Il tema del lavoro non può essere più snobbato

Gli anni dell’austerità stanno portando più danni che benefici.

Vorrei comunque invitarvi a riflettere se davvero tutti i mali nel mondo del lavoro, non solo in Italia ma considerando tutta l’Europa, siano davvero nati dalla crisi economica iniziata con la tragedia americana dei sub prime. Non voglio fare un cervellotico post di approfondimento, per quello ci sono innumerevoli e ottimi articoli e libri scritti in questi anni e facilmente reperibili su internet. La mia vuole essere una riflessione.

L’Europa ha affrontato in passato, diciamo dal secondo dopo guerra, alcuni crisi economiche. Ci sono stati dei periodi in cui trovare lavoro era più complicato ma mai c’era stato un vero arresto. Quando ancora esistevano le industrie (e non parlo solo di quelle enormi e famose) chi perdeva lavoro, spesso per metà stipendio, andava a lavorare in fabbrica. Era anche più facile tentare un’attività in proprio. C’erano varie reti “di sicurezza” che aiutavano le famiglie italiane ad andare avanti. Siamo un popolo di risparmiatori è vero ma c’era comunque una certa sicurezza.

Cerco di fare un enorme sunto: da anni ’80 si inizia a vedere le industrie come ormai superate. Bisogna rafforzare il terziario e puntare tutto su un sistema economico basato più su oggetti astratti che vero lavoro. Il neo liberalismo poi da allora si rafforzerà sempre di più e inizierà a creare danni.

C’è chi racconta che chiudere le fabbriche, ditte, certe aziende era anche un modo per indebolire i comunisti. Vero o no, inizia a mancare una certa sicurezza.

L’Europa nel corso degli anni ’80 e soprattutto degli anni ’90 diventa non più un continente che produce ma un continente che crea “bolle di economia”. Evidentemente c’era la certezza di diventare sempre più ricchi.

Quando è avvenuta la crisi economica siamo crollati, anche perché totalmente legati a quel mondo. Difficilmente ci rialzeremo presto.

Alcuni criticano la Cina perché compra le nostre ditte. Ma loro, e altri, non comprano solo i nostri nomi, soprattutto comprano macchinari e brevetti. Ci copiano ma con la saggezza di non fare gli stessi errori.

Si parla di jobs act e di un eventuale referendum. Si parla dei voucher e del loro abuso. Il nero è sempre stato un danno incalcolabile per la nostra economia e giustamente deve essere sconfitto o almeno arginato. Però bisogna uscire dalla logica che per ridare vitalità alla economia e creare posti di lavoro basti diminuire tasse, agevolare licenziamenti e proporre una burocrazia più snella (quest’ultimo punto però è importante). A parte qualche oasi felice, che viene puntualmente ignorata da media e nostri stessi politici, noi dobbiamo tornare a investire e  a produrre. Non solo. Il CV. È tempo che chi fa credere di voler dare lavoro non si nasconda dicendo che bisogna aver fatto mille corsi, o almeno tre mesi di esperienza o infiniti stage o master o infinite interviste psicoattitudinali: sono tutte scuse. Bisogna che i padroni (scusate il termine ottocentesco) la smettano di mascherarsi dietro infinite scuse e diano semplicemente lavoro. Come noi tutti dovremmo imparare a capire che in questo periodo storico bisogna adattarsi, sia chiaro non sottomettersi e venire sfruttato ma adattarsi. Infine il sindacato, figura ancora essenziale e importante, deve assolutamente rinnovarsi e coprire tutti quei lavori (vedi partite iva ecc) che ad oggi snobba e ignora. Deve rinnovarsi e non vedersi solo come antagonista di qualsiasi governo, avere come maggior parte dei tesserati pensionati ovviamente non aiutati ma deve fare uno sforzo.

Il neo liberalismo va a braccetto con l’austerità. Non crea lavoro, impone sviluppo a ristretti settori, aumenta in maniera sconsiderata diseguaglianza sociale (il che provoca scontento che poi porta molti nelle braccia dei populisti). È una coppia che può essere divisa e sconfitta. Mi chiedo: davvero i nostri politici hanno capito e soprattutto davvero vogliono porre fine a questo nefasto connubio?

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Paris Photo 2016: un’ottima edizione!

C’era timore. La prestigiosa e più nota fiera di fotografia al mondo, Paris Photo al Grand Palais, era stata chiusa con anticipo l’anno scorso a causa del terribile attacco al Bataclan e altri luoghi della città. I collezionisti e acquirenti stranieri erano scappati, la sede chiusa e le varie gallerie d’arte di Parigi si erano offerte di ospitare gli stand degli stranieri per non fargli chiudere in negativo.

Parigi ha perso moltissimi turisti e alcuni investimenti stranieri a causa del clima di incertezza causata dai terroristi. Si temeva che questa edizione fosse un flop. Per fortuna non è andata assolutamente così.

Dal 10 al 13 novembre i visitatori sono stati 62mila. Assolutamente in linea con le edizioni precedenti. Questa edizione poi era molto sentita non solo come rivincita sul clima d’ansia ma soprattutto e anche perché sono vent’anni che Paris Photo esiste.

Le vendite sono andate molto bene, un +8%. Tutte le 153 gallerie presenti hanno avuto un buon successo. I talk e le mostre all’interno sono stati molto interessanti e si è parlato di tutti gli aspetti di questo mercato. Il clima era sereno.

Ci sono state importanti acquisizioni da parte del Tate, Victoria and Albert Museum, MAMCO, FOAM, MAXXI, c/o Berlin e molti altri, come non succedeva da tempo.

Con il gonfiarsi smisurato dei prezzi del mercato dell’opere d’arte, molti collezionisti stanno iniziando a puntare sempre di più sulla fotografia. Da una parte aumentano i fotografi ma dall’altra si chiede un messaggio e una professionalità grande, i dilettanti non vendono (quindi instagram non ha ancora vinto. Fare fotografie con instagram NON significa essere fotografi e non tutti quelli che fanno foto comunicano qualcosa. Non è un mercato così semplice come sembra).

