“Don’t shoot the painter” una mostra intelligente per avvicinarsi al contemporaneo

È in corso alla G.A.M. di Milano la mostra “Don’t shoot the painter” a cura di Francesco Bonami, che finalmente cura di nuovo con entusiasmo e intelligenza una mostra come non lo faceva da anni.

Le opere provengono dalla prestigiosa raccolta UBS Art Collection, che raccoglie 35.000 opere dagli anni ’60 ai nostri giorni. La collezione è divisa in 837 sedi in 56 paesi diversi ed è visitabile in occasioni di mostre o prestiti ad altri musei. Fino a quest’anno è stato a capo della USB Art Collection Irene Zortea, ora sostituita da un’altra donna, Mary Rozell.

Ho trovato suggestiva e azzeccata la sede della GAM dove sono raccolti i quadri e le statue del nostro Ottocento. Un dialogo intelligente tra recente passato e presente. Il percorso espositivo inizia con la celebre fotografia “National Gallery 1, London 1989″ 1989 di Thomas Struth. L’allestimento parte da questa fotografia e sulle pareti sono state fotografate e riprodotte le sale della GAM, in modo da creare appunto un dialogo tra ciò che è esposto e ciò che si trova nel museo. Si passa da opere che hanno come protagonista il paesaggio, con forti riferimenti al ’400 e al ’600. La natura è intesa con un significato ampio che non esclude a priori la presenza umana o le sue tracce. Poi vi è una sala dedicata al ritratto. Vi è un richiamo sia al ritratto classico ma anche al ritratto olandese o italiano del Rinascimento, fino al ritratto dell’artista stesso come ricerca psicologica dell’Io. Poi una sala dedicata alla natura umana e un’altra al colore.

La mostra aiuta il visitatore ad approcciarsi all’arte contemporanea con molta semplicità e mostrando che non è tutto astratto ma c’è un significato anche nelle opere dei nostri giorni. Ci sono grandi nomi, che magari al gran pubblico non sono molto conosciuti ma che giustamente escono dai luoghi chiusi dei circuiti delle gallerie e collezioni. Ho notato come ci fosse una grande presenza di artisti cinesi e giapponesi, i quali hanno imparato l’arte del dipingere non nella loro patria ma nella nostre accademia d’arte. E infatti non c’è nessuna differenza nel modo tra un orientale e un occidentale, se non fosse per il nome sul cartellino non capiremmo mai che l’autore è cinese. Mi chiedo: questo essere diventati completamente occidentali mettendo da parte le tecniche tradizionali dei loro paesi ha arricchito o impoverito gli artisti orientali? La globalizzazione ha annientato le differenze nel modo di creare un’opera e ormai tutto è molto “americano” e molto “inglese”?

Un altro aspetto positivo è il fatto che c’è un dialogo tra opera-luogo-spettatore. Si entra con piacere nelle sale e se ne esce appagati. Davvero raro di questi tempi. Oltretutto vi è una riflessione dietro ad ogni sala e si sente che la mostra è stata allestita per il visitatore e non per gli addetti ai lavori.

Si potrà visitarla fino ad ottobre. Trovo che sia una grande occasione sia per vedere una bella mostra sia per vedere opere che solitamente non sono accessibili al pubblico. In più è gratis.

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Femminista, musulmana, giornalista: Mona Eltahawy

Ho sentito parlare di Mona Eltahawy quando si parlava delle giornaliste che hanno subito assalti sessuali e violenze di gruppo mentre facevano il loro lavoro in Egitto, durante i fatti della primavera araba. Alcuni colleghi maschi in America argomentava che fare il giornalista in certe parti del mondo era un lavoro solo per uomini, a causa delle conseguenze (cioè gli uomini non vengono violentati). Si era scatenata una bufera all’estero, Guardian o The New York Times parlarono spesso dell’argomento, non credo qui in Italia. E così venni a conoscenza della Eltahawy.

