Il tema del lavoro non può essere più snobbato

Gli anni dell’austerità stanno portando più danni che benefici.

Vorrei comunque invitarvi a riflettere se davvero tutti i mali nel mondo del lavoro, non solo in Italia ma considerando tutta l’Europa, siano davvero nati dalla crisi economica iniziata con la tragedia americana dei sub prime. Non voglio fare un cervellotico post di approfondimento, per quello ci sono innumerevoli e ottimi articoli e libri scritti in questi anni e facilmente reperibili su internet. La mia vuole essere una riflessione.

L’Europa ha affrontato in passato, diciamo dal secondo dopo guerra, alcuni crisi economiche. Ci sono stati dei periodi in cui trovare lavoro era più complicato ma mai c’era stato un vero arresto. Quando ancora esistevano le industrie (e non parlo solo di quelle enormi e famose) chi perdeva lavoro, spesso per metà stipendio, andava a lavorare in fabbrica. Era anche più facile tentare un’attività in proprio. C’erano varie reti “di sicurezza” che aiutavano le famiglie italiane ad andare avanti. Siamo un popolo di risparmiatori è vero ma c’era comunque una certa sicurezza.

Cerco di fare un enorme sunto: da anni ’80 si inizia a vedere le industrie come ormai superate. Bisogna rafforzare il terziario e puntare tutto su un sistema economico basato più su oggetti astratti che vero lavoro. Il neo liberalismo poi da allora si rafforzerà sempre di più e inizierà a creare danni.

C’è chi racconta che chiudere le fabbriche, ditte, certe aziende era anche un modo per indebolire i comunisti. Vero o no, inizia a mancare una certa sicurezza.

L’Europa nel corso degli anni ’80 e soprattutto degli anni ’90 diventa non più un continente che produce ma un continente che crea “bolle di economia”. Evidentemente c’era la certezza di diventare sempre più ricchi.

Quando è avvenuta la crisi economica siamo crollati, anche perché totalmente legati a quel mondo. Difficilmente ci rialzeremo presto.

Alcuni criticano la Cina perché compra le nostre ditte. Ma loro, e altri, non comprano solo i nostri nomi, soprattutto comprano macchinari e brevetti. Ci copiano ma con la saggezza di non fare gli stessi errori.

Si parla di jobs act e di un eventuale referendum. Si parla dei voucher e del loro abuso. Il nero è sempre stato un danno incalcolabile per la nostra economia e giustamente deve essere sconfitto o almeno arginato. Però bisogna uscire dalla logica che per ridare vitalità alla economia e creare posti di lavoro basti diminuire tasse, agevolare licenziamenti e proporre una burocrazia più snella (quest’ultimo punto però è importante). A parte qualche oasi felice, che viene puntualmente ignorata da media e nostri stessi politici, noi dobbiamo tornare a investire e  a produrre. Non solo. Il CV. È tempo che chi fa credere di voler dare lavoro non si nasconda dicendo che bisogna aver fatto mille corsi, o almeno tre mesi di esperienza o infiniti stage o master o infinite interviste psicoattitudinali: sono tutte scuse. Bisogna che i padroni (scusate il termine ottocentesco) la smettano di mascherarsi dietro infinite scuse e diano semplicemente lavoro. Come noi tutti dovremmo imparare a capire che in questo periodo storico bisogna adattarsi, sia chiaro non sottomettersi e venire sfruttato ma adattarsi. Infine il sindacato, figura ancora essenziale e importante, deve assolutamente rinnovarsi e coprire tutti quei lavori (vedi partite iva ecc) che ad oggi snobba e ignora. Deve rinnovarsi e non vedersi solo come antagonista di qualsiasi governo, avere come maggior parte dei tesserati pensionati ovviamente non aiutati ma deve fare uno sforzo.

Il neo liberalismo va a braccetto con l’austerità. Non crea lavoro, impone sviluppo a ristretti settori, aumenta in maniera sconsiderata diseguaglianza sociale (il che provoca scontento che poi porta molti nelle braccia dei populisti). È una coppia che può essere divisa e sconfitta. Mi chiedo: davvero i nostri politici hanno capito e soprattutto davvero vogliono porre fine a questo nefasto connubio?

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Paris Photo 2016: un’ottima edizione!

C’era timore. La prestigiosa e più nota fiera di fotografia al mondo, Paris Photo al Grand Palais, era stata chiusa con anticipo l’anno scorso a causa del terribile attacco al Bataclan e altri luoghi della città. I collezionisti e acquirenti stranieri erano scappati, la sede chiusa e le varie gallerie d’arte di Parigi si erano offerte di ospitare gli stand degli stranieri per non fargli chiudere in negativo.

Parigi ha perso moltissimi turisti e alcuni investimenti stranieri a causa del clima di incertezza causata dai terroristi. Si temeva che questa edizione fosse un flop. Per fortuna non è andata assolutamente così.

Dal 10 al 13 novembre i visitatori sono stati 62mila. Assolutamente in linea con le edizioni precedenti. Questa edizione poi era molto sentita non solo come rivincita sul clima d’ansia ma soprattutto e anche perché sono vent’anni che Paris Photo esiste.