Il prossimo anno Paris Photo si svolgerà dal 9 al 12 novembre e ha firmato un contratto fino al 2020 con il Grand Palais, nel frattempo il direttore sta cercando una sede più grande ma altrettanto prestigiosa.

È stata una risposta assolutamente positiva a un clima di incertezza e ansia che pervade la Francia. Complimenti al direttore, staff, curatori e gallerie che hanno creato un’ottima edizione.

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Risultati positivi per Artissima 2016 ma incertezza per il futuro

La stagione delle fiere d’arte in Italia si è conclusa. Ufficialmente con la fiera a Padova ma in realtà la più importante e ultima per capire com’è andato l’anno nel mercato è Torino. Si ricomincerà poi il giro nel 2017 con la storica fiera a Bologna a fine gennaio.

Si temeva quest’anno una qualche inflessione e invece giro di affari e pubblico ci sono stati.

I visitatori sono stati circa 50.000, in linea con gli altri anni della gestione Cosulich Canarutto. Le opere più vendute sono state quelle sui 10-20 mila euro, alcuni picchi anche su quelle sui 50mila. Punte anche di opere importanti sui 600-700mila ma prezzi fasce medie e alte comunque hanno vendite lente, in linea con resto mercato.

Non c’era un genere predominante: scultura, fotografia, dipinti e via dicendo, c’era tutto. Questo ha dato possibilità ai collezionisti e agli appassionati di avere molte possibilità di scelta.

Ho davvero molto apprezzato gli stand delle gallerie Tucci Russo, Alberto Peola (forse il gallerista italiano fra i più interessanti quest’anno, con artisti non mainstream e che hanno dato una certa freschezza) e ovviamente LiaRumma (una certezza).

In generale tutti gli italiani hanno proposto artisti interessanti e allo stesso vendibili. Stranieri un po’ in sordina: francesi sempre all’altezza, molto delusa da brasiliani e da chi viene dai mercati del sud america, Paesi Bassi e Germania.

Quest’anno unica vera concorrenza in città è stata The Others: più piccola e con prezzi più contenuti ma ci sono state opere molto interessanti e i visitatori sono saliti a circa 26mila. Paratissima ormai inguardabile. Molto molto delusa da DAMA.  La sezione dedicata ai giovani artisti era a palazzo Saluzzo. A parte il clima da festa del liceo dove nessuno ti spiegava nulla, tutti italiani che parlavano fra di loro alternando inglese e italiano senza motivo e opere esposte senza molto senso. Oltretutto non è stata un’idea molto originale. Era la copia fatta male della mostra curata due anni prima da Cattelan a palazzo Cavour. Questa idea di mettere opere contemporanee in un palazzo dell’Ottocento quindi non solo si è già visto (ed è diventata un’idea inflazionata) ma qui non aveva alcun progetto vero dietro. Non so e non ho trovato dati di vendite e presenze.

Torino rimane la piazza più importante in Italia per l’arte contemporanea. La gestione di Sarah Cosulich Canarutto in questi anni è stata assolutamente positiva. Un po’ triste non aver messo la Canarutto nella short list finale del bando ma lei stessa aveva detto in estate che suo esperienza era finita, per tornare sui suoi passi solo in ottobre. In ogni caso la nuova direttrice è Ilaria Bonacossa. Conosce Torino perché ha lavorato per sette anni alla fondazione Sandretto , prima di andare a Genova.

È importante che la fiera abbia dietro tutto l’appoggio del Comune di Torino, senza per questo soffocare la città con mille esposizioni e soprattutto non tutte in centro. Ci sono realtà anche in altri quartieri che devono essere aiutate o fatte risaltare, come per esempio la Fondazione Amendola o museo Ettore Fico (conosciuto sì ma non valorizzato quanto meriterebbe).

Ci vorrebbe un clima sempre meno provinciale e chiuso, dei dibattiti sul lavoro nel mondo dell’arte e infine ripensare quelle parti considerate “off” o alternative o indie come Paratissima e lavorarci molto sopra.

C’è una sensazione di incertezza per il futuro ma sono più che sicura che un buon lavoro e una certa curiosità per quello che succede ( e vende) nel resto del mondo aiuteranno a creare un’altra buona edizione.

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“Luoghi di aggregazione come al Nord Europea” quando l’idea è intelligente ma difficile da applicare

È un post molto milanese e me ne scuso con tutti i lettori che di Milano non sono e non gli importa molto.

Un paio di anni fa nacquero posti con wi fi gratis, enormi tavoli dove la gente anche sconosciuta poteva sedersi vicina e leggere e scrivere e lavorare e usare il computer. Sembravano una grande novità e si spacciavano per luoghi di aggregazione con uno spirito da Nord Europa.

Oggi quelli più conosciuti e frequentati a Milano sono Upcycle, Da Otto e Open. Tutti comunque hanno avuto l’utilità di cambiare in meglio la zona e dimostrare che si può creare qualcosa che non sia solo un coworking o solo un bar. Un design accattivante e diverso dal solito. Proporre eventi interessanti. Alcuni si sono persi per strada.

Upcycle in via amperè: nato per gli appassionati di bicicletta e luogo in generale di aggregazione. Ha due enormi tavoli di legno al centro e piccoli tavoli vicino all’entrata. Il wi fi è ancora gratis e non c’è obbligo di consumazione. Pecca: dalle 12.30 alle 15 si pranza e non si possono tenere sui tavoli i computer, tranne nei tavoli vicino all’entrata che sono appositi per lavorare e basta. Maleducazione, a volte, davvero insopportabile del cameriere. Solitamente resto staff molto molto gentile e si mangia bene.

