Che cos’è successo a Civati?

Mi si nota di più se esco dal partito o se rimango?

Penso sempre a questa citazione di ispirazione morettiana, letta più volte sui social, quando leggo le dichiarazioni di Civati. Spesso alcuni civatiani si lamentano delle prese in giro, del subire bullismo da parte di chi tifa per altre correnti. Ma credo che tutta perculata gigantesca che leggiamo in Rete sia dovuta in buona parte per colpa dello stesso Civati.

Da circa un anno Pippo Civati continua a dire che forse lascerà il Partito Democratico. È un continuo. Non riesce a non dirlo, a cambiare argomento, a far arrivare altri messaggi. Il problema è proprio questo suo balletto di indecisione.

Che cos’è successo a Civati?

Francamente mi ricordo una persona, un politico, completamente diverso nel 2010. Nel 2011 lo seguivo ancora molto di più, certo il non essere tesserata o seguire in maniera da adepta i suoi eventi – come molti civatiani hanno sempre fatto come se fosse il Messia – mi rende comunque una che è contro, il mio commento e il mio giudizio non hanno valore. Il non essermi tesserata per sette anni al partito e non aver partecipato alle primarie del 2013 mi rende una sfigata outsider da non ascoltare. Perché è questo un modo di vedere che oggi molti hanno di chi fa politica: devi aver fatto le primarie del 2013. Se no, sei nessuno. Sono state le primarie che hanno dato vita a una fase nuova del Partito Democratico e se tu non c’eri ora non sei catalogabile. ma se uno non fa parte di nessuna corrente (come me)? Sei insignificante, incasellare è essenziale oggigiorno.

Civati in ogni caso era già cambiato durante il 2012. Atteggiamento, dichiarazioni. Sembrava già un altro. Non riesco a trovare una spiegazione umana per questo cambiamento. Consiglieri sbagliati? Eppure devo assolutamente ammetterlo la coerenza c’è stata e c’è ancora. Quando non cade nella retorica “esco, non esco” dice e afferma cose giuste, condivisibili.

Non sono renziana. Non sono cuperliana. Non faccio parte di correnti. Quando l’anno scorso lessi che Civati non era stato neanche chiamato a partecipare alla festa dell’unità di Bologna lo trovai una cosa assurda. È bullizzato da molti renziani e Renzi stesso, lo ammetto e lo trovo una cosa assurda. Fare i bulli per molti renziani è uno sport, diciamolo. Quando crea eventi non anti renziani ma con argomenti interessanti e utili, riesce a far venire moltissime persone, anche e soprattutto non del partito. Aiuta a creare quel dialogo partito-società che si sta perdendo. Ma in realtà la maggior parte dei suoi eventi sono anti Renzi. Come un tempo la sinistra era solo anti Berlusconi, ora è anti Renzi. È questo antagonismo da scuola media allontana non solo i militanti ma anche i cittadini non tesserati (quindi la maggior parte).

Cercare un dialogo proficuo con i civatiani e praticamente impossibile. Se sei contro loro vuol dire che 1) sei un renziano 2) sei venduto 3) non capisci nulla di politica 4) loro si ricordano e quello che hai scritto si ritorcerà contro di te. Poco importa ai civatiani che anche tu fai parte della minoranza del PD, che la fiducia sull’Italicum è una schifezza, che non vedi l’ora che arrivi qualcuno che rimetta Renzi al suo posto, che si torni a parlare dei temi sociali. NO. Tu sei contro loro e loro non ti ascoltano. Ho appena letto il blog di Civati: dove scrive che una sua amica gli ha detto che ci sono un sacco di renziani che non vedono l’ora che esca. Ecco di nuovo il tema esco-non esco. Per scriverlo sul blog significa che Pippo si appunta queste critiche come medaglie di valore da mettere al petto. Ma possibile che nessuno riesce a spiegargli che si rende ridicolo? Che sembra un bambino lagnoso e basta? Non gli viene il dubbio che alla gente viene solo da ridere nel leggere questa sua ossessione?

Dice di essere coerente. Onestamente se uscirà dal partito a me dispiacerà davvero. Perché mancherà una voce importante. Sarò curiosa di vedere cosa costruirà fuori, perché è impensabile che un uomo intelligente e capace come lui non riesca a costruire qualcosa. Se rimarrà spero con tutto il cuore che cambi i suoi consiglieri, il suo team, e scelga finalmente qualcuno di più saggio, che sappia consigliarlo, in modo da costruire qualcosa dentro il partito senza essere un anti renziano.

