Parlare della Madre. Dolore e letteratura nel romanzo di Marco Peano.

Le lenzuola. Bianche. Un perfetto sudario per il corpo di mia madre.

Poche ore dopo il suo addio a questo mondo terreno mi sembra che il suo corpo stia diventando sempre più piccolo, come un pettirosso abbandonato nella neve. Ha addosso ancora la collanina che le regalai al suo ultimo compleanno. Sembra che dorma ma non lo è. Mi sembra di vivere un sogno. Arriva mia nonna materna: “Togli la colonna o quelli delle pompe funebri la ruberanno”. Queste parole dure mi riportano alla realtà. Mia madre è morta. Per mia nonna devo essere io a togliere la collana. Non voglio toccare il corpo però. Mi tremano le mani, piango. Spazientita mia nonna mi sposta violentemente e lo fa lei, “Cosa c’è da piangere?” Mi dice. E poi se ne va. Io torno a raggirarmi come uno spettro per le tante stanze della nostra villa, controllando di tanto in tanto che mia madre sia ancora lì, che non sia scappata.

Ho elaborato il lutto con molta calma. Il dolore è arrivato dopo. Il senso di mancanza ora, anche se sono passati quindici anni è atroce ma sopportabile. A volte piango ancora.

È stato difficile e bello allo stesso tempo leggere il romanzo d’esordio di Marco Peano, “L’invenzione della madre” edito da Minimum Fax. Difficile per il tema: il calvario della malattia della madre, la separazione forzata, l’elaborazione del lutto. Leggere mille affinità con la mia esperienza mi ha tolto quasi il fiato. Pure l’episodio del gatto. Nel romanzo il gatto, dopo la morte della madre, si ammala, perde il pelo, Mattia, il protagonista prova ad accompagnarlo negli ultimi momenti, come fece con sua madre, ma il gatto decide di scomparire dal mondo da solo. Pure Bobo, il tanto adorato gatto della mia di madre, decise di morire. Non era malato, non perse il pelo ma cercò mia madre per mesi poi decise che basta, doveva andarsene. L’empatia degli animali. Mi ricordo che fui indispettita ma non provai dolore, lo capii.

Bello leggere Peano perché usa parole pacate, pudiche, ponderate. Non ti schiaffeggia in faccia il racconto del dolore del protagonista. Ti prende per mano e ti racconta cosa Mattia ha visto e ha fatto. Le decisioni che ha preso, per esempio allontanare relazioni a lui care, come quelle con la sua morosa, oppure il suo modo di andare a lavorare. Come sta vicino al padre, ora vedovo. Il cambiamento dei ritmi e delle abitudini. L’inseguimento della figura della madre, figura che dev’essere ricodificata, non è mai esasperante. Mentre leggi non ti assale l’angoscia.

La scrittura per Marco Peano è usata come un processo interiore per capire il dolore, catalogarlo e affrontarlo. Inoltre la scrittura è la colonna portante del libro, il che rende tutto più facile e accessibile per il lettore.

Non c’è bisogno di avere avuto un lutto in famiglia per leggerlo. Ma credo che sia importante prenderlo per il semplice fatto che affronta due grandi tabù della nostra società: il tumore e la morte. Parole/temi che la maggior parte della gente tende a non affrontare o addirittura a rinnegare. Invece bisogna parlarne e far cadere certi divieti non detti.

Sono duecentocinquanta pagine intense e da leggere assolutamente.

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Vanessa Winship: una fotografa-cronista

“My work explores concepts of borders, land, memory, desire, identity and history” così scrisse la fotografa Vanessa Winship nel 2011. Fotografie in bianco e nero. Volti che sono come paesaggi dove viaggiare dentro. Paesaggi che esprimono sentimenti e richiamano poesia e letteratura. Non troviamo banalità, pose artificiose, falsità nelle fotografie superbe dell’inglese Winship. Nata nel 1960 in una piccola città inglese, si interessò subito alla fotografia. Dalla fine degli anni ’80 viaggia tra i Balcani, l’est del mondo e la provincia america alla ricerca di outsiders, culture ignorate, posti e luoghi dimenticati. Dal 1999 al 2003 attraverserà Albania, Serbia, Kosovo, Grecia per vedere cosa sta succedendo e cosa la guerra del Balcani lascerà. Nel 2002 girerà tutti gli stati confinanti sul Mar Nero, infine andrà in Georgia. Tutti stati che un tempo furono sotto il blocco sovietico e ora provano a cercare una loro identità.

