Alcune considerazioni sulla Biennale d’Arte a Venezia

La Biennale d’arte di Venezia è ancora la rassegna d’arte più prestigiosa al mondo. Dopo edizioni grigie e dove non c’era un senso logico, questa 56esima Biennale riscopre forza e significato. Il curatore è Okwui Enwezor, classe 1963, nigeriano, direttore della stupenda Haus der Kunst a Monaco di Baviera. Il titolo della Biennale quest’anno è All the world’s futures. Sono presenti 136 artisti che provengono da 53 nazioni. È una Biennale spiazzante, rigorosa, coerente con il tema, molto politica e attenta ai conflitti sociali. Alcuni avranno notato che mancano artisti solitamente sponsorizzati da potenti gallerie ma forse questo è un altro pregio di questa edizione. Il Padiglione Italia è stato curato da Vincenzo Trione. Moltissime installazioni che richiamano alla memoria. Ma anche un excursus sul nostro dna artistico del ’900. Ritroviamo di nuovo l’Italia non solo nei Giardini ma anche all’Arsenale. Tutti le nazioni hanno portato i loro migliori artisti. Ma ho trovato l’Arsenale il vero pezzo forte di questa Biennale. È un viaggio tra artisti conosciuti o meno ma che portano un messaggio. Immigrazione, ecologia (si parla molto di ecologia, tema non molto mainstream nel mondo dell’arte e a volte snobbato troppo), guerre, genocidi. Si cammina per le sale con curiosità e libertà, senza le costrizioni dei padiglioni dei Giardini. Non c’è un percorso pre stabilito e quindi il visitatore ha la possibilità di osservare le opere senza ansie o interessandosi troppo a che nazionalità appartenga l’artista. Perfetto mettere l’opera del cinese Xu Bing, un drago alato che rappresenta gli scarti delle industrie cinesi, che sembra che voli sopra l’acqua. Stati Uniti, Albania, Giappone, Australia sono forse i migliori padiglioni. Ma la qualità e l’offerta è alta ovunque.

Vi è anche una forte critica al capitalismo e al razzismo, ben evidenziati nel padiglione della Germania che unisce i due temi. La mia solita perplessità rimane questa: chi non è del settore o non ha una buona conoscenza dell’arte di oggi come fa a interpretare e valutare tutte queste opere? Davvero si conoscono tutti questi 136 artisti? Dubito. Le Biennali, come altre fiere o mostre, sono ancora per gli addetti al lavoro. Ho notato che chi si aggira fra le varie installazioni e sale fotografa sempre tutto. Ho visto scattare centinaia e centinaia di fotografie. Perché? È un modo per far credere di aver capito o di aver apprezzato? Io ho fotografato pochissimo. Anzi, credo che ci tornerò. Passare sei ore dentro non mi ha aiutato a comprendere fino in fondo cosa Enwezor ci ha voluto dire.

Alcuni critici e giornalisti hanno trovato cupo il tema. Il tema non era futuro per loro ma la morte e si parlava molto di presente. Ma una Biennale non serve a dare risposte, serve come radar per capire in parte il nostro presente. Il monito che ora come ora il mondo non è molto allegro e si prospetta un futuro nero. Ma noi possiamo cambiare questo percorso negativo.

Ho trovato assolutamente deludenti padiglioni Inghilterra e Russia: vuoti di contenuti e megalomani di idee. Triste visto che uno è il paese dove si crede che ci sia ancora arte significativa e rivoluzionaria, l’altro è il paese dei collezionisti d’arte contemporanea con i suoi oligarchi miliardari. Ma forse la scelta del curatore non è stata casuale: mostrare la vuotezza artistica di quei paesi? Chissà.

Insomma. Dopo sei ore ne sono uscita frastornata ma anche soddisfatta di aver visto una buona Biennale. Forse è il caso che il mondo dell’arte sia meno autoreferenziale. In fondo tutta questa Biennale è stata surclassata da una mostra, quella sulla Nuova Oggettività al Museo Correr, in piazza San Marco. Dix, Grozs, Scholz e altri rappresentarono negli anni ’20 perfettamente e in maniera cruda il loro mondo. I reduci dalla prima guerra mondiale, i nuovi e arroganti ricchi, la discriminazione e emancipazione delle donne e la nascita del nazismo. Abbiamo noi grandi artisti e riescono oggi a rappresentare così bene e con criticità il nostro presente?

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Il grande comunicatore si sta rottamando da solo?

Matteo Renzi è in grande difficoltà. Ovviamente non lo ammetterà mai. Marco Damilano nel suo articolo sull’Espresso on line dice che il primo ministro ha perso verve e forza nei discorsi. Ricorda come un anno fa si presentava vincitore con il quaranta per cento alle europee e oggi invece vincitore perdente delle regionali/comunali di maggio e giugno.