Che cos’è successo a Civati? Come mai uno come lui è riuscito a gettare al vento risorse e persone? Non si accorge di quanti gli hanno voltato le spalle non perché venduti o renziani ma perché stanchi di questo suo livore, rancore, tentennamento?

Non ho mai visto gettare al vento tanta capacità politica in così poco tempo. E scrivo questo post addolorata. Per me Civati è stata la più grande delusione politica. Ma di me chissenefrega. Purtroppo chi ci ha perso è stata la politica italiana. Infine mi chiedo: perché tutto questo astio con Renzi? Oggi Orfini ricordava quando Letta obbligò tutti a votare la fiducia alla ministra Cancellieri. Obbligò. Tutti, dice Orfini, si turarono il naso e votarono la fiducia, anche Civati. Lo so che tra porre la fiducia per un ministro e la legge elettorale c’è un abisso ma come mai non disse nulla allora? Forse perché Letta non è Renzi e quindi non c’era astio?

Non lo so. So solo che con il suo atteggiamento, e quello orribile e dispostico dei renziani, il dialogo all’interno del partito è finito. Non c’è una visione per il futuro del partito, non c’è una visione del futuro del Paese, non c’è una sola figura politica all’orizzonte che abbia il coraggio di avere un’idea, che sia una.

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Architettura dell’informazione. Ci vuole una strategia per il futuro dell’informazione

“Il codice, l’architettura, definisce i termini dell’esperienza della vita nel cyberspazio” Lawrence Lessing

Nel mondo del digitale non vige l’anarchia. Ci sono delle regole e un’etica. Questi due elementi costituiscono un codice che da origine a un’architettura nella Rete. Bisogna ammettere che ancora una media esigua di persone in Italia ha capito le potenzialità della Rete. La si vede come un mondo sconosciuto e infido, che poco interessa alla maggior parte degli italiani. E forse gli italiani non vogliono ancora usare appieno le potenzialità di internet.

Per informarsi si usano di meno quotidiani e libri e si naviga nella Rete. Ma come vengono letti i dati che circolano? Sembra che si leggano solo i titoli e si guardino una serie infinita di video con gattini. Chi lavora nel mondo dell’editoria e del giornalismo si lamenta che il pubblico non vuole approfondimento ma avere solo una veloce fruibilità senza troppi contenuti e per colpa dei lettori il mondo dell’informazione sta morendo. Ma davvero è colpa dei lettori? O forse non c’è un’idea ben costruita che invogli alla lettura dell’articolo e quindi a una migliore informazione? L’usabilità nel mondo della Rete è importante. Per Luca De Biase l’usabilità è un argomento sottovalutato, l’esperienza dell’utente è un tema di ricerca poco indagato. L’informazione va a braccetto con i soldi: se non c’è un guadagno ovviamente il progetto on line muore. Perché questo non avvenga bisogna creare un’architettura dell’informazione. Per crearla bisogna fare ricerche, creare dei gruppi di utenti a cui proporre progetti in via sperimentale per capire come verranno visti e se verranno usati. Vi è un grosso lavoro da fare alle spalle. Ma sembra che in Italia non si voglia fare.

Per questo non mi ha stupito l’articolo di Domenico Affinito, giornalista che fa parte della redazione del settimanale Rcs Io Donna e che è un piccolo azionista sempre di Rcs. Affinito parla del flop digitale del gruppo Rcs (Corriere e Rizzoli per capirci), gruppo che sta attraversando grossi affanni dal punto di vista economico e che sembra non riuscire a trovare una strada per uscire da questo momento di crisi.