Mona Eltahawy è una giornalista pluri premiata e commentatrice attenta del mondo arabo e musulmano ma anche del femminismo a livello globale. Spesso nei suoi reportage interseca questi tre argomenti in maniera molto corretta e intelligente. Nata a Port Said, in Egitto, nel 1967, con i suoi genitori (entrambi dottori) si trasferì molto presto in Inghilterra. Quando aveva 15 anni i suoi accettarono un’offerta di lavoro in Arabia Saudita e qui racconta spesso Mona divenne femminista.

Nel novembre del 2011, mentre stava seguendo cosa stava avvenendo in Egitto, venne assaltata da un gruppo di poliziotti, portata in una guardiola dove venne tenuta per 12 ore. Durante l’attesa di essere rilasciata non solo subì continui insulti verbali ma fu ripetutamente assaltata per essere violentata in gruppo. Per non subire violenza si ribellò e come punizione le ruppero entrambe le braccia. Venne rilasciata in quanto con passaporto straniero. Da quel episodio inizio a interrogarsi e a studiare la misoginia del mondo musulmano. Nel 2012 uscì il suo libro “Why do they hate us?” il quale divenne un best sellers nel mondo (tranne in Italia). A maggio di quest’anno è uscito il suo secondo libro “Headscarves and Hymens: Why the Middle East needs a sexual revolution”.

La ricerca del secondo libro va ancora più in profondità sul problema delle donne nell’Islam moderno. Ha intervistato centinaia di persone. Riporta infiniti casi di stupri, abusi, mutilazioni genitali. La Eltahawy ha deciso di non fermarsi solo al mondo arabo del nord Africa ma è andata alla ricerca di cosa avveniva in tutto il mondo musulmano sia quello nel Medio Oriente sia in Africa.

Il suo è un lavoro importante. È una ricerca scientifica su quello che le donne subiscono in nome della religione, laddove la religione non c’entra assolutamente nulla. Alcuni colleghi le fanno notare che scrive di questi argomenti per quello che subì quella notte. Evidentemente è vero. Ma se si leggono le sue interviste, si guardano le conferenze dove partecipa, si capisce che è una donna forte che supera il suo trauma aiutando le altre donne. Fa il suo lavoro di giornalista in maniera oggettiva e coraggiosa. In un’intervista ha dichiarato che si è tatuata proprio nel punto dove le ruppero le braccia i suoi aguzzini per “usare il corpo come veicolo di un messaggio: voi non mi avete spezzato”.

Si dichiara orgogliosamente femminista e fan del Manchester United. Trovo adorabile questa sua dichiarazione! Non c’è nessun contro senso ad essere femminista e anche appassionata di calcio.

Come non c’è nessun contro senso ad essere femminista e musulmana, anzi. Credo che il suo lavoro sia molto importante e sia da esempio per tutte le donne, musulmane o no, che voglio finalmente essere riconosciute come essere umani e non come bestiame da mutilare.

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“While we’re young” il film di Noah Baumbach che riassume il suo stile finora

L’ultima fatica cinematografica di Noah Baumbach “While we’re young” – tradotto “Giovani si diventa”, non voglio commentare – rappresenta il riassunto stilistico del regista americano fino ad oggi.

“Il calamaro e la balena”, “Il matrimonio di mia sorella” e “Frances Ha” tutti film che ho adorato negli anni passati, forse godendomeli moltissimo perché sapevo che nessuno conosceva Baumbach e perché visti in lingua originale all’estero (che qualcuno mi aiuti dal mio snobismo), vengono riassunti in questo ultimo film del regista americano. Non voglio essere però fraintesa: mentre guardavo la pellicola, in un cinema per fortuna semi vuoto dove mi sono goduta silenzio e fresco, non ho trovato ripetizioni di scene o schemi o musiche, non è un film fotocopia di quelli precedenti, semplicemente è una summa del lavoro svolto finora che porterà ad un’evoluzione stilistica o ad un manierismo del suo stile.

