Spotlight. Recensione

Ci sono film che ti tengono incollati allo schermo per tutta la loro durata. Ci sono film che sono stupendi e necessari, anche se sai già il finale. Di Spotlight sapevo già quasi tutto.  Già conoscevo l’inchiesta del gruppo di giornalisti che avevano smascherato e dato prove concrete su come la Chiesa a Boston (e in molte altre città del mondo) avesse per decenni insabbiato tutti i casi di pedofilia. Sapevo dei premi vinti. La casa editrice italiana, la Minimum Fax, la scorsa estate ha pubblicato nella collana Indi la raccolta di inchieste giornalistiche americane che hanno vinto il Pulitzer e fra i sette pezzi c’erano gli articoli del Boston Globe sui casi di pedofilia. (Consiglio: comprate il libro della Minimum Fax, ne vale davvero la pena).

Sapevo tutto e sono comunque entrata nella sala cinematografica fiduciosa che il regista Tom McCarthy e tutto il cast mi avrebbero regalato due ore intense. E così è stato. Il film ti inchioda alla sedia.

Al Boston Globe il team Spotlight esiste dalla fine degli anni ’70 e si occupa da sempre di approfondire indagini di cronaca. Quando nel 2000 arriva a dirigere il quotidiano Baron ci sarà una svolta. Si inizierà ad indagare sugli abusi dei preti cattolici, finora intoccabili perché la città di Boston è prevalentemente cattolica.

Visto il cast di attori, Michael Keaton, Mark Ruffalo, Rachel McAdams, Stanley Tucci, Liev Schreiber, ci si poteva attendere che almeno uno di questi nomi avrebbe avuto il ruolo principale. Un’altra forza di questo film è il fatto che tutto il cast mette da parte i propri ego da attori e collabora in maniera meravigliosa. Non c’è una sola scena dove uno prevale sull’altro, è un gioco perfetto di intese e collaborazione. In certi momenti sembra di essere a teatro, in altri sembra che siano davvero giornalisti di fronte al pubblico. Complimenti al regista che è riuscito a costruire un film solido e con pathos, senza cadere nel patetico e nel volgare quando per esempio parlano le vittime di abusi. Il montaggio è perfetto e giusto per il tono del film, la sceneggiatura molto solida (complimenti di nuovo a McCarthy che ha anche scritto il copione e a Josh Singer) e alcune battute riesco a rimanere impresse.

Non è un film per denunciare in maniera totale la chiesa cattolica. È un film che riflette su come un’intera società di una città si sia girata dall’altra parte, facendo finta di non sapere degli abusi, fregandosene delle centinaia di vittime per decenni e chiudendo gli occhi facendosi complice dei pedofili. Il tutto per preservare il buon nome della città di Boston.

Quando il film si conclude, prima dei titoli di coda, appaiono sullo schermo nero i numeri delle vittime accertate e dei preti pedofili, i quali in vari decenni sono stati più di 200. Poi appaiono alcune liste con i nomi delle città americane e nel mondo dove si sono verificati i casi di pedofilia più importanti. Il cardinale che insabbiò il tutto fino al 2002, invece di essere rimosso, venne spostato e premiato, Bernard Francis Law, ora è a Roma dove è arciprete della basilica di Santa Maria Maggiore.

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Mostre che accolgono e mostre che respingono.

In Italia si da per scontato che il pubblico che va a mostra capirà tutto o se non capirà nulla farà finta che avrà capito lo stesso. Spesso si trovano mostre che sono respingenti. Chi non è del settore, va alla mostra o all’esposizione, non si troverà bene e sia non si interesserà poi molto all’arte contemporanea sia non ritornerà in quel luogo dove ha visto mostra (galleria, open art, museo, fondazione ecc che sia).

Tutto questo da noi è molto sottovalutato. Sbagliando totalmente e imponendoci di rimanere ai confini dell’impero e venendo considerati dei provinciali all’estero.

Poi c’è chi nel settore dell’arte prova e fallisce altri che vincono.

A inizio febbraio ho visto alcune mostre. Che in ogni caso consiglio ma di cui una mi ha lasciato parecchio perplessa. Parto dalla prima.