Da Otto in via paolo sarpi: all’inizio non mi faceva impazzire perché erano scoordinati. Ora è un posto piacevole dove andare. Wi fi gratis e non obbligo di consumazione. Come da Upcycle dalle 12.20 alle 15 e orario aperitivo no computer, però se leggi un libro o guardi il cellulare nessun problema. Problema cibo è il brunch sabato e domenica. Molto poco di tutto e obbligo di menù. Non ha assolutamente senso. Mio consiglio sarebbe non chiamarlo brunch. Perché dover tenere un nome americano che in realtà a noi italiani interessa relativamente? Fare un menù pranzo come resto settimana. Da quando c’è il brunch ho sentito chiunque lamentarsi. Sempre. Su facebook nelle recensioni molti si lamentano per maleducazione, tempi lunghi e cibo durante brunch. A parte ultimo punto, il resto lo smentisco. Io ho sempre trovato lo staff gentilissimo e disponibile. Mi è capitato di fermarmi per ore e ore perché lavoravo, nessuno mi ha mai detto nulla. Perché la logica è di potersi fermare senza problemi. Belle le mostre o le proiezioni la sera. Se migliorassero sul brunch non avrei nulla da dire. È il posto a Milano che più ha uno spirito rilassato e internazionale.

Open in viale montenero: dall’apertura è molto cambiato. In peggio ed enormemente per colpa di chi lo gestisce e non dell’invasione degli studenti. Ora per avere wi fi e sconti o poter lavorare nel bunker del co working bisogna avere una tessera e costa. Bar costa molto e sono molto sgarbati. L’idea originale di unire libri a multimedia è completamente fallita. I libri sono lì ma ora sono considerati una seccatura. È ormai impossibile leggere o rilassarsi. I commenti su facebook sono per la maggior parte molto molto negativi e mi chiedo come mai chi lo gestisce non prenda spunto per migliorare. Più di una volta ho visto chi ha fondato Open, uno che si presenta SEMPRE  come un “visionario” e ripete ad ogni occasione la stessa storia. Credo che non sia per nulla un visionario e non sappia gestire un posto che se fosse valorizzato e avesse un’altra politica sarebbe un gioiello. Una grande delusione. Ormai è un luogo più per farsi vedere e menaserla. Non si fa per nulla cultura. Non si propone davvero nulla e non ha uno spirito “nordico”.

Ci sono altri posti a Milano sia per lavorare sia per passare un po’ di tempo, per esempio Santeria ma ci vado raramente. Poi c’è la libreria Verso in corso di Porta Ticinese. È una libreria dove sembra di stare in casa. Ha ancora qualche pecca ma niente di grave. Il problema forse al piano superiore è lo spazio: riuscire a far convivere posti dove sedersi, stare al pc e poter vedere e scegliere i libri, forse servirebbe un altro piano. Ma un posto che rimane molto fedele alla sua idea iniziale e che per ora è molto piacevole andarci; molti dicono che è come al “nord” ma non è così. Verso è una libreria unica nella sua specificità che in Germania o scandinavia non ha un gemello. È un’eccellenza italiana, originale. Certo, se fossimo all’estero avrebbe un giro d’affari maggiori e sarebbe molto più conosciuta ma è un altro discorso.

Insomma. Milano da molte opportunità ma bisogna saperle gestire. Il problema di fare incassi e sopravvivere è un tema forte, quindi capisco Upcycle e da Otto che a pranzo vietano di usare pc. Ma se poi gente legge o guarda cellulare allora dov’è davvero la differenza o la questione? uno potrebbe pranzare pur continuando a lavorare al pc. Le buone idee per uscire dal provincialismo ci sono ma poi crollano perché è la prima volta che si prova a fare qualcosa di diverso e di italiano. Sono comunque un esempio: per esempio a Bologna e a Firenze stanno nascendo molti luoghi simili con per fortuna loro peculiarità.

Caso tragico Open. Mettere da parte megalomanie e inefficienza e lasciarlo in mano a qualcuno che sappia davvero valorizzarlo e renderlo a portata di tutti

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Ariosto, Orlando Furioso, Ferrara: uno spaccato su quello che era l’Italia di inizio Cinquecento

Ferrara, Mantova, le città delle Marche e dell’Umbria e altri borghi meravigliosi disseminati in tutto Italia: città che portano addosso un passato glorioso e che oggi vengono raramente visitate e conosciute. Un tempo non lontano il nostro bel Paese era diviso in tanti regni, ducati, repubbliche e dal Cinquecento fino all’ Ottocento circa saremo sempre sotto il giogo straniero e del papato.

Servono mostre che aiutino a ricordare o a far scoprire quello che siamo stati, seppur divisi. Ottima è stata la celebrazione per i 500 anni della pubblicazione dell’Orlando Furioso dell’Ariosto. La mostra in realtà prende spunto dalla grande opera letteraria per poter mostrare che opere vennero pensate e prodotte nei primi trent’anni del XVI secolo.

È una mostra “semplice”: grazie alla spiegazioni nelle varie sale, il visitatore che forse non si ricorda più cosa ha studiato a scuola o non ha proprio le basi culturali per analizzare, non si sente smarrito e viene guidato con fermezza e appunto semplicità.

Ci sono opere dei Bellini, del Mantegna, del Giorgione (il suo cavaliere è uno dei ritratti con più finezza psicologica e bravura stilistica che il Rinascimento veneto abbia mai prodotto), arazzi, armi, cartine, manoscritti, libri e altro. C’è tutto quello che serve a far vedere com’era quel mondo.  Mondo che l’Ariosto conosceva bene. Nato a Reggio Emilia ma per tutta la vita al servizio degli Este (prima del cardinale Ippolito d’Este e poi del duca Ferrante), non solo compose poesie e versi ma ebbe compiti da segretario e diplomatici. Viaggiò molto. Conobbe molti papi e vide moltissime guerre. Tra la fine del Quattrocento e prima metà Cinquecento l’Italia è vista come un ricco bottino da conquistare da parte dei francesi e degli imperatori che gravitano nell’area tedesca. Non si è formata un polo di potere tale da rendere l’Italia unita e pericolosa, la Chiesa fa poco o nulla, il Sud non è messo meglio del Nord causa o francesi o spagnoli.

