Oggi non chiudiamo gli occhi.

Alle 16.37 del 12 dicembre 1969 un boato scosse la città di Milano: la sede della Banca nazionale dell’agricoltura esplose, non si sa ancora se per uno o due ordigni, ma si sa il numero delle vittime che furono diciassette, i feriti furono più di ottanta. È l’inizio di quel periodo ricordato come anni di piombo in Italia. Non si sa ancora chi furono i mandanti, chi decise di gettare la popolazione nell’incubo nell’ansia. Dopo quel terribile evento, spartiacque della nostra storia nazionale, ci furono altre stragi, per esempio quella del 28 maggio 1974 in piazza della Loggia a Brescia. Anche per questa non si sa chi furono i colpevoli.

Stragi. Pure oggi avvengono. Anche se non si usano più bombe e non si può dare colpa agli anarchici o a militanti violenti fuori dal partito comunista. La popolazione italiana è tenuta in scacco da un periodo storico che aggiunge ansie e incertezze, che la classe politica non prova minimamente a lenire. Il tema principale del momento, dopo la crisi, è il quello del lavoro. Oggi ci saranno 54 manifestazioni in tutta Italia per far sentire la propria voce contro una legge che sembra non tutelare nessuno. Io credo che oggi sia importante manifestare. Ma i sindacati stanno manifestando per tutti? No. E non lo fanno perché se ne fregano ma perché c’è un campo del mercato del lavoro che viene sfruttato e/o ignorato. Sto parlando di coloro che hanno la partita iva, chi viene pagato come collaboratore senza alcun contratto vero, coloro che non sono tutelati in niente e per niente. Staranno manifestando? Spero di sì. Perché nessuno manifesterà per loro. Chiudere gli occhi oggi non si può.

Il senso civico e sociale è ormai scomparso qui in Italia. Se ci fosse un’altra strage causata da una bomba, dubito fortemente che la gente andrebbe in piazza, dubito che ci sarebbe indignazione. Ci sarebbe una corsa verso i particolari beceri e da maniaci su come sono morti, la vita dell’attentatore e via dicendo. La mia visione negativa è data dal fatto che si sta compiendo la strage di una generazione, i trentenni, che non avranno i contributi per avere la pensione quando saranno anziani, a cui si prospetta un futuro da poveri, la pressione psicologica nel cercare di avere un lavoro decente ogni giorno.

Perché non si scende più in piazza? Cosa ci ha reso così pigri, menefreghisti, indifferenti? Per valori e storia l’unica parte politica in cui mi riconosco è a sinistra. L’unico partito che potrebbe prendere per mano il popolo italiano e portarlo fuori da questa apatia, anche emotiva, però latita. O si sta trasformando in qualcosa che non capiamo. A chi rivolgersi dunque?

Oggi a Milano alle 16.37 le istituzioni saranno presenti per rendere omaggio alle vittime e per non dimenticare piazza Fontana. Ora i sindacati stanno manifestando per ricordare che i lavoratori hanno diritto a tutele sul lavoro.

Non chiudiamo gli occhi oggi. Ma neanche domani. E neppure quello dopo ancora. Apriamo questi occhi e indigniamoci, discutiamo, manifestiamo per garantirci un futuro certo e ora un paese migliore. È questo il tempo del rinnovo. E non possiamo perdere un minuto di più. Invogliamo questi adolescenti, spesso ignoranti di tutto, a formarsi uno spirito critico e civico, a formarsi una coscienza sociale. Obblighiamo le famiglie a informarsi e a parlare nelle scuole di quello che avviene e che è avvenuto e che non si deve ripetere. Sono frasi dal sapore utopistico ma non trovo altre soluzioni. Lo Stato non può fare tutto, siamo anche noi cittadini che dobbiamo agire civilmente. O se no cosa diventeremo? Non chiudiamo gli occhi.

“Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza! A. Gramsci 1/5/1919

“Siamo testimoni. Siamo legati tra noi e dalla storia, dal nesso che connette ogni strage impunita agli omicidi brigatisti, ma ancor più dal mistero di una coincidenza che bussa insistente alla porta” B. Tobagi “Una stella incoronata di buio”.