Alla pinacoteca Agnelli c’è una mostra di Ed Ruscha. La mostra in se è molto interessante. Si parla di collezionismo. Il curatore è lo stesso artista, il quale andando nei vari musei torinesi – anche i meno visitati e conosciuti – ha ritrovato oggetti e opere che potevano essere messe in relazione con le sue di opere. Ogni stanza ha quindi sia opere di Ruscha sia appunto qualcosa da altri musei (per esempio quello di Anatomia Umana, oppure quello della frutta, o di antropologia criminale “Cesare Lombroso” ecc). È una mostra estremamente interessante e intelligente. Mostrare l’arte contemporanea ma anche mostrare qualcosa della città di Torino che magari i torinesi stessi non andrebbero a vedere. E in più si parla di collezionismo che in questo periodo storico è più visto come arricchimento finanziario o solo per multi milionari estroversi e annoiati. Invece il collezionismo sarebbe un modo per arricchirsi ma culturalmente e non se ne parla nell’ambiente dell’arte da troppi decenni.

Quindi vi direte, una mostra interessante ma perché l’ho trovata respingente? Primo per il grande errore su dove è situata la Pinacoteca Agnelli. la Pinacoteca è di per sé respingente. Trovandosi in quello che è un tristissimo centro commerciale/uffici, quasi non si nota e se si trova e dopo essere saliti con l’ascensore, ci si trova fa annoiati volontari. Non ci sono cartelli di spiegazione e la brochure non è esaustiva, nessuno dei volontari sa nulla. Cosa capivano gli altri visitatori? Assolutamente nulla. Non lo scrivo per menarmela ma perché seriamente era quella la sensazione. L’unica stanza facilmente leggibile era l’ultima, sullo sport e in particolare sullo sci. Ma nessuno degli altri visitatori sapeva che c’erano oggetti /opere da altri musei torinesi (ovviamente ho rotto le scatole e fatto un sondaggio, uno dei signori mi ha chiesto di farli da guida ma ho rifiutato perché mi vergognavo). In realtà il vero curatore, colui che ha aiutato Ed Ruscha, è Paolo Colombo. Non voglio giudicare il lavoro del collega ma avrei dei dubbi da muovere. Per chi e perché è stata fatta quella mostra? Qual era il messaggio? Perché era così respingente? Il biglietto costa dieci euro, non può essere giustificato solo dicendo costa perché siamo alla Pinacoteca Agnelli. Perché non si comunica bene il messaggio e il motivo della mostra? Sarebbe interessante saperlo.

L’altra mostra ( o meglio: le altre mostre) è quella che ho trovato molto accogliente. È utile e interessante, seppur in termini e forme diverse, come la sopra citata ma questa volta invece si sente un volontà di empatia con chi paga il biglietto. Parlo delle mostre da Camera (centro Italiano per la Fotografia) in via Rosine, sempre a Torino.

C’è una mostra intitolata “Sulla scena della crimine”, che è quella principale, che troverete fino al primo maggio. Poi la bellissima mostra “OH, man” di Lise Sarfatti e anche “Kabul + Baghdad” di Antonio Ottomanelli, questi due invece saranno visitabili fino al 13 marzo.

Complimenti sinceri a Camera e alla direttrice Lorenza Bravetta che è riuscita a creare uno spazio nuovo e innovativo e che invoglia i cittadini e i turisti ad andarlo a visitare. I temi di queste tre mostre non sono facilissimi e mainstream. Ma non importa. Vengono introdotte molto bene. Chi si trova in biglietteria potrà darvi tutte le informazioni che volete. Sulla scena del crimine è la storia della fotografia forense. Ma il curatore pone il dubbio: la fotografia forense è così diversa dalla ricerca della verità della fotografia, per esempio, artistica? Alcune foto di cadaveri sono così vere che possono mettere a disagio ma è proprio questo l’intento.

Invece la mostra Oh Man, curata dal bravissimo Francesco Zanot, sono fotografie di grande formato realizzate nella downtown di Los Angeles. I soggetti sono uomini isolati nel contesto urbano, colti mentre camminano nello spazio complesso della città. Trovo che siano fotografie non solo belle da vedere ma anche di grande impatto. Ma sono un po’ di parte perché è da anni che apprezzo il lavoro della fotografa francese Lise Sarfati. Mi è solo un po’ dispiaciuto non trovare un catalogo per questa mostra.

Infine Camera da spazio anche ai giovani fotografi in questo caso un bel progetto di Antonio Ottomanelli, giovane reporter che ci interroga e ci mostra cosa avviene a Kabul e a Baghdad. Trovo molto intelligente mostrare al pubblico anche nomi non ancora noti.

