La mostra sul Bramante a Brera: un’occasione persa.

Si è conclusa oggi la mostra “Bramante a Milano. Le arti in Lombardia 1477-1499″ alla Pinacoteca di Brera. Visti i pochi soldi che circolano lo sponsor è Giorgio Armani, grazie al quale si è potuta fare la mostra. Ma considerata la quantità di denaro a disposizione si poteva fare molto di più. Il costo del biglietto, dieci euro, non è aumentato; è il prezzo intero che si paga sempre per visitare la Pinacoteca milanese. Peccato che il 90% delle opere siano opere del Bramante già presenti all’interno della collezione di Brera e che si possono vedere tutto l’anno. Nella presentazione Sandrina Bandera, soprintendente e direttore della Pinacoteca di Brera, spiega che la mostra è nata grazie ai pezzi già presenti. Non c’è altro motivo. I visitatori non troveranno nuove scoperte o un filo logico scientifico riguardo al Bramante, anzi, usciranno senza sapere molto di lui. Non sapranno che potevano visitare le opere architettoniche pensate e ideate dall’artista umbro in altre parti di Milano, come Santa Maria presso San Satiro o la tribuna di Santa Maria delle Grazie, per esempio. Qualche breve accenno sugli affreschi “Uomini d’arme” o il famosissimo “Cristo alla colonna” ma del Bramante pittore poco si dice. Il visitatore vede accostato all’artista rinascimentale Vincenzo Foppa, Bernardo Zenale o il Bramantino (altri pezzi e opere già presenti all’interno della Pinacoteca) senza capire appieno che furono inspirati moltissimo dal Bramante, influenza importantissima quanto quella di Leonardo che è presente in quegli anni alla corte milanese e che avrà contatti con l’artista umbro.

Bramante porterà a piena maturazione il Rinascimento in Lombardia, che era in ritardo –  se vogliamo usare questo termine – rispetto a Firenze o Roma. Ma davvero non si capisce moltissimo dalla mostra. E poi l’allestimento. La difficoltà e sfida della Pinacoteca sono gli spazi e per fortuna il corridoio iniziale aiuta a poter progettare un buon inizio di mostra. Ma poi la presentazione scade in stanze dentro la stanza del periodo cinquecentesco tardo. Quando si arriva al Bramantino non si capisce più se è ancora la mostra o una normale sale. Quando la mostra è finita, si entra nella sala dove ci sono i due capolavori: quello del Raffaello (Lo sposalizio della Vergine) e quello di Piero della Francesca (La pala di Brera); sarebbe stato giusto spiegare che Piero della Francesca avrà un’influenza enorme sul giovane Bramante e Raffaello è un altro modello del Rinascimento con cui il Bramante si confronterà quando andrà a Roma.

Si è dato per constato molto. Vedevo i visitatori sperduti. Non sto esagerando, anche chi aveva l’audioguida. Io sono fortunata: sono laureata in storia dell’arte e ammetto di avere avuto degli ottimi professori e poi avrò visitato la Pinacoteca decine di volte. Ma chi vi entrava per la prima volta? E poi il sottotitolo: le arti lombarde. Dov’erano? Perché la Lombardia è stata, fin dall’alto medioevo, proficua regione delle cosiddette arti minori. E dal Trecento in poi sono state create vere e opere d’arte in fatto di miniatura, oreficeria e altro. C’era solo un manoscritto, una miniatura e qualche disegno. Di altissima qualità ma non si spiegava come mai fossero lì. “Influenza del Bramante” o “riprende stile Bramante”: davvero sono delle spiegazioni? Non ho trovato da nessuna parte una sola parola sulle arti lombarde. Si poteva almeno rimandare i visitatori almeno alle varie chiese, anche dove ci sono altri affreschi del Foppa, per conoscere altro del meraviglioso Rinascimento Lombardo, di cui, bisogna ammettere, poco si conosce. Zero informazioni.

Ho comprato il catalogo. Qualità figure buono ma i saggi sono davvero scadenti e si capisce che non c’è stato un progetto dietro perché non si dice niente di nuovo. Ho speso 39,50 euro. Non mi pento. È anche il mio mestiere occuparmi d’arte e prendere i cataloghi ma chi dei visitatori viene invogliato a comprarlo, a quel prezzo poi? Nessuno.

