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“Carlo Levi e i sei di Torino”. Una bella mostra alla Fondazione Amendola

Quando Einaudi nel 1945 pubblicò “Cristo si è fermato a Eboli” gli italiani conosceranno il torinese Carlo Levi come scrittore. Levi fu però anche altro: oltre ad essere socialista ed anti fascista e a parte gli studi in medicina, fu anche pittore.

La mostra alla fondazione torinese Giorgio Amendola ci mostra questo lato importante di Carlo Levi ma fa conoscere, e fa riscoprire, quei pittori che a Torino furono influenzati da Felice Casorati e che portarono nella città sabauda le novità parigine, uscendo così da alcune ristrettezze stilistiche provinciali italiane.

Carlo Levi si dedicò sia al paesaggio che al ritratto, influenzato sia da Casorati (soprattutto nelle opere giovanili) e poi studiando e assimilando con una declinazione personale i fauves e soprattutto Modigliani. L’esperienza parigina fu fondamentale, fece crescere Levi e lo portò a una maturazione stilistica. I quadri esposti alla Fondazione mostrano come però sia Levi che gli altri non erano semplici “copiatori” delle avanguardie straniere ma seppero farle proprie e reinventarle.

Gli altri pittori esposti sono: Enrico Paulucci, Jessie Boswell, Gigi Chessa, Nicola Galante e Francesco Menzio.  La mostra vuole far verificare ai visitatori come, nei tre anni in cui il gruppo esponeva insieme e si confrontava a Torino e non, il loro stile si sia evoluto e cosa abbiano portato dalla Francia. Le opere sono molte e ben allestite in tutte le sale espositive. Il visitatore ha così sia un percorso da seguire ma anche la libertà di poter girare e confrontare se vuole i vari quadri. Questo è uno degli aspetti positivi della mostra: la libertà del visitatore, sia che ne capisca e sappia di arte sia che sia un semplice passante. Inoltre non c’è “l’ansia” e l’atmosfera di chiusura di certe gallerie d’arte, seppur la mostra sia da galleria d’arte per valore.  Appena si entra si intuisce il valore della mostra ma si respira anche la libertà di poterla visitare senza costrizioni, che è una delle tante peculiarità e qualità della Fondazione Amendola, creare eventi dando qualcosa a chi arriva senza farlo scappare. Inoltre anche dopo mesi l’apertura si creano appuntamenti in cui si discutono i vari aspetti della mostra, facendola sempre vivere.

Personalmente ho molto apprezzato i quadri di Carlo Levi ma anche quelli di Francesco Menzio e Gigi Chessa. Quest’ultimo poi è un pittore davvero poco conosciuto, spesso snobbato e bollato semplicemente come un “seguace di Casorati” il che è un enorme errore, Chessa fu amico e stimatore di Casorati ma non suo allievo; infatti dei Sei è l’unico a non uscire dalla sua scuola. Espose in tutta Italia, anche alla Biennale. Ebbe enorme influenza sulla generazione successiva ma oggi è stato dimenticato. La mostra è un’ottima occasione per conoscerlo ed apprezzarlo.

“Carlo Levi e i Sei di Torino” rimarrà aperta fino al 31 gennaio presso la Fondazione Amendola in via Tollegno 52 a Torino. Ricordo che è una mostra gratuita.

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Nel sistema museale austriaco qualcosa si è incrinato

L’ Austria viene spesso vista e descritta, fra le varie qualità che possiede, come una “nazione della cultura”. Il sistema museale poi è considerato uno dei fiori all’occhiello. A causa di una serie di scandali che si sono susseguiti in questi anni, sembra che qualcosa nel sistema si sia incrinato.

Il ministro della cultura Thomas Drozda, partito socialista, ha dovuto allontanare dal posto di lavoro la direttrice del Belvedere, Agnes Husslein Arco, e ora il suo posto è vacante, molto probabilmente lo sarà per tutto il 2017. Il Belvedere è una delle istituzioni più visitate in assoluto in Austria, conta milioni di visitatori. Come mai la Husslein Arco è stata allontanata? Avrebbe usato dei soldi per il Belvedere per i suoi viaggi durante le vacanze nella sua tenuta in Carinzia, spacciando questi viaggi per viaggi d’affari. Drozda non ha avuto vita facile nel licenziarla perché dal 2007 al 2016 la direttrice aveva trasformato e portato ad un alto livello il Belvedere, incrementando anche le visite durante tutto l’anno, non solo nella stagione alta.

Nel 2011 il direttore del MAK (il museo di arte applicata e arte contemporanea) ,Peter Noever, ha dovuto dare le dimissioni perché teneva party privati dentro il museo, a spese del museo stesso.

Nel 2012 il direttore del Kunsthalle a Vienna, Gerald Matt, è stato denunciato da tutto il suo staff per uso improprio del suo status di direttore e usato la sua posizione per avere dei fondi per il museo senza far sapere nulla su come li ha spesi..

Infine nel 2014 il ministro della cultura di allora, Josef Ostermayer, sempre del partito socialista, dovette in tutta fretta licenziare Matthias Hartmann, il direttore del Burgtheater, dopo che erano spariti svariati milioni nel corso degli anni che sarebbe dovuti essere usati per il teatro nazionale viennese e invece erano finiti nelle tasche del direttore.

Tutti questi scandali non sono da imputare ai singoli ma io credo a una falla ormai enorme nel sistema culturale austriaco. Nel 1998 fu creato il sistema federale per i musei, un atto voluto dal parlamento austriaco con forza. I museo e i teatri uscivano quasi del tutto dall’amministrazione statale e quindi dal controllo dello Stato e avrebbero da allora operato come istituti privati. Si era pensato che grazie a generose donazioni, l’Austria avrebbe continuato ad avere meravigliosi musei senza però dover spendere molto. Ma col passare del tempo le donazioni sono rimaste uguali e non sono incrementate, invece i costi ecc sì. I direttori e i responsabili per trovare i soldi hanno avuto sempre più libertà senza dover conto a nessuno, in apparenza. Così sono aumentate le pubblicità all’interno dei vari musei, pubblicità di sponsor privati, il costo dei biglietti è sempre più aumentato e si sono espansi i bar/ristoranti e gli shop con souvenir, rendendo sempre più bazaar i vari monumenti.

La carriera per diventare direttore è cambiata, non più dall’accademia e/o dall’università fino a un salire più in alto più si acquisiva esperienza ma si partiva da ditta private e contatti politici. Casi felici di una buona amministrazioni sono stati per esempio quello della Husslein Arco ma in altri è stato un disastro. Più che direttori, ora sono manager interessati solo al profitto e a buon stipendio. La cultura viene dopo.