Insomma i progetti di Camera sono tutti progetti che coinvolgono e accolgono i visitatori. Non c’è disorientamento o noia nei volti di chi cammina per le sale. Ottimo lavoro e sono molto curiosa di scoprire cosa avrà in programma per tutto il 2016.

Il visitatore non è uno stupido ma non obbligatoriamente deve sapere tutto del mondo dell’arte. Compito di chi lavora nel settore è coinvolgere, emozionare, spiegare che cos’è l’arte a più gente possibile. Non è dare un qualcosa agli annoiati soliti collezionisti e basta.

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La vita violenta degli invisibili a Roma

Oggi il settimanale L’Espresso è uscito con un’inchiesta di Floriana Bulfon, con le foto bellissime e tremende allo stesso tempo di Cristina Mastrandrea, sui minorenni stranieri che vivono in condizioni che vanno oltre il degrado nel sottosuolo di Roma e che sono vittime di abusi e di pedofili.

È un racconto asciutto e tetro che racconta l’orrore che in realtà vediamo e non vogliamo vedere. Un reportage che dovrebbe essere letto da esponenti come Lega Nord o Ncd.

Il dramma dei minorenni non accompagnati che arrivano in Italia dal Mediterraneo e che noi ignoriamo, per scelta o no. La Bulfon inizia l’articolo descrivendo i luoghi orribili dove questi ragazzini vivono. Spesso accanto ci sono boutique o botteghe lussuose “una signora esce da una gastronomia d’eccellenza, e tiene in mano una bottiglia d’aceto balsamico da cinquanta euro. Con la stessa cifra un uomo compra il corpo di Fathi.”

Fathi e gli altri sono minorenni di 12, 13, 14, 15 anni che vivono in luoghi che dir rivoltanti è poco. Hanno lasciato i loro paesi, Egitto o Somalia o Eritrea o Nigeria per fare alcuni esempi, nella speranza di avere una vita migliore. C’è chi racconta che sono le stesse famiglie che li incoraggiano a fare quel viaggio nella speranza che abbiano un futuro dignitoso. Il viaggio non è nulla. L’inferno inizia qui. Non hanno spesso luoghi dove dormire e non hanno agganci, in più devono ridare indietro i soldi del viaggio. Non posso che rubare e prostituirsi. C’è un tale giro di pedofilia che rasenta l’inimmaginabile. Durante l’intervista la Bulfon riporta la rassegnazione nel dover vendere il loro corpo, devono ridare i soldi e mangiare. La durezza che assumono in certi atteggiamenti. Durezza che magari noi cittadini prendiamo come strafottenza ma che maschera un’enorme paura. Ci sono vecchi che sanno dove trovarli e alcuni passano l’intera giornata nell’adescarli e dare poi 50 euro.

Il reportage parla solo di Roma. Ma evidentemente ci saranno in moltissime altre città d’Italia. Viene riportato il dato che i minori che arrivano non accompagnati in Europa nel solo 2015 sono stati diecimila, seimila solo in Italia, i segnalati sono stati solo 550. Che fine hanno fatto tutti gli altri? Questa è un’emergenza gravissima. E assolutamente sottovalutata, credo anche con la scusa che mancano i soldi, c’è la crisi.

Scappano molti dalla guerra e dalla miseria ma arrivando qua la loro vita è comunque l’inferno. Come cresceranno? Che adulti diventeranno? Come potranno avere fiducia nelle istituzioni?

L’articolo si conclude con uno dei protagonisti delle interviste che a un certo punto urla “sono un bambino! Ho paura!”.

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Cittadini di serie b in Italia oggi. Un attimo sul ddl Cirinnà.

Ho aspettato con ansia le 16.30 per vedere in diretta la votazione del ddl Cirinnà al Senato. Per me oggi si poteva fare la Storia. Come era successo nella mia amata Irlanda mesi fa, con il referendum sul matrimonio fra persone delle stesso sesso.

All’inizio scherzo su twitter su certi interventi di Romani, Gasparri, Quagliarello e Schifani. Poi inizio ad irritarmi per tutta questa perdita di tempo. Ci sono centinaia di cittadini italiani che stanno aspettando di vedere se avranno finalmente dei diritti. Diritti sacrosanti. Esco. Mi vedo con un’amica per un aperitivo, bevo un ottimo cocktail a base di vodka ma un po’ con il pensiero mi chiedo come sta andando. Mi rilasso. Mi dico che ormai la società è pronta, che ci siamo.