Battaglie, guerre, leghe di tutti contro tutti. È un periodo di enormi violenze. La brutalità e il sangue sono all’ordine del giorno. L’Ariosto vede tutto questo e noi, sala dopo sala, vediamo quello che poteva vedere. Le scene di violenze sugli arazzi che decoravano stanza private sono dettagliate e crudissime. Sangue e spade che tagliano in due teste vengono tranquillamente rappresentate. Dall’altra parte ci sono molti quadri dove il soggetto è l’evasione da queste visioni e sono scene mitologiche (spesso baccanali) o scene di devozione o d’amore.

Nell’Orlando Furioso cita molti protagonisti dell’epoca, per esempio anche l’Aretino o Federico Gonzaga. Mi ha stupito che i due curatori della mostra non abbia dedicato una sala multimediale al film di Ermanno Olmi “Il mestiere delle armi”. È un film perfetto che rappresenta proprio l’epoca dell’Ariosto. La accuratezza della sceneggiatura, il dialetto usato, i luoghi veri (come castello San giorgio e Palazzo Ducale a Mantova o il Castello degli Estensi a Ferrara), le battaglie, i rapporti personali che davvero erano autenticamente come mostrati nel film (l’amicizia dell’Aretino nei confronti di Giovanni de’ Medici detto dell Bande Nere fu autentica e davvero lo seguì negli ultimi anni della sua vita fino alla morte avvenuta a Mantova per colpa di un colpo di falconetto nella gamba). Olmi è un grande conoscitore del popolo che vive vicino al Po tra Lombardia ed Emilia e ci ha offerto un capolavoro di immagini che è allo stesso livello dell’ opera letteraria del Furioso. Non solo spiega come viveva la povera popolazione, le ingiustizie e disgrazie, la politica che è ancor oggi attualissime per il suo essere machiavellica. Insomma credo che questa mancanza sia un peccato per l’economia della mostra.

Unico neo è il costo del biglietto, tredici euro. Troppo. Ferrara non è facilmente raggiungibile e le sale, seppur non poche, non giustificano il prezzo. Ma il problema deriva dal fatto che questi centri meravigliosi sono abbandonati in realtà a loro stessi. Venezia e Bologna sono lì vicino e dal punto di vista culturale e di turisti schiacciano un po’ il ferrarese ma non può essere usato come scusa. Ferrara non ha solo il Castello e il Palazzo dei Diamanti (dove si trova la mostra), ha moltissimo altro, oltre a una ricca tradizione gastronomica. E non solo Ferrara ma tanti altri centri vicini.

Questa è sicuramente una mostra da vedere e che aiuta il territorio ma ci vorrebbe da parte del Mibact e Governo un progetto di sviluppo più intelligente per cultura e turismo e queste mostre aiuteranno solo nel presente e non nel tempo.

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L’arte di indignarsi non basta più

Siamo un popolo che si indigna con un certa facilità. Dobbiamo far vedere che riusciamo a gonfiare il petto ed avere uno sguardo sdegnato quando succede qualcosa che non va bene. Non importa di che partito politico uno sia o in cosa creda, siamo in questo tutti uguali. L’uso di termini fascisti è scontato spesso da chi è di sinistra: “da prendere a sprangate”, “la polizia doveva menarli”, “rossobruni” e via dicendo, ovviamente chi scrive queste cose sottolinea che lui fascista non è ma bisogna comunque ricorrere alla violenza a volte.

I fatti delle barricate in provincia di Ferrara contro 11 donne e un bambino fanno inorridire.  Questo è ovvio e banale. Notare come lo Stato si è subito piegato alla volontà di quelle barricate lascia basiti. Pessimo precedente per future barricate.

Però non basta mettersi dietro una tastiera e dire quanto si è indignati, questo è talmente logico che non ci aspetta altro pensiero. È però un modo di ragionare  a squadre. Quei cittadini che alzano le barricate sono i nostri avversari, nessuna pietà. Chi si occupa di politica non è da meno dei propri militanti. Il che è completamente sbagliato e dannoso.

L’Emilia vive da più di un decennio un cambiamento forte della popolazione. In realtà tutto il territorio italiano ma prendo ad esempio il territorio delle terre rosse, storicamente molto aperte di mente, accoglienti, luoghi di grandi lavoratori. Eppure nonostante tutte queste qualità non c’è stata integrazione. Gli immigrati, regolari e non, sono arrivati a piccoli gruppi. Non ci sono stati spostamenti di massa così imponenti da creare forti squilibri. Le giunte di sinistra hanno fallito. Tutta la sinistra, lustro dopo lustro, sta fallendo nell’integrazione. Noi (dico noi perché anch’io sono una militante del centro sinistra) non siamo mai riusciti ad integrare o a trovare soluzioni socialiste che aiutassero chi arriva a entrare nel tessuto sociale e chi apriva le proprie porte a capire chi erano questi immigrati.

Sono tantissimi anni che periodicamente vediamo queste barricate, questi scontri. Le periferie romane? Ce ne siamo già dimenticati? Non solo. Più banalmente anche i benestanti della sinistra come scorsa estate caso Capalbio. Ogni volta, con o senza social, ci siamo indignati. I miei primi ricordi delle varie indignazioni della sinistra risalgono al 1995. Così per sottolineare come è tutto ciclico e uguale. Dunque. Cosa facciamo noi della sinistra, paladini della giustizia?