Le sue fotografie interpretano vari mondi, lontani dai nostri occidentali e consumistici. Tutto il lavoro della Winship ha come comune denominatore la condizione umana e il suo relazionarsi in specifici contesti. Investiga in maniera profonda. Nel fotografare delle studentesse dell’Anatolia sembra quasi che voglia divorare la loro anima. Ogni persona che si fa ritrarre si concede in maniera totale e assoluta alla sua lente. Non c’è schermo divisorio, non c’è falsità o costruzione posticcia: le persone, e in particolare le donne, si danno completamente. Vediamo sguardi fieri e cristallini. Bellezze non classiche.

Il lavoro svolto in America non è disgiunto da quello dell’est Europa. La fotografa non va alla ricerca di immagini già note, di facili soggetti ma di paesaggi selvaggi e quieti allo stesso tempo, persone che abitano in dimenticate provincie americane che, esattamente come le donne turche o georgiane o albanesi, si lasciano completamente assorbire dalla macchina fotografica e non mettono filtri alle loro espressioni.

Da dicembre a febbraio a Milano, alla Fondazione Stelline, vi è stata una piccola mostra su Vanessa Winship che riprendeva invece la grande retrospettiva che la Fundacion Mapfre di Madrid le aveva dedicato. Nonostante le fotografie fossero molte meno e l’allestimento delle opere mediocre (si potevano fare molti accostamenti e far vedere similitudini senza seguire ordini cronologici; i ritratti femminili erano accatastati uno vicino all’altro senza dare la possibilità di concentrarsi su uno solo dei volti) mi sono notevolmente emozionata. La bravura e la sincerità della Winship mi hanno subito colpita. Certe fotografie erano così intense che mi hanno tolto il fiato. È stupendo quando succede, sentire che queste opere, e i soggetti, comunicano con te. Molte fotografie sembrano ispirarsi a quadri dell’Ottocento o il realismo del Novecento, i ritratti fatti in Georgia sembrano addirittura ispirati da ritratti di fine epoca romana. Vi è una cultura artistica e letteraria notevole in Vanessa Winship che la fotografa dimostra in tutti i suoi lavori.

Credo che sia una delle più grandi fotografe viventi. Sarebbe interessante che venissero create in Italia e in Europa altre retrospettive su di lei.  Grazie ad internet è facile poter ammirare le sue opere. Vi consiglio caldamente di farlo, come consiglio vivamente di non stare solo davanti a un computer ma di uscire e di andare a vedere qualche mostra. L’arte fa vissuta e fatta respirare.

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Gli Inglesi seguiranno di nuovo la terza via di Tony Blair?

I sondaggi sono i nuovi sovrani dei politici. I numeri sono diventati i padroni di questa politica sempre più su carta e meno tra la gente. Opinioni che non valgono solo per il nostro Paese ma per tutta Europa. E quindi anche per i politici inglesi. Non è un mistero che il leader del partito laburista, Ed Miliband, non abbia mai avuto grandi numeri mai i sondaggi di questi giorni sono impietosi. C’è chi invoca il ritorno del vecchio leone Tony Blair o almeno che entri nel team dei consiglieri. Non ci sarebbe nulla di strano in questa seconda opzione: Blair ora di mestiere fa il consulente politico.

Ma gli inglesi, dopo le notizie di novembre, seguirebbero di nuovo Blair o  approverebbero i suoi consigli? Lo scorso novembre sul Sunday Times vennero pubblicati i dettagli di un contratto del 2010, ben 21 pagine, con la PetroSaudi, compagnia petrolifera fondata  da uno dei membri della famiglia reale saudita. Blair avrebbe ricevuto 66.000 dollori al mese più il 2% per le connessioni diplomatiche, ovviamente proficue. Ma non è l’arricchimento privato il problema. Il fatto è che Blair è a capo del cosiddetto “Quartet” e cioè di una società che vede riuniti ONU/Us/Russia/EU per attività di pace e diplomazia in medio oriente. La critica è la seguente: come può essere un buon operatore di pace ed essere oggettivo se viene ben pagato da molti stati medio orientali?

