Stargate. Fotografie: across the universe or more than one

Il cerchio è movimento immutabile senza inizio né fine, senza rottura né cesura, senza variazione, è unione e compiutezza. La figura rappresentata nel cerchio può però non essere per forza un’immagine definita o definitiva per sua interpretazione. Se poi quello che vediamo è un’opera artistica, le letture di quello che è di fronte a noi possono essere anche infinite.

Così possono essere infinite le interpretazioni che il visitatore può dare alle bellissime e suggestive fotografie di Tommaso Carmassi in mostra a Torino alla Fondazione Giorgio Amendola. La mostra si intitola “Stargate” e si trovano una serie di fotografie dove vengono rappresentati appunto degli stargate (vi dice niente il film del 1994 di Roland Emmerich? Vi consiglio di vederlo e rivederlo nel caso) cioè dei passaggi che troviamo nella nostra realtà che ci possono trasportare in un altro universo. I cerchi che rappresentano gli stargate emergono da uno sfondo completamente nero. Il che non porta però la fotografia ad essere cupa, anzi. C’è vita, luce, possibilità in ogni foto. Non c’è oppressione. Il nero serve sia a non far capire cosa è nella realtà quello stargate  sia ad aiutarci a concentrarci e a immaginare. I muri bianchi della Fondazione creano un meraviglioso contrasto che accentua particolarmente l’estetica delle opere.

Tommaso Carmassi non le ha prodotte in un periodo di tempo breve, anzi ci sta ancora lavorando. Interessante scoprire dove ha trovato gli stargate: in Parlamento, cucine, un lampione sporco dalla pioggia di fronte a Palazzo Chigi, il Pantheon a Berlino, il circolo degli artisti a Roma, il raggio verde che crea il sole e via dicendo. Non vi dirò a quali fotografie, che hanno tutte un titolo molto azzeccato, questi luoghi reali che vi ho elencato sono collegate. Uno degli aspetti positivi della mostra è proprio il poter viaggiare e fantasticare senza spendere un euro ( oltretutto l’entrata è gratis).  Non c’è ritocco digitale, il che esalta la bravura del fotografo che propone un prodotto sincero, senza finzioni, schietto, come il suo carattere.

Queste fotografie mi ricordano molto i disegni utopici di Boullee (architetto e teorico neoclassico francese, in particolare il Cenotafio di Newton), Ledoux (architetto e urbanista francese neoclassico) e Buckminster Fuller (architetto, filosofo e tantissimo altro, americano, Novecento). Parlando poi con Tommaso, ho scoperto che  ha studiato architettura, per cui qualche richiamo agli studi si vedono e sono richiami perfetti.

Proprio a settembre c’è stata la premiazione delle migliori foto “Astronomy Photographer” tenutesi il 16 settembre al  Royal Greenwich Observatory”. Specialmente la seconda arrivata come migliore, quella di Catalin Baltea dove vediamo un’eclisse solare totale, ricorda gli stargate di Carmassi e credo che il fotografo di Lucca non sfigurerebbe nella competizione, anzi. E forse i dieci Stargate che sono esposti mi ricordano il gioco di luci che si vedono nelle fotografie della competizione inglese perché la luce è una grandissima protagonista delle fotografie di Tommaso, luce che aiuta nel rendere più suggestivo il viaggio.

La Fondazione Amendola non è nuova a proporre artisti che comunicano e che propongono opere di qualità. Non si può fare politica senza la cultura . Le Fondazioni, come questa, sono un patrimonio importante per il nostro Paese e andrebbero maggiormente aiutate e valorizzate. Inoltre entrando si trovano sempre opere permanenti e nella seconda sala troviamo la riproduzione in dimensioni reali dell’opera di Carlo Levi “Lucania 1961″. Quindi è davvero normale vedere come vengano spesso proposte mostre temporanee con artisti particolari e significativi.

Tommaso Carmassi dimostra che per essere un buon fotografare e poter comunicare qualcosa, non basta solo la tecnica, bisogna sapere osservare. Belli sono anche i suoi ritratti e spero sia che continui la serie di mostre sugli Stargate ma anche qualcosa sulla realtà di tutti i giorni.