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Angolo caffè e libri #5 Racconti di cinema a cura di Emiliano Morreale e Mariapaola Pierini

Il lunedì pomeriggio era il giorno preferito in cui, ai tempi dell’università, mi piaceva andare al cinema. Primo spettacolo del lunedì. La sala era quasi sempre vuota. Ero felice. Solo io e il grande schermo al buio. Mi potevo concentrare sulla vicenda che veniva narrata e se il film mi era piaciuto, uscivo in silenzio portandomi addosso le sensazioni che mi aveva suscitato. Anche oggi preferisco andare da sola e di giorno. Avevo appena vent’anni e prima di allora del cinema mi importava poco o nulla. Mia madre mi obbligava ad andarci, come mi obbligava ad andare a teatro. “Elisabetta, non puoi vivere solo di concerti e musica! Ci sono troppe arti che non conosci. Devi farti un tuo bagaglio culturale e usare la testa!”, così mi sgridava. Poi un giorno un manifesto di un film, del ormai defunto cinema Metropol, dove ora sfilano Dolce e Gabbana, mi chiamò. Era un lunedì pomeriggio. Da allora non sono solo un’appassionata di cinema, a casa ho una videoteca (se ancora si può usare questo termine) di oltre 500 dvd ma penso di capirne tecnicamente anche abbastanza. Ma scopro sempre di non aver visto questo o quel film. Mi piace vederli in lingua originale. Leggo più libri possibile a riguardo, ormai da dodici anni e più. So che è una delle mie molte passioni che non moriranno mai. Anche se poi mi sono laureata in storia dell’arte, cosa di cui sono felicissima.

Libri e cinema, due fra le mie tante passioni. Quando in libreria ho preso tra le mani “Racconti di cinema” a cura di Emiliano Morreale e Mariapaola Pierini, edito da Einaudi ero molto contenta di aver trovato un libro che univa questi due mondi. Anche se avevo delle perplessità. Spesso queste raccolte possono essere deludenti. Il commesso della famosa e snob libreria torinese dove l’ho comprato, senza che io dicessi niente, si congratulò per scelta. Diciamo che vedendo questo ragazzo giovane vestito come un prete che continuava a incensarlo non è che mi dava fiducia: si è a Torino, c’è il museo del cinema, l’editore è Einaudi, da acida milanese credevo che fosse di parte.

E invece, fin dall’introduzione, ho capito che era un libro ragionato e preparato con cura. Amo i racconti e me li sono letti uno dopo l’altro, in corsa. Intelligente la suddivisione per argomenti: “A riveder le stelle”, “Sperduti nel buio”, “Un mestiaraccio infame” e “Come in un film”. Con un breve introduzione a ogni sezione il lettore, anche se non appassionato di cinema, può entrare nella logica della scelta dei vari autori e scoprire qualche dietro le quinte di questo mondo stellato. Ho anche apprezzato la scelta di scrittori, più o meno noti al pubblico, che però non sono del mestiere e cioè non troviamo racconti o scritti di registi o critici cinematografici. E non si trovano scrittori smaccatamente appassionati di quest’arte o reportage di stampo giornalistico. Questa è stata una mossa intelligente perché fa coinvolgere il lettore molto di più ed è pensato anche per chi al cinema non ci va. Altro fattore apprezzabile i racconti non sono brani estratti da romanzi e sono pubblicati in maniera integrale. Spesso nelle raccolte, il racconto se lungo viene tagliato, come se il lettore si stancasse! Ho avuto il piacere di rileggere “Una bellissima bambina” di Truman Capote, ho molto amato i racconti di Roberto Bolano (uno dei miei scrittori preferiti), Don Lillo, Mansfield, Gozzano, Fitzgerald, Nabokov, Ballard e Mari, moltissimo ho trovato attuale quello di Ennio Flaiano “il mostro quotidiano (“La situazione era a questo punto: che per stare ai fatti, il tempo era preso dalle cronache, non c’era posto che per le cose che accadevano realmente. Ogni invenzione annoiava. Bisognava ripetersi o morire. I cimiteri erano già pieni di spettatori che dopo aver visto il film avevano letto il romanzo p che dopo aver letto il romanzo avevano visto la commedia. Tutto il paese era diventato preda delle cronache, sempre le stesse, la gente chiedeva fatti e non parole. Nei loro libri, gli autori cominciarono a far succede un’infinità di fatti.” Racconto scritto nel 1960 ma che potrebbe essere stato scritto nei giorni nostri).