Affinito elenca i fallimenti digitali: 1) Twigs: social per bambini che in dodici mesi doveva avere 900.000 utenti, sono passati più di dodici mesi e ne ha appena 69.000 2) Made. com: lanciato alla fine del 2013 doveva essere enorme piattaforma per vendere prodotti di design;  in quasi due anni sono stati venduti solo 2400 prodotti ed è praticamente sconosciuto 3) Youdeal: sorta di Google che da coupon come Groupon, pochissimi like e utenti 4) Youreporter: un investimento di 2,5 milioni di euro, ha meno di 700 utenti al giorno e pochissimi video 5) il restyling del sito Corriere.it: bocciato dai lettori, peggior perfomance secondo Audiweb e tantissimi altri dati negativi che l’hanno reso una dei peggiori siti dei vari quotidiani e ha fatto perdere altri soldi. A causa di tutte queste politiche digitali fallimentari è stata chiusa l’unica redazione digitale del gruppo Rcs.

Non conoscere la Rete, o meglio, non voler conoscere questo mondo digitale ha nuociuto moltissimo al gruppo che ha perso molti soldi e buttato all’aria i 66 milioni di investimenti che non hanno portato nessun ricavo ma solo perdite.

Bisogna creare un’architettura dell’informazione. Lavorarci sopra, parlarne in maniera seria e costruttiva. Non solo porterebbe lavoro, aiuterebbe anche il lettore italiano ad avvicinarsi al mondo del digitale in maniera più costruttiva e proficua. L’informazione nel mondo digitale è il nostro futuro da cui non possiamo scappare, anzi.

Ma chiudo ammettendo che non mi stupisce la miopia del gruppo Rcs: in fondo hanno un editorialista come Aldo Grasso che scrive editoriali imbarazzanti e scrive ancora nel 2015 “il popolo del web”; e allora che cosa possiamo pretendere?

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La Resistenza. Ricordando chi ci donò la libertà. 25 aprile 1945.

Quando arriva il 25 aprile mi sveglio molto presto. Sento l’emozione e l’importanza di questa giornata. La felicità di andare in manifestazione per dimostrare a coloro che sono ancora fascisti o menefreghisti che c’è ancora tanta gente che ricorda e onora chi combatté per darci libertà e democrazia. Come ogni anno rileggo alcuni passi dal libro “Senza tregua” di Giovanni Pesce. Non perché il libro migliore sulla Resistenza ma il libro a me più caro e in cui sento la forza incredibile di chi visse e conquistò la Storia.

Infine ringrazio mio padre, mia madre, i miei nonni paterni e tutti coloro i quali mi hanno trasmesso i valori dell’antifascismo e raccontato cosa avvenne in quegli anni. Grazie, è stato un dono bello e importante. Che continuerò a trasmettere a mia volta.

Ora trascrivo un brano tratto da Senza Tregua. Quello in cui il gappista Di Nanni muore da eroe a Torino per mano dei nazisti.

“[...] Ora tirano dalla strada, dal campanile e dalle strade più lontane. Gli sono addosso non lasciano scampo. Di Nanni toglie di tasca l’ultima cartuccia, la innesta nel caricatore e arma il carrello. Il modo migliore di finirla sarebbe di appoggiare la canna del mitra sotto il mento, tirando il grilletto sotto con il pollice. Forse a Di Nanni sembra una cosa ridicola; da ufficiale di carriera. E mentre attorno continuano a sparare, si rovescia di nuovo sul ventre, punta il mitra al campanile, e attende. Quando viene il momento mira con cura. L’ultimo fascista cade fulminato dal colpo. Adesso non c’è più niente da fare: Di Nanni si alza con fatica sulla ringhiera e aspetta la raffica di colpi. Gli spari invece cessano. Guardano il gappista che li aveva decimati e messi in fuga. Incerti guardano il ragazzo che li ha battuti, coperto di sangue e non sparano. È in quel attimo che Di Nanni si appoggia alla ringhiera e saluta con il pugno chiuso. Poi si getta nella strada piena di silenzio.

(Dall’opuscolo clandestino edito a Torino il 4 giugno 1944 “Alla gloria dell’eroe nazionale Dante Di Nanni”

Gli anni e i decenni passeranno: i giorni duri e sublimi che noi viviamo oggi appariranno lontani, ma generazioni intere di giovani figli d’Italia si educheranno all’amore del loro Paese, all’amore per la libertà, allo spirito di devozione illimitata per la causa della redenzione umana sull’esempio di mirabili garibaldini che scrivono oggi, col sangue rosso, le più belle pagine della storia italiana.”)

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Taiye Selasi e Chimanda Ngozi Adichie: due scrittrici per far conoscere un’altra Africa.