La mostra sarà aperta fino al 7 ottobre 2016, Fondazione Amendola in via Tollegno 52 a Torino. Dal lunedì al venerdì 9.30 – 12.30; 15.30 – 19.30, sabato su appuntamento.

 

stargate

 

 

stargate 1

 

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Ghetto di Stato

Il giornalista Fabrizio Gatti non è nuovo, per le sue inchieste, a indossare una maschera e un costume per mimetizzare e potere vedere la realtà dell’oggetto sul quale sta portando avanti la sua ricerca. Fece finta di essere un immigrato che partiva dalle coste africane o un barbone che aspetta alle porte delle chiese di Roma. Nella inchiesta uscita l’undici settembre sull’Espresso, Gatti si è inventato immigrato nel centro d’accoglienza dei richiedenti asili a Cara in provincia di Foggia. Definisce Cara, come gli altri centri d’accoglienza sparsi per il Paese, “ghetti di Stato”.

Ad agosto, come ho scritto nel post precedente, si è diffusa la notizia di un altro ghetto di Stato, quello di Nauru, isola dello stato australiano. La notizia ha interessato il mondo anglo sassone, America e Inghilterra, ma non molto resto del mondo ed è passata praticamente inosservata in Italia. Quando invece avrebbe dovuto interessarci e molto.

Leggendo l’inchiesta ho trovato enormi affinità con la situazione del campo profughi sulle isole greche degli scorsi mesi. Mi sono informata attraverso il Guardian. Il giornalista che si trovava in Grecia registra il formarsi di bande mafiosi di siriani o afgani, prostituzione, lavoro minorile, assenza di igiene, nessuna sorveglianza. A Cara, seppur con le dovute differenze, è lo stesso.

Esiste una mafia interna, la più forte è quella dei nigeriani, i quali prendono le ragazzine connazionali e le fanno prostituire tutte le notti, anche con poliziotti italiani. La maggior dei residenti, gli uomini in forze, lavorano dalle tre del mattino alle dieci di sera nei campi pugliesi, non si sa se e quanto vengano pagati, di sicuro i braccianti non passano assolutamente nulla, neanche l’acqua. Le violenze sono quotidiane. I soprusi pure. Mancanza di igiene, anche nelle docce, è totale. Decine e decine di cani girano per il campo. Sporcizia ovunque. Una moschea abusiva tiene svegli tutta la notte per colpa delle preghiere, è gestita da afgani, i quali non dicono perché sono lì e da dove vengano.

Fabrizio Gatti afferma che lo Stato, la polizia, lì non ci sono. Non se ne curano. Gli appalti che vengono fatti per la gestione del centro, che cadono puntualmente in mano o alle Coop o alle associazioni cattoliche, servono solo a dare soldi. Soldi che è evidente non vengono utilizzati per dare dignità agli immigrati. Il giornalista nell’articolo sottolinea come in Germania nel primo anno gli immigrati sono obbligati a fare un corso per imparare il tedesco, riescono così non solo a integrarsi ma conoscono anche com’è la vita in Germania. Qui da noi, dichiara Gatti, sanno a malapena l’italiano, non sanno nulla di cosa significa vivere in Italia. Rimangono, dopo lo sbarco, analfabeti o ignoranti, maltratti, sfruttati. Questo è un dato importante che sottolinea la nostra miopia sul futuro loro e del nostro Paese. Si parla di integrazione, che dovrebbero integrarsi, ma come possono farlo se lo Stato fallisce miseramente nel dare strumenti e aiuto?

Mi chiedo se siano davvero utili le varie missioni umanitarie, fatte da tante associazioni, soprattutto cattoliche, in medioriente o in Africa. Spesso si mandano uomini e donne che non fanno assolutamente nulla di concreto o utile, e conoscendo il mondo cattolico si mandano e si fanno lavorano nelle associazioni raccomandati. Il vero bisogno primario è qui, in Italia e ci vorrebbe personale almeno un minimo qualificato. E immagino in Francia lo sia a Calais, in Spagna nei vari centri e così via. Anche oggi il Guardian pubblica un articolo di approfondimento sugli immigrati sbarcati sulle coste italiane. Storie atroci. Essere umani che hanno vissuto l’inferno e poi qui abbandonati a loro stessi. L’articolo del Guardian potrebbe essere completato da quello di Gatti.

