Poesia africana: possibile solo in una lingua europea?

Spesso mi interrogo su quanto conosciamo in letteratura di quello che è stato e viene prodotto in Africa. Amo molto e da sempre la poesia: mi accorgo di non sapere assolutamente nulla di quella creata nel continente africano. Eppure grazie alla tradizione orale dovremmo conoscerne davvero molta di poesia africana.

Si è calcolato che le terze e quarte generazioni di scrittori africani scrivono nella maggior parte dei casi in una lingua europea (inglese e francese sopra tutte). E la poesia? Informandomi scopro che si da molta importanza al poema ma non a chi l’ha creata per esempio. A scuola, al corrispettivo delle nostre elementari, si insegnano molte poesie. In Kenya si insegnano sia quelle in Swahili che quelle in inglese. I bambini imparano subito la differenza di suono e di metrica fra le due lingue. I concorsi di poesia (ebbene in tutto il continente africano ci sono concorsi come da noi) si presentano le poesie in due lingue. Quanti Emily Dicknson o Seamus Heaney africani di cui non sapremo mai nulla? La doppia lingua che si usa in Kenya non è specifico di quello Stato, si potrebbe dire che si fa così ovunque. In Somalia, in Uganda, in Nigeria e via dicendo la poesia è molto importante ma poi quel poco che ci giunge è in inglese o francese. Alcuni intellettuali africani poi lamentano il fatto che la tradizione orale non solo sta scomparendo ma viene inquinato dall hip hop, il quale non fa parte della tradizione africana. L’americanizzazione della cultura africana è un problema molto sentito perché già in generale la cultura africana non esce dai suoi confini ma in più sta cambiando banalmente e c’è il rischio che non venga mai capita.

Ho iniziato a interessarmi alla letteratura africana da poco, leggendo Chimamanda Ngozi Adichie o Teju Cole. Mi reputo molto ignorante io stessa. Credo che per una maggior integrazione sarebbe utile e interessante saperne di più. Anche per far cadere molti pregiudizi. Come sarebbe utilissimo aiutare una maggiore scolarizzazione e una diffusione della cultura in quegli stati che hanno una loro tradizione. Perché sarebbe ora che si smettesse di credere che un africano è solo un analfabeta che sta a guardare le capre, a violentare le donne e a fare guerre. C’è tutta una borghesia e un mondo culturale che non vede l’ora di avere stabilità. La cultura può aiutare a trovarla e noi a sapere qualcosa di più sulla loro poesia. E poi: davvero la poesia africana deve presentarsi solo in una lingua europea?

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Delusioni: il festival della fotografia europea 2016

Vado a Reggio Emilia per il festival della fotografia europea dalla prima edizione del 2005. L’anno scorso per il decennale scrissi un post, su questo blog, dove ero entusiasta di come il festival cresceva di anno in anno. Potete immaginare la doccia fredda e l’enorme delusione nel constatare che quest’anno è la peggiore edizione di sempre. Onestamente non mi so dare ancora delle spiegazioni a tutta questa inversione di tendenza. Ammetto che chi organizza il festival è molto chiuso. Raramente, a meno che tu non sia o un amico o un qualcuno di importante/con i soldi, chi organizza comunica. La chiusura mentale e provinciale è da sempre un handicap del festival di Reggio Emilia. L’anno scorso si vociferava che la kermesse sarebbe dovuta passare a Modena, il che avrebbe senso perché lì si trova la Fondazione Fotografia che tante cose buone sta facendo. Mentre l’anno scorso pensavo che fosse una voce per invidia, quest’anno la voce si è riproposta e ho pensato e sperato a fine giornata che fosse vera, per il bene del festival. Mai ho visto tanta incapacità nel gestire, creare, curare un festival. Inoltre quest’anno il biglietto è aumentato di prezzo: da 12 a 15 euro intero, da 9 a 12 euro il ridotto. E visto il risultato finale francamente non me ne riesco a capacitare.

L’odore di sudore. È forse una delle cose che più ricorderò di questa edizione. La mancanza della solita calca. Meno spazi da visitare. Tutto meno, tutto più chiuso, tutto più provinciale. L’anno scorso c’era Expo, molti visitatori avevano scelto di fare un salto di qualche ora ma devo sincera e dal 2011 al 2014 (edizioni senza Expo) c’era davvero tanta gente.  Meno soldi? Meno pubblicità?

Le mostre. In un primo momento ho pensato di segnalare i nomi dei curatori che hanno fatto un pessimo lavoro ma poi mi è parso inutile. Il problema dell’inadeguatezza dei miei colleghi qui in Italia non si può descrivere in poche righe di un breve post su un banalissimo blog. Sarebbe un problema serio e cruciale che andrebbe affrontato in altre sedi. Mi domando: dobbiamo rassegnarci al becero provincialismo in qualsiasi campo nel nostro Paese?

Il tema per tutte le mostre quest’anno è “Via Emilia”. Si parla a 360 gradi dell’Emilia Romagna e dei suoi cambiamenti. Non tutti hanno seguito poi la linea del tema. Cosa salvo: le cinque mostre ai chiostri di San Pietro. Le mostre meno riuscite rispetto alle altre edizioni ma per fortuna qualche lampo di decenza e di interesse si è trovato, grazie in generale alle fotografie di Ghirri. A Palazzo Magnani si è deciso di fare una personale sul fotografo americano Walker Evans e per fortuna devo dire che è una mostra bellissima. Evans influenzò moltissimi fotografi, anche Ghirri. Fu uno dei primi, a inizio Novecento, a mostrare come soggetti principali le persone comune. Il colpo d’occhio, la capacità in una sola foto di raccontarci un’intera storia, la tecnica e la velocità sono alcune delle doti di Evans, che però verrà snobbato da molti per molto tempo. È una mostra ben fatta e ben curata.