Le vendite sono andate molto bene, un +8%. Tutte le 153 gallerie presenti hanno avuto un buon successo. I talk e le mostre all’interno sono stati molto interessanti e si è parlato di tutti gli aspetti di questo mercato. Il clima era sereno.

Ci sono state importanti acquisizioni da parte del Tate, Victoria and Albert Museum, MAMCO, FOAM, MAXXI, c/o Berlin e molti altri, come non succedeva da tempo.

Con il gonfiarsi smisurato dei prezzi del mercato dell’opere d’arte, molti collezionisti stanno iniziando a puntare sempre di più sulla fotografia. Da una parte aumentano i fotografi ma dall’altra si chiede un messaggio e una professionalità grande, i dilettanti non vendono (quindi instagram non ha ancora vinto. Fare fotografie con instagram NON significa essere fotografi e non tutti quelli che fanno foto comunicano qualcosa. Non è un mercato così semplice come sembra).

Il prossimo anno Paris Photo si svolgerà dal 9 al 12 novembre e ha firmato un contratto fino al 2020 con il Grand Palais, nel frattempo il direttore sta cercando una sede più grande ma altrettanto prestigiosa.

È stata una risposta assolutamente positiva a un clima di incertezza e ansia che pervade la Francia. Complimenti al direttore, staff, curatori e gallerie che hanno creato un’ottima edizione.

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Risultati positivi per Artissima 2016 ma incertezza per il futuro

La stagione delle fiere d’arte in Italia si è conclusa. Ufficialmente con la fiera a Padova ma in realtà la più importante e ultima per capire com’è andato l’anno nel mercato è Torino. Si ricomincerà poi il giro nel 2017 con la storica fiera a Bologna a fine gennaio.

Si temeva quest’anno una qualche inflessione e invece giro di affari e pubblico ci sono stati.

I visitatori sono stati circa 50.000, in linea con gli altri anni della gestione Cosulich Canarutto. Le opere più vendute sono state quelle sui 10-20 mila euro, alcuni picchi anche su quelle sui 50mila. Punte anche di opere importanti sui 600-700mila ma prezzi fasce medie e alte comunque hanno vendite lente, in linea con resto mercato.

Non c’era un genere predominante: scultura, fotografia, dipinti e via dicendo, c’era tutto. Questo ha dato possibilità ai collezionisti e agli appassionati di avere molte possibilità di scelta.

Ho davvero molto apprezzato gli stand delle gallerie Tucci Russo, Alberto Peola (forse il gallerista italiano fra i più interessanti quest’anno, con artisti non mainstream e che hanno dato una certa freschezza) e ovviamente LiaRumma (una certezza).

In generale tutti gli italiani hanno proposto artisti interessanti e allo stesso vendibili. Stranieri un po’ in sordina: francesi sempre all’altezza, molto delusa da brasiliani e da chi viene dai mercati del sud america, Paesi Bassi e Germania.

Quest’anno unica vera concorrenza in città è stata The Others: più piccola e con prezzi più contenuti ma ci sono state opere molto interessanti e i visitatori sono saliti a circa 26mila. Paratissima ormai inguardabile. Molto molto delusa da DAMA.  La sezione dedicata ai giovani artisti era a palazzo Saluzzo. A parte il clima da festa del liceo dove nessuno ti spiegava nulla, tutti italiani che parlavano fra di loro alternando inglese e italiano senza motivo e opere esposte senza molto senso. Oltretutto non è stata un’idea molto originale. Era la copia fatta male della mostra curata due anni prima da Cattelan a palazzo Cavour. Questa idea di mettere opere contemporanee in un palazzo dell’Ottocento quindi non solo si è già visto (ed è diventata un’idea inflazionata) ma qui non aveva alcun progetto vero dietro. Non so e non ho trovato dati di vendite e presenze.

Torino rimane la piazza più importante in Italia per l’arte contemporanea. La gestione di Sarah Cosulich Canarutto in questi anni è stata assolutamente positiva. Un po’ triste non aver messo la Canarutto nella short list finale del bando ma lei stessa aveva detto in estate che suo esperienza era finita, per tornare sui suoi passi solo in ottobre. In ogni caso la nuova direttrice è Ilaria Bonacossa. Conosce Torino perché ha lavorato per sette anni alla fondazione Sandretto , prima di andare a Genova.

È importante che la fiera abbia dietro tutto l’appoggio del Comune di Torino, senza per questo soffocare la città con mille esposizioni e soprattutto non tutte in centro. Ci sono realtà anche in altri quartieri che devono essere aiutate o fatte risaltare, come per esempio la Fondazione Amendola o museo Ettore Fico (conosciuto sì ma non valorizzato quanto meriterebbe).

Ci vorrebbe un clima sempre meno provinciale e chiuso, dei dibattiti sul lavoro nel mondo dell’arte e infine ripensare quelle parti considerate “off” o alternative o indie come Paratissima e lavorarci molto sopra.

C’è una sensazione di incertezza per il futuro ma sono più che sicura che un buon lavoro e una certa curiosità per quello che succede ( e vende) nel resto del mondo aiuteranno a creare un’altra buona edizione.

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