In Austria molti chiedono che i musei e i teatri tornino totalmente sotto le ali dello Stato e ci sia un maggior controllo, una minore corruzione, un maggior interesse verso la cultura e come promuoverla. La discussione è in corso, specialmente nel partito socialista. Vedremo fra qualche mese se rimarrà tutto immobile e ci sarà una svolta al sistema.

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Ariosto, Orlando Furioso, Ferrara: uno spaccato su quello che era l’Italia di inizio Cinquecento

Ferrara, Mantova, le città delle Marche e dell’Umbria e altri borghi meravigliosi disseminati in tutto Italia: città che portano addosso un passato glorioso e che oggi vengono raramente visitate e conosciute. Un tempo non lontano il nostro bel Paese era diviso in tanti regni, ducati, repubbliche e dal Cinquecento fino all’ Ottocento circa saremo sempre sotto il giogo straniero e del papato.

Servono mostre che aiutino a ricordare o a far scoprire quello che siamo stati, seppur divisi. Ottima è stata la celebrazione per i 500 anni della pubblicazione dell’Orlando Furioso dell’Ariosto. La mostra in realtà prende spunto dalla grande opera letteraria per poter mostrare che opere vennero pensate e prodotte nei primi trent’anni del XVI secolo.

È una mostra “semplice”: grazie alla spiegazioni nelle varie sale, il visitatore che forse non si ricorda più cosa ha studiato a scuola o non ha proprio le basi culturali per analizzare, non si sente smarrito e viene guidato con fermezza e appunto semplicità.

Ci sono opere dei Bellini, del Mantegna, del Giorgione (il suo cavaliere è uno dei ritratti con più finezza psicologica e bravura stilistica che il Rinascimento veneto abbia mai prodotto), arazzi, armi, cartine, manoscritti, libri e altro. C’è tutto quello che serve a far vedere com’era quel mondo.  Mondo che l’Ariosto conosceva bene. Nato a Reggio Emilia ma per tutta la vita al servizio degli Este (prima del cardinale Ippolito d’Este e poi del duca Ferrante), non solo compose poesie e versi ma ebbe compiti da segretario e diplomatici. Viaggiò molto. Conobbe molti papi e vide moltissime guerre. Tra la fine del Quattrocento e prima metà Cinquecento l’Italia è vista come un ricco bottino da conquistare da parte dei francesi e degli imperatori che gravitano nell’area tedesca. Non si è formata un polo di potere tale da rendere l’Italia unita e pericolosa, la Chiesa fa poco o nulla, il Sud non è messo meglio del Nord causa o francesi o spagnoli.

Battaglie, guerre, leghe di tutti contro tutti. È un periodo di enormi violenze. La brutalità e il sangue sono all’ordine del giorno. L’Ariosto vede tutto questo e noi, sala dopo sala, vediamo quello che poteva vedere. Le scene di violenze sugli arazzi che decoravano stanza private sono dettagliate e crudissime. Sangue e spade che tagliano in due teste vengono tranquillamente rappresentate. Dall’altra parte ci sono molti quadri dove il soggetto è l’evasione da queste visioni e sono scene mitologiche (spesso baccanali) o scene di devozione o d’amore.

Nell’Orlando Furioso cita molti protagonisti dell’epoca, per esempio anche l’Aretino o Federico Gonzaga. Mi ha stupito che i due curatori della mostra non abbia dedicato una sala multimediale al film di Ermanno Olmi “Il mestiere delle armi”. È un film perfetto che rappresenta proprio l’epoca dell’Ariosto. La accuratezza della sceneggiatura, il dialetto usato, i luoghi veri (come castello San giorgio e Palazzo Ducale a Mantova o il Castello degli Estensi a Ferrara), le battaglie, i rapporti personali che davvero erano autenticamente come mostrati nel film (l’amicizia dell’Aretino nei confronti di Giovanni de’ Medici detto dell Bande Nere fu autentica e davvero lo seguì negli ultimi anni della sua vita fino alla morte avvenuta a Mantova per colpa di un colpo di falconetto nella gamba). Olmi è un grande conoscitore del popolo che vive vicino al Po tra Lombardia ed Emilia e ci ha offerto un capolavoro di immagini che è allo stesso livello dell’ opera letteraria del Furioso. Non solo spiega come viveva la povera popolazione, le ingiustizie e disgrazie, la politica che è ancor oggi attualissime per il suo essere machiavellica. Insomma credo che questa mancanza sia un peccato per l’economia della mostra.

Unico neo è il costo del biglietto, tredici euro. Troppo. Ferrara non è facilmente raggiungibile e le sale, seppur non poche, non giustificano il prezzo. Ma il problema deriva dal fatto che questi centri meravigliosi sono abbandonati in realtà a loro stessi. Venezia e Bologna sono lì vicino e dal punto di vista culturale e di turisti schiacciano un po’ il ferrarese ma non può essere usato come scusa. Ferrara non ha solo il Castello e il Palazzo dei Diamanti (dove si trova la mostra), ha moltissimo altro, oltre a una ricca tradizione gastronomica. E non solo Ferrara ma tanti altri centri vicini.

Questa è sicuramente una mostra da vedere e che aiuta il territorio ma ci vorrebbe da parte del Mibact e Governo un progetto di sviluppo più intelligente per cultura e turismo e queste mostre aiuteranno solo nel presente e non nel tempo.

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La pinacoteca di Brera: un’istituzione ormai a livello europeo da valorizzare

Per i milanesi la Pinacoteca di Brera c’è e non c’è. È un luogo visto nel corso dei decenni per scolaresche e qualche turista. Da anni si parla della Grande Brera, una sede nuova in zona Bovisa. Molti proclami, pochi cambiamenti. La biblioteca braidense, voluta da Maria Teresa d’Austria, è una delle più belle e fornite d’Italia, da molto tempo però in eterna decadenza. Qui a Milano, insieme alla pinacoteca Ambrosiana e le raccolte del Castello Sforzesco o la GAM, abbiamo opere che all’estero ci possono tranquillamente invidiare. Ma in qualche modo l’affetto è molto freddo. Da quando poi la zona di Brera è diventata zona vista per “fighetti”, ha perso ulteriore charme. E poi chi se ne frega della cultura. Ma era la Pinacoteca stessa che non invogliava ad essere visitata. Per essere molto onesta i precedenti direttore, specie l’ultima direttrice, non hanno saputo fare nulla. Le mostre temporanee erano imbarazzanti e occasioni perse.

Da quando il direttore è James Bradburne la situazione è finalmente migliorata e sta migliorando di mese in mese. I dieci euro (senza maggiorazioni quando ci sono mostre temporanee) sono dieci euro assolutamente ben spesi. Mi accorgo che ci torno sempre più volentieri e con piacere, non solo perché lavoro nel campo dell’arte (mi chiedo quanto colleghi facciamo altrettanto ma è altro argomento).