Questa mostra è stata un’occasione persa. A parte la poca pubblicità. Mi chiedo, e so di essere maligna, ma tutti i soldi dello sponsor sono davvero andati per la mostra? Unica consolazione vedere nella sala prima dell’inizio del XVII secolo il laboratorio aperto dove dei professionisti restaurano quadri. È una meraviglia vederli al lavoro e quello che fanno.

Ripeto: occasione persa. 1) Non si è imparato nulla su Bramante, anzi. 2) Non si è imparato nulla sul periodo storico artistico 3) Non si è fatta conoscere la città e i suoi tesori 4) Non si è invogliato il visitatore a tornare a Brera. Sono stata molto dura. Ma il visitatore non è un bue a cui puoi vendere tutto, compito delle mostre è mostrare e insegnare. Non far pagare il biglietto e basta.

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Il vuoto e il moto. Una lucida analisi politica di Marco Damilano.

Inizierò questo post dichiarando da subito che ho votato Matteo Renzi alle primarie del 2012 e a quelle del 2013. Non ho votato il nostro attuale premier perché me l’ha detto qualcuno o perché in fase semi adorante come ho visto negli occhi di molti. L’ho votato perché volevo anch’io un cambiamento e superficialmente ho scritto il suo nome. Non mi sento per nulla una renziana ma non sono neanche una cuperliana o civatiana o legabile a qualsiasi altra corrente all’interno del PD. Ad oggi però mi chiedo se non ho fatto uno sbaglio, non ho una risposta certa, devo ammettere. Leggo i quotidiani, sia italiani che stranieri che quelli su internet, da quando ho 16 anni e mi sono avvicinata per la prima volta alla politica. Leggo. Leggo davvero molto e mai in maniera superficiale; tra i tanti libri anche saggi politici/sociologici/economici e via dicendo per tenermi informata ma anche per ampliare le mie conoscenze. Seguo con interesse vero i dibattiti politici, le direzioni del mio partito in streaming, sono stata tesserata SG (giovanile DS) e dopo una pausa di sette anni l’anno scorso mi sono tesserata al PD; anche se la politica non è mai uscita da miei interessi.

Insomma per molti sono una sfigata. E non mi curo di negarlo. Qualcuno dovrà pur impegnarsi nella vita sociale, nei dibatti, e chi meglio di uno sfigato. No?

Ovviamente leggo ogni venerdì il settimanale “L’Espresso”. Gli articoli e le opinioni di Marco Damilano sono diventati per me un appuntamento da non saltare. Posso non sempre concordare con il giornalista romano ma mi aiutano a riflettere e a capire cosa sta succedendo in Italia. Vedendolo poi spesso in televisione – Gazebo, tribune politiche di approfondimento su varie reti- è diventato quasi una personaggio con cui mi sento in confidenza. Incredibile come i mezzi di comunicazione rendano tutti virtualmente vicini. Avevo già letto i precedenti libri di Damilano, “Eutansia al potere” e “Chi ha sbagliato più forte”, e li avevo trovati entrambi molto belli e interessanti e quindi quando ho letto sull’Espresso che sarebbe uscito il nuovo libro sono corsa in libreria a comprarlo.

“La Repubblica dei selfie (dalla meglio gioventù a Matteo Renzi)”, edito da Rizzoli, è un attento e necessario ripasso storico degli ultimi quarant’anni della vita politica e sociale italiana. Damilano, in una maniera totalmente oggettiva ma anche pessimistica, ripercorre quello che è successo in Italia dalla fondazione della Repubblica all’avvento di Renzi. È un ripasso storico necessario per capire come mai siamo arrivati a questa situazione nazionale. Demolisce in maniera garbata luoghi comuni e mitologie politiche riportando semplicemente i fatti. Mi azzardo a dire che è un enorme fact checking politico, di cui sentivo la necessità.

Notevole e interessante come Damilano trovi analogie tra il fiorentino Fanfani e il fiorentino Renzi. Come la storia, non ciclicamente, ma a spirale si ripeta, anche se con differenze. Ho scritto che Marco Damilano è pessimista. Trovo nel suo vedere il Vuoto (scritto proprio con la v maiuscola) politico qualcosa di estremo, qualcosa di buono si è creato! ma la spinta che ha permesso che l’Italia non fallisse è stato il Moto e cioè movimenti nati dal popolo che però non sono mai stati colti dai politici e quindi si esaurivano come nulla di fatto.

