Incontro fugace, immaginarsi la storia di uno sconosciuto.

A Milano oggi c’è il sole ma fa freddo. Si sente nelle ossa perché l’umidità, tipica della pianura padana e di questo periodo dell’anno, lo fa penetrare fin sotto gli indumenti. Mi sistemo al meglio la sciarpa mentre aspetto il tram, il 23. Quand’ero bambina mi divertiva prenderlo perché guardavo i tanti adulti, a me sconosciuti, e immaginavo le loro storie o brevi episodi della loro vita di quel giorno, poi li raccontavo a mia madre; prendevo sempre con lei il 23, invece l’automobile era il mezzo a cui associavo mio padre. Da anni e anni però non immagino più storie altrui, non lo faccio più: la maggior parte della gente mi pare o insignificante o irritante. O forse sono io che ho poca fantasia ora che sono adulta.

Tra un alzarsi di foglie secche e gialle e un odore pungente di asparagi proveniente dal borsone di una signora cinese accanto a me, finalmente arriva il 23. Salgo e mi metto in fondo vicino al finestrino, così il sole mi scalda un po’. Mentre con faccia inespressiva guardo fuori, ecco che vedo una signora sulla quarantina in bici. Sta piangendo. Non a dirotto ma si vede che piange: si asciuga le lacrime, ha gli angoli della bocca in giù, come la maschera drammatica del teatro greco, la fronte è corrugata. Mi colpiscono i suoi occhi, molto tristi. Senza volerlo a volte supera il tram, poi di nuovo il tram supera lei. Io continuo a guardarla. La osserverò fino alla mia fermata dove devo scendere e poi la perderò di vista. Non è da me guardare così tanto gli altri, anzi. Tendo sempre a non dare fastidio e a farmi i fatti miei, a meno che non ci sia un figo ma sono comunque discreta. Ma questa signora, così ben vestita ma con uno stile tutto personale, che con dignità e un’infinita tristezza piange mentre pedala mi colpisce. Mi chiedo: “Piange per una storia d’amore finita?”, “Ha avuto una brutta notizia?”, “E se sì, cosa le è stato detto?”. Mi immagino cento situazioni in pochi minuti. Scesa dal tram, avrei voluto fermarla per dirle una bella parola o offrirle un caffè. Ovviamente questo nella mia mente, perché nella realtà chi ferma uno sconosciuto così? Nessuno. E’ stato un incontro momentaneo. Fugace, passeggero. Eppure ho sentito un’empatia fortissima per questa donna. Non la rivedrò mai più, eppure le auguro di tornare a sorridere presto e di essere felice.

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Correre dietro a se stessi.

In giornate in cui non so bene dove sto andando, mi torna in mente il video dei Radiohead quello di No Suprises, dove il cantante passa tutto il video con la testa dentro una boccia per pesci rossi che a poco a poco si riempe d’acqua. Faccio similitudini e ho ricordi molto 90′s, lo so. Il problema è che mi sono accorta che sono mesi che non ho una bussola regolata sul nord. Mi perdo per un nonnulla, faccio e dico e scrivo cose che non mi rispecchiano per niente, eppure insisto. Ormai è diventata una mia droga, devo avere la mia dose quotidiana di comportamenti che non sono da me, altrimenti le ore del giorno mi sembrano andate perse. Mi costruisco un’immagine di me per chi viene dall’esterno che è falsa al 90%, non dico bugie ma ho comportamenti non miei. Non con tutti ma con parecchi mostro questo. Forse è la mia armatura, forse è un modo in età adulta per poter a un certo punto “ok, ora che ho rotto posso andarmene e lasciami da sola per favore”. Questo mio atteggiamento mi ha un po’ stufato, anche se ora sono così non è per niente colpa mia. Sono esperienze umane orribili che mi hanno per ora trasformata come sono in questo periodo della mia vita.