Mentre aspetto il 9, guardo i social. Si ritorna domani in Senato. Alle 9.30. Ma tutto è in salita. Certo c’era nervosismo per i cattodem già da stamane. Viotti che sbotta un attimo ma con ragione, altri del partito che dicono di stare calmi. Il bellissimo messaggio di Monica. Certo i cattodem, i quali avevano appoggiato al congresso la mozione e sapevano che il governo avrebbe messo sul tavolo questo tema, e quindi puzza ancora più tutto di ipocrisia. Ma vedere anche che i 5stelle, colori che dicono di essere di paladini della giustizia  e dei diritti, coloro il cui capo – Grillo – da anni diceva che i diritti sono sacrosanti per tutti, hanno voltato le spalle e messo tutto in discussione, mi ha fatto salire ancora di più il disgusto e lo schifo.

Per cosa poi l’hanno fatto? Per poter fregare il Partito Democratico?

Si continua costantemente a umiliare centinaia di persone qui in Italia. Si continua a illuderli, promettendo diritti che dovrebbero essere già da tempo per tutti loro. Li si insulta. Si insulta la loro vita, il loro essere, i loro figli. I quali sono poi il tema principale di queste lotte medievali. Ma poi a questi oscurantisti interessa davvero la sorte e la vita di questi bimbi? Io credo di no. Perché se no avrebbero già oggi votato a favore del ddl Cirinnà, che tutelerebbe i minori.

La verità è che in questo Paese dalle mille bellezze e dalle mille possibilità ci sono tantissimi cittadini a cui in maniera aperta non si vogliono dare diritti. Neanche fossimo durante il concilio di Trento. La verità è che per moltissimi politici esistono cittadini di serie b, e a loro va benissimo così.

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Angolo caffè e libri #7 Io e Mabel di Helene Macdonald

È un libro incentrato sia sul lutto della protagonista per il padre e la sua passione per la falconeria sia sull’autore della Spada nella Roccia T. H. White.

Due temi che in apparenza non c’entrano molto ma che l’autrice riesce a intrecciare abbastanza bene.

Il romanzo della Macdonald è uscito in Inghilterra due anni fa e il titolo originale è H is for Hawk.  Ha fatto molto parlare di sè in patria per la scelta del tema della falconeria. Come ricorda l’autrice difficilmente i libri incentrati sugli animali finiscono in maniera felice. E per tutto il libro il lettore si chiederà: riuscirà la protagonista a uscire dal suo periodo di lutto? La morte improvvisa del padre scatena una serie di ricordi e di rilettura della propria vita nella protagonista che fin da piccola è appassionata di uccelli. Per riuscire a superare questo periodo difficile decide di allevare un astore, che fra tutti gli uccelli predatori è il più difficile da allevare. Vuole sfidarsi per sentire di nuovo qualcosa.

Insieme al trascorrere del tempo tra lei e Mabel, l’astore femmina che alleva, viene narrata la vita dello scrittore inglese White. Famoso per la Spada nella Roccia, da cui la Disney fece un cartone animato, viene ricordato anche per la sua autobiografia – poco conosciuta – intitolata The Goshawk. La Macdonald analizza la frustrazione di White nel fare l’insegnante ma soprattutto per dover nascondere la propria omosessualità. Il non poter essere se stesso. Un’eterna sensazione di dover vivere in prigione per l’autore inglese. Helene si trova in armonia con le emozioni di White, lo vede come un maestro nel cercare una via per uscire dal lutto.

White e l’astore femmina di nome Mabel sono coloro che aiutano la protagonista. La Macdonald esaspera in certi momenti questi paralleli. Dedica troppo spazio a White. A volte sembra di leggere due libri in uno. Il libro scorre davvero velocemente ma ho notato che si possono provare tutta una serie vorticosa di emozioni completamente diverse in poche pagine. A volte la lettura è estenuante. Ci sono stati dei momenti in cui ero avvinta dalla lettura, altri in cui non ne potevo davvero più della quasi pazzia della protagonista e della sua tristezza.

Qui in Italia è stato presentato come un grande libro, un libro rivelazione. Ed effettivamente è un libro diverso dagli altri sul lutto e sul ritrovare se stessi ma non è un libro geniale. Il finale agro dolce mi ha rasserenata al libro ma certi passaggi sono stati impossibili.

In ogni caso la dolcezza della scrittura della Macdonald è un balsamo che riesce a far stare gli occhi incollati alle pagine. È un libro comunque da leggere, magari con una camomilla con miele mentre si soffre d’insonnia di notte.