Bradburne, canadese, ha una formazione da architetto  ma ha poi finito la sua formazione universitaria in management d’arte ad Amsterdam. Da allora ha lavorato con profitto e occhio diverso dai soliti direttori d’arte nel campo delle fondazioni e dei musei. Dal 2006 al 2015 è stato direttore generale della Fondazione Palazzo Strozzi, apportando una svolta proficua alla Fondazione che a Firenze è sempre stata un po’ sottotono.

La Pinacoteca di Brera continuerà a cambiare sale e allestimento un po’ alla volta ma quello che è stato fatto finora è molto significativo.

Entrando si vede una parete trasparente e si può ammirare parte della biblioteca braidense, mettendo in dialogo le due parti di Brera.  Le altre novità che si notano subito sono le scritte sui mure: citazioni e passi di brani di critici che aiutano a introdurre Pinacoteca, ritroviamo questo metodo anche nelle sale. Un aiuto alla compressione per il visitatore. Ottimo il cambiamento dei cartellini. Sono posti in basso, appoggiati a una sbarra. Non solo si trovano le tipiche informazioni dell’opera (autore, nome opera, data, provenienza se l’opera era in una chiesa per esempio) ma vengono spiegati o un simbolo del quadro, in modo da dare una lettura chiara, o un brano di un critico o altro artista che parla di quella determinata opera, oppure perché il pittore ha scelto proprio quel soggetto. Trovo tutto questo utilissimo e sensato.

Si inizia con le sale dove troviamo le opere tardo medievali lombarde e venete. Le sale sono state ridipinte con un rosso direi da film Suspiria di Dario Argento, colore che esalta meravigliosamente le opere.

Viene spiegato come mai a Brera troviamo così tante opere venete. Durante la dominazione napoleonica molte opere arrivarono da tutta Italia, specialmente veneto e parte emilia. Ora Bradburne ha messo in dialogo tutte le varie opere. Arrivando alla quinta sala troviamo le pareti ridipinte con un blu giottesco da Cappella Scrovegni, altra scelta azzeccata. Lo stesso colore lo troviamo nella sala sesta dove vediamo che a dividere la lunga sala in due parti c’è il famosissimo Cristo Morto del Mantegna, che viene davvero valorizzato. In realtà tutti i dipinti della sala sono finalmente messi in risalto e in dialogo fra di loro (altra opera Mantegna, Bellini , Vivarini, Liberale da Verona, il Montagna, il Pordenone e tutti gli altri pittori veneti). Intelligente mettere vicini e a confronto permanente le due Madonne con il bambino dei famosi cognati e cioè Mantegna e Giovanni Bellini. Infatti per tutta la loro carriera ci sarà un costante dialogo artistico e stima fra i due. Ma questo è saputo davvero da pochi, se non dagli studiosi.

Non ci sono cambiamenti ancora significati fino alle sale venti, ventuno e ventidue, dove le pareti si tingono di un rosso pompeiano per esaltare i quadri dei ferraresi e emiliani. Vengono esposti con uguale importanza di Ercole de Roberti anche Garofalo, Francia, l’Ortolano, Dosso Dossi e anche un Bedoli che sono più sicura non conosca praticamente nessuno! Scelta che serve a mostrare ed educare davvero il visitatore.  Anche la sala del Crivelli e altri è ottimamente allestita. Ci sono una serie di piccolissimi cambiamenti anche nelle sale successive (ci sarà la sfida di come far risaltare la Cena di Emmaus del Caravaggio e tutti i caravaggeschi. L’odierno colore pagliarino e allestimento non esaltano nessun quadro, addirittura l’opera del Caravaggio sembra secondaria a parte per sedie di fronte. Vedremo cosa farà Bradburne).

Non ci sono poi ancora scelte nuove significative. Si vede che le prossime ad essere ri allestite subito saranno le ultime, quelle del Settecento.

Si esce in ogni caso soddisfatti. E curiosi di voler tornare, anche solo per vedere i nuovi cambiamenti. Rimangono poi i soliti problemi che hanno per me tutti i musei: la libreria con tutti i cataloghi e cianfrusaglie che servirebbero al marketing ma che oggigiorno sembrano solo un bazaar. E poi i dipendenti. Potranno avere in futuro divise firmate da uno stilista ma bisognerebbe cambiare tutto il lavoro e il significato del lavoro degli inservienti delle varie sale. O prendere a modello il British Museum per esempio o trovare nuove soluzioni. Vedere persone che non sanno a nulla o che sono infastiditi perché pubblico a volte più chiedere informazioni (i peggiori quelli degli Uffizi, livello cafonaggine e fastidio insopportabili) o invitano amici e iniziano a vociare ad alta voce. Non va assolutamente bene.

A parte questi ultimi due punti, si può però dire che la Pinacoteca di Brera è finalmente al livello delle altre pinacoteche europee. Si deve ora trovare il modo di invogliare molto di più i milanesi ad entrarci, biglietto a due euro la sera non potrà essere una soluzione eterna.

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Arte post capitalista

Internet è ormai una macchina che ci lusinga con la sua velocità, da alcuni vista come un flusso instancabile nel presentare i valori occidentali capitalisti, mostrando gli effetti fallimentari che il neoliberismo ha avuto su di noi, dall’ineguaglianza sociale al terrorismo. Attraverso il web si può visionare la nostra coscienza collettiva. Questi pensieri che sembrano uscire da menti che si occupano prevalentemente di politica, in realtà interessano sempre più gli artisti. C’è una certa “politicizzazione” nel mondo dell’arte che sta emergendo a poco a poco.

L’arte, al suo meglio, è una reazione necessaria ai sistemi, ideali e estetici imposti su di noi dalle forze dominanti, non ultimo al momento internet. All’alba dell’era post-capitalistica c’è più una reazione tra il fisico e lo spazio digitale che un’idea di sinergia. Gli artisti, lavorando con un’agenda post-capitalistica, ora sembrano voler criticare le strutture culturali e politiche che internet ha duplicato e magnificato. L’idealismo politico dell’arte post-capitalista ha radici nella tradizionale nozione del valore utile del web, radici che affondano per alcuni nell’utopia dotcom degli anni ’90. Tutte le apparenti libertà che il capitalismo offriva nell’Occidente degli anni ’80 (la decade nella quale la maggior parte degli artisti post capitalismo sono nati) si sono rivelate diverse da quelle che alcuni credevano: sanità privata, lavoro retribuito in nero, la competitività del libero mercato, individualismo. Il capitalismo ha forzatamente spinto fuori molte persone, fra i primi a trovarsi “reietti” sono stati gli artisti. Ne è conseguito che sono stati fra i primi a proporre un modello alternativo per “crush the past” (Mark Tribe, artista e fondatore di Rhizome) e a immaginare una società post-capitalista con un sistema ideologico, ecologico ed economico che potesse prendere il posto degli esistenti sistemi e l’uso della tecnologia, come Paul Mason ha scritto nel suo libro Postcapitalism “a new route out”.

