Anime baltiche, un pezzo di storia d’Europa che non c’è più

Jan Brokken è un giornalista e romanziere olandese, pubblicato in italiana dalla casa editrice Iperborea.

Molto conosciuto e apprezzato in tutto il nord Europa, qui in Italia sta iniziando ad essere conosciuto solo ora, specialmente grazie al bel romanzo “Il giardino dei cosacchi”. Anime Baltiche l’ho letto subito dopo il romanzo su amicizia tra Alexander von Wrangel e Fëdor Dostoevskij. Eppure le due opere sono strettamente collegate e non solo perché autore è lo stesso.

Anime baltiche è indagine giornalistica e romanzo in stile verismo messi insieme. Non lo trovo un controsenso. Per anni l’autore viaggerà tra Estonia, Lettonia e Lituania. Cosa lo spinge? Ci riporta voci e storie di chi non c’è più, vite stravolte dalla rivoluzione d’ottobre e dalla seconda guerra mondiale.

Arriva spesso alla conclusione che camminando per Vilnius e molte altre città di questi Stati manchi qualcosa, manchi una parte delle loro anime ed è per questo che, nonostante la ricostruzione specie negli anni dopo caduta muro di Berlino, le città non stanno tornando alla loro origine, perché manca qualcosa. Cosa manca, cos’è questa mancanza che si sente così forte? La comunità ebraica. Una comunità perfettamente integrata ma spazzata completamente via sia dai pogrom (leggere dei pogrom  del 1905, di cui avevo già letto molti anni fa nella biografia su Irene Nemirovsky, è qualcosa che toglie il fiato) e poi dal nazismo. Quest’ultimo aiutato dal fortissimo antisemitismo che era presente in tutte le popolazioni del nord europea (anche nei polacchi ed ucraini).

Non solo. Brokken ci parla di quella nobiltà terriera di origine tedesca che mai sarà amata dai lituani o dai lettoni e che vedrà la propria cambiata per sempre quando dovrà per forza andare a vivere in Germania, una Germania che se ne fregherà di loro e conosceranno stenti e umiliazioni.

Il giornalista olandese ci racconta di Eizenstein, Romain Gary, Rothko, della moglie di Tomasi di Lampedusa (lei discendente dei baroni baltici e prima psicanalista donna in Italia). È un viaggio doloroso attraverso l’Europa del XX secolo che a causa della violenza e dell’ignoranza cambierà per sempre e mondi diversi che in qualche mondo avevano convissuto verranno spazzati via in maniera inesorabile.

Si arriva al terz’ultimo capitolo e biografia e si scopre il perché Brokken decise di intraprendere questo viaggio e questa ricerca. Parla di Anna Liselotte, madre di una sua amica. Personalità dell’editoria olandese di cui si sa poco. L’amica del giornalsista scopre che la madre era di Tallin prima della seconda guerra, una famiglia di baroni baltici quindi tedeschi. Durante la seconda guerra mondiale scapperanno e la madre da sola arriverà in Olanda. Qui ritroverà solo un fratello. Non parleranno mai del passato. La figlia però decide di portare la madre e lo zio a inizio anni zero del 2000 di nuovo a Tallin e in particolare dove avevano la loro casa. Di nascosto li sentirà ridere e parlare una lingua a lei sconosciuta:l’estone. La madre aveva talmente imparato bene l’olandese che non sembrava neanche straniera.

Il cognome di Anna Liselotte era Von Wrangel ed era la discendente diretta di Alexander Von Wrangel, l’amico di Dostoevskij e protagonista del successivo libro di Brokken.

Vi consiglio di cuore di comprare entrambi i libri, editi da Iperborea.

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La battaglia di Hacksaw Ridge. Recensione

Non c’è rivista o blog o commentatore cinematografico che non parli dell’ultimo film di Mel Gibson come della resurrezione di colui che fu Mad Max e amato a Hollywood. Droga, alcol, violenza domestica, padre di più di 10 figli, personaggio maledetto, razzista e antisemita. Di lui mi ricordo le esilaranti e davvero divertenti prese in giro di Ricky Gervais in varie edizioni dei golden globes. Nessuno si aspettava una sua resurrezione eppure eccolo qui.

La Battaglia di Hacksaw Ridge è uno dei tanti film sulla seconda guerra mondiale. Ritroviamo alcuni temi cari a Gibson regista: la religione cristiana e la violenza.

Il protagonista Desmond Doss, primo obiettore di coscienza nella storia dell’esercito americano, poteva dare fastidio, essere considerato un dinoccolato masochista e non troppo intelligente e un po’ mitomane. Se il film ha senso ed è piacevole da seguire per oltre due ore il merito va a tutto il cast, in particolare a Andrew Garfield che riesce a dare senso e spessore al protagonista. La candidatura all’oscar per Garfield è meritatissima, alcuni se la aspettavano per Silence (comunque un’ottima prova da attore) ma nel film di Gibson si supera e deve scavare a fondo nel personaggio, non può cedere specie quando si rivolge a Dio o durante certi monologhi.