Delusa enormemente dallo Spazio Gerra: luogo sperimentale e innovativo di Reggio Emilia quest’anno ha proposto la tristissima Disco Emilia. Una delle mostre più brutte e stupide che io abbia visto negli ultimi dieci anni. Salvo solo le parole di Tondelli (grandissimo e rivoluzionario scrittore, purtroppo scomparso nel 1991), colpo di genio che ha salvato qualcosa della mostra. Stendo un velo pietoso su quello che ho visto ai chiostri di San Domenico, galleria Parmeggiani e altri luoghi del Off.

Un passo falso, un’edizione sfortunata. Voglio vederla sotto quest’ottica. Non è possibile che dopo le edizioni dal 2011 al 2015, belle, propositive, avvincenti, si sia creata questa edizione. Non lo trovo per nulla logico. Dovrei dire due parole su come i cittadini di Reggio Emilia fossero infastiditi e non pronti alla presenza di “estranei” per il festival. Ma credo di aver già massacrato abbastanza. Cara Reggio Emilia ci rivederemo il prossimo maggio, con fiducia.

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Schiavitù moderna

Una delle piaghe che ancora affliggono l’umanità è la schiavitù. Pensiamo che in epoca post colonialistica sia impossibile trovare traccia di schiavi. Invece leggendo semplicemente i giornali veniamo a conoscenza di ingiustizie insormontabili. In Arabia Saudita vengono sequestrati i passaporti e uomini attirati con false promesse i quali poi si ritrovano a essere pagati magari una miseria, lavorano ore interminabili in condizioni impossibili, senza alcun diritto. Come in molti paesi asiatici. Nelle miniere africane. E senza andare oltre i nostri confini, per esempio nei campi a raccogliere pomodori nel nostro Meridione. Al mondo ci sono ancora milioni di schiavi e, come è sempre stato, gli schiavi sono invisibili ai nostri occhi.

Forse una delle forme di schiavismo meno invisibili è la prostituzione. Quello che viene definito, definizione per me nata dagli uomini e non delle donne, il lavoro più antico del mondo è una delle più grandi forme di schiavitù a cui parte dell’umanità non sembra voler porre fine.

Disgraziatamente con conflitti e guerre la prostituzione aumenta e le vittime cadono in questa tortura senza poter far nulla. Qualche giorno fa ho letto sul Guardian di quello che da poco è stato scoperto in Libano. Donne siriane che scappavano dalla guerra, purtroppo la maggior parte senza la famiglia o un uomo accanto, sono state obbligate in Libano a prostituirsi in condizioni disumane e atroci. Sono state trovate in una periferia di una città libanese 75 donne ma si pensa che le vittime siano in questi due anni di guerra molte di più. Venivano tenute in casa al buio, torturate, obbligate ad avere almeno dieci clienti al giorno e fatte uscire solo per cure mediche e aborti, i quali in un anno sono stati 200. Duecento aborti in un anno. Il comandante della polizia libanese che ha liberato le donne ha parlato di vera e propria schiavitù. La rete di traffico umano era, ed è, molto vasta e articolata. A imbrogliare le donne siriane erano i loro stessi connazionali, i quali promettevano lavori in bar o ristoranti come cameriere. Sceglievano le donne senza famiglia che potesse interessarsi a loro o senza un uomo accanto.

Grazie al coraggio di otto donne che sono riuscite a fuggire, la polizia ha potuto liberare le altre. Alcune erano rinchiuse da circa due – tre anni. In Libano ora si parla molto di questo caso. Purtroppo con la guerra in Siria ancora in corso la situazione non sembra migliorare.

Quando leggevo la notizia provava rabbia e frustrazione. Pensavo a queste donne che scappavano dalla guerra e dall’ Isis e invece approdavano comunque all’inferno. Il pensiero andava poi alle donne che aspettano di attraversare il Mediterraneo e nell’attesa purtroppo subiscono violenze. Pensavo a tutte le atrocità che in realtà ogni giorno leggiamo.

Nel 2016 non siamo ancora capaci non solo di affrontare queste migrazione e non siamo capaci di porre termine a conflitti sia in medio oriente che in africa., ma ancora non sappiamo trovare una soluzione a questo schiavismo 2.0 che però ha tutto il retrogusto amaro dell’antichità. Dopo la Rivoluzione Francese e la nascita dei diritti dell’uomo, dopo la creazione dell’Onu, dopo la fine del colonialismo sembra che non abbiamo imparato poi molto. Anzi davvero poco.

Chiudo ricordando che i due terzi di chi scappa o è scappato dalla Siria è costituito da donne e bambini. Donne e bambini. Ricordo anche che le donne e i bambini sono coloro che meglio si integrano in una nuova società. Forse bisognerebbe iniziare a fare un minimo di ragionamento serio su quello che sta accadendo e quello che bisogna fare.

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See Around: una tinyletter settimanale!

Carissimi lettori,

avevo scritto un post tempo dove vi informavo che avrei ogni mese raccontato le gallerie o mostre che avrei visitato. E così sono ancora intenzionata a fare. Credo che però debba usare un’altra formula. Per cui ho deciso di iniziare a utilizzare Tinyletter. È una newsletter ma io la vedo più come una pagina di diario che viene spedita ad amici e a tutti coloro che sono interessati a leggere quello che voglio raccontare. Una forma diversa dal blog. Ovviamente continuerò a scrivere di arte su questo blog e lo continuerò ad usare!

Per cui vi invito a iscrivervi a SeeAround ma la mia Tinyletter!

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