Non so se vi capita mai quando siete in giro di innervosirvi moltissimo senza motivo, io non ho patente ma voi forse voi sì e allora non vi capita di bestemmiare o più educatamente suonare senza motivo al prossimo quando siete in macchina? Oppure non vi capita di avere sempre un passo super accelerato, correre sempre da qualche parte senza motivo e pur sapendo che non c’è bisogno di correre che si può essere più tranquilli? Sono momenti in cui mi sembra di avere la testa dentro una boccia d’acqua per pesci rossi. E non trovo soluzioni. In realtà credo che tutta questa fretta, questa ansia, questo coprirsi con un’altra immagine non sia altro che un modo di correre dietro noi stessi. Al nostro vero io che ci aspetta fiducioso da qualche parte e che sa che stiamo prendendo vie lunghissime e contorte, quando invece sarebbe tutto più facile.

Ma onestamente, diciamocelo: a chi piace la via facile? O a chi piace mostrare davvero com’è? Non a molti. Vedo teste che scuotono ma fatevi un cacchio di esame di coscienza. Appena mi interessa una nuova persona, amica o conoscente o salcazzo, ecco che dopo un certo periodo mi trasformo e lo allontano in tutti i modi. Non posso perdere tempo a relazionarmi e mostrarmi così come sono ma devo perdere tempo a correre dietro a me stessa e sentirmi male e scegliere la strada più difficile. Che poi con gli amici di lunga data o fidati non faccio così e allora da cosa mi proteggo? Di cosa ho paura così tanto da farmi mancare l’aria?

Non ho risposte perché ora come ora sono così e non vedo ancora vie d’uscite. Però prima o poi smetterò di correre, di camminare veloce con la scusa che fa stare in forma, ricomincerò ad avere pazienza e a voler ascoltare e conoscere davvero chi mi sta di fronte e non solo a essere una stronza egoista.

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Boyhood. Recensione.

Mason è un bambino di sei anni che vive con la madre (Patricia Arquette) e la sorella Samantha in Texas, il padre (Ethan Hawke) li ha lasciati da poco. Lo spettatore segue Mason e la sua famiglia per dodici anni e vede l’evolversi del bambino in uomo.

Il regista Richard Linklater nel 2001 dichiarò che avrebbe realizzato un’idea abbastanza difficile e non pratica e che lo avrebbe assorbito per i prossimi dodici anni, l’idea era seguire per un lungo lasso di tempo la vita di bambino fino al suo arrivo all’età adulta. Il primo problema era trovare attori che avrebbero accettato di partecipare al progetto per così lungo tempo, il secondo trovare un bambino la cui performance sarebbe stata credibile nel corso degli anni. Guardando il film si capisce che Linklater ha vinto la scommessa in maniera egregia . E’ stato molto fortunato nel trovare un cast perfetto che ha lavorato ogni anno con la stessa intensità e brillantezza. Infatti tutti gli attori sono bravissimi e credibili. Forte anche la sceneggiatura, scritta dallo stesso regista, che da una struttura solida alla pellicola senza sbavature o buchi. Le due ore e quaranta del film passano in un lampo.

Il tutto è stato girato tra il 2001 e il 2013. Sullo schermo vediamo passare gli struggimenti e difficoltà di una giovane madre lasciata ma con ambizioni, la rivalità e amore tra fratelli, le speranze del piccolo Mason di vedere i genitori tornare insieme e poi il suo diventare grande. Tutta una carrellata di emozioni che coinvolgono davvero molto. Ma non è solo questo il film. Tra le inaspettate gioie che la visione di Boyhood da, c’è anche una fotografia della nostra ultima decade: per esempio dalla corsa elettorale di Obama per la sua prima candidatura all’arrivo dell’ ipod. Per non parlare poi della minuzia dei particolari dei caratteri dei personaggi. Niente è stato lasciato al caso. Un grande lavoro. Lo spettatore viene completamente coinvolto.

Linklater ci ha regalato un film artisticamente di qualità elevata ma anche magico, divertente e pieno di gioia e umanità. Uscita dal cinema non capivo bene dov’ero perché stavo ancora camminando dentro il film. E devo dire che anche adesso ci ritorno sopra per rifletterci. Lo consiglio davvero e vederete che vi piacerà.

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Ritornando un attimo sul sessismo e odio verso le donne.