Tutto il cast è assolutamente convincente, in particolar modo Vince Vaughn, sergente duro ma comprensivo, e una spettacolare performance di Hugo Weaving, padre alcolizzato e reduce della prima guerra mondiale, padre di Desmond.

La prima ora è un po’ lenta e serve a introdurre personaggi e le motivazioni pacifiste di Doss, la seconda ora è incentrata totalmente sulla battaglia in territorio nipponico. Violenza assolutamente esibita, senza censure. Gibson sa dove piazzare la camera da presa e nonostante le immagini forti è un piacere seguire le azioni.  Vista la battaglia c’è un rimando al film di Clint Eastwood ma qui il cercare di comprendere il nemico non può esistere. Per Gibson i giapponesi sono satana: senza scrupoli, senza misericordia, violenti e assolutamente malvagi.

È un film da vedere anche se c’è questo lato della regia di Gibson che personalmente non sopporto: i continui e uguali riferimenti alla via crucis di Cristo e alla sua morte e poi resurrezione. Riferimenti inutili e patetici che non danno nulla, anzi impoveriscono la pellicola.

Suono, fotografia, montaggio: ottimi. Un peccato per alcune lacune nella sceneggiatura ma la recitazione salva quasi tutto.

Vedremo cosa e quanto vincerà agli Oscar a fine febbraio

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“Bellotto e Canaletto. Lo stupore e la luce”. Una mostra di qualità alle Gallerie d’Italia Milano

Le Gallerie d’Italia, in via Manzoni/piazza della Scala a Milano, ci hanno abituato fin dall’inaugurazione a mostre temporanee di qualità. Anche la collezione permanente è valida e interessante. Uno dei tanti gioielli di cultura di Milano.

Non è facile fare una mostra di spessore su pittori come Canaletto e il Bellotto: come l’impressionisti, Picasso, Van Gogh e alcuni altri sono nomi che portano molto pubblico, il quale però rimane deluso a volte per il nulla proposto o paga per vedere qualche sala con qualche dipinto senza capire il perché sia entrato.

In questo caso la situazione è diversa e la curatrice Bozena Anna Kowalczyk ha fatto un ottimo lavoro, anche per allestimento. Sono state scelte da esporre opere sia famose sia meno conosciute ma di altrettanto valore artistico.

Canaletto non fu solo zio di Bellotto ma ne fu anche il maestro. La mostra sottolinea come fossero entrambi notevolmente dotati artisticamente e come Bellotto mai copierà lo zio ma avrà fin da subito un suo stile personale. Bellotto, specialmente in Germania, poi avrà voglia di sperimentare ed essere molto audace a differenza di Canaletto, marcando ancora di più la differenza stilistica.

Nel 1746 Canaletto andrà in Inghilterra mentre nel 1747 Bellotto andrà in Germania e lavorerà principalmente a Dresda. Con questa separazione anche fisica, i due pittori svilupperanno ulteriormente il loro stile e in maniera ancora più diversa, pur essendo entrambi due vedutisti.

Non si può dire chi dei due fosse migliore, anche perché sarebbe sciocco. Entrambi sono stati due grandi pittori, di pari bravura. Canaletto ha avuto solo la fortuna di avere una maggiore fama e fortuna presso gli storici e critici dell’arte. Forse Bellotto fu fra i due quello che più si avvicinò a quella che noi fotografia. E infatti i suoi quadri, specialmente quelli a Dresda, a Varsavia e nord Italia ci ricordano delle istantanee a colori. C’è più vita nei suoi quadri e sembra voglia “coglier l’attimo” delle persone che rappresenta nelle sue opere.

Sempre di Bellotto ho molto apprezzato i quadri di Milano, Torino, Verona, Firenze: mostrano un mondo o che non c’è più o che è rimasto immutato seppur nella modernità.

Nella mostra alle Gallerie d’Italia sono presenti anche i Capricci romani di entrambi e alcune stampe, molto pregevoli perché ci indicano quanto fossero conosciuti e stimati già dai loro contemporanei e quanti fossero eclettici nel loro disegni.

Le spiegazioni per ogni sezione sono molto chiare e il visitatore sarà guidato senza problemi anche se non è studioso d’arte.

Il prezzo del biglietto è assai basso e comprende anche la collezione permanente (dall’Ottocento fino a Boccioni e inizio Novecento).

La mostra rimarrà aperta fino al 5 marzo 2017.

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