Parto con una confessione. Io so davvero poco e ho letto quasi nulla su autori africani o la letteratura africana. Come per quanto riguarda la musica, o il cinema o qualsiasi campo artistico e culturale. Non ne so quasi nulla. Si potrebbe dire che la nostra cultura ha ancora un’egemonia “bianca”, e forse è vero, ma che dire allora del medio oriente o estremo oriente? Non conosco nessuna lingua orientale ma apprezzo moltissimo la cinematografia asiatica ( o le cinematografie: quella cinese non è come quella di Hong Kong, che a sua volta differisce da quella coreana o da quella giapponese e via dicendo), amo molti scrittori asiatici e medio orientali. A volte mi diverto ad ascoltare musica j pop. E allora perché questo snobbismo nei confronti del continente africano?

Mi sono resa conto delle mie lacune dopo aver letto Ghana must go (tradotto qui in Italia da Einaudi con La bellezza delle cose fragili) di Taiye Selasi. Molti la conosceranno per il talent show sugli scrittori di Rai Tre, io la conosco per il suo libro. Sono un po’ una nerd. Comprai il libro semplicemente per il titolo e per recensione del The Guardian. L’ho letto in lingua originale, in inglese. La Selasi è nata a Londra, di origini ghanese e nigeriana, e ha vissuto a Boston, dove si è anche laureata. Il suo romanzo mi ha introdotta alla mia lacuna culturale. E se non avessi letto Ghana must go, non avrei mai pensato di leggere Chimanda Ngozi Adichie, scrittrice nigeriana ma che da anni vive e insegna in America. Il suo romanzo Americanah mi ha introdotta ad altri aspetti della cultura africana di oggi, ma questo romanzo l’ho letto tradotto.

Selasi nel suo romanzo parla di una famiglia di origini africane ma che vive in America, perfettamente integrata, divisa ma che riesce a ricongiungersi dopo un lutto. Adichie narra di una donna nigeriana che completa gli studi universitari in America e rimane lì per lavoro, ma qui scopre di essere “nera” e cos’è il razzismo. Questi i punti di partenza di trama ben costruite e complesse ma non complicate.

In entrambi i libri il linguaggio è forte, non c’è pudore nel descrivere i sentimenti, i protagonisti sono ben inquadrati nella loro psicologia, il lettore viene completamente immerso nelle storie. Un altro elemento in comune, molto importante, è il voler tornare alle radici delle culture, alle loro radici africane. Non nel tipico senso tribale e razzista come lo intendiamo noi bianchi ma le radici delle proprie origini familiari. Non si parla di povertà, guerra, malattia. Semplicemente perché le autrici non hanno mai conosciuto questi aspetti negativi del continente africano. Hanno genitori laureati (tutti), anche loro e i loro parenti sono laureati e parlano più di una lingua. Questo viene riversato nei loro romanzi. Casualmente, o forse no visto il back ground, tutti i protagonisti hanno genitori laureati e i loro figli hanno avuto un’alta istruzione. Conducono una vita assolutamente borghese. Pecca: sono di colore. E questo la società wasp in America lo fa continuamente notare.

Per Tayie Selasi l’argomento principale è capire le proprie origini africane ed esserne orgogliosa, senza doversi giustificare. L’autrice è laureata a Boston, scrive dal 2005 con successo, è molto stimata. Ha anche coniato il termine “afropolitan”: giovani e colti africani cresciuti tra Europa e America, laureati/benestanti/parlano almeno tre o quattro lingue. Eppure sentono di dover giustificare le loro origini, si sentono in qualche modo sperduti, dire “casa” per loro ha molteplici significati. Per Adichie i temi sono due: essere di colore in America e il femminismo. L’autrice nigeriana è conosciuta in tutto il mondo non solo perché autrice di romanzi di successo ma anche per il discorso che tenne al TEDxtalk nel 2012 dove dichiarò che “we should all be feminist” cioè ogni donna dovrebbe essere femminista. Il suo ragionamento sulla questione femminile nacque durante il tour promozionale del suo primo romanzo, in Nigeria. Un giornalista l’avvertì che il suo libro era “femminista”. In Nigeria, come ci spiega la Adichie, non esiste il femminismo (e leggendo Americanah si evince come le donne si rendano succubi del maschio in maniera volontaria). La scrittrice si ribella a questa mentalità e agli stereotipi di come sono viste le femministe. Senza voler rinunciare però alle sue radici e alla sua cultura.