È un libro che mi è piaciuto molto, tutte le raccolte dovrebbero essere così, ragionate, pensate, con contenuto e senso. Ve lo consiglio sinceramente. Magari lo potete leggere a casa mentre bevete una cioccolata calda o mentre aspettate qualcuno e prendete un caffè con cognac. Poi, dopo aver finito il libro, potete uscire di casa e andare al cinema, magari di pomeriggio, magari di lunedì.

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Un breve ricordo della poetessa milanese Antonia Pozzi.

Nelle fotografie appariva con i capelli biondi corti. Si vestiva spesso con pantaloni da uomo ma la sua femminilità restava intatta. Lo sguardo fiero e intelligente, occhi a volte rassegnati. Una bella donna colta e più avanti nel fare e nel pensare di molti uomini dell’epoca. Una donna che dall’esterno sembrava molto forte ma non riusciva a vivere davvero quei tempi bui e infelici che furono gli anni del fascismo.

Antonia Pozzi era una milanese, nata in una famiglia agiata della Lombardia. Studi al Liceo classico, università. Mille progetti. Una grande passione: la poesia. Fin da adolescente scrive poesie. E sono componimenti intelligenti, diretti, con gusto crepuscolare e a volte ermetico, ma con un occhio della realtà che la circondava. La poesia come luogo di rifugio.

Era una donna moderna: viaggiava moltissimo, parlava più di una lingua, era indipendente. Amicizie fra vari intellettuali. Ma le pesava il fascismo e dopo le leggi razziali, nonostante fosse “ariana” e quindi, come molti italiani dell’epoca, poteva fregarsene. E invece trovava tutto insopportabile e il 3 dicembre 1938 si suicida. Gesto per me incredibile e impensabile ma non si sa cosa si annida nelle camere oscure del cervello di una donna così straordinaria.

Il suicidio non deve però intaccare la meravigliosa figura di questa donna che invito a scoprire. Era un’artista completa, amava molto la fotografia, cosa rara all’epoca. Nel 2007 fu fatta una bella mostra fotografica su Antonia Pozzi e furono esposte fotografie fatte anche dall’autrice.

Per concludere riporto una delle sue poesie più famose “Via dei Cinquecento”

Pesano fra noi due
troppe parole non dette

e la fame non appagata,
gli urli dei bimbi non placati,
il petto delle mamme tisiche
e l’odore –
odor di cenci, d’escrementi, di morti -
serpeggiante per tetri corridoi

sono una siepe che geme nel vento
fra me e te.

Ma fuori,
due grandi lumi fermi sotto stelle nebbiose
dicono larghi sbocchi
ed acqua
che va alla campagna;

e ogni lama di luce, ogni chiesa
nera sul cielo, ogni passo
di povere scarpe sfasciate

porta per strade d’aria
religiosamente
me a te.

27 febbraio 1938

 

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Un romanzo che vuol far volare: “Il poeta dell’aria” di Chicca Gagliardo.

«Sarà una storia fatta di poco, pochissimo, nulla: di aria.
C’è chi osservando un filo d’erba ha disegnato le piante e poi le stagioni. Che cosa si potrà fare con un filo d’aria?»

Chicca Gagliardo ci mette subito in guardia: non troveremo molti elementi a cui aggrapparci in questi suo romanzo, uscito nel settembre di quest’anno per la Hacca edizioni. E aver pubblicato con questa casa editrice non è un caso. Infatti L’Hacca nasce nel 2006 e si prefigge come obiettivo di pubblicare “sulla complessità del nostro esistere umano”, vuole proporre al lettore romanzi non classici o dal linguaggio banale. Un certo distacco dalle altre case editrici lo si ha dalle copertine dei libri: il bianco domina, sempre. Per “Il poeta dell’aria” il bianco predomina ancora di più e ci sono solo tre linee nere e una figura minuscola, il senso dell’aria che circonda questa figura è percepibile. L’editore Hacca non lascia niente al caso, forse fa scelte un po’ elitarie ma ad oggi nel campo dell’editoria regole certe non ce ne sono e allora perché non fare come comanda il proprio modo di vedere?