Quando c’è stata la prima frattura con i Padri fondatori della Repubblica e quindi con il passato nel 1992-1994, Damilano scrive questo:” Non è stata una rivolta di figli a rovesciare il sistema dei partiti, è una resa dei conti tutta interna al vecchio mondo. Per questo Tangentopoli è rimasta una rivoluzione solo giudiziaria. Che non ha toccato nulla dei poteri politici, economici, culturali del Paese. Non ha cambiato nessun comportamento. Non ha coinvolto nessuna spetto della vita pubblica. “. Ha assolutamente ragione. Ripercorrendo velocemente il periodo Berlusconi, arriva a parlare di Renzi e spiega che la frattura più grave è stata quella del 2011-2014. Una frattura davvero storica di cui ancora non sappia appieno che conseguenza avrà.

Spiega che Renzi è ossessionato dal tempo come un novello Napoleone ma con caratteristiche sia del Principe di Machiavelli che di quello di Gramsci, il tutto condito da una ricerca ossessiva di una sfida. Il Premier riassume bene il post ideologico che il Paese sta attraversando. Renzi è post democristiano e post comunista e per questo che molti dei suoi nemici o detrattori non lo capisce. Lui ha assimilato già tutta la storia politica, superandola, prendendo qualche esempio (Fanfani, Berlusconi) e rimodellando tutto sulla sua persona per la creazione dell’Unica Persona e la fine dei partiti, che lo stesso Andreotti aveva previsto poco prima del cataclisma di Tangentopoli. Damilano sottolinea “il potere dell’Io” di Renzi che porterà la politica italiana in una nuova fase. Mediatore, trasformista e centralizzatore. Le caratteristiche principali di Renzi che lo aiutano in questa cavalcata verso il cambiamento che ha in mente. Ho trovato efficace la definizione “leader degli United Colors della Repubblica” per spiegare che Renzi riassume in sé tutti i colori del governo e dei poteri esterni al Parlamento.

Damilano non si dimentica di parlare dei collaboratori di Renzi, ma senza cadere in pettegolezzi o fantasticherie politiche. Sottolinea in maniera giusta il ruolo di Filippo Sensi – noto ai più come Nomfup – portavoce del Premier che lo segue ovunque e che, attraverso le foto dal sapore “rubato” e non scenografiche, immortala scene che sembrano storiche ma che aiutano a rendere Renzi vicino alla gente, fruibile, come tutti. Non solo però. Ricalcano anche il lavoro del fotografo di Obama, Pete Souza, in questo modo Palazzo Chigi sembra la Casa Bianca, l’ufficio di Renzi lo studio Ovale e così via. Damilano sottolinea come il passo del ridicolo sia sottile in queste foto ma che per ora sembra prevalere una unanime forma di ammirazione e basta. Per Damilano colgono altro invece: il culto del Sé. Il Selfie. Il giornalista prevede che entreremo presto nella Terza Repubblica, la Repubblica dei Selfie e sarà l’era dell’Unico con la fine dei partiti.

L’analisi politica di Marco Damilano è lucida, oggettiva, pessimista a tratti. Non condivido appieno il finale negativo del giornalista e cioè non credo che i partiti scompariranno. Anzi. Credo che il centro sinistra stia provando a cercare un modo nuovo di capire gli italiani e coinvolgerli, anche se non potrà più fare a meno di un leader forte.

Insomma il nuovo libro di Damilano è da leggere, anche solo per capire e ricapitolare quello che è successo negli ultimi anni. Notevole e buona la bibliografia alla fine del libro, per chi vuole approfondire un’occasione per comprare buoni e utili libri.

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La crisi politica e economica europea potrà portare alla nascita di una nuova sinistra?

Crisi. In greco antico significa “giudizio”, “passaggio”, “decisione”. Oggi la parola crisi viene visto come qualcosa di distruttivo, negativo, che porta a un cambiamento non voluto. Si usa e si abusa. Io credo che questo sia una periodo invece di passaggio. Per cui do un significato costruttivo e positivo alla parola “crisi”.