Voglio provocare: vediamo immigrati o chi è finalmente italiano nei quadri di partito? Vediamo gente integrata nei circoli? Chi arriva magari è analfabeta o non è scolarizzato o non ha una mentalità europea, qualcuno può affermare. Dopo dieci anni quindi chi è qui non è riuscito a imparare nulla. Colpa solo dell’immigrato? Non credo. In Inghilterra o in Francia, nazioni in presa anche loro a paure e con una maggiore immigrazione da decenni rispetto a noi, ci sono impiegati/insegnanti/giornalisti ecc di origine straniera ma ben integrati; in quei paesi verso anni novanta si è smesso di integrare ma da loro il problema è più differenza religione (musulmani si integrano meno) e paura legata alla perdita di lavoro, i partiti socialisti hanno per anni cavalcato la paura fallendo su temi populisti e quindi non aiutando né la popolazione né chi arrivava. Da noi è ancora peggio. Non ci sono proprio giornalisti, impiegati, poliziotti ecc. L’immigrato per quanto riguarda lavoro non illegale cosa fa? Badante, fattorino, butta fuori nei grandi centri commerciali e negozi di lusso, autista. Lavori che non consideriamo davvero lavori. Dovremmo, scusate termine, renderli borghesi.

L’ho ripetuto spesso in questo blog quando mi sono occupata di letteratura africana: abbiamo amici stranieri? Nei nostri circoli di lavoro e amicizia vediamo integrazione? Non sono da considerare momenti su immigrazione politici. Parlo della vita di tutti i giorni. La risposta è no. Io conoscerò una decina di donne nord africane, sottolineo che nessuno di loro è velata, sono di origine straniere ma sono più italiane di me, perfettamente indipendenti. Ma sulla percentuale di persone che conosco è nulla.

Chi ha paura. La maggior parte della popolazione italiana ha paura. Lasciata da anni da sola, questo è il dato di fatto, impaurita da giornalisti che non riescono a riportare la realtà ma a sensozionalizzare tutto e basta. Noi, della sinistra…i paladini della giustizia, dovremmo analizzare, territorio per territorio, i problemi e i perché. Andare a parlare! Ad ascoltare! Anche se questo significa in un primo momento insulti e termini fascisti. È normale all’inizio una fase di rabbia. I circoli sul territorio dovrebbero tonare ad essere luoghi di aggregazione e confronto, seppur duro. Non dico che debbano essere stanza in scantinati come negli anni ’70, possono essere anche 2.0 (termine che tanto piace negli ultimi anni). Bisogna portare italiani, nuovi italiani, futuri italiani. Tutti. Ovvio chi non è di fede di sinistra non verrà mai.

Trovo che questa sia una fase storica di grande frattura e cambiamento. O ci rialziamo o affondiamo. E credo che noi del Pd e tutte le altre forza di sinistra possiamo farcela. Torniamo ad analizzare, parlare, ascoltare, confrontarci. Usciamo dalla malattia dell’urlarci contro. Delle squadre avversarie. Torniamo a sporcarci le mani non solo con chi entra di sua spontanea volontà in un circolo o in un’assemblea ma soprattutto con chi ci snobba o odia.

Inutile scrivere mille post indignati. Facendo solo questo siamo allo stesso livello di chi chiamiamo razzisti.

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In America non si può più ignorare la situazione economica degli studenti universitari

Siamo nel pieno della campagna presidenziale in America. Tra i temi di cui si parla maggiormente ci sono o le email della Clinton o il grave maschilismo di Trump. Non si stanno affrontando molti problemi, probabilmente perché si vuole vedere prima chi vincerà l’otto di novembre.

Un tema che sembra essere poco considerato in questa campagna sono i debiti che gli studenti universitari americani devono creare per poter studiare e che poi ripagheranno una volta che inizieranno a lavorare.

Per il 2016 si parla di 1,3 trilioni di dollari. Una cifra esorbitante. I media ne hanno molto discusso durante la prima parte dell’anno. Viene considerato un problema prettamente americano ma così non potrebbe più essere. Per molti analisti e giornalisti il “student debt bubble” è identico a quello dei subprime che portò nel 2008 l’economia mondiale in recessione.

Mentre per i subprime la banca poteva riprendersi la casa, quindi c’era un bene materiale da cui si poteva ripartire per ammortizzare la perdita, con i debiti degli studenti non c’è nulla di materiale o possibile da prendere per ammortizzare la caduta. Qui potrebbe intervenire la garanzia data dalle leggi federali. Ma il problema non sarebbe solo dal punto finanziario ma anche sociale. Cioè si stanno creando nuove diseguaglianze.

Nel 2010 fu abolito il  Federal Family Education Loan Program (FFELP), nonostante la sua chiusura però i prestiti privati vengono organizzati e gestiti da un sola una corporation for -profit, la Navient, una branca della public bank Sallie Mae, che dava prestiti agli studenti, privatizzata sotto l’amministrazione Clinton. La banca ebbe molti file contro dove veniva accusata di frodare e altro e fu la senatrice Elizabeth Warren ad occuparsene e a rendere noto ai media le frodi. Dopo il 2010 e le notizie della Navient, Wall Street perde interesse sulle assicurazioni per i debiti degli studenti, i quali sempre più in difficoltà nel poter ripagare. 

Con la fine del FFELP inizia l’epoca del ISAs (Income Share Agreements) una innovativa tecnica finanziaria che permette di  “expand private student loans and develop a new kind of student debt investment security”. Molte compagnie for-profit e nonprofit entrano subito nel mercato. Un’occasione ghiotta. I profitti possono essere enormi. Per esempio il Wall Street Journal scrive che uno studente può pagare 60.000 dollari per 15.000 dollari “tuition loan”. Questo porta però investire su studenti che si laureano in determinati campi, ignorando totalmente quei campi come facoltà umanistiche o scienze sociali perché non portano in teoria benefits commerciali. Vengono scelti studenti dal basso profilo di rischio di investimento.