È vero che qualcosa si sta rompendo. Non tanto per le uscite di Civati e Fassina ma per la totale perdita di dialogo con tutta la base. Tutta. C’è stato un sfilacciamento, iniziato a dire il vero già dall’anno scorso ma non notato causa ubriacatura da vittoria europee, con la base che si è tramutato in totale divergenza delle strade. Renzi non riesce più a incantare.

Il secondo fattore preoccupante è quella sensazione di non sapere che cosa fare, di aver paura che il Governo non sappia bene dove sta andando, perché si sta impuntando tanto su queste riforme non proprio geniali. Si aggiunge il timore di avere problemi alle elezioni nazionali con l’Italicum. Tutti coloro che erano saliti sul carro ora stanno già valutando se scendere e come scendere.

Chi vota sinistra è sperduto. Non si vedono figure in cui avere fiducia, riconoscersi. Attenzione. Non bisogna cercare figure politiche in funzione anti-Renzi! Bisogna smetterla di tramutare Renzi nel Berlusconi 2.0 per non prendere altre decisioni. Ci vuole una figura che sappia guidare il partito, il Paese, che sappia vincere, che sappia ri parlare alla base e che abbia una visione del futuro a lungo termine del Paese. Insomma: ci vorrebbe un miracolo.

Per ora sono iniziate le sabbie mobili della politica nei centri di potere. Il Napoleone toscano perde se non riesce a correre e con le sabbie mobili è diventato più lento di un bradipo. Alcuni dei suoi fedelissimi dicono che sta per tirare fuori dal cilindro una sorpresa (elezioni in autunno? Ma avrebbe senso? Non credo). In ogni caso sono davvero tutti nervosi.

Il sindaco d’Italia poi sta abbandonando al loro destino tutti i sindaci del Paese, in primis Ignazio Marino. Non ho mai visto negli ultimi anni una figura più isolata e abbandonata a se stessa del sindaco di Roma. Ora che avrebbe bisogno dell’appoggio non solo del Governo ma anche del suo Partito. Orfini non sta capendo che è stato usato e ora prova a ridare una rotta al Pd romano ma con enormi difficoltà e con una scorta. Marino non è un genio politico ma è una persona perbene che aiutata saprà lavorare egregiamente risollevando Roma, ma aiutata non abbandonata. Il Sindaco d’Italia non capisce gli errori che sta facendo con il sindaco della capitale italiana.

È un momento davvero complicato e pieno di incognite per Renzi ma anche per noi italiani. Il grande comunicatore si sta rottamando. Noi della sinistra italiana dobbiamo pensare e lavorare a ricostruire noi stessi e il nostro elettorato, con un piano per il Paese fattibile e importante, se non vogliamo essere a nostra volta rottamati. E francamente mi spaventa pensare il nostro bel Paese in mano ai grillini o ai leghisti.

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Un po’ di poesia. Itaca di Costantino Kavafis

Nel mio vecchio blog ero solita trascrivere moltissime poesie. In questo non lo faccio perché sono cambiata e perché il taglio che do a questo blog è completamente diverso dall’altro. Anche se poi si tratta sempre di esprimere e condividere i propri pensieri.

Sto attraversando un momento, che so che sarà solo un momento, non facile. Incredibile come parole che trovo in romanzi, saggi,  poesie mi aiutano a riflettere e a volte a rasserenarmi. Credo che i migliori amici della mia vita da figlia unica ed egoista siano i libri che però hanno una vita loro e sono pieni di energia. Stasera mi è tornata in mente questa famosissima (almeno per me) poesia del grande Kavafis, che però qui in Italia non è molto conosciuto. Allora ho deciso di riportarla qui, perché anche se Istantanee Variabili non ha niente a che vedere con Elisabetta is not an angel parlo comunque di me.

Consiglio prima della lettura della poesia: so che comprare libri di poesia sembra inutile ma fatelo. la lettura è più lenta, più riflessiva ma stupenda seppur diversa.

ITACA

Se per Itaca volgi il tuo viaggio,

fa voti che ti sia lunga la via,

e colma di vicende e conoscenze.

Non temere i Lestrigoni e i Ciclopi

o Poseidone incollerito: mai

troverai tali mostri sulla via,

se resta il tuo pensiero alto, e squisita

è l’emozione che ti tocca il cuore

e il corpo. Né Lestrigoni o Ciclopi

né Poseidone asprigno incontrerai,

se non li rechi dentro, nel tuo cuore,

se non li drizza il cuore innanzi a te.

Fa voti che ti sia lunga la via.

E siano tanti i mattini d’estate

che ti vedano entrare (e con che gioia

allegra!) in porti sconosciuti prima.