Stanno avvenendo molte crisi: economia, società, politica stanno subendo degli stravolgimenti tali che ancora non riusciamo a capire dove tutto ciò ci porterà in futuro. Per alcuni studiosi è in corso la crisi della modernità, iniziata per quanto riguarda la politica con il trattato di Vestfalia nel XVII secolo e che diede origine agli Stati moderni come ancora oggi li viviamo e a determinate regole politiche che ancora seguiamo, e della postmodernità, dopo il trattato di Vestfalia niente di nuovo è stato creato. Viviamo in una specie di interregno. Per altri, come Bauman, viviamo sì in un periodo storico di crisi ma questa ci porterà a una nuova politica e una società che non saranno necessariamente negative. Bauman stesso però afferma che neanche lui sa indicare con precisione come sarà il futuro di questa società liquida. Il divorzio tra potere e politica, iniziato non ora ma dalla fine degli anni ’70, produce una nuovo tipo di paralisi e cioè indebolisce l’attività all’intervento e riduce la fiducia collettiva nella capacità dei governi di mantenere le loro promesse. Questa impotenza degli esecutivi produce cinismo e sospetto, innescando una crisi della democrazia rappresentativa, della fiducia nella politica e della sovranità dello Stato.

Si debbono creare nuovi linguaggi, nuove parole, nuovi modi di agire. Campo fertile per una discussione per capire quali strade intraprendere è la sinistra. La quale però è a sua volta in uno stato di forte crisi identitaria. Crisi, passaggio, iniziata alla fine degli anni ’90. A causa della mancanza di fiducia i cittadini si innamorano dei nuovi movimenti, che siano o no di sinistra. Ma non tutti i movimenti sono uguali. In Europa non abbiamo una risposta univoca a questa latitanza di ideali e idee. Unico piano uguale per tutti è il dire “noi ci occupiamo davvero del bene del popolo”. Rischi di populismo? Molto alti.

Poi lo scenario politico italiano per quanto riguarda la sinistra è ancora più desolante rispetto al resto dei nostri confratelli europei. Non riusciamo a creare una visione, non c’è un progetto, non ci sono personalità che riescano a circondarsi di un gruppo in grado sia di unire la sinistra e darle credibilità sia di convincere un elettorato. Perché è vero che Renzi sta facendo dei miracoli ma non vi è nulla di sinistra in quello che fa. Che poi molti dei nostri politici guardino sempre a un condottiero straniero è cosa ormai storica. Ora è Tsipras. O anche il movimento, ora partito, spagnolo Podemos. È già stato scritto un libro interessante su questo movimento da Matteo Pucciarelli e Giacomo Russo Spena ma ancora in Italia non se ne parla molto. Se ne parla di più fra gli addetti ai lavori. Ma davvero si può ricopiare quasi totalmente un movimento come Podemos? E davvero aiuterebbe a trovare soluzioni per uscire dalla crisi e far ricredere nei sistemi dello Stato? Dubito fortemente. Nell’articolo scritto da Gilioli sull’Espresso di questa settimana, uno dei leader di Podemos, Monedero, spiega che ricrearlo in Italia è senza senso. Può volare nei sondaggi in Spagna ma lì è completamente diverso: per rapporto con le persone e la gente costruito nel corso degli anni, la notorietà mediatica di Pablo Iglesias e la loro formazione culturale che li aiuta a capire la situazione sociale. Qui sarebbe una forzatura. Qui in Italia manca sempre un progetto e una visione concreta per il futuro.

Notizia di ieri: Landini il 28 marzo potrebbe presentare il suo movimento. Molti sperano che si metta alla sinistra della sinistra e inizi a creare un’alternativa. Io invece penso che il suo passo, se lo farà, non sarà in funzione della politica ma del sindacato. A breve ci sarà la questione segreteria Cgil e per me Landini punta a prendersi quella segretaria, non punta a prendere una leadership politica. Sel è scomparso, Civati sembra che abbia i suoi compatti e pieni di propositi (aiutati anche dai Luoghi Ideali di Barca) ma in realtà non sembra avere una precisa idea di quello che vuole fare. Anche le altre “correnti” minoritaria (odio questo temine) non riesco a costruire qualcosa di concreto. La mia critica a Civati&co non è perché sono renziana, anzi, ma perché è tempo di mettersi a discutere concretamente di nuove idee realizzabili, nuovi linguaggi. È tempo di decisioni concrete e non di parlarsi attraverso articoli di giornale.

La crisi porterà sicuramente a qualcosa di nuovo e di positivo a sinistra. Basta smetterla di voler imitare altri modelli e chiedersi come vogliamo essere e che società vogliamo in Italia.