Due donne africane, due donne scrittrici, due donne forti. Ho trovato questa coincidenza meravigliosa e suggestiva. I loro romanzi e articoli aiutano a rompere schemi e pregiudizi che abbiamo sull’Africa. Alla fine del colonialismo in molte città africane, in vari punti diversi del continente, la popolazione ha sentito l’urgenza di avere buone scuole e buone università e laddove non c’era la possibilità ha preso la decisione di emigrare in America per poterne averne una. Il protagonista maschile di Americanah si laurea. Ma vuole conoscere il mondo. Decide di andare in Inghilterra ma nonostante la laurea, lo metteranno a lavare i cessi, in quanto africano, e nonostante parli correttamente e bene l’inglese, non ha la possibilità di avere un buon lavoro. Dovrà tornare in Nigeria e qui chiudendo gli occhi sulla corruzione del suo paese riuscirà ad arricchirsi. Trovo molto interessanti gli spaccati sulla società sia ghanese che nigeriana che troviamo nei due libri. Sono venuta a conoscenze di molte più cose sulla borghesia africana leggendo questi due romanzi che leggendo l’Internazionale, per fare un esempio.

Forse mi si potrebbe obiettare che non dovevo avere alcun pregiudizio ancora prima di leggerli. Ma cosa davvero sappiamo dell’Africa continentale? Abbiamo nella nostra cerchia di amici o conoscenti africani? Abbiamo colleghi africani? Interagiamo con africani? Francamente no. La maggior parte sono vu cumprà che spesso ci danno fastidio con la loro merce. I ragazzi nelle scuole o sono stati adottati o figli della seconda generazione che difficilmente sono ben integrati nella nostra società. Quello che sappiamo ci viene dai mezzi comunicazione. Per me Africa è malattia, caos, violenza, guerre, fame. Certo, ci sono. Ma c’è anche altro.

E sulle donne africane? Per noi sono solo prostitute. Punto. Inutile fare ipocrisie. Invece ci sono tante donne laureate ma la situazione africana è difficile e dovremmo saperne di più per poter aiutare in maniera concreta. Molte appunto emigrano in America, ovviamente parlo di quelle che possono economicamente.

Mi domando come fare per sapere di più sulla società africana. Per me l’unica soluzione è leggere perché altri modi, almeno in Italia, per ora non ne vedo. E invece sarebbe utile e interessante, anche solo per aprire un po’ la mente e lottare contro preclusioni culturali.

Infine consiglio davvero di comprare tutte e due i romanzi. Sono scritti in maniera meravigliosa, seppur con stili diversi. Credo che amerete i protagonisti perché alla fine si parla di persone e si narrano di situazioni che possono capitare in tutte le famiglie, vicende che possono succedere a tutti. Quale modo, banale e me ne scuso, per dire che siamo tutti davvero uguali, anche nei difetti.

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“Quale memoria per quale società?” Interrogativi per il futuro

Interrogarsi per migliorare il nostro futuro. Interrogarsi per capire che visione, che progetto, si vuole avere per la nostra società. Non è facile porsi domande, mettersi in discussione, mettere in discussione. Specialmente oggigiorno, dove si vuole essere ciechi, sordi e muti.  Ci vuole coraggio e costanza.

Per questo ho trovato importante esserci al convegno svoltosi martedì 14 aprile scorso, a Palazzo Montecitorio, organizzato dall’associazione Hans Jonas e dedicato principalmente al museo della Shoah a Roma ma non solo. La domanda che gli organizzatori si sono posti, “Quale memoria per quale società?”, è una domanda molto ampia e che ingloba molti altri temi. Per questo ho sentito l’evento come utile per un momento di riflessione.

Ha avuto luogo nella sala della Regina, vicino al famoso corridoio dei busti. Come sempre l’organizzazione degli addetti alla Camera dei Deputati è stata impeccabile ed è stato suggestivo aspettare nella sala, che accoglie importanti arazzi, e vedere come a poco a poco si riempiva di gente curiosa e non solo della comunità romana.