Sul Corriere di oggi c’è un articolo in cui si riporta la notizia che una ventenne è stata insultata durante corteo sindacato da parte di compagni uomini. Ha scritto una lettera aperta rivolta alla Cgil su zic.it. Riporto alcuni estratti: “mi fischiavano dietro, mi fissavano il corpo e, assicurandosi che io potessi sentirli, si dispiacevano ad alta voce di quanto fosse un peccato che la mia gonna fosse larga e non potessero vedere la forma del fondoschiena”; “uno che portava la bandiera rossa mi ha fatto togliere le cuffie e mi ha chiesto se la scelta del colore verde per i miei capelli stesse ad indicare che la via era libera e potevano passare tutti”; ” un compagno spalleggiato da altri compagni, dall’alto della sua stazza da operaio e dei suoi cinquant’anni si è sentito in diritto di dire a una ragazza poco più che ventenne che è meglio che non si faccia i capelli rossi perché poi attirerebbe troppi tori ed è ancora piccola per gestire la cosa”.

Il problema non è che è una cosa successa in un corteo sindacalista. Il problema che è così dappertutto, come dicevo nel post di ieri. La notizia ha avuto risalto solo perché siamo in periodo “autunno caldo”, niente di più. Molti penseranno “sono degli idioti; qualche pirla; non sono tutti così”, altri che dicevano goliardate. Molte donne alzeranno le spalle e non diranno niente oppure diranno che il mondo va così, altre ancora penseranno “beate voi che siete giovani e avete attenzioni” perché è così che molte donne ragionano. Pensano di essere libere e adulte invece sono succubi in maniera totali degli uomini. Della notizia in sè e del disagio della ragazza non fregherà niente a nessuno.

Queste frasi, questi atteggiamenti denunciano il fatto che noi donne nel 2014 ancora non siamo considerate essere umani con diritti, essere umani uguali in  tutto ai maschi ma essere umani di serie b. Si dovrebbe fare una riflessione sociale e pubblica a riguardo.

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L’odio verso le donne non è una questione religiosa o di provenienza.

Stamattina sui quotidiani leggo articoli di accompagnamento alle vicende mediorientali dove si parla del fatto che in Iran ci sono stati almeno tredici casi di lancio di acido contro donne perché non perfettamente velate. Il gruppo parlamentare più progressista ha aperto un’inchiesta sulla vicenda. Anche in Afghanistan e in Pakistan ci sono stati casi di lancio di acido contro il volto delle donne, specialmente quelle che guidano. Uno dei consigli che le autorità danno è di viaggiare con i vetri della macchina alzati. Alcuni potranno dire “eh, certo. Ma si sa che nei paesi musulmani è così”. Ieri mentre guardavo Gazebo, programma su raitre, ho visto quello che Salvini, segretario Lega Nord, ha detto durante il comizio di sabato sera: che chi non rispetta l’uguaglianza uomo e donna deve tornarsene a casa sua, a fare la moschee e via dicendo. Quindi stamane mi sono chiesta “e i casi numerosi di uomini che hanno lanciato acido contro le loro ex?” mi pare, e non sbaglio, che non fossero musulmani o stranieri queste bestie ma fossero italiani-bianchi-cattolici. Evidentemente dev’essere una moda dei maschilisti per tenere in uno stato di perenne paura noi donne. E tutto il mondo è paese.

Potrei elencare tantissimi altri esempi di oscenità e odio nei confronti di noi donne e vedremmo che sono identici in tutto il mondo, senza distinzione di religione/colore della pelle/classe sociale. Gli uomini che ci odiano, e sono tanti, sono tutti uguali. Anche tra i ricchi e chi ha cultura ci sono uomini che ci disprezzano. Sono dappertutto. Quando succedono certi episodi in determinati paesi ci indigniamo come non mai, vedi India. Quando succedono violenze a casa nostra stiamo zitti e zitte, vedi le torture che devono subire giovani ragazza rumene come il settimanale L’Espresso ci ha fatto conoscere. Si è parlato di cosa subiscono queste poverine per uno o due giorni e poi basta.

Il fatto è che nel 2014 ci sono ancora troppi tabù da affrontare. La società bianca è indietro come tutte le altre. La libertà, non totale, di noi donne non è ancora accettata. La politica e le istituzioni non aiutano perché sono un covo di uomini che hanno profondi pregiudizi verso il nostro sesso. Anche nella sinistra italiana ed europea. E so che ci saranno maschi che quando leggeranno questa affermazione scuoteranno la testa ma è un dato di fatto. Noi donne, lo ripeto spesso, poi non ci aiutiamo. Rimango sempre basita da quanto maschilismo sia insito in molte di noi. Queste violenze quotidiane che i giornali ci riportano sono colpa di tutti. Perché è un tema scomodo, difficile, complesso.