Fa scalo negli empori dei Fenici

per acquistare bella mercanzia,

madrepore e coralli, ebani e ambre,

voluttuosi aromi d’ogni sorta,

quanti più puoi voluttuosi aromi.

Rècati in molte città dell’Egitto,

a imparare dai sapienti.

Itaca tieni sempre nella mente.

La tua sorte ti segna quell’approdo.

Ma non precipitare il tuo viaggio.

Meglio che duri molti anni, che vecchio

tu finalmente attracchi all’isoletta,

ricco di quanto guadagnasti in via,

senza aspettare che ti dia ricchezza

Itaca t’ha donato il bel viaggio.

Senza di lei non ti mettevi in via.

Nulla ha da darti più.

E se la trovi povera, Itaca non t’ha illuso.

Reduce così saggio, così esperto,

avrai capito che vuol dire un’Itaca.

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James Rhodes e la libertà di espressione. Un caso di free speech in Inghilterra.

James Rhodes è un pianista che fa concerti in tutto il mondo. Nato nel 1975 a Londra, compie importanti studi in prestigiose scuole del paese. Nel 2008 incide il suo primo album solista e da allora diventa una star della musica classica.

Nonostante la fama però James Rhodes fino allo scorso aprile non poteva raccontare gli orrori e gli abusi sessuali che aveva subito durante l’infanzia. In Inghilterra la libertà di espressione non è così ovvia come pensiamo. Eppure i quotidiani inglesi o programmi televisivi non hanno problemi di censure. Attraverso la vicenda di Rhodes invece scopro che da vent’anni il free speech non è garantito in Inghilterra.

Per fortuna la Suprema Corte a metà maggio ha deciso di annullare le decisione di ingiunzione preventiva a non pubblicare il libro “Instrumental” edito dalla Canongate. La decisione di pubblicarlo è diventato un caso, una pietra miliare, nella difesa del free speech. Le memorie raccontate da James Rhodes riportano in maniera dettagliata e cruda gli assalti sessuali che dovette subire nell’infanzia ma racconta anche di come la musica l’ha aiutato a superare il trauma. L’ex moglie aveva denunciato Rhodes per la possibile pubblicazione del libro, bloccandola, perché avrebbe danneggiato il loro figlio di 12 anni. La richiesta del ex signora Rhodes era stata accolta e la possibilità di pubblicarlo era svanita per sempre (finché il figlio fosse stato in vita). Rhodes fece ricorso e così il giorno 20 maggio 2015 la Corte ha deciso che quel blocco era ingiusto e andava contro i principi di libertà. Il caso è poi andato alla ribalta dei giornali non solo perché il pianista inglese è molto famoso ma anche perché la sua battaglia è stata sostenuta da uno dei suoi migliori amici, l’attore Benedict Cumberbatch, e da alcuni scrittori tra cui Tom Stoppard.

Rhodes ad oggi soffre di problemi alla spina dorsale a causa degli abusi sessuali – venne violentato ripetutamente dall’allenatore di boxe della scuola – e problemi mentali, i quali stanno guarendo grazie alla musica e al supporto di amici e della seconda moglie. James Rhodes spiega come l’aver voluto scrivere il libro sia stato non solo una liberazione ma anche un modo per dire a chi subisce questo tipo di violenze che non è solo.

Molti commentatori britannici notano come nel loro paese ci sia ancora una noncuranza e quasi un senso di vergogna nel parlare chi ha malattie mentali e di abusi sessuali, specie su minori. Questa sentenza fa emerge molte dinamiche nascoste nella società inglese. Il verdetto della Suprema Corte è un importante caso sulla libertà d’espressione, un riconoscimento alla libertà di poter riportare verità magari scomode ma con la sicurezza che la legge è dalla parte di chi vuole raccontare queste verità.

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Il valore di una giovanile all’interno del centro-sinistra oggi.

La mia esperienza in una giovanile di partito è finita nel febbraio del 2007, dovevo ancora compiere 25 anni e da allora ci sono voluti sette anni prima che prendessi un’altra tessera di un partito. Sempre nel centro-sinistra sia ben chiaro. Fra il 2007 e il 2014 mi sono interessata alla politica senza pause ma in maniera diversa. Eppure nonostante poi certe delusioni ho sempre pensato alla giovanile come una fucina creativa per fare e creare future personalità politiche preparate.

L’idea di una giovanile all’interno di un partito o un movimento non è qualcosa di storicamente nuovo. La prima fu fondata a Stoccolma nel 1907. Dopo varie vicissitudini storiche nel 1946 a Parigi venne rifondata la Union of Socialist Youth. In Italia ci fu la Fgci, poi nel 1990 nacque la Sinistra giovanile (SG) prima dentro il PDS e poi i DS. Furono segretari o mossero i primi passi figure come Gianni Cuperlo, Zingaretti e Fassina, per fare alcuni esempi. Il 21 novembre 2008 nacquero a Roma i Giovani Democratici e da allora è questo il nome della giovanile del PD.

