linklater ci ha regalato un film artisticamente di qualità elevata ma anche magico, divertente e pieno di gioia e umanità. Uscita dal cinema non capivo bene dov’ero perché stavo ancora camminando dentro il film. E devo dire che anche adesso ci ritorno sopra per rifletterci. Lo consiglio davvero e vederete che vi piacerà.

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Frances Ha di Noah Baumbach

Questo film è un gioiellino da vedere. E’ uscito l’anno scorso ma in Italia è arrivato solo ora per colpa di una politica nazionale nella distribuzione dei film completamente sbagliata. A Milano lo programmano in una sola sala, all’Eliseo di via Torino.

L’ultima fatica del regista newyorkese racconta di una ragazza e di come affronta le avversità della vita. Frances Halladay (la bravissima e bella Greta Gerwig) è una 27nne di New York. Sogna di diventare una ballerina professionista. Vive con la sua migliore amica a Brooklin. Quando quest’ultima decide di andare a vivere con il fidanzato, Frances viene lasciata da sola a dover decidere come vuole vivere, senza appoggi e solo sulle sue forze. La macchina da presa segue Frances nelle sue peripezie a Chinatown, Sacramento, Parigi, Poughkeespie e infine di nuovo a New York. Nonostante i pochi soldi, le povere prospettive di successo e il raffreddamento del rapporto con l’amica, Frances non perde mai il suo entusiasmo e il suo volerci credere (riassunto forse nella scena iniziale dove la nostra eroina corre felice, con sottofondo una musica incalzante, scivola per colpa delle ballerine, musica si ferma, ma si rialza e ricomincia a correre zoppicando ma con viso determinato) fino ad arrivare a un compromesso con la vita  segno di maturità.

In questo film si ride molto. Sono 86 minuti di puro piacere. Non si può non notare la bravura e la naturalezza nel recitare di tutti gli attori, la buona sceneggiatura e l’ottima fotografia.

Alcuni hanno voluto accostare Frances Ha a Manhattan di Woody Allen a causa della fotografia in bianco e nero e l’umorismo. Credo che sia un confronto sbagliato. Baumbach si ispira moltissimo a Godard e a un certo cinema europeo. Il regista, come Wes Anderson con il quale ha lavorato alle sceneggiature di “The life acquatic with Steve Zissou” e “Mr. Fox” , entrambi film di Anderson, si ispira di più al cinema europeo e alla letteratura contemporanea americana che al cinema americano. I suoi riferimenti sono altri. Questo lo si può notare nella struttura della storia e nei dialoghi.

Nonostante le ottime recensioni qualche critico storce il naso e c’è chi afferma che è solo una brutta copia o un film per un pubblico molto selezionato. Non sono d’accordo. Ma ora che è in Italia anche noi potremo creare la nostra opinione. Per me il doppiaggio toglie molto ma non inficia il valore e la bellezza del film.

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