Il convegno si è aperto con il saluto della Presidentessa della Camera, l’On. Laura Boldrini, la quale ha auspicato che ci sia presto un museo sulla Shoah per potersi confrontare con il proprio passato. Aggiunge che un dialogo tra i discendenti dei persecutori e dei perseguitati è importante affinché certe tragedie non accadano mai più. Ha confermato che è iniziato l’iter istituzionale per la legge che condanni il negazionismo. Di seguito è intervenuta la Ministra dell’Istruzione, Stefania Giannini, e il saluto del Presidente delle comunità ebraiche italiane, Renzo Gattegna.

Il convegno è entrato subito nel vivo con una bellissima lectio magistralis del Professore Marcello Flores D’Arcais. Quindici anni fa è stata istituita la Giornata della Memoria ma accanto a questa giornata sono stati pubblicati nuovi studi sulle neuroscienze che ci hanno offerto una nuova visione della memoria. La ricostruzione del passato non è qualcosa di statico ma si rinnova ogni volta, i ricordi e la attività del ricordare si uniscono, andando contro la vecchia credenza che la memoria sia qualcosa di immobile e sedimentato. Brauming ha dimostrato che molte vittime della Shoah hanno sovrapposto ricordi e immagini viste decenni dopo. Ma non per questo la loro memoria è meno vera. Flores D’Arcais poi si chiede chi sono i costruttori di memoria di oggi: un Museo; gli storici; i monumenti; i racconti dei media (i quali sono diventati molto importanti); i processi. E quali sono i rischi della memoria? Per il Professore sono due: la sacralizzazione  e la banalizzazione. Inoltre si deve notare come le vittime non hanno parlato subito ma hanno preferito parlare ai nipoti piuttosto che ai figli. Questo è avvenuto anche per il genocidio degli Armeni. Ricordare deriva dal latino recordor (tornare indietro, ristabilire) e reminisco (collegamento con il proprio passato) e questo dovrebbero fare i musei della Shoah, ristabilire un contatto con il proprio passato.

Dopo la Lectio, coordinati da Saul Meghnagi, ci sono stati gli interventi di Corrado Augias, Piero Angela e Micaela Procaccia: molto belli e sentiti, pieni di ricordi e riflessioni per il futuro. L’architetto Luca Zevi ha mostrato il progetto del Museo, il quale sarà a Villa Torlonia. Sono stati mostrati prima i musei sull’Olocausto e il giudaismo di Washington, Gerusalemme (Yad Vashem) e quello di Berlino (ricorso che a Monaco di Baviera vi è un altro Museo inaugurato nel 2007, io lo visitai e devo dire che aiuta molto a capire la storia della comunità ebraica in Baviera e quello che subirono, inoltre la sua forma a “cubo” ben si adatta alla piazza dove è situato e non passa inosservato). Anche il Museo che verrà costruito a Roma avrà una sua architettura particolare ma che ben si ingloberà con gli spazi vicini. Ci sarà anche un percorso dei Giusti. (Il giorno dopo ho letto che per il Museo verranno stanziati 16 milioni, ho anche letto la polemica per il prezzo elevato secondo alcuni. Ricordo, per esempio, che il Museo di Monaco costò 13 milioni circa e fu il Comune a volerlo e a pagare).

Nella terza parte del convegno, moderato dalla Professoressa Anna Foa, hanno parlato Luigi Manconi, Gabriele Nissim, Franco Lorenzoni e Giovanni Maria Flick. Gli ultimi due interventi, Lorenzoni e Flick, davvero belli e “sentiti”.

È stato un convegno importante e spero il primo di una lunga serie per poter parlare in maniera più approfondita su questo argomento.

Io credo fermamente che in Italia non ci siano gli anticorpi per combattere l’antisemitismo. Anzi. Sento che da noi, come nel resto d’Europa, il disprezzo verso chi è di religione ebraica sia in aumento. Dunque mi chiedo: vogliamo una società che sia sempre più intollerante, antisemita? Trovo incredibile che nel 2015 ci sia chi ancora vede in maniera negativa chi è ebreo, come se fosse un corpo estraneo alla nostra società. Mentre ci poniamo interrogativi per capire quale strada la nostra società consiglio di leggere libri di storia e conoscere chi ha una cultura e una background storico diverso dalla maggioranza, per capire che nessuno è diverso.