Il sottotitolo è “romanzo in 33 lezioni di volo”. È una favola per bambini cresciuti. Richiama quei romanzi che parlano di formazione. Il protagonista impara a volare ma impara a diventare un adulto. Ci vogliono qualche lezioni, capitoli, per riuscire ad entrare nel romanzo. Le parole che la Gagliardo usa sono solo all’apparenza semplici, in realtà costruisce sapientemente un percorso di frasi e pensieri che aiutano il lettore a volare con il protagonista e i suoi amici. C’è ovviamente anche la poesia. Perché il protagonista non impara solo a volare ma impara anche a scrivere poesie. L’aria è la maestra per imparare a scrivere poesie. Un uomo che vola non può che essere un poeta. Chicca Gagliardo usa la magia della parola per coinvolgere chi legge. Sembra un artista. E non lo dico a caso. Infatti i suoi testi hanno ispirato mostre d’arte e di fotografia. Collabora con grafici, illustratori, attori, poeti e bibliotecari. Sì, anche con bibliotecari perché l’autrice li vede come figure che diffondono e tutelano l’arte della parola.

È un libro molto particolare, dal gusto raffinato ma allo stesso tempo amichevole. Non so se consigliarlo o no. Esce troppo da schemi prefissati o definiti. È un libro che aiuta la mente a volare e di questi tempi non è poco.

 

chicca

 

 

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Servono un architetto famoso e il suo magazine per parlare di periferie?

“Parlare di casa, oggi, è come parlare di mangiare: di pane, non di companatico. Ma non è sempre stato così. I problemi della casa si sono posti quando più si facevan sentire, chiari e urgenti, i problemi sociali” (Rogers “Una casa a ciascuno” in “Il Politecnico” 4, 20 ottobre 1945).

Rogers già alla fine della seconda guerra mondiale aveva colto il punto: il problema della casa non è un problema da sottovalutare perché è un problema sociale. Alla fine dell’Ottocento, grazie all’interessamento e campagna di sensibilizzazione, i socialisti ponevano il problema delle case per i più poveri. Grazie ai loro sforzi nel 1903 nacque la Legge Luzzatti sulle case popolari e a Milano il primo nucleo fu via Ripamonti. Nel 1922, sempre a Milano, i locali popolari erano 45.000 e c’era sempre molta richiesta. Il tema delle case popolari ritornò al centro di molte questioni politiche negli anni ’50 e ’60. Ciclicamente quindi si torna sul tema perché ciclicamente ritorna il problema sociale.

Gli sgomberi di queste settimane qui a Milano sono solo uno strascico storico di un problema che si sa che esiste da sempre ma a cui non si è sempre trovato soluzione e che negli ultimi decenni si è semplicemente ignorato. La dignità di avere un tetto per la propria famiglia, la giustizia nell’avere un alloggio decente in un quartiere dove si abbia tutto e dove si viva bene. Spesso non è molto quello che chi ha bisogno chiede. Difficilmente se ne parla e si prova a trovare una soluzione, specie a livello politico. Difficoltà perché in questi quartieri, in questi palazzi malandati, si annidano troppe e urgenti problematiche sociali.

Il 30 novembre è nato il magazine “Periferie” da un’idea dell’architetto Renzo Piano. Allegato col Il Sole 24 Ore, distribuito solo a Milano e a Roma. Si può sfogliarlo sul sito renzopianog124.com. I direttori sono Carlo Piano e Walter Mariotti, c’è un’introduzione del Presidente Giorgio Napolitano. Fotografie magnifiche. Un design e un uso dei caratteri eleganti che rimandano alle riviste Domus e Abitare. Tutto clinicamente pulito e leggibile. Molto patinato.

Utile per parlare dell’argomento periferie e delle problematiche? Non credo. O forse sono molto sfiduciata sull’approccio così elegante e borghese. Come dice il giornalista Stella del Corriere della Sera nelle periferie c’è una sete pazzesca di bellezza e se tu cresci in un ambiente “bello” avrai sicuramente una percezione della vita diverso. Verissimo. Ma mi chiedo: chi vive davvero in periferia leggerà Periferie? Spesso e volentieri non esistono edicole o addirittura supermercati. Non penso che chi abiti lì prenda un mezzo pubblico, se la domenica passano, per andare in un quartiere più centrale per comprarlo. Le fotografie di bravissimi professionisti faranno sembrare magici certi luoghi dimenticati delle nostre città. Articoli scritti con penna finissima sforneranno idee e progetti utopistici. Ma a chi vive interesserà tutto questo? I politici locali andranno di più tra quei casermoni di cemento scrostato?

Non voglio dire che il mensile sia un’idea stupida o completamente inutile ma come diceva Rogers dovremmo andare al cuore dei problemi sociali, dovremmo andare a sporcarci le mani e uscire dai nostri modi così borghesi da credere che una rivista elegante risolva problemi e ponga un argomento al centro del dibattito politico nazionale.

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