Cuore, unità, forza: il discorso di Michelle Obama

La convention dei Democratici non era iniziata nel migliori dei modi ieri sera. Il blu, il colore dei democratici, invece di essere una marea che avrebbe portato come una lunghissima e alta onda al successo a novembre, sembrava un oceano profondo dove stavano affogando i democratici a causa della stupidità, arroganza e violenza dei supporters di Sanders.

Poi è arrivata Michelle Obama. Se non avete ascoltato i quattordici minuti del suo discorso fatelo! È un discorso stupendo e Michelle è riuscita con la sua dolce voce forte a riunire (forse solo per il momento) tutta la platea dei democratici. Non c’è stato un solo punto debole o stancante, perfetto.  Partendo dal raccontare quello che lei conosce bene e di cui può raccontarci una storia, in questo caso parlando delle figlie e delle preoccupazioni che avevano lei e Barack, ha iniziato il suo magistrale e commovente discorso. Ha criticato e messo in un angolo, senza MAI citarli e quindi rendendo il tutto più forte, Trump e chi in questi anni ha provato a sminuire o attaccare Barack su cittadinanza o religione. “When they go low, we go high” ha detto che è il motto suo e di Barack, come non essere d’accordo con lei. Poi ha iniziato a parlare di Hillary Clinton presentandola come una donna, madre, politico, di cui fidarsi, che riesce a resistere alla pressione, che sa prendere decisioni importanti senza superficialità. Ha ricordato che quando la Clinton perse contro Obama, non fu arrabbiata o disillusa ma iniziò subito a lavorare per Obama e tenere unito il partito (chiaro riferimento a quei zarri urlanti pro Sanders). Poi forse la parte più commovente. Ricorda che “I wake up every morning in the White House who was built by slaves” si ferma un attimo e racconta che ora vedere le sue due figlie, giovani bellissime e nere, giocare nel patio della Casa Bianca con il loro cane, la commuove perché ricorda da dove i neri sono partiti e dove sono ora. Afferma con forza che nessuno può dire che bisogna far ridiventare gli USA di nuovo una grande nazione perché, dice, l’America è già la più grande nazione sulla terra, ora. Conclude con il suo pieno appoggio alla Clinton, ricordando che bisogna fare come otto e quattro anni fa, lavorare molto e tutti uniti. “Let’s back to work”.

Al minuto 2:24 circa, subito a inizio discorso, inquadrano Bill Clinton che era lì ad ascoltare e dal labiale si capisce che ha detto “She has a voice” ovviamente un grande complimento e Bill sarà entusiasta per tutto il discorso. La Michelle ha salvato la serata e forse riportato unità. Il discorso della Warren deludente perché molto scolastico. Quello di Sanders buono e serviva un po’ a lui perché ne è uscito come vincitore morale e ai suoi sostenitori sconsclusionati a stare calmi.

Bisogna ricordare che Michelle non è un politico. Eppure ha la forza per esserlo, la dimostrato, per ennesima volta, con il discorso sopra citato. Ha vicino a sè un buon team. Tra cui Sarah Hurwitz, la sua personale speechwriter. La Hurwitz è una delle poche figure dello staff Obama del 2008 a lavorare ancora con la coppia presidenziale. Negli ultimi sette anni ha scritto tutti i discorsi della Michelle. Conosce davvero in maniera intima la vita dei coniugi Obama e sa moltissimi dettagli privati che la possono aiutare a scrivere i discorsi. Spiega che quando ne scrive uno, pensa alla voce di Michelle dentro alla sua testa e cerca di capire come lo vorrebbe la First Lady per essere sentita dentro cuore della gente. L’essere capita ed essere vicino al cuore della gente è molto importante per Michelle, la quale sa perfettamente chi è e cosa vuole.

Per me è stato un discorso davvero potente. Vedremo stanotte Bill Clinton e domani Barack Obama eJoe Biden se riusciranno a tenere unito il pubblico in platea e alla televisione.

Nel frattempo sarebbe bello pensare a un Michelle Obama 2024, perché no?

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