L’inchiesta di Fabrizio Gatti è solo la punta dell’iceberg di un inferno che non potrà che peggiorare. Incredibile come di fronte a queste inchieste, esattamente come per Nauru, ci sia l’indignazione di un giorno e poi il silenzio più pericoloso.

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Nauru. 20.000 files sull’orrore del centro detenzione immigrati australiano

Nauru è una piccola isola a nord est delle isole della Papua Nuova Guinea e fa parte della giurisdizione australiana. Su quell’isola si trova il centro di detenzione per immigrati. Vi vengono mandati tutti coloro che arrivano illegalmente in territorio australiano.  La durata di detenzione varia ma i tempi sono estremamente lunghi.

Da circa un paio d’anni, se non di più, arrivano storie agghiaccianti sulla situazione igienico sanitaria dell’isola e sulle condizioni degli ospiti ma è sempre stato messo tutto a tacere. Nell’aprile 2015 il ministro dell’immigrazione, Paul Detton, a causa delle accuse sempre più insistenti, fece una conferenza stampa dove affermava che le condizioni del centro erano eccellenti e non c’era motivo di intervenire.

Il centro di detenzione costa ai cittadini australiani 1,2 miliardi di dollari australiani all’anno.

A inizio agosto di quest’anno il Guardian esce con una serie di articoli allarmanti, parla dei “Nauru files”. Ventimila files dove vengono raccontate atrocità oltre l’inimmaginabile. Violenze e abusi feroci specie su donne e bambini, di qualsiasi età. Anzi. Sono i bambini tra i 3 e i 13 anni, a subire le peggiori violenze. Solo i racconti sui bambini transitati tra il 2014 e il 2015 sono 8000 pagine. Gli abusi sessuali, le sevizie, le torture (psicologiche e fisiche) sono descritti nei minimi particolari. Leggerli, il Guardian ne ha riportati alcuni e meno pesanti, fa venire la nausea. Sia uomini e donne che si occupano del campo ricattano sessualmente, violentano, picchiano i bambini, le ragazze  e le donne. Gli aguzzini sono personale pagato dai contribuenti australiani e non si fanno scrupoli,

Alcuni bambini arrivati in Australia hanno raccontato alcuni episodi. Altri per il semplice bisogno di dover andare in bagno credevano che bisogna accoppiarsi con il maestro o la maestra, solo per andare in bagno. Tutto questo e le conseguenti denunce da parte di molti insegnanti hanno portato l’attenzione su questi files.

Non solo. Le condizioni igienico sanitarie sono così pessime che ogni detenuto ha almeno una malattia. E non vengono curati. Ci sono i medici. Ma non lavorano, non visitano i detenuti, non li curano. Eppure vengono pagati. Ovviamente non denunciano. Sono moltissimi i casi di detenuti che impazziscono o che desiderano suicidarsi. I bambini costantemente abusati soffrono di gravi allucinazioni.

Gli stupri sulle donne sono la norma. Una donna che denunciò a un volontario l’assalto subito venne mandata via e le fu raccontato che in Australia lo stupro è una pratica comune e che non si viene puniti!

Il governo australiano ha sempre saputo tutto questo perché dall’ottobre 2013 riceve i files ( i quali sono compilati dagli stessi operatori che lavorano nel campo). Eppure i ministri e i portavoce hanno sempre negato.

Il Guardian ha alzato il velo e mostrato al mondo un pezzo di inferno in terra. Dopo la grande attenzione suscitata appena gli articoli vennero pubblicati, è calato di nuovo il silenzio. Ed è passato appena un mese. Se si vanno a leggere i quotidiani australiani se n’è parlato appena.

Il tema immigrazione ormai è un tema che riguarda quotidianamente il nostro presente. È un tema che va affrontato con lucidità e umanità. Gente che scappa da fame, dittature, guerre e viene accolto come una bestia. Medici, operatori culturali e sociali, guardie che abusano tutti dei detenuti. È forse possibile tollerare tutto questo? Eppure non ho sentito un solo richiamo al governo australiano, che anzi sembra lavarsi le mani e negare come un asino di fronte all’evidenza. È accettabile? Possiamo accettarlo?

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