E’ tempo di non dare più la colpa alle religioni, anche se ricordo che tutte e tre le religioni monoteiste sono religioni estremamente maschiliste e retrograde, non è più tempo di dare la colpa al paese di provenienza. C’è un’emergenza mondiale di odio nei confronti delle donne a cui onestamente non si da la giusta attenzione perché il realtà 1) non frega niente a nessuno, neanche alle Nazioni Unite 2) si pensa sempre che sarà per sempre così.

Concludo dicendo che è dai gesti piccoli e quotidiani che si può cambiare qualcosa. Io vengo costantemente insultata, anche pesantemente a volte, da quando ho 18 anni. Non sempre ma spesso durante l’anno mi capita. Forse perché ho capelli rossi, non so, non so darmi una risposta visto che mi vesto il più possibile e in maniera semplice per non dare nell’occhio quando sono in Italia. Ho raccontato spesso il mio disagio o le mie ansie: NON MI HA MAI CREDUTO NESSUNO. Alcuni mi dicono non è vero, anche e soprattutto tipe, altri mi dicono che purtroppo è così, è un argomento che annoia e da fastidio. Quando vengo insultata la mia giornata diventa più difficile, mi abbatto, mi intristisco. Grazie ad alcuni studi inglesi (meno male che qualcuno fa studi del genere) ho scoperto che la mia reazione è normale. Ringrazio sempre Laura Bates per aver fondato il progetto Everyday Sexism e pubblicato il libro dove ha reso noto la sua ricerca. Ho scoperto di non essere l’unica a ricevere insulti quasi ogni giorno. L’ultimo che ho ricevuto? Stamane presto. Sono andata come al solito a comprare quotidiani e a fare colazione. Tornando a casa, vestita in maniera semplicissima, senza filo trucco e con occhiali, due signori della mia via hanno urlato a pochi metri da me e guardandomi in faccia “questa fa la battona. la battona che legge i giornali” ero l’unica donna in strada. Non ho reagito, come al solito, e mentre entravo nel portone del mio condominio li sentivo ridere come se avessero detto chissà che barzelletta. Chi mi conosce sa che spesso ho subito episodi del genere, anche altre ragazza della zona ( abito in centro a Milano). Nessuna reagisce, nessuna dice niente per non avere ulteriori problemi. Quando una volta mio padre chiese in giro come mai fossero così volgari (uso eufemismo) un signore gli rispose che vedendoci (noi ragazze) spesso in giro/no orari ufficio/vestite bene intuivano che ci mantenevamo facendo le prostitute. E’ ovvio che non tutti la pensano e dicono queste cose ma c’è un forte numero.

Quello che ho raccontato sopra non è finzione, è realtà. Leggendola sembra assurda ma è così, nuda e cruda. Non ricevo insulti tutti i giorni ma ci sono stati mesi a inizio anno molto difficili. Credo che non ci sia una soluzione, almeno per me. Mi impegnerò però a lottare perché almeno le bambine che stanno nascendo adesso non debbano ricevere acido in faccia da adulte e possano camminare per strada senza dover ricevere delle battone solo perché non fanno orari da ufficio.

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Se ancora in 78 paesi nel mondo l’omosessualità è reato

Certi temi non cessano mai di essere importanti. Purtroppo possono diventare di moda per giornalisti e autori televisivi e per questo essere in qualche modo sviliti. In questi giorni si parla tanto della cena tra Berlusconi e Luxuria, i quali avrebbero parlato della legge sulle coppie di fatto, riconoscimento e altro ancora. Onestamente mi è sembrata tutta una baracconata mediatica, quanto si è parlato dei problemi di chi è omosessuale? Forse cinque minuti?  Perché il problema dell’omofobia e dei diritti di chi è omosessuale è un tema importante e che dovrebbe essere trattato con un po’ di informazione vera e di concretezza.