Un altro modo con cui l’ISAs  e altri metodi simili limitano i rischi di investimento è quello di mettere insieme prestiti in tranche (come i subprime). Spesso si scelgono studenti, per questa pratica, della stessa alma mater. L’ISAs e altre forme non tradizionali di credito agli studenti creano 1) una forma di redistribuzione economica verso l’alto mettendo in difficoltà chi viene dall’istruzione pubblica 2) un’arma forte per il neoliberalismo portando le scuole verso una privatizzazione obbligatoria dell’istruzione e una cultura restrittiva 3) una forma di “indenture” che viene elaborata sulla fabbricazione di una nuova forma di moralità e la creazione di un nuovo modo di vivere l’istruzione.

Molti analisti sono preoccupati per le conseguenze sulla società e su come si istruiranno le future generazioni perché l’ISAs &co vengono visti come un feroce attacco contro l’istruzione pubblica che tra 2008 e 2013 ha dovuto subire molti tagli. Andrew Ross spiega che spostare la responsabilità fiscale dallo stato all’individuo è la chiave per una maggiore educazione privatizzata. L’ American Enterprise Institute, che appoggia la vocazione neoliberale di queste nuove forme di credito ha scritto: “Because ISA investors earn a profit only when a student is successful, they offer students better terms for programs that are expected to be of high value and have strong incentives to support students both during school and after graduation. This process gives students strong signals about which programs and fields are most likely to help them be successful.”

Gli studenti verranno spinti a scegliere quei corsi e quelle facoltà che risulteranno “profittevoli” economicamente, snobbando per forza quelle considerate deboli e che non verrebbero prese in considerazione per un eventuale prestito. Questo comporterà anche tagli a quei corsi che perderanno sempre più studenti, portando a un generale impoverimento culturale.

Questi strumenti speculativi creeranno sempre più speculazione e un incremento di differenze fra le varie classe sociali. Chi non ha i mezzi avrà sempre più difficoltà a ripagare i debiti contratti durante il periodo universitario; in futuro c’è chi rinuncerà a un’istruzione universitaria o si dovranno scegliere facoltà che diano maggiori garanzie nel ripagare i debiti; ci sarà un impoverimento sociale e culturale; i ricchi saranno sempre più ricchi e si creerà una frattura sociale quasi insanabile. Infine c’è chi teme che la bolla delle assicurazioni per i debiti universitari poterà a qualcosa di simile alla bolla catastrofica dei subprime.

Il neoliberalismo continua a creare diseguaglianze e danni. Non si dovrebbe aver paura di parlare di questo durante la corsa per la Casa bianca.

 

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La pinacoteca di Brera: un’istituzione ormai a livello europeo da valorizzare

Per i milanesi la Pinacoteca di Brera c’è e non c’è. È un luogo visto nel corso dei decenni per scolaresche e qualche turista. Da anni si parla della Grande Brera, una sede nuova in zona Bovisa. Molti proclami, pochi cambiamenti. La biblioteca braidense, voluta da Maria Teresa d’Austria, è una delle più belle e fornite d’Italia, da molto tempo però in eterna decadenza. Qui a Milano, insieme alla pinacoteca Ambrosiana e le raccolte del Castello Sforzesco o la GAM, abbiamo opere che all’estero ci possono tranquillamente invidiare. Ma in qualche modo l’affetto è molto freddo. Da quando poi la zona di Brera è diventata zona vista per “fighetti”, ha perso ulteriore charme. E poi chi se ne frega della cultura. Ma era la Pinacoteca stessa che non invogliava ad essere visitata. Per essere molto onesta i precedenti direttore, specie l’ultima direttrice, non hanno saputo fare nulla. Le mostre temporanee erano imbarazzanti e occasioni perse.

Da quando il direttore è James Bradburne la situazione è finalmente migliorata e sta migliorando di mese in mese. I dieci euro (senza maggiorazioni quando ci sono mostre temporanee) sono dieci euro assolutamente ben spesi. Mi accorgo che ci torno sempre più volentieri e con piacere, non solo perché lavoro nel campo dell’arte (mi chiedo quanto colleghi facciamo altrettanto ma è altro argomento).

Bradburne, canadese, ha una formazione da architetto  ma ha poi finito la sua formazione universitaria in management d’arte ad Amsterdam. Da allora ha lavorato con profitto e occhio diverso dai soliti direttori d’arte nel campo delle fondazioni e dei musei. Dal 2006 al 2015 è stato direttore generale della Fondazione Palazzo Strozzi, apportando una svolta proficua alla Fondazione che a Firenze è sempre stata un po’ sottotono.

La Pinacoteca di Brera continuerà a cambiare sale e allestimento un po’ alla volta ma quello che è stato fatto finora è molto significativo.

Entrando si vede una parete trasparente e si può ammirare parte della biblioteca braidense, mettendo in dialogo le due parti di Brera.  Le altre novità che si notano subito sono le scritte sui mure: citazioni e passi di brani di critici che aiutano a introdurre Pinacoteca, ritroviamo questo metodo anche nelle sale. Un aiuto alla compressione per il visitatore. Ottimo il cambiamento dei cartellini. Sono posti in basso, appoggiati a una sbarra. Non solo si trovano le tipiche informazioni dell’opera (autore, nome opera, data, provenienza se l’opera era in una chiesa per esempio) ma vengono spiegati o un simbolo del quadro, in modo da dare una lettura chiara, o un brano di un critico o altro artista che parla di quella determinata opera, oppure perché il pittore ha scelto proprio quel soggetto. Trovo tutto questo utilissimo e sensato.

Si inizia con le sale dove troviamo le opere tardo medievali lombarde e venete. Le sale sono state ridipinte con un rosso direi da film Suspiria di Dario Argento, colore che esalta meravigliosamente le opere.