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The hateful eight. Recensione

Il nuovo film di Quentin Tarantino è incentrato su un gruppo di sconosciuti che si ritrova a dover condividere una casa – emporio a causa di una violenta tempesta di neve, in Wyoming nel 1875.

La pellicola inizia in maniera straordinaria. La musica di Ennio Morricone – prima volta che Tarantino e il noto compositore lavorano insieme – parte accattivante su un maestoso paesaggio innevato. I protagonisti hanno tutti caratteri esplosivi e sono assolutamente simpatici nonostante la loro cattiveria. I primi quaranta minuti sono d’attesa, un po’ troppo lenti con la presentazione di tutti gli attori ma ne vale pena per le fantastiche scene quando tutti si ritroveranno nell’emporio casa che darà rifugio dalle avversità climatiche. E quando le scene si ridurranno all’intimità di un’unica stanza che i nostri otto gloriosi bastardi ci daranno soddisfazione.

La prima metà del film vediamo come protagonista uno straordinario Kurt Russell mentre la seconda metà sarà predominata in maniera squisita da Samuel Jackson. Marquis Warren è uno dei migliori personaggi capitati a Jackson negli ultimi anni e lui ce lo fa amare e odiare allo stesso tempo.

Rispetto a Django Unchained quest’ultimo film di Tarantino è ancora più politicizzato. Il tema della razza e delle divisioni a causa del colore della propria pelle in The Hateful Eight è ancora più marcato, anzi è il filo conduttore principale. Attraverso le battute dei protagonisti c’è una riflessione sul razzismo, ragionamento che culminerà con il monologo di Jackson che poi farà da spartiacque fra la prima e la seconda parte.

È un film molto manierista. Tarantino fa una summa della sua arte cinematografica. È un omaggio a se stesso senza volerlo. Alcuni hanno criticato la violenza gratuita presente nel film. Effettivamente un paio di scene all’inizio sono di una violenza inutile ma il resto è puro stile tarantiniano (scusate la parola). Chi ama il regista americano non troverà niente di che, chi non lo sopporta troverà tutto eccessivo. Non vedo molte polemiche.

Mi sono divertita e soprattutto mi ha fatto piacere vederlo in lingua originale! Tre ore però sono tante per cui consiglio di andarlo a vedere solo a chi conosce già lo stile di Tarantino.

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Fango

Viviamo in una società dove gettare fango sugli altri è ormai diventata consuetudine. Anzi. Spesso lo si fa per noia. Certi giorni è sopportabile, altri non se ne può più. Alcuni dicono che purtroppo è un male necessario, altri che bisogna essere superiori. Per quanto tempo si può sopportare?

Quelli che gettano fango senza aver MAI  parlato una sola volta con la loro vittima preferita delle loro sparlate. Quelli che poi avvisano ogni loro contatto di stare attenti, spesso hanno si e no intravisto quella persona un paio di volte ma si credono esperti nel suggerire di non parlarci o darci confidenza. Quelli che siccome all’amico sta sul cazzo allora per forza bisogna gettare fango. Quelli che per ferire un ex amico allora fanno circolare voci infondate.

Certi giorni quando leggo veri e propri resoconti sulla vita degli altri o sulla mia, seppur più raramente, mi sale un tale schifo che non so trattenerlo. La rabbia, l’esasperazione, il non capire. Il dover portare per forza pazienza. Il constatare in particolare che spesso le più cattive sono le donne, quelle che si definiscono femministe ma poi massacrano le altre. L’arroganza di aver il diritto di poter dire la propria opinione ma se uno vuole replicare no, non può. Perché? Un bullismo immotivato.

Spesso chi getta così tanta merda addosso agli altri, e per così tanto tempo, in realtà è una persona molto problematizzata. Una persona che si vende a chi sta vicino come equilibrata ma che in realtà nasconde insicurezze e paure così grandi che l’unica soluzione che trova è rovinare i rapporti sociali ad altri. Ne provo profonda pietà ma allo stesso tempo profondo disprezzo. Disprezzo allo stesso modo chi crede ciecamente alle calunnie. Onestamente se vedo che una persona a me cara sparla sempre male di qualcuno che non conosco, non credo ciecamente a quello che dice ma mi preoccupo, mi chiedo cos’è successo e suggerisco di pensare di me a quella persona. Non alimento e certamente non mi metto a odiarla.