Tony Blair lavora anche per Nazarbayev, dittatore del Kazakhstan, forse pagato 40 milioni di dollari nei soli primi due anni. Secondo altre fonti, e fatti, Blair è sempre più criticato non dal partito ma dalla popolazione inglese. Il Sunday telegraph ha analizzato i viaggi e i compensi dell’ex primo ministro, tutti sempre in medio oriente/oriente/africa. Come può essere imparziale se i suoi profitti vengono da moltissimi Stati di queste regioni? Dal 2007 lavora anche per il Kuwait.

Il Financial Times afferma che anche Putin ha iniziato a contattarlo. Non credo che agli inglesi andrebbe bene che un uomo apparentemente così compromesso fosse il consigliere del futuro primo ministro inglese.

Forse la sinistra inglese gioca la carta Blair, fregandosene di eventuali scandali, perché dietro ad essa c’è solo un patetico vuoto di idee e ideali.

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Se questa è una donna

L’aria dentro vecchie capanne di legno e mattoni è secca e fredda. D’inverno entra poco sole e molto umido. Dover stare in molti dentro uno spazio angusto non aiuta a non poter sentire i propri problemi. Stare tutto il giorno dentro una vecchia capanna senza sapere che ore sono, quando i propri aguzzini arriveranno, è un qualcosa che aumenta la paura, si sa solo che quando arriverà la notte, inizierà il proprio girone all’inferno. I buoi, le capre o qualsiasi altro animale che sta dentro un capannone non ha molta paura e se c’è freddo si riscaldano gli uni con gli altri stando vicini e grazie alla condensa calda dei loro fiati. In questo caso poco servirebbe.

Le “capre” dovevano aspettare dentro vecchie capanne. Le “Capre” erano 28 ragazze rumene che di notte erano obbligate a prostituirsi in vari punti di Milano, tra cui via Ripamonti. I loro aguzzini, le vere bestie in questa orribile e ripetitiva storia, le chiamavano così. Le poverette venivano comprate in Romania, venivano trovate in quelle aree più depresse e povere della regione in modo tale che non si potevano rifiutare 3000/5000/7000 euro. Appena arrivavano in Italia venivano violentate brutalmente da tutto il clan, per più giorni. Chi decideva di prostituirsi subito veniva risparmiata. Botte, violenze di ogni tipo, sia fisica che psicologica, erano all’ordine del giorno. Dovevano “lavorare” in qualsiasi condizioni, anche con la febbre o stordite dalle botte. Vendute da un clan all’altro, a seconda del prezzo e della rendita, anche a italiani senza scrupoli pure loro. Perché gli aguzzini potevano essere di qualsiasi nazionalità o età ma la violenza e le umiliazioni non cambiavano. Poi di giorno venivano rinchiuse dentro capanne. Prima della prima guerra mondiale i padroni dei terreni in Emilia, Toscana, Lombardia, Triveneto e Piemonte chiudevano gli uomini e le donne dentro le corti dove abitavano, come le bestie appunto. Chiudevano loro i portoni e li serravano per la notte. Non per protezione ma per far capire che erano sì preziosi ma erano allo stesso livello dei buoi e delle galline che dormivano con loro. Certe mentalità non cambiano.

Queste prostitute non sono essere umani, non sono donne ma bestie. Leggendo la cronaca ci indigniamo. Ovviamente. Chi non lo farebbe. Scorrendo le righe e soffermandoci sui particolari ci si intenerisce: le ragazze si aiutavano e supportavano tra loro. Grazie alla denuncia di un cliente che si era invaghito di una di loro, ecco che scatta l’operazione e vengono salvate. Domani ce ne saremo già dimenticati. Le 28 ragazze sono ancora bestie. Perché quante notizie simili sentiamo da sempre? Che noia, vero?

Essere una prostituta significa essere de umanizzata. Non hai gli stessi diritti che ha un normale essere umano. Puoi essere umiliata, picchiata, violentata in qualsiasi modo che tanto è normale, bestia tu sei. Quante volte guardiamo con disprezzo le prostitute? Quante volte si sarà abbassato lo sguardo per non guardarle? Da fastidio vederle lì per strada vero? Si vorrebbe multare le prostitute o tassarle. Come se fossero contente di prendere decine di cazzi ogni notte. Ci stanno, lo vogliono. Si ammalano? Ce ne sono tante altre.