Mentre un tempo gli under 30 del partito erano attivi in politica anche nazionale e presi in più seria considerazione, oggi mi pare che la situazione sia cambiata. I tesserati sono sempre meno ma si potrebbe dire che questa emorragia riguarda moltissimo anche il PD. Poi il peso politico: i segretari delle varie federazioni quanto vengono ascoltati? Quanto vengono coinvolti in incontri e dibattiti pubblici dal partito “maggiore”? Ho spesso la sensazioni che vengano invitati personaggi della giovanile o per dovere o per amicizie che comunque portano un qualche risultato politico.

Mi accorgo personalmente di non sapere molto dei ventenni di oggi, del perché alcuni per fortuna fanno politica, di cosa hanno bisogno. Facile coinvolgerli per eventi su tematiche “giovanili”, sottolineare i dati della disoccupazione under 30  e under 25 e voler far sentire la voce di qualche segretario GD ma poi non creare occasioni di dialogo e confronto all’interno del partito o dell’area; quando si fanno eventi su questi argomenti solitamente tutti i relatori sono over 30 (alcuni anche da molto) e riportano pensieri e idee, magari formati in via San’Andrea delle Fratte sempre da over 30, però si dice ai GD comunque di partecipare. Può essere che dicano due parole di introduzione ma niente di più, mi pare non ci sia alcun ascolto.

Ho deciso di provare sia a collaborare con una parte dei Giovani Democratici di Milano (più che altro perché questa è la mia area geografica dove vivo e faccio politica) sia ad andare alle loro iniziative quando sono aperte a tutte le età. Per questo sabato scorso sono andata a Chiaravalle dove i GD aveano creato un evento intitolato Milanostartup con quattro tavoli di lavoro per discutere di tematiche e potersi confrontare sul futuro. È stata una giornata molto interessante dove si è vista che c’è la possibilità e la forza di creare qualcosa. Il segretario dell’area metropolitana di Milano, Eleonora Cardogna, ha saputo mettere in piedi una giornata interessante e utile, riuscendo a coinvolgere molta gente. C’erano ospiti importanti del Partito che hanno aiutato nel moderare i tavoli di lavoro. Tutti usavano parole incoraggianti verso i giovani.

Ma mi chiedo: perché non è venuto alcune personalità del Pd milanese, anche semplicemente per dare un’occhiata e poter dire due parole a chi stava partecipando? Certo c’era Paolo Razzano e Arianna Censi, i quali hanno fatto dei bei discorsi (e la Censi ha partecipato a un tavolo con l’Assessore Maran). Oltre a bei discorsi non bisognerebbe stare ad ascoltare, provare a capire? Si è fermato ai tavoli e poi a mangiare l’eurodeputato Brando Benifei – il quale nonostante la giovane età ha un ottimo curriculum politico alle spalle e ha fatto parte sia dei SG che dei GD. Ho apprezzato di Benifei non solo il discorso all’apertura dei lavori ma anche il suo ascoltare i ragazzi che hanno partecipato al suo tavolo, un ottimo modo per continuare a rimanere connesso con la realtà politica della giovanile.

Ho provato quel sabato a capire, immagazzinare informazioni e mi sono sempre più convinta di quanto sia fondamentale coinvolgere la giovanile anche in eventi politica “dei grandi” perché i temi sia civili che politici non hanno età. Ho notato come sia fondamentale creare magari delle summer school o dei corsi politici per raccontare la storia della sinistra italiana (molti non lo sanno e si informano male su internet), per riformare un linguaggio specifico e corretto della politica ( non basta parlare solo di correnti o commentare in maniera superficiale articoli di giornali). Questo credo che sia un lavoro di formazione da fare assolutamente. Come credo sia necessario coinvolgere di più i giovani nel farli conoscere i loro colleghi europei: viaggiare, provare a parlare altre lingue e immergersi in altre realtà della sinistra europea non può che accrescere i tesserati della giovanile ( e direi che dovrebbero farlo anche molti del PD). Un lavoro più incisivo nella provincia per, scusate gioco di parole, aiutare a far uscire da certe mentalità provinciali dannose e creare una struttura politica utile nel monitorare e capire problematiche del territorio su tematiche giovanili.

Quanto pesa politica la giovanile nel centro-sinistra oggi? Mi spiace dirlo ma dalla percezione che ho molto poco. Ma si può lavorarci sopra se si inizia a capire che per parlare ai giovani e sui giovani bisogna coinvolgere e ascoltare questi giovani.

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