Viene spiegato come mai a Brera troviamo così tante opere venete. Durante la dominazione napoleonica molte opere arrivarono da tutta Italia, specialmente veneto e parte emilia. Ora Bradburne ha messo in dialogo tutte le varie opere. Arrivando alla quinta sala troviamo le pareti ridipinte con un blu giottesco da Cappella Scrovegni, altra scelta azzeccata. Lo stesso colore lo troviamo nella sala sesta dove vediamo che a dividere la lunga sala in due parti c’è il famosissimo Cristo Morto del Mantegna, che viene davvero valorizzato. In realtà tutti i dipinti della sala sono finalmente messi in risalto e in dialogo fra di loro (altra opera Mantegna, Bellini , Vivarini, Liberale da Verona, il Montagna, il Pordenone e tutti gli altri pittori veneti). Intelligente mettere vicini e a confronto permanente le due Madonne con il bambino dei famosi cognati e cioè Mantegna e Giovanni Bellini. Infatti per tutta la loro carriera ci sarà un costante dialogo artistico e stima fra i due. Ma questo è saputo davvero da pochi, se non dagli studiosi.

Non ci sono cambiamenti ancora significati fino alle sale venti, ventuno e ventidue, dove le pareti si tingono di un rosso pompeiano per esaltare i quadri dei ferraresi e emiliani. Vengono esposti con uguale importanza di Ercole de Roberti anche Garofalo, Francia, l’Ortolano, Dosso Dossi e anche un Bedoli che sono più sicura non conosca praticamente nessuno! Scelta che serve a mostrare ed educare davvero il visitatore.  Anche la sala del Crivelli e altri è ottimamente allestita. Ci sono una serie di piccolissimi cambiamenti anche nelle sale successive (ci sarà la sfida di come far risaltare la Cena di Emmaus del Caravaggio e tutti i caravaggeschi. L’odierno colore pagliarino e allestimento non esaltano nessun quadro, addirittura l’opera del Caravaggio sembra secondaria a parte per sedie di fronte. Vedremo cosa farà Bradburne).

Non ci sono poi ancora scelte nuove significative. Si vede che le prossime ad essere ri allestite subito saranno le ultime, quelle del Settecento.

Si esce in ogni caso soddisfatti. E curiosi di voler tornare, anche solo per vedere i nuovi cambiamenti. Rimangono poi i soliti problemi che hanno per me tutti i musei: la libreria con tutti i cataloghi e cianfrusaglie che servirebbero al marketing ma che oggigiorno sembrano solo un bazaar. E poi i dipendenti. Potranno avere in futuro divise firmate da uno stilista ma bisognerebbe cambiare tutto il lavoro e il significato del lavoro degli inservienti delle varie sale. O prendere a modello il British Museum per esempio o trovare nuove soluzioni. Vedere persone che non sanno a nulla o che sono infastiditi perché pubblico a volte più chiedere informazioni (i peggiori quelli degli Uffizi, livello cafonaggine e fastidio insopportabili) o invitano amici e iniziano a vociare ad alta voce. Non va assolutamente bene.

A parte questi ultimi due punti, si può però dire che la Pinacoteca di Brera è finalmente al livello delle altre pinacoteche europee. Si deve ora trovare il modo di invogliare molto di più i milanesi ad entrarci, biglietto a due euro la sera non potrà essere una soluzione eterna.

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Stargate. Fotografie: across the universe or more than one

Il cerchio è movimento immutabile senza inizio né fine, senza rottura né cesura, senza variazione, è unione e compiutezza. La figura rappresentata nel cerchio può però non essere per forza un’immagine definita o definitiva per sua interpretazione. Se poi quello che vediamo è un’opera artistica, le letture di quello che è di fronte a noi possono essere anche infinite.

Così possono essere infinite le interpretazioni che il visitatore può dare alle bellissime e suggestive fotografie di Tommaso Carmassi in mostra a Torino alla Fondazione Giorgio Amendola. La mostra si intitola “Stargate” e si trovano una serie di fotografie dove vengono rappresentati appunto degli stargate (vi dice niente il film del 1994 di Roland Emmerich? Vi consiglio di vederlo e rivederlo nel caso) cioè dei passaggi che troviamo nella nostra realtà che ci possono trasportare in un altro universo. I cerchi che rappresentano gli stargate emergono da uno sfondo completamente nero. Il che non porta però la fotografia ad essere cupa, anzi. C’è vita, luce, possibilità in ogni foto. Non c’è oppressione. Il nero serve sia a non far capire cosa è nella realtà quello stargate  sia ad aiutarci a concentrarci e a immaginare. I muri bianchi della Fondazione creano un meraviglioso contrasto che accentua particolarmente l’estetica delle opere.

Tommaso Carmassi non le ha prodotte in un periodo di tempo breve, anzi ci sta ancora lavorando. Interessante scoprire dove ha trovato gli stargate: in Parlamento, cucine, un lampione sporco dalla pioggia di fronte a Palazzo Chigi, il Pantheon a Berlino, il circolo degli artisti a Roma, il raggio verde che crea il sole e via dicendo. Non vi dirò a quali fotografie, che hanno tutte un titolo molto azzeccato, questi luoghi reali che vi ho elencato sono collegate. Uno degli aspetti positivi della mostra è proprio il poter viaggiare e fantasticare senza spendere un euro ( oltretutto l’entrata è gratis).  Non c’è ritocco digitale, il che esalta la bravura del fotografo che propone un prodotto sincero, senza finzioni, schietto, come il suo carattere.

Queste fotografie mi ricordano molto i disegni utopici di Boullee (architetto e teorico neoclassico francese, in particolare il Cenotafio di Newton), Ledoux (architetto e urbanista francese neoclassico) e Buckminster Fuller (architetto, filosofo e tantissimo altro, americano, Novecento). Parlando poi con Tommaso, ho scoperto che  ha studiato architettura, per cui qualche richiamo agli studi si vedono e sono richiami perfetti.