Giovani si diventa vuole avvertire sul pericolo di ri aprire una porta sulla giovinezza appena passata. In questo suo settimo film Baumbach sembra voler richiamare nella scrittura della sceneggiatura il norvegese Ibsen, senza troppa drammaticità però. È un mix tra relazioni moderne e un richiamo al classico romanticismo e sue conseguenze, una battaglia per rimanere vivo e al passo coi tempi durante la mezza età ma senza drammi, il tutto condito con energia, generosità e ironia.

Per quanto riguarda certe scelte di inquadrature e parte della colonna sonora c’è un richiamo a Woody Allen ma non sarebbe la prima volta che Baumbach richiama il grande regista e poi New York si presta a quel tipo di richiamo. La storia di divide tra la coppia in stato di blocco e senza figli di Jsh (Ben Stiller al suo meglio!) e Cornelia (Naomi Watts che a me non fa mai impazzire) e una giovane coppia formata da Jamie (un adorabile e ottimo Adam Driver) e Darby ( la sempre bella Amanda Seyfried). Mentre la coppia Josh/Cornelia è più unita e fa ridere in certe scene, quella formata da Jamie/Darby, lui aspirante filmmaker mentre lei gelataia, sembra una coppia formata per caso ma forse più aperta e ottimista.

Noah riesce a trasmettere la passione e la freschezza della giovinezza  e il coraggio e l’energia nel trattenere anche in età adulta tutto quello che di buono c’è stato negli anni passati, senza cedere al cinismo o alla delusione che la vita più portare.

Onestamente è un film che mi piaciuto molto (nonostante l’orribile!!!! doppiaggio). Manca forse della bellezza di Frances Ha ma Baumbach riesce comunque a proporci un ottimo film con una colonna sonora che spazia da David Bowie alle Haim, unendo nella musica ancora le due generazioni rappresentate e cioè i quarantenni e i ventenni.

Alcuni critici un po’ malignamente l’hanno definito il miglior film di Woody Allen del 2015. Poco importa. Un film piacevole e bello da vedere comunque!

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Scrittori da scoprire: Claudia Durastanti

Ci sono libri che ti scelgono. Entri in libreria e loro richiamano la tua attenzione. Quando nel 2011 comprai il primo romanzo di Claudia Durastanti nella piccola libreria venezia Marco Polo fui attratta come prima cosa dai titoli delle sezioni del romanzo, erano frasi di canzoni tra cui  Smiths e REM che sono fra i miei gruppi preferiti. La sorpresa poi leggendolo tutto di un fiato fu che mi sembrò di leggere un’autrice americana, tradotta in italiano. Credo che il fatto che l’autrice sia nata e cresciuta a Brooklyn abbia influenzato il suo modo di scrivere ma fino a un certo punto, quando la leggo mi pare di sentire Carver e le sue sospensioni, Cheever, De Lillo e altri, sento di più gli autori che ha letto.

Trovo Claudia Durastanti la più brava e coinvolgente fra gli scrittori italiani di questi ultimi anni. Non a caso la Minimum Fax l’ha voluto tra gli autori dell’antologia “L’età della febbre” per parlare dei nostri giorni. Riesce a cogliere e a descrivere personaggi che potremmo vedere tutti in periferie o sobborghi ma di cui non ci passerebbe per la mente che potrebbero essere protagonisti di un romanzo, senza renderli però macchiette o stereotipati. C’è una ricerca accurata per ogni personaggio portato in vita nelle pagine. Nella biografia sulla scrittrice Irene Nemirovsky si viene a sapere che prima di mettersi a scrivere un romanzo, l’autrice francese scriveva tutta la biografia dei suoi personaggi come se fossero persone vere. Non so se la Durastanti scriva la biografia dei personaggi e non so se li conosce così in maniera approfondita ma si ha sempre la sensazione di conoscere tutto di loro, che non siano personaggi fittizi, si potrebbe indovinare come si vestono, cosa bevono, cosa guardano alla televisione e così via, la scrittrice ci rende intimi di chi scrive. Entriamo pienamente nella storia anche attraverso una certa intimità che crea dalla prima pagina.