In 78 paesi essere omosessuali è reato.  Alcuni notano che si sono fatti passi da giganti nella maggior parte del mondo, specialmente in america latina, Stati Uniti d’America e in Cina. E’ vero. Ma c’è ancora moltissimo da fare. In Africa l’omosessualità è reato in 37 paesi su 54 e in questi ultimi la situazione non è delle migliori. Ancora in Europa si usano linguaggi omofobi preoccupanti. Pregiudizi stentano a crollare, chi dichiara la propria omosessualità non è ancora completamente accettato e deve subire ingiustizie velate o meno.

L’anno scorso in Inghilterra si è parlato della doppia discriminazione di chi è donna e lesbica. Grazie al progetto Everyday Sexism sono raccolti dati che lasciano a bocca aperta. E siamo solo all’inizio della ricerca sulla situazione reale. Grazie al progetto di Laura Bates lesbiche o transessuali hanno finalmente potuto raccontare le loro triste esperienze, alcuni subiscono insulti verbali ogni giorno, spesso anche sul luogo di lavoro. Nel Regno Unito molte persone LGBT ha avuto un’esperienza di assalto fisico violento, insulti verbali, tentativo di stupro basato unicamente sul loro orientamento sessuale. Secondo il NHS ( il sistema sanitario inglese) i transessuali sono quelli a maggior rischio di depressione e suicidio. L’88% dei transgender ha subito discriminazione a lavoro. potrei continuare ad elencare dati inquietanti. E questo solo in Inghilterra dove in linea teorica si è più tutelati dalle discriminazioni.

In Italia la situazione non è facile. Ricordo che non esiste una legge contro l’omofobia. Nel 2013 il deputato Ivan Scalfarotto ha presentato in parlamento una proposta di legge per estendere la legge Mancino ma è ancora ferma in Senato. Nelle prossime settimane il governo dovrebbe presentare un disegno di legge per consentire le unione tra persone dello stesso sesso e dare loro diritti che prima non avevano. la cosa è molto positiva nonostante ci siano ancora punti non chiarissimi e c’è una leggera sfiducia sula fatto che verrà approvata.

Concludo questo mio post trascrivendo parte di un articolo di Stefano Rodotà sulla questione dei diritti. Secondo me questo tema è molto importante e se ne dovrà parlare in futuro spesso, specie nel centro sinistra. “I diritti non invadono la democrazia, ma impongono di riflettere su come debba essere esercita la discrezione politica: proprio in tempi di risorse scarse, i criteri per la loro distribuzione debbono essere fondati sull’obbligo di renderne possibile l’attuazione. E, se è giusto rimettere al centro i diritti individuali per reagire alla spersonalizzazione della società, è altrettanto vero che questi diritti possono dispiegarsi solo in un contesto socialmente propizio e politicamente costruito. Qui trovano posto le riflessioni su un tempo in cui il problema concreto non è la dismisura dei diritti, ma la loro negazione quotidiana determinata dalle diseguaglianze, negando la dignità stessa della persona, contraddicono quella “politica dell’umanità” alla quale è legata la vicenda dei diritti”.

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Memorie digitali che svaniscono

Ammetto con molta franchezza che non è un periodo molto positivo. Inizio a risentire di un anno non negativo o orribile ma pesante. Avrei bisogno di ricaricare le batterie del cervello e dell’anima. Ma tempo non ce n’è. Vorrei almeno che entro dicembre accadesse qualcosa di estremamente positivo o che mi ridia un po’ di fiducia. Ma ragionando mi accorgo di quanto sono fortunata a conoscere gente nuove, provare ad avere fiducia negli altri, credere in qualcosa. Non tutti hanno questa fortuna e la forza di rimettersi sempre in gioco. Sono giorni in cui lo stress per certe situazioni si fa sentire enormemente e ci sono ore di sconforto in cui mi piacerebbe almeno piangere. Ma non riesco a fare neanche quello. Non sento la necessità ora di farmi prendere dallo sconforto. Non credo di meritarmi persone che feriscono e sentimenti ostili. Non voglio provare tristezza, malinconia, sintomi da depressioni. Mi piacerebbe invece combattere per essere un po’ felice.

Certo da ieri corro un po’ dovunque perché sono successi alcuni fatti seri e anche quando mi siedo un attimo la testa continua a frullare continuamente, non mi riposo. Quindi ho avuto cinque