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C’è ancora un senso nel festeggiare l’otto marzo?

La festa della donna. L’otto marzo. Mimose. Colori. Eventi per sensibilizzare sul tema della condizione della donna oggi.

Ha senso festeggiare tutto questo? Me lo chiedo ogni anno. Non ho una risposta. Mi dico sì perché noi donne siamo ancora considerate essere inferiori e ogni occasione è buona per parlarne; mi dico no perché in verità passi avanti nei decenni ci sono stati ma oggi sembra che tutto stia peggiorando e quindi OGNI giorno dovrebbe essere la festa della donna.

Su Repubblica di ieri leggevo un breve articolo di Natalia Aspesi, la quale affermava che la vera conquista sarebbe arrivata quando fosse arrivata l’uguaglianza tra i sessi anche dentro le mura domestiche. Vero. Quando andai alla manifestazione, anni fa ormai, di “Se non ora quando” in piazza Castello a Milano, mi chiedevo quante donne e uomini avessero recepito il messaggio, cioè mi chiedevo “ora, a casa, ci sarà una rivoluzione? Il marito farà i lavori domestici o altre mansioni viste come femminili?”. Sia ben chiaro che non credo che se un uomo lava i piatti ecco che il femminismo ha vinto, credo che se un uomo lava i piatti 1) senza sentirsi in dovere 2) con naturalezza 3) alternandosi (senza essersi messi d’accordo) con la compagna sia davvero un segno importante e i figli (se ci sono figli) avranno un esempio naturale di uguaglianza tra i sessi. Infiniti gesti banali e quotidiani possono già fare molto.

E poi ovviamente c’è il grande tema della violenza sulle donne, violenza sia fisica che psicologica. Nel mondo bianco e istruito tutti si indignano per violenze sessuali, uomini che picchiano donne e via dicendo. Ma se ci si informa questa “indignazione” non porta conseguenze. Secondo il primo rapporto sulle violenze sulle donne, creato e redatto dall’Unione Europea, in tutti gli stati europei le leggi che tutelano le donne sono poche e fatte male. Il numero delle donne che ha subito violenza (da un avances pesante allo stupro) è altissimo. Da noi. Pensate in tutti gli altri paesi del mondo dove a volte non ci sono neanche leggi che ci tutelino.

In questi giorni leggo del documentario sulle violenze sessuali in India, in particolare incentrato sullo stupro di gruppo di tre anni dove morì una giovane donna, che è stato bannato dal parlamento indiano. Verrà trasmesso dalla BBC domani, otto marzo, ma in India non si potrà vedere. Tra i vari motivi si legge perché “denigra l’immagine dell’India”. Nell’intervista all’interno del documentario uno dei carnefici dello stupro del dicembre 2012 dichiara non solo che non si è pentito ma che una brava ragazza non esce la sera, se non si fosse ribellata l’avrebbero solo violentata e picchiato il suo ragazzo. Non trovo parole che possano spiegare lo schifo che ho provato leggendo queste frasi. Ma non stupiamoci. Questa mentalità orribile non è sconosciuta a moltissimi uomini bianchi europei o americani.

Credo che non si affronti mai davvero il tema donna. Non solo perché noi donne non riusciamo a trovare un modo per renderlo importante ma anche perché è un tema che non lascia zone d’ombra, tu maschio devi esporti. Temi come la prostituzione, le violenze sessuali e non, mutilazione dei genitali, salari e comportamenti sui luoghi di lavoro e via dicendo, per molti sono o inutili (che bisogno c’è di parlarne?) o stressanti (che palle). In un mondo di uomini, di maschi, questi temi non vanno bene, ancora oggi loro sono dominanti e noi siamo inferiori. C’è poco da festeggiare. Domani gli uomini saranno più gentili, più premurosi, con sorrisi condiscendenti (non tutti, alcuni saranno pure merde come sempre, alcuni saranno invece sinceri), ma allo scoccare della mezzanotte tutto ritornerà come prima.

Il problema non è festeggiare o meno l’otto marzo, il problema è come “riusciamo durante gli altri 364 giorni dell’anno a ottenere vittorie e diventare uguali a loro nella mente degli uomini?” Questa è la sfida e non potremo farlo da sole, avremo di bisogno di chi ci vede uguali, degli uomini che ci amano e rispettano per davvero.

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