L’arte nell’era post-net ri-immagina le nostre relazioni rispetto agli oggetti, la tensione oggetto/non oggetto è vista come una parte centrale del nostro meltdown ideologico. Gli aspetti di questa ambivalenza tecnologica si possono identificare nei lavori di Ed Atkins e Ryan Trecartin, ma non solo perché gli ideali della tecnologia post-capitalista si sta manifestando, visualmente e concettualmente, in diversi modi. Artisti che davvero stanno teorizzando e stanno provando a trovare una strada diversa e allo stesso tempo parlarci della nostra epoca sono, per esempio, Horfe (artista con base a Parigi), il quale dice di sentire la presenza distruttiva dell’artista nel contesto del capitalismo. In un’intervista ha spiegato che l’artista dei nostri giorni è estremamente conscio del suo ruolo e del suo lavoro, perché nel tentativo di essere considerato e riconosciuto si sente in eterna lotta/comparazione con gli altri colleghi a causa dei valori del mercato dell’arte. Nella ricerca di spiegare l’artista a produrre un’arte che dia profitto e che sia anche un investimento Horfe si chiede infine se siano gli artisti stessi responsabili per la sclerotizzazione intellettuale e stilistica di oggi.

Un’altra artista, bisogna dire la verità molto quotata, è Doris A. Day, la quale prende personaggi della nostra infanzia (infanzia vissuta negli anni ’80) e li rende personaggi negativi e maliziosi cercando di mettere di fronte al visitatore inquietudine e perplessità. Day e Horfe hanno le loro radici artisitche nell’era della televisione quando la mass pop culture ebbe inizio. Molto provocatrice usando l’iconografia rassicurante della pubblicità è Amalia Ullman (la quale ha anche realizzato un video porno come se fosse una pubblicità di Zara e Aesop per provocare nello spettatore il dubbio dei messaggi che il capitalismo ci trasmette. Mi chiedo fino a che punto però sia arte e non solo critica). Invece per quanto riguarda Christopher Kulendran Thomas, artista inglese ma di origine dal Sri Lanka, l’arte non comunica da sola. Infatti egli scrive anche saggi politico-artistici, crede che la politica e la critica al capitalismo debba essere molto presente nell’arte. È teorico e artista allo stesso tempo, addirittura vede Marx dentro certe dinamiche dell’arte e lo usa per criticare il sistema capitalista dell’arte.

Osservando le loro opere e leggendo le loro interviste o saggi si percepisce una lotta vecchio stampo al capitalismo e a certi valori della nostra società. Allo stesso tempo c’è un affezionato attaccamento agli oggetti – alla loro bellezza, plasticità – e l’oggetto non è più considerato come incarnazione del capitalismo ma questa incarnazione è nel web. Non sono d’accordo, il tutto è molto più complesso e il web non è il male. Però trovo molto affascinante come questi artisti provino a rompere certi schemi e a dare una scossa alla società, anche se devo sottolineare come la loro arte, dal punto di vista tecnico, non abbia nulla di rivoluzionario e alcuni siano perfettamente integrati in quel sistema che criticano (alcuni quotazioni sono altissime). Credo che comunque tutto questo sia l’inizio di un movimento artistico e intellettuale molto più vasto e che questi siano solo i primi germogli (nota negativa: di tutto questo solo in Italia non se ne parla, neanche lontanamente)

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Post – Internet. L’arte e la tecnologia

Internet potrebbe cambiare il mercato dell’arte o la sta già facendo? Fra dieci si andrà ancora fisicamente nelle gallerie? Nel 2012 Christie’s vendette 7 opere on line, nel 2014 invece 78. Solitamente le opere comprate in rete sono considerate di poco valore, per la maggior parte dei casi è così; però nel 2014 da Sotheby una copia di John James Audubon “The birds of America” fu venduta on line per 3,5 milioni di dollari, il primo aprile 2015 Sotheby’s ha fatto la prima audizione di vendita on line su ebay. Questo post è per iniziare un ragionamento sull’argomento, assolutamente sottovalutato o addirittura non preso in considerazione in Italia.

 

Nel 2014 la percentuale di arte venduta in rete è stata il 4,8%  del mercato. Il valore del mercato dell’arte on line è stato nel 2013 di 1,5 miliardi di dollari, nel 2014 2,64 miliardi mentre per il 2016 la stima è di circa 6,30 miliardi di dollari. Dipinti venduti on line nel 2013 sono stati il 57% mentre nel 2014 la percentuale è stata all’incirca del 62%; per le sculture c’è stato solo un piccolo incremento nel 2013 al 21% nel 2014 22%; per quanto riguarda new media/digital art invece solo del 10% sia nel 2013 che nel 2014. Un altro dato significativo, che all’estero sta facendo molto ragionare su nuove politiche al’interno dei musei o delle gallerie, sono i visitatori virtuali, per esempio per quanto riguarda il Tate nel 2002-03 i visitatori fisici sono stati 6.333.000 mentre quelli virtuali sono stati 2.065.800, nel 2013-14 quelli fisici sono stai 7.036.490 mentre quelli virtuali sono stati 12. 878.202. Come si può vedere c’è stato un incremento dei visitatori “fisici” ma nell’ultimo periodo c’è stato un notevole e non da sottovalutare incremento di quelli virtuali. Questo può essere spiegato per un miglioramento e abbellimento del sito ma non può essere imputato solo a quello o alla crisi che fa viaggiare meno, perché vediamo che comunque quelli fisici non sono assolutamente diminuiti, anzi. Per alcuni questi dati stanno a significare che si sta formando un nuovo mercato, per altri che c’è già un nuovo mercato.

 

Ma dove possiamo trovare questo nuovo mercato? Un esempio. Rob Hult e l’artista Duncan Malashock creano la Klausgallery.net nel 2011, tutto su internet. È molto probabilmente la prima galleria d’arte interamente virtuale. Nel 2012 pubblicano  degli ebooks di una serie di artisti curati da Brian Droitcour, il tutto sempre come Klausgallery. Ovviamente sia Hult che Malashock si sono chiesti come monetizzare il tutto. I consigli di Hult sono vari. La gente deve perseverare molto tempo nella digital art, anche se poi i metodi sono praticamente gli stessi di qualsiasi galleria. Oltre al monetizzare c’è anche il problema di come rendere uniche le opere (sulla rete è un attimo la duplicazione) e come visionarla quanto magari cambiano o diventano obsoleti certi sistemi operativi. Cosa fa la Klausgallery: 1) digital works preloaded onto a USB ora data storage device 2) website (l’autenticità del pezzo funziona in tandem con l’URL) 3) apps sull’Apple store 4) ebooks 5) preloaded work on a device 6) subscription service 7) video frame/monitor 8) user access code 9) printing 10) free e qui ovviamente il caso degli artisti che non hanno nessuna intenzione di monetizzare e rendere unica la loro opera.