Ci sono certi giorni in cui è davvero difficile sopportare. Forse per i toni esasperati che ci sono ormai su facebook o twitter, almeno nel privato si vorrebbe un po’ meno ipocrisia e un po’ più serenità. Non nego di essere cascata anch’io a volte in certi meccanismi, per fortuna poi ho riflettuto.

È molto facile gettare fango. È veloce, gratuito, fa stare meglio – immagino. Meno facile poi è guardarsi allo specchio.

 

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Le molti ombre e le poche luci della fiera d’arte 2016 di Bologna

Quest’anno la fiera d’arte più antica d’Italia compiva quarant’anni. C’era molta aspettativa, specialmente con il mercato fermo e molta competizione con altre città, su tutte Milano e Torino. Dirò subito che le aspettative sono andate tutte delusa. Nonostante le due mostre ad hoc sulla storia della manifestazione è stata una fiera VECCHIA  e molto molto PROVINCIALE.

Ammetto che le accuse di provincialismo sono state tutte giustificate e sono state giustissime. Non si pensava che si potesse rivaleggiare con Art Basel ma almeno dare un segnale importante, niente di tutto questo. Troppe gallerie, nuove proposte talmente nascoste che sono passate inosservate, anche il settore fotografia è stato ghettizzato malamente.

Una galleria, di cui non farò nome per cortesia, da sempre specializzata in fotografia ha provato a differenziarsi dal resto del ghetto, proponendo anche artisti che riusano vari materiali o con video installazioni ma lo stand è sembrato ridicolo e fuori luogo e so per certo che che non ha venduto assolutamente nulla e che il fotografo da loro rappresentato non era molto felice di essere stato relegato in secondo piano e esposto solo con tre opere (non vendute. Il fotografo italiano sarebbe uno dei più quotati e promettenti e stimati ma molto probabilmente il gallerista in questione deve cambiare mestiere, evidentemente). Sempre per il settore fotografia alcuni ricordavano che anche Paris Photo è stato relegato per anni nel sottoscala del Louvre e quindi c’era poco da lamentarsi ma questi signori si sono dimenticati che ORA  Paris Photo ha avuto nuova linfa vitale spostandosi al Grand Palais e che ha una succursale a Los Angeles, dove gli affari vanno a gonfie vele. Non sono dettagli.

Non voglio dire che sia stata pessima, ci sono stati lampi di luce ma per merito di pochi galleristi che ancora sanno fare il loro mestiere. Per esempio Lia Rumma è stato un lampo di luce accecante anche se ha portato, oltre ai soliti artisti famosi, opere più rassicuranti e più facilmente vendibili rispetto alla fiera a Torino. Ci sarebbe da sottolineare che a Torino gli affari sono andati bene nonostante la presentazione di opere meno spendibili sul mercato italiano ma tant’è.  Molte gallerie straniere hanno portato una ventata di freschezza e sono state le migliori.

Purtroppo la maggior parte degli stand presentava opere che ormai o ci sono sempre o si vedono nei musei o hanno prezzi assolutamente inavvicinabili. Ha senso questo? E su questo ultimo punto mi soffermo un attimo sul fatto che qui in Italia la metà dei galleristi non dichiara il prezzo delle opere, lo fa con i clienti più esclusivi, lasciando il mercato in mano alle case d’asta.

Il 40%  delle gallerie fornisce il prezzo solo su richiesta mentre un 10% lo dichiara solo a collezionisti importanti e soprattutto conosciuti. Questo atteggiamento da una parte droga il mercato (gli unici signori dei prezzi sono così le case d’aste) dall’altra atrofizza il mercato interno e allontana possibili acquirenti e appassionati.

Sarebbe stata utile una serie riflessione sul tema. E sarebbe stato importante e rivoluzionario farlo a Bologna. Anche all’estero c’è questo problema (vedi Londra e New York) ma si sta cercando di risolverlo e se ne sta parlando, da noi neanche una parola, anzi.

Per quello che ho visto fuori dalla Fiera non c’è stato niente di epocale. Buona la mostra su Pasolini a Bologna ma per il resto i soliti Burri, Fontana e altri nomi notissimi. Molto molto delusa dall’accademia di belle arti e da tutte le gallerie in città, scialbe e senza proposte.

Alla fine rimarrà l’immagine di addetti ai lavori che si facevano selfie sdraiati su divani rotondi e bassi nell’area relax, tutti annoiati e sorridenti grazie al prosecco offerto. Notevole invece la gentilezza di chi lavorava allo stand della casa editrice Corraini, stand ovviamente vuoto.

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