Complimenti ancora alla associazione Hans Jonas. (Per chi non sapesse chi sia Hans Jonas: fu un importantissimo intellettuale e uomo di cultura, nato in Germania nel 1903, morì in America nel 1993. Si interrogò tutta la vita sulla laicità nella società, e altri temi sociali e non. Il suo libro più famoso, e forse significativo, è “Il concetto di Dio dopo Auschwitz”)

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Giustizia per le vittime della Diaz dalla Corte Europea di Strasburgo, non dall’Italia.

Se andate sul sito ufficiale della Corte di Strasburgo leggere in primissimo piano il caso del signor Cestaro e troverete scritto:” In the case of Cestaro v. Italy, the Court found that there had been a violation of the Convetion on account of acts of torture sistained by the applicant and of the Italian criminale legislation, which was inadequate for there punishement of such acts and not an effective detenent against their repetition. The case concerned events which took place at the end of the G8 summit in Genoa in july 2001, in a aschool made available by the authorities for use by demonstrators. Acts of violence took place after a police riot squad stormerd the building to carry aout a search”.

Sotto troverete il link dove leggerete per intero la sentenza  e i motivi della sentenza.

La Corte Europea dei diritti umani sottolinea che le nostre leggi sono inadeguate in questi casi di violenza, questione molto importante ma che le nostre Istituzioni spesso ignorano. La censura, il non aver promulgato una legge sul reato specifico e l’assenza di un ordinamento su di esso ha portato a un vuoto legislativo che ha aiutato chi ordinò e compì la mattanza del 21 luglio 2001 a uscirne praticamente indenne.

Grazie al ricorso presentato dal signore Arnaldo Cestaro, che all’epoca aveva 62 anni e a cui vennero rotti una braccio, una gamba e dieci costole, ieri si è arrivati a quella sentenza e l’aver sbattuto in faccia a molte istituzioni italiane la verità che si compirono atti violenti e fu tortura. Sono dovuti passare quasi 14 anni per avere un pezzo di giustizia e manca ancora il caso della caserma Bolzaneto.

Gianfranco Fini, che allora era vice del presidente del consiglio, si dice d’accordo con sentenza e nega alcuna colpa; già nel 2012 dichiarò che egli era all’insaputa di tutto. Cosa abbastanza inverosimile ma sarà la giustizia a dire dove sta la verità. Il sindacato della polizia Siap ha rilasciato un comunicato in cui non va contro la sentenza ma afferma che “parlare di tortura è esagerato”.

L’inadeguatezza delle nostre leggi. Oggi c’è un correre, specie a sinistra, a dire che ora se ne dovrà discutere per davvero. Credo che non si possa più far cadere questo argomento come se fosse polvere da nascondere sotto il tappetto. Al signor Cestaro verrà dato un risarcimento ma avrebbe diritto, come tutte le altre vittime, di avere scuse dallo Stato, dalla polizia, dai medici e da coloro che aiutarono a non fare giustizia.

Nel 1948 a Parigi venne scritto il documento della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Un documento importante: l’affermazione dei diritti è insieme universale e positiva, positiva nel senso essa pone in moto un processo alla fine del quale i diritti dell’uomo dovrebbero essere non più soltanto proclamati o soltanto idealmente riconosciuti ma effettivamente protetti anche contro lo stesso Stato che li ha violati.

Dal 1948 a oggi purtroppo questi Diritti sono venuti meno spesso e in più parti del mondo. Quando vengono a mancare in certi parti del mondo chiudiamo gli occhi usando mille scuse. Ma quando accadano a casa nostra? Cosa ci ha reso ciechi e sordi di fronte alla negazione dei Diritti e della violenza inaudita che lo Stato e la polizia hanno imposto a dei cittadini inermi? Credo che bisogna parlarne e oltre a creare leggi adeguate, finalmente, anche applicarle, senza timori.

 

http://hudoc.echr.coe.int/sites/eng/pages/search.aspx?i=001-153473#{“itemid”:["001-153473"]}

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Donne mancanti

Ieri sera nel Regno Unito si è svolto il dibattito politico tra i sette candidati alla guida del Paese. Se leggete i quotidiani inglesi, come il Times o il Guardian, avrete tutti gli approfondimenti che vi servono per capire che tipo di dibattito è stato e cosa si è detto. Come al solito gli editorialisti inglesi non si sono tirati indietro e hanno analizzato attentamente ogni aspetto e ogni parola.