 

Questi un po’ di dati pratici sul mondo dell’arte digitale. Ma ci si pone anche altre domande di tipo concettuale. La critica e gli studiosi d’arte hanno nel corso degli ultimi due secoli voluti suddividere le correnti e dare a ogni movimento o secolo un nome (per esempio Barocco, Gotico Internazionale, Romanticismo) anche se poi queste definizione avevano e hanno un valore temporaneo, nell’arte niente è mai stato statico e misurabile e capibile in “annate”. Il grande pubblico non ne sarà al corrente ma da metà degli anni ’90 si sta cercando di dare un nome alla nostra epoca dal punto di vista artistico. Ma è davvero fattibile? E noi stiamo capendo e apprezzando l’arte che oggi giorno ci circonda?

 

Una delle domande nel settore è: il periodo Post – Internet è già morto? Ben Vickers (digital curator della Serpentine gallery) pensa di sì perché ci sono tanti Post -InternetS (usa proprio questa parola). Per alcuni critici non c’è mai stata una vera attenzione e una vera corrente, stava nascendo negli anni ’90 ma poi non si è sviluppata. Nathan Jurgenson nel suo interessantissimo saggio “The irl fetish” (pubblicato su The New Inquiry) parla di un dualismo digitale, tra “real life” e “offline” e conclude affermando

 

That is, we live in an augmented reality that exists at the intersection of materiality and information, physicality and digitality, bodies and technology, atoms and bits, the off and the online. It is wrong to say “IRL” to mean offline:Facebook is real life.

 

Se Internet ha creato nuove forme di social life, il Post – Internet dovrebbe presentare un nutrito gruppo di pertinenti nuovi modelli per l’arte stessa.

Alcuni artisti non si riconoscono in una categorizzazione così generale e vedono il termine post – internet come spregio, termine più per curatori e critici che non amano l’arte fatta con la tecnologia. Per altri non vuol dire niente mentre per altri ancora è un modo di vedere delle meta – immagini, far parte del flusso interconnesso con la massa. Fra questi c’è chi usa twitter per postare le sue opere e farle conoscere come Joey Holder. Altri usano tumblr. Invece ci sono coloro che creano ma che non si vedono come artisti che interpretano o analizzano il mondo di oggi, come invece sono stati intesi in passato gli artisti. Hanno invece il desiderio di diventare un network, usano termini come fluidity e soft borders.

 

Jonathan Openshaw ha scritto un libro sul tema e si chiama “Post digital Artisans” edito da Frame e devo dire che è davvero interessante e si pone molti interrogativi che andrebbero maggiormente sviscerati sul futuro dell’arte.

 

Il curatore Paul Young ha creato nel 2009 il premio Young Projects a Los Angeles per l’arte sperimentale. Per lui il periodo Post – Internet è esistito ed è stato nel 2006 -2010. Ora siamo già di fronte a una seconda generazione di artisti.

 

Non è facilissimo parlare di questo tema, l’avvento della comunicazione digitale e del web è stato culturalmente una rottura epistemologica. Dagli anni ’80 ad oggi le macchine non volano ancora sopra le nostre teste come nel film di Zemeckis “Ritorno al futuro” ma, culturalmente parlando, nello spazio di due brevi decenni, intorno a noi, e specialmente dentro le nostre teste tutto è cambiato. Alla fine degli anni ’80, in uno degli ultimi momenti prima che una grande onda virtuale passasse sopra di noi, Michael Stipe cantava  “It’s the end of the world as we know it”. La fine dei mass media e del primetime news, della kodak, dei giornali sul sofà, dei telefoni (as they were known) e così via. Durante queste “fast – forward – moving – while – senselessly – stripping – in – shuffle – mode” decadi, i visual artists hanno provato a parlare del cambiamento, a riflettere su questi inquantificabilmente significativi cambiamenti. A metà degli anni ’90 la bandiera del segno del tempo si sarebbe trasformata in vettori grafici puliti, illustrazioni giapponesi, figure 3d, costruzioni lego come pixel, collages di photo shop ecc. Tutto questo è stato considerato come summa e arte contemporanea ma non era per nulla digitale. Quando si decideva questo la mente degli artisti però andava altrove. Erano impegnati a confrontarsi con i mass media e la cultura dei tabloid ( spesso diventando incongruentemente famosi, per non menzionare il fatto assurdamente ricchi). Con rare eccezioni, gli addetti dell’arte comteporanea tra anni ’90 e anni zero hanno DECISO  di non occuparso del digitale. Per molto tempo, il “video” era quello di più lontano si potesse raggiungere nel “nuovo” campo. Quando gli artisti si sono finalmente svegliati, il digitale aveva ormai ingolfato pienamente le nostre vite. Ci nuotavamo già tutti dentro. E questo spiega perché il Post – Internet è diventato un termine difficilmente capibile. Post significa che prima c’è stato qualcosa, c’è stato subito arte appena nato internet, arte non relativa e scoperta ma creata nel mondo di internet. Ma qui è il problema. Perché gli artisti non stavano creando arte digitale o arte in internet per se in quel mondo ma ne creavano perché ormai c’eravamo dentro. Post – Internet  Art seguiva le nostre coscienze. In questi lavori c’è molta nostalgia, non ci sono riposte fresche. Gli artisti fra 90-00 erano ossessionati tra alta e bassa cultura e tra estetica e concettualismo. La generazione post internet: è troppo presto per definire se è esistita e se sì cosa è stato e dare dei temini storici ma di sicuro è l’inizio di qualcosa

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Mostra Il Simbolismo a Milano

È stata inaugurata da circa un mese la mostra a Palazzo Reale sul Simbolismo. Curata e ideata da Fernando Mazzocca e Claudia Zevi, con la consulenza di Michel Draguet. È una mostra intelligente, con vari livelli di approfondimento in modo da poter essere apprezzata sia dal semplice visitatore che nulla sa del Simbolismo fino al critico d’arte.