Trovo la sua scrittura fluida. Non ci sono intoppi, passaggi difficoltoso nella lettura dei suoi romanzi e dei suoi racconti. Scrive anche per riviste, tra cui il Mucchio. Comprai questa rivista musicale fino al 2003. Uno dei motivi per cui a volte la rileggo è il suo articolo che si trova sempre in apertura, dopo quello di introduzione della direttrice. Musica, libri, sentimenti: di qualsiasi cosa stia scrivendo riesce a creare, volontariamente o no, una connessione e a rendere il tutto interessante o a dare uno spunto per una riflessione.

Penso che in Italia siano pochi quelli che riescono a scrivere come lei, allo stesso livello mi piacciono Giorgio Fontana, Nicola Lagioia, Paolo Cognetti e pochi altri. Ovviamente sono gusti soggettivi. Ma ogni volta che regalo ad amici, perché io regalo sempre libri! sono davvero ripetitiva, “Un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra” e “A Chloe, per le ragioni sbagliate”, entrambi editi da Marsilio, puntualmente si creano nuovi fan. Sento l’esigenza di trovare scrittori che ti prendano per lo stomaco e ti tengano inchiodati alle pagine. Autori che ti ritrovi con piacere a rileggere anche anni dopo, sempre provando le stesse emozioni.

Ammetto che nonostante la stima verso la Durastanti non ho letto molte sue interviste. Per un certo periodo ho anche seguito il suo profilo personale su facebook ma dopo un po’ l’ho trovato stupido e l’ho tolta. Non mi interessava sapere cosa faceva, dove andava, cosa ascoltava. Per me l’unica cosa che conta è leggere i suoi romanzi. Non mi interessa sapere se in un determinato libro lo scrittore ha messo molto o poco della sua vita privata, se si è ispirato a situazioni davvero avvenute. Spesso si vuole sapere i retroscena ma è davvero così necessario? Non mi riferisco solo a Claudia Durastanti ma parlo per qualsiasi romanzo e scrittore. Forse questo mi rende un po’ arida ma per me è importante cosa sto leggendo non tanto la strada che ha portato al risultato, anche se confesso che leggo con immensa curiosità libri che parlano della vita di Philip Roth per esempio.

Non posso che invitarvi a leggerla. Per il suo modo in cui descrive relazioni amorose fallite o meno, per come parla della complessità dei rapporti tra innamorati/amanti/amici, per le parole che usa, per la crudezza con cui a volte narra certi episodi, il tutto però condito da una certa morbidezza nella scrittura e un piacere immenso nello scrivere. Non so se ha difficoltà a mettere insieme un romanzo, percepisco però che ama scrivere, forse ne ha quasi un’urgenza. Aggiungo solo che i suoi romanzi sono da leggere, magari anche solo se si vuole evadere ascoltando musica in sottofondo.

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Le ragioni di Mariana Mazzucato

Viviamo giorni in cui la politica è in ostaggio dell’Economia, sono giorni in cui gli economisti sono i nuovi Divi e Vati, sono giorni in cui ogni europeo si sente un economista anche se laureato in nutrizionismo.

Credo che pochi capiscano quando ascoltano un esperto in economia se sta dicendo fesserie o nozioni corrette e giuste. Spesso in generale non ci capiamo moltissimo. Ammetto di aver comprato per la prima volta un libro di economia quando presi quello di Piketty.  La materia mi interessava dal punto di vista politico ma non mi sono informata sul serio. Poi lessi un articolo di approfondimento sul Guardian di Mariana Mazzucato e parte della mia visione su certi argomenti cambiò.