Anch’io ieri ho seguito il dibattito. Dopo una cena con amiche, sono tornata a casa e da internet ho seguito i sette. Leggevo anche twitter. Gli inglesi partecipavano sui social senza mostrare pietà. Quello che attirato la mia attenzioni oggi è stata una ricerca su come ci siano poche donne nella politica inglese e come fare politica sia percepito come qualcosa da uomini, ancora oggi nel 2015.

Si pensa che l’Inghilterra si sia più avanti rispetto a noi in tema diritti delle donne, ma non è così. Come spesso consiglio, vi inviterei a leggere “Everyday sexism” di Laura Bates, per ora ancora edito solo in inglese e mai pubblicato qui in Italia. Il capitolo due del libro è interamente dedicato alla politica inglese ed è tragico, quasi ai nostri livelli. Il maschilismo è così diffuso e radicato da far sembrare il Regno Unito un Paese da terzo mondo, anzi forse in certi paesi del terzo mondo ci sono più donne in politiche che nella nostra bianca Europa.

In Inghilterra, dicevo, la politica è vista come un qualcosa da uomo. Lo spazio riservato alle donne è assolutamente esiguo e in questa campagna elettorale praticamente il tema donna è stato lasciato in disparte da tutti. Stella Creasy, candidata alle prossime elezioni inglesi per il partito di sinistra Labour, ha dichiarato senza tanti giri di parole che il tema “donne” non è considerato speciale e che per cui non c’è nessuna politica futura pensata per migliorare la situazione delle donne in UK.

Grazie ai social si possono analizzare alcune situazioni sociali. Per esempio in Inghilterra chi twitta di politica è il 73% degli uomini (15403 autori) contro il 27% delle donne (5887). Gli utenti di twitter in Uk sono circa 15.000.000, circa la metà di questi sono donne. Ciò sottolinea come davvero poco le donne siano poche invogliate a parlare o commentare di politica. Secondo due professori universitari, Heather Savigny della Bournemouth University e Fiona Mackay della Edimburgh University, questo gap di interesse è causato dal fatto che lo spazio politico è considerato prettamente per uomini e le donne sono anche poco considerate. Inoltre il silenzio delle donne in politica è assordante, specialmente in campagna elettorale e ciò è dovuto al fatto che in questo periodo pre elettorale la misoginia è in aumento. Chi twitta ed è maschio se commenta una donna che fa un discorso politico parlerà del suo aspetto o dei suoi vestiti.

Le giovane donne dichiarano che non sanno quasi nulla di politica e per questo non voteranno: è da maschi, non sono rappresentate, non cambierà nulla, padri e fratelli decideranno meglio di loro.

Donne mancanti.

Donne che mancano in politica, nella società. Che non riescono a prendere decisioni, che sono fantasmi sociali e per questo non possono aiutare a migliorare la loro condizione.

Qui in Italia la situazione è identica. Leggevo qualche giorno fa un editoriale di Chiara Saraceno, la quale parlava delle donne perdute, cioè quelle donne che non lavorano. In Italia c’è una fortissima perdita di occupazione femminile. Le nuove politiche del Governo non aiutano per niente a migliorare la situazione e il basso tasso di occupazione femminile è una delle cause dell’alta incidenza di povertà nelle famiglie in Italia.

Mi piacerebbe poter parlare della situazione delle donne nella politica in Italia ma non posso. Non trovo dati e se ne trovo sono davvero pieni di lacune. Mi piacerebbe fare una ricerca approfondita sulla questione, specie all’interno del Partito Democratico. Ormai è evidente come nel 2015 una donna ha lo stesso potere e importanza di un uomo nella società, ma la società impedisce alle donne di mostrare le loro capacità e poteri.

D’altronde quante volte avrò sentito dire “Perché una ragazza carina dovrebbe fare politica?”, più cresco più mi accorgo come sotto sotto molti la pensino così. E non mi stupisce. Noi donne siamo sempre viste meglio come belle statuine, dentro le mura di casa, a cucinare, a fare figli. Inutile arrabbiarsi, o sbuffare, questa visione da american life anni 50 esiste, eccome.

Che fare per invertire la tendenza e smettere di essere donne mancanti?

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