Il termine Simbolismo racchiude in sé realtà artistiche diverse e a volte anche contrastanti. In comune c’è rottura da tecniche e tematiche classiche. Il Simbolismo è stato visto come rottura, ma anche come post – Romanticismo, arte di fine secolo o arte che in qualche modo esplorerà le inquietudini che poi porteranno alla tragedia, la prima guerra mondiale. Il bisogno di mettere etichette a periodi storico – artistici limita la visione. Troviamo tra la fine dell’800, ultimi 30 anni, e inizio ’900 un Medioevo idealizzato, i preraffaelliti inglesi, un umanesimo giunto al capolinea, raffinatezze, riscoperta di Botticelli. Una ferocie lotta all’accademismo non solo come opposizione estetica ma anche come scontro generazionale. Emancipazione che porterà alla creazione di un nuovo mercato. Dopo la Sociètè des artistes, fondata nel 1884, nascerà il gruppo dei Venti a Bruxelles (sempre 1884), poi nel 1890 la Sociètè nationale des beaux – arts darà avvio a una dinamica secessionista per tutta Europa; la Libre Estetique a Bruxelles nel 1891, la Secessione a Monaco di Baviera 1892, Vienna nel 1897, Berlino 1898 e via via fino a Mosca.

“Noi siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i nostri sogni e la nostra breve vita è avvolta nel sogno” Shakespeare, La Tempesta

Il Simbolismo non sarà solo pittura ma anche scultura, architettura e musica. Giusto e saggio che la mostra presenti anche questi aspetti. La grande forza del Simbolismo è stata quella di riuscire a rappresentare, anche nell’inconscio, i grandi valori dell’umanità. In Italia i rappresentanti sono Segantini e Previati (fra i miei pittori preferiti) ma anche Pellizza da Volpedo e Morbelli. Non solo Milano era il centro del divisionismo italiano – che nulla aveva di secondario rispetto alle altre avanguardie europee – ma c’era anche Roma dove i grandi protagonisti sono Sartorio e De Carolis, i quali avranno anche l’influenza delle parole di D’Annunzio. I simbolisti conosciuti in Italia saranno Böcklin, Klinger, von Stuck e Klimt, specialmente grazie alle Biennali di Venezia. Memorabile quella del 1907 dove fu allestita la Sala dell’Arte del Sogno.

I temi che vengono proposti sono quelli che si propagano in maniera unitaria in tutta Europa: morte, eros, donna come tentazione e come angelo, gli elementi della natura, mistero, ossessione, sogno, masse ignorate, mitologia reinterpretata, primavera.

Nella mostra troverete frasi e riferimenti a Baudelaire che sarà il faro nella notte con la sua poesia del Simbolismo e che molto influenzerà alcuni artisti. E infatti la mostra si apre con lui, viene esposta un’edizione dei Fiori del Male (sua raccolta di poesie) e i frontespizi originali di Félicien Rops per le “Les épaves”.

Nella sala successiva si troveranno i dipinti dedicati all’incubo e al sogno. Le litografie di Odillon Redon sono semplicemente meravigliose e inquietanti allo stesso tempo. Nonostante i soggetti siano surreali e veri e propri prodotti di incubi o sogni inspiegabili si nota una tecnica sicura e raffinata e i particolari rendono queste litografie sublimi. Consiglio di osservare da vicino i dettagli. Un’altra nota: tutti gli artisti che vedrete anche se si allontano dal classicismo hanno studiato nelle Accademie e osservato e interpretato i grandi maestri (Michelangelo, Raffaello, tutti gli italiani tra ’400 e ’500, i fiamminghi) quindi non sono digiuni di arte e sono raffinatissimi, non sono poveri ignoranti come a volte sono percepiti.

Nella sala su luce e tenebre si trova un trittico di Sartorio “Le Vergini savie e le Vergini stolte” 1890-91. Oltre a una cornice dal sapore toscano quattrocentesco, c’è un totale richiamo ai mosaici e gusti bizantini e ai marmi delle chiese rinascimentali – dettagli che Sartorio aveva potuto studiare benissimo a Roma semplicemente andando e visitando le varie chiese – il tutto riletto in chiave simbolista. Un’opera stupenda.

Nella sala sulla Notte si trova “Il giorno sveglia la notte” di Gaetano Previati del 1905, ora a Trieste, che trovo semplicemente stupendo e suggestivo. Una delle summe del divisionismo italiano, nonché un’opera d’arte sublime e che nulla ha da invidiare a Tiepolo o Veronese.

I disegni, su fogli con cera molle, di Félicien Rops sono inquietanti e ipnotizzanti. Creati nel 1882, oggi potrebbero essere visti come progenitori del manga giapponese Berserk ( e credo che l’autore giapponese li abbia studiati) tanto potrebbero essere attuali. Satanismo, accoppiamento fra mostri e donne, morte. Il tutto reso però in maniera incredibile. Geniale poi la serie “Pornokratés”. Sono stata molto felice che ci sia una saletta dedicata interamente alla serie “Il Guanto” di Klinger (la serie completa è di 25 immagine, qui esposte solo dieci ma sufficienti). Trovo queste acqueforti assolutamente geniali. Il protagonista è sempre un guanto in varie situazioni dalle più normali alle più assurde. Ogni volta il guanto è un simbolo diverso: richiamo sessuale, sfera onirica, irrazionalità ecc. Klinger fu un artista bravissimo e molto ammirato da Giorgio De Chirico.

Interessantissima la sala dove si trovano alcune opere di Alberto Martini. Artista davvero sconosciuto ai più, disegnerà per tutta la vita immagini provenienti dal subconscio, come critica all’ipocrisia borghese. Egli si ispira ai racconti straordinari e le storie grottesche di Edgar Allan Poe, che leggerà attraverso la traduzione di Baudelaire. Martini ha un segno grafico secco e aspro nonostante in alcuni casi sappia usare una certa morbidezza, specie nelle immagini più oniriche. Scienze occulte e letture esoteriche saranno interessi che con naturalezza confluiranno nelle sue opere. Influenzerà Boccioni nella sua fase giovanile. Io trovo Martini un artista superlativo.

“Là, tutto è ordine e bellezza, lusso, calma e voluttà” Baudelaire “I Fiori del Male

Nel Simbolismo troviamo anche al ritorno alla mitologia ma reinterpretata di Böcklin e Moureau. In questa sala non troviamo le loro opere più famose ma poco importa perché quelle scelte sono molto belle. Il mito di Orfeo, l’acqua e la natura sono altri temi che troviamo. L’acqua in quanto vita nelle immagini viene associata al sesso. Nella sala sulla donna fatale si trova il famosissimo “Il Peccato” di Franz von Stuck 1908, che solitamente si trova a Palermo. Oppure l’altrettanto famoso “Carezze” di Knopff 1896 dove una sfinge molto leopardo fa le fusa ad un uomo con il viso truccato da donna.