Proprio a settembre c’è stata la premiazione delle migliori foto “Astronomy Photographer” tenutesi il 16 settembre al  Royal Greenwich Observatory”. Specialmente la seconda arrivata come migliore, quella di Catalin Baltea dove vediamo un’eclisse solare totale, ricorda gli stargate di Carmassi e credo che il fotografo di Lucca non sfigurerebbe nella competizione, anzi. E forse i dieci Stargate che sono esposti mi ricordano il gioco di luci che si vedono nelle fotografie della competizione inglese perché la luce è una grandissima protagonista delle fotografie di Tommaso, luce che aiuta nel rendere più suggestivo il viaggio.

La Fondazione Amendola non è nuova a proporre artisti che comunicano e che propongono opere di qualità. Non si può fare politica senza la cultura . Le Fondazioni, come questa, sono un patrimonio importante per il nostro Paese e andrebbero maggiormente aiutate e valorizzate. Inoltre entrando si trovano sempre opere permanenti e nella seconda sala troviamo la riproduzione in dimensioni reali dell’opera di Carlo Levi “Lucania 1961″. Quindi è davvero normale vedere come vengano spesso proposte mostre temporanee con artisti particolari e significativi.

Tommaso Carmassi dimostra che per essere un buon fotografare e poter comunicare qualcosa, non basta solo la tecnica, bisogna sapere osservare. Belli sono anche i suoi ritratti e spero sia che continui la serie di mostre sugli Stargate ma anche qualcosa sulla realtà di tutti i giorni.

La mostra sarà aperta fino al 7 ottobre 2016, Fondazione Amendola in via Tollegno 52 a Torino. Dal lunedì al venerdì 9.30 – 12.30; 15.30 – 19.30, sabato su appuntamento.

 

stargate

 

 

stargate 1

 

cenotafio 2

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Ghetto di Stato

Il giornalista Fabrizio Gatti non è nuovo, per le sue inchieste, a indossare una maschera e un costume per mimetizzare e potere vedere la realtà dell’oggetto sul quale sta portando avanti la sua ricerca. Fece finta di essere un immigrato che partiva dalle coste africane o un barbone che aspetta alle porte delle chiese di Roma. Nella inchiesta uscita l’undici settembre sull’Espresso, Gatti si è inventato immigrato nel centro d’accoglienza dei richiedenti asili a Cara in provincia di Foggia. Definisce Cara, come gli altri centri d’accoglienza sparsi per il Paese, “ghetti di Stato”.

Ad agosto, come ho scritto nel post precedente, si è diffusa la notizia di un altro ghetto di Stato, quello di Nauru, isola dello stato australiano. La notizia ha interessato il mondo anglo sassone, America e Inghilterra, ma non molto resto del mondo ed è passata praticamente inosservata in Italia. Quando invece avrebbe dovuto interessarci e molto.

Leggendo l’inchiesta ho trovato enormi affinità con la situazione del campo profughi sulle isole greche degli scorsi mesi. Mi sono informata attraverso il Guardian. Il giornalista che si trovava in Grecia registra il formarsi di bande mafiosi di siriani o afgani, prostituzione, lavoro minorile, assenza di igiene, nessuna sorveglianza. A Cara, seppur con le dovute differenze, è lo stesso.

Esiste una mafia interna, la più forte è quella dei nigeriani, i quali prendono le ragazzine connazionali e le fanno prostituire tutte le notti, anche con poliziotti italiani. La maggior dei residenti, gli uomini in forze, lavorano dalle tre del mattino alle dieci di sera nei campi pugliesi, non si sa se e quanto vengano pagati, di sicuro i braccianti non passano assolutamente nulla, neanche l’acqua. Le violenze sono quotidiane. I soprusi pure. Mancanza di igiene, anche nelle docce, è totale. Decine e decine di cani girano per il campo. Sporcizia ovunque. Una moschea abusiva tiene svegli tutta la notte per colpa delle preghiere, è gestita da afgani, i quali non dicono perché sono lì e da dove vengano.

Fabrizio Gatti afferma che lo Stato, la polizia, lì non ci sono. Non se ne curano. Gli appalti che vengono fatti per la gestione del centro, che cadono puntualmente in mano o alle Coop o alle associazioni cattoliche, servono solo a dare soldi. Soldi che è evidente non vengono utilizzati per dare dignità agli immigrati. Il giornalista nell’articolo sottolinea come in Germania nel primo anno gli immigrati sono obbligati a fare un corso per imparare il tedesco, riescono così non solo a integrarsi ma conoscono anche com’è la vita in Germania. Qui da noi, dichiara Gatti, sanno a malapena l’italiano, non sanno nulla di cosa significa vivere in Italia. Rimangono, dopo lo sbarco, analfabeti o ignoranti, maltratti, sfruttati. Questo è un dato importante che sottolinea la nostra miopia sul futuro loro e del nostro Paese. Si parla di integrazione, che dovrebbero integrarsi, ma come possono farlo se lo Stato fallisce miseramente nel dare strumenti e aiuto?

Mi chiedo se siano davvero utili le varie missioni umanitarie, fatte da tante associazioni, soprattutto cattoliche, in medioriente o in Africa. Spesso si mandano uomini e donne che non fanno assolutamente nulla di concreto o utile, e conoscendo il mondo cattolico si mandano e si fanno lavorano nelle associazioni raccomandati. Il vero bisogno primario è qui, in Italia e ci vorrebbe personale almeno un minimo qualificato. E immagino in Francia lo sia a Calais, in Spagna nei vari centri e così via. Anche oggi il Guardian pubblica un articolo di approfondimento sugli immigrati sbarcati sulle coste italiane. Storie atroci. Essere umani che hanno vissuto l’inferno e poi qui abbandonati a loro stessi. L’articolo del Guardian potrebbe essere completato da quello di Gatti.

L’inchiesta di Fabrizio Gatti è solo la punta dell’iceberg di un inferno che non potrà che peggiorare. Incredibile come di fronte a queste inchieste, esattamente come per Nauru, ci sia l’indignazione di un giorno e poi il silenzio più pericoloso.

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