In questi giorni dove si parla molto di economia a causa della Grecia e dell’Unione Europea leggo e se posso ascolto con interessa le ragioni della Mazzucato. L’ho vista recentemente ad un incontro organizzato dal Comune di Milano, per volere dell’Assessore Tajani, all’ex albergo diurno Cobianchi in piazza Duomo. La Dottoressa Mazzucato era qui in Italia per una serie di incontri e non mi sono lasciata sfuggire l’occasione. Oltre a essere molto chiara è anche molto diretta. Parlando della crisi greca ha spiegato come e cosa ha fatto la Germania negli anni ’90 per uscire da una situazione economica non favorevole, e cioè ha investito. Cosa che la Grecia non riesce a fare anche per colpa della Germania. Ha spiegato come lo Stato non possa usare la stessa economia che usa un privato perché non avrebbe senso, Ha criticato tranquillamente Renzi affermando che le sue leggi hanno le pecca di non investire. E questo avrà conseguenze sulla nostra economia e sul mondo del lavoro. In Italia c’è moltissimo capitale, ma non c’è quello giusto. Cioè si è dato in mano tutto alla finanza lasciando da parte ricerca, investimento ecologia, e altre importanti e concrete voci. Invece si applicano qui politiche regressive in nome dell’innovazione (che non c’è) e creando così ancora maggior diseguaglianza. E’ stato un incontro davvero interessante, ovviamente ha parlato di moltissimi altri argomenti e francamente la vedrei bene come ministro dell’economia a Roma.

Ha idee chiare e punta la sua ricerca, lavora all’Università in Inghilterra ma è anche consulente per la green economy in Brasile, sull’innovazione che afferma essere uno dei punti su cui puntare per il futuro.

Vi riporto un suo articolo che ha scritto per Repubblica prima del referendum greco. Anche se sappiamo qual è stato l’esito ve lo trascrivo lo stesso. E’ un ottimo spunto di riflessione.

“Come Yanis Varoufakis ripete fin dall’inizio, la Grecia non aveva una crisi di liquidità, ma una crisi di solvibilità, originata a sua volta da una crisi di “competitività”, aggravata dalla crisi finanziaria. E una crisi di questo tipo non può essere risolta con tagli e ancora tagli, ma solo con una strategia di investimenti seria accompagnata da riforme serie e non pro forma per ripristinare la competitività. La vera cura.

Invece, fingendo che la Grecia avesse solo una crisi di liquidità ci si è concentrati troppo su pagamenti del debito a breve termine e condizioni di austerity sfiancanti imposte per poter ricevere altri prestiti, che sarà impossibile rimborsare in futuro se non torneranno crescita e competitività. E non torneranno se la Grecia non potrà investire. UN circolo vizioso senza fine.

realtà è che è impossibile avere un’unione monetaria con competitività differenti. E finora non c’è stata una comprensione chiara di come e perché queste differenze di competitività siano nate. Se da un lato è corretto mettere l’accento sulle riforme fiscali e sulle modifiche all’età pensionabile per riportarle in linea con il resto d’Europa, dall’altro lato si è parlato molto di quello che bisognava costruire. Come in Italia, si è puntato a ridurre le pensioni, gli stipendi dei dipendenti pubblici, le rigidità del mercato del lavoro ( eufemismo per diritti dei lavoratori), partendo dal pressupposto che sbarazzandosi delle inefficienze sarebbe arrivata la crescita. Ma nulla è più lontano dalla verità. C’è molto da costruire, non solo da eliminare, e fin quando non si farà questo la Grecia non arriverà a nulla.La Grecia deve fare quello che la Germania fa (investire), non quello che la Germania dice (tagliare). Tra l’altro è anche vero che questa medicina la Grecia l’ha ingoiata in questi ultimi mesi ma pochissimi glielo hanno riconosciuto: ha ridotto il disavanzo, tagliato il numero dei dipendenti pubblici e alzato età pensionabile. Se gli avessero dato maggior respiro avrebbero fatto molto di più. L’Italia deve trarre gli insegnamenti giusti da questa tragedia greca. La competitività dell’Italia è scadente quasi quanto quella greca e fino a questo momento la strategia di investimenti è stata alquanto deficitaria: qualche misura pro forma sull’istruzione, tagli al settore pubblico e tanta attenzione a quello a cui i lavoratori devono rinunciare. Perciò, se ci sarà la Grexit preparatevi per l’exItalia il prossimo anno”.

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