Le ultime sale sono dedicate alla primavera e alla natura. Poi, molto intelligentemente, vengono esposti i disegni per i dipinti di Sartorio per la Biennale del 1907, episodio centrale del simbolismo italiano. Le ultime due sale sono dedicate a Galileo Chini e Vittorio Zecchini.

Un’ottima mostra, ben allestita e ben pensata. Ultimo consiglio: le cornici in molti dipinti sono parte integrante dell’opera quindi suggerirei di osservarle molto bene. Infine dopo aver visto questa mostra consiglio di andare alla GAM (galleria d’arte moderna) in via Palestro qui a Milano, dove troverete altri quadri del periodo che completeranno la vostra visione.

Quando uscirete dalla mostra vi sembrerà di essere usciti da un sogno.

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Le molti ombre e le poche luci della fiera d’arte 2016 di Bologna

Quest’anno la fiera d’arte più antica d’Italia compiva quarant’anni. C’era molta aspettativa, specialmente con il mercato fermo e molta competizione con altre città, su tutte Milano e Torino. Dirò subito che le aspettative sono andate tutte delusa. Nonostante le due mostre ad hoc sulla storia della manifestazione è stata una fiera VECCHIA  e molto molto PROVINCIALE.

Ammetto che le accuse di provincialismo sono state tutte giustificate e sono state giustissime. Non si pensava che si potesse rivaleggiare con Art Basel ma almeno dare un segnale importante, niente di tutto questo. Troppe gallerie, nuove proposte talmente nascoste che sono passate inosservate, anche il settore fotografia è stato ghettizzato malamente.

Una galleria, di cui non farò nome per cortesia, da sempre specializzata in fotografia ha provato a differenziarsi dal resto del ghetto, proponendo anche artisti che riusano vari materiali o con video installazioni ma lo stand è sembrato ridicolo e fuori luogo e so per certo che che non ha venduto assolutamente nulla e che il fotografo da loro rappresentato non era molto felice di essere stato relegato in secondo piano e esposto solo con tre opere (non vendute. Il fotografo italiano sarebbe uno dei più quotati e promettenti e stimati ma molto probabilmente il gallerista in questione deve cambiare mestiere, evidentemente). Sempre per il settore fotografia alcuni ricordavano che anche Paris Photo è stato relegato per anni nel sottoscala del Louvre e quindi c’era poco da lamentarsi ma questi signori si sono dimenticati che ORA  Paris Photo ha avuto nuova linfa vitale spostandosi al Grand Palais e che ha una succursale a Los Angeles, dove gli affari vanno a gonfie vele. Non sono dettagli.

Non voglio dire che sia stata pessima, ci sono stati lampi di luce ma per merito di pochi galleristi che ancora sanno fare il loro mestiere. Per esempio Lia Rumma è stato un lampo di luce accecante anche se ha portato, oltre ai soliti artisti famosi, opere più rassicuranti e più facilmente vendibili rispetto alla fiera a Torino. Ci sarebbe da sottolineare che a Torino gli affari sono andati bene nonostante la presentazione di opere meno spendibili sul mercato italiano ma tant’è.  Molte gallerie straniere hanno portato una ventata di freschezza e sono state le migliori.

Purtroppo la maggior parte degli stand presentava opere che ormai o ci sono sempre o si vedono nei musei o hanno prezzi assolutamente inavvicinabili. Ha senso questo? E su questo ultimo punto mi soffermo un attimo sul fatto che qui in Italia la metà dei galleristi non dichiara il prezzo delle opere, lo fa con i clienti più esclusivi, lasciando il mercato in mano alle case d’asta.

Il 40%  delle gallerie fornisce il prezzo solo su richiesta mentre un 10% lo dichiara solo a collezionisti importanti e soprattutto conosciuti. Questo atteggiamento da una parte droga il mercato (gli unici signori dei prezzi sono così le case d’aste) dall’altra atrofizza il mercato interno e allontana possibili acquirenti e appassionati.

Sarebbe stata utile una serie riflessione sul tema. E sarebbe stato importante e rivoluzionario farlo a Bologna. Anche all’estero c’è questo problema (vedi Londra e New York) ma si sta cercando di risolverlo e se ne sta parlando, da noi neanche una parola, anzi.

Per quello che ho visto fuori dalla Fiera non c’è stato niente di epocale. Buona la mostra su Pasolini a Bologna ma per il resto i soliti Burri, Fontana e altri nomi notissimi. Molto molto delusa dall’accademia di belle arti e da tutte le gallerie in città, scialbe e senza proposte.

Alla fine rimarrà l’immagine di addetti ai lavori che si facevano selfie sdraiati su divani rotondi e bassi nell’area relax, tutti annoiati e sorridenti grazie al prosecco offerto. Notevole invece la gentilezza di chi lavorava allo stand della casa editrice Corraini, stand ovviamente vuoto.

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Artissima fiera 2015, innovare e progettare.

Per arrivare all’ Oval Lingotto a Torino è molto semplice. Non è neanche obbligatorio prendere l’automobile in quella che è l’ex città della macchina. Con la metropolitana i torinesi, gli addetti al lavoro e i curiosi scendono al capolinea Lingotto e dopo una breve passeggiata di cinque minuti ecco che appare la struttura dell’Oval, ben visibile grazie anche alle grandi scritte nere su fondo rosa dove campeggia il nome Artissima 2015.

L’entrata dove vengono letti i biglietti in maniera elettronica si fa ad imbuto, qualcuno sbuffa, altri si chiedono perché bisogna fare la fila perché è ovvio che tutti abbiano il biglietto. Dopo neanche due lunghissimi minuti si può entrare. Questa edizione è in grande, la direttrice Sarah Cosulich è al suo ultimo anno di lavoro e domenica otto novembre, giornata conclusiva, dichiara che non crede di rinnovare il contratto. Ad Artissima ci sono state ben 207 gallerie, da 35 paesi diversi, il 67% erano stranieri. Il giorno d’apertura c’è stata un’intervista pubblica ad Obrist, forse il più grande curatore al mondo e mio personale mito. La Cosulich, insieme alle sue collaboratrice, ha provato ad innovare in questi quattro anni e puntare sui giovani. Ha fatto bene? Per me sì. In questi anni c’è stato un crescendo di qualità, oltre che di visitatori, che in questo 2015 sono stati ben 52.000 in tre giorni. Dati importanti, anche le vendite sono andate bene. Su questo vorrei però sottolineare che chi ha avuto maggior successo nel vendere i propri artisti sono stati gli stranieri per il semplice motivo che anche se la contrattazione è nata a Torino in realtà vendono senza le tasse italiane e la burocrazia soffocante, triste unicum in tutta Europa. Sarebbe finalmente utile parlarne. Come mai una burocrazia così complicata e soffocante che blocca stranieri e compratori non viene ripensata? Questo problema, insieme ad altri, atrofizza ancora di più il nostro mercato che tanto lavoro potrebbe dare.