Credo che il tema della prostituzione debba interessare ogni donna. È tempo che questo racket venga spezzato, che si aiutino tutte le vittime e ci sia una campagna per far capire agli uomini che comprare una donna non è da uomo. Mi immagino quanti maschi rideranno, specie quelli vecchi e coi capelli bianchi, ma non mi importa.

Noi tutte abbiamo molti diritti. Siamo più libere rispetto solo a pochi decenni fa. Ma sempre fino a poco tempo fa ogni donna, anche non prostituta, era considerato qualcosa al di sotto dell’uomo. Se si potesse leggere nel cervello di molti maschi si potrebbe vedere che ancora oggi siamo un po’ più inferiori a loro, per alcuni siamo allo stesso livello del loro gatto di casa, per altri siamo meno di bestie.

Non dovremmo parlarne? Non dovremmo fare eventi e smuovere in maniera violenta le acque?

Quelle ragazze che subisco l’inferno hanno diritto a tornare ad essere considerate donne. Ditemi voi se questa è una donna che deve subire cose che forse neanche una capra subisce in tutta la sua vita.

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Tolleranza zero contro l’omofobia nelle scuole. In Italia? No, nel Regno Unito.

Il rispetto verso gli altri inizia dalla scuola. Educare e ampliare gli orizzonti della mente è fondamentale per creare individui che rendano poi la società migliore. La situazione scolastica in Inghilterra non è delle più rosee: le scuole pubbliche (free school), non le private, sono sempre più affollate, edifici vecchi che hanno bisogno di ristrutturazioni, livello di istruzione sempre più basso, violenza sempre più alta. Nel Regno Unito si parla moltissimo del sistema scolastico perché è la chiave del successo per il futuro dei bambini: meglio scegli la scuola e con più fortuna potrai trovare un buon lavoro. Ma non solo l’istruzione, nel senso classico, è al centro dei dibattito ma anche quella che noi chiameranno educazione civica, per gli inglesi è molto importante.

Tristam Hunt, il ministro ombra laburista all’istruzione, ha dichiarato che uno dei punti principali del programma laburista per la scuola sarà creare corsi di aggiornamento per gli insegnanti per prevenire atti di bullismo omofobi e sarà obbligatorio per tutti gli insegnanti, vuol dire non solo per coloro che lavorano nelle scuole pubbliche ma anche in quelle private. Inoltre ci saranno corsi per gli studenti dove si affronterà apertamente e francamente il tema dell’omosessualità e di come non ci deve essere violenza e spregio contro chi è omosessuale. Perché essere omosessuali è una cosa normale. Non qualcosa che deve scatenare bullismo.

Il tema dell’omofobia sta diventando molto importante nell’isola britannica a causa di moltissimi episodi negativi riportati dai mezzi di informazione. È stato stimato che sono circa 215.000 gli studenti omosessuali e bisessuali. Inoltre i dati riportano che circa 52.000 studenti omosessuali e bisessuali si rifiutano di andare a scuola per paura, 37.000 cambiano i loro piani di studi per paura dell’omofobia e 70.000 soffrono in maniera grave per quello che subiscono.

I laburisti vogliono che gli insegnanti abbiano un training specifico per affrontare il problema e che se ne parli, molto. I rappresentati degli insegnanti si sono subito detti d’accordo e si sta lavorando ad un progetto per poter capire come fare per applicare il tutto e quando iniziare.

Il problema rimane ovviamente uno: i laburisti riusciranno a vincere le elezioni di maggio? Io ho profondi dubbi a riguardo. Credo però che sia un progetto davvero importante e che la società di oggi sente in modo particolare. C’è anche bisogno di una buona e dettagliata legislazione contro l’omofobia per poter tutelare la maggior parte di chi subisce violenze fisiche e psichiche. Il tema dovrebbe affrontato anche in tutti gli stati europei e a Bruxelles, all’europarlamento.

In Italia? Direi che qui siamo ancora al livello di un politico che urla ridendo e dando del culattone a uno studente, solo perché questo pone una legittima domanda a un convegno omofobo. Noi di strada dobbiamo ancora farne e tantissima.

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