La migliore galleria italiana presente è stata sicuramente quella di Lia Rumma. Con le opere più interessanti, con un messaggio e un contenuto. Anche Antonio Battaglia aveva uno stand molto interessante. Ma complessivamente sono stati i francesi, seguiti dai tedeschi e poi le gallerie londinesi ad avere presentato gli artisti più freschi ed innovativi. Non è una gara ovviamente ma è un dato di fatto. L’anno scorso un elemento catalizzatore fu la presenza di Cattelan a palazzo Cavour con la mostra (noiosa) da lui curata “Shit and die”. Sembrava che fosse l’unica cosa decente da vedere. Non era così ma fece molto da polo attrativo, specie per coloro che snobbavano Torino. Quest’anno si è venuti per le gallerie. La Cosulich quindi chiude la sua esperienza in maniera seria. Ha aiutato enormemente la fiera di Torino a farsi conoscere e a farla crescere, nonostante manchi sempre qualcosa.

Per me, come soprattutto molti del settore, Torino per l’arte è una miniera d’oro. Ma se qualcuno dice questo a un torinese, questi ti guarda basito. Ed effettivamente non c’è un vero sviluppo e una vera affermazione della fiera e della città come ex città industriale e ora culturale non perché è Torino ma per la mentalità restrittiva, annoiata da quello che c’è fuori, sabauda.

Lo scrivo non per insultare i cittadini di quella città ma perché è semplicemente la verità e me ne dispiaccio. L’aver messo durante Artissima anche altre fiere, The Others, Photossima e Flashback, ha in realtà danneggiato le possibilità di queste. Gli addetti ai lavori e i compratori sono diversi da quelli che vanno in Fiera. C’erano troppi eventi uno sopra l’altro e non si riusciva fisicamente ad essere presenti. Quasi nessuno ha comprato fotografie. Cosa che onestamente non mi stupisce perché chi colleziona o compra per terzi opere non compra solitamente fotografie o solo quelle di artisti molto affermati e presenti in fiera. The Others e Photossima dovevano essere messi a gennaio o a febbraio. Ci sarebbe stata un’ottima affluenza. Quest’anno durante la Biennale di Venezia c’era un’altra fiera dedicata alla fotografia, sempre a Venezia. Non c’è andato praticamente nessuno. Sia per la scarsissima pubblicità sia perché ai visitatori della Biennale e delle gallerie non interessava andare a vedere solo fotografie. Un semplice dato di fatto.

Sono molto curiosa di vedere cosa farà la direzione di Artissima per il dopo Cosulich. Mi auguro anche che chi si occupa di cultura a Torino riveda la programmazione delle varie fiere. Non ho parlato di Paratissima, diciamo il fuori salone e vetrina per i giovani artisti. Ecco l’ho trovata semplicemente indecente. Non una sola opera di valore, non una sola stanza o sezione curati in maniera guardabile, non una sola galleria giovane tra quelle selezionate decente. Non voglio infierire per cui mi taccerò sui perché ma finisco col dire che Paratissima sarebbe un’importante vetrina per i giovani artisti, davvero importante, peccato vederla pensata e realizzata come una manifestazione di una inutilità cosmica. Infatti i giovani promettenti vengono lanciati nell’istituzionale Artissima. Mi congratulo con i vari sponsor della fiera che hanno stanziato ben 50.000 euro per gli artisti under 35 e per averli fatti conoscere alle gallerie straniere.

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“Don’t shoot the painter” una mostra intelligente per avvicinarsi al contemporaneo

È in corso alla G.A.M. di Milano la mostra “Don’t shoot the painter” a cura di Francesco Bonami, che finalmente cura di nuovo con entusiasmo e intelligenza una mostra come non lo faceva da anni.

Le opere provengono dalla prestigiosa raccolta UBS Art Collection, che raccoglie 35.000 opere dagli anni ’60 ai nostri giorni. La collezione è divisa in 837 sedi in 56 paesi diversi ed è visitabile in occasioni di mostre o prestiti ad altri musei. Fino a quest’anno è stato a capo della USB Art Collection Irene Zortea, ora sostituita da un’altra donna, Mary Rozell.

Ho trovato suggestiva e azzeccata la sede della GAM dove sono raccolti i quadri e le statue del nostro Ottocento. Un dialogo intelligente tra recente passato e presente. Il percorso espositivo inizia con la celebre fotografia “National Gallery 1, London 1989″ 1989 di Thomas Struth. L’allestimento parte da questa fotografia e sulle pareti sono state fotografate e riprodotte le sale della GAM, in modo da creare appunto un dialogo tra ciò che è esposto e ciò che si trova nel museo. Si passa da opere che hanno come protagonista il paesaggio, con forti riferimenti al ’400 e al ’600. La natura è intesa con un significato ampio che non esclude a priori la presenza umana o le sue tracce. Poi vi è una sala dedicata al ritratto. Vi è un richiamo sia al ritratto classico ma anche al ritratto olandese o italiano del Rinascimento, fino al ritratto dell’artista stesso come ricerca psicologica dell’Io. Poi una sala dedicata alla natura umana e un’altra al colore.

La mostra aiuta il visitatore ad approcciarsi all’arte contemporanea con molta semplicità e mostrando che non è tutto astratto ma c’è un significato anche nelle opere dei nostri giorni. Ci sono grandi nomi, che magari al gran pubblico non sono molto conosciuti ma che giustamente escono dai luoghi chiusi dei circuiti delle gallerie e collezioni. Ho notato come ci fosse una grande presenza di artisti cinesi e giapponesi, i quali hanno imparato l’arte del dipingere non nella loro patria ma nella nostre accademia d’arte. E infatti non c’è nessuna differenza nel modo tra un orientale e un occidentale, se non fosse per il nome sul cartellino non capiremmo mai che l’autore è cinese. Mi chiedo: questo essere diventati completamente occidentali mettendo da parte le tecniche tradizionali dei loro paesi ha arricchito o impoverito gli artisti orientali? La globalizzazione ha annientato le differenze nel modo di creare un’opera e ormai tutto è molto “americano” e molto “inglese”?

Un altro aspetto positivo è il fatto che c’è un dialogo tra opera-luogo-spettatore. Si entra con piacere nelle sale e se ne esce appagati. Davvero raro di questi tempi. Oltretutto vi è una riflessione dietro ad ogni sala e si sente che la mostra è stata allestita per il visitatore e non per gli addetti ai lavori.

Si potrà visitarla fino ad ottobre. Trovo che sia una grande occasione sia per vedere una bella mostra sia per vedere opere che solitamente non sono accessibili al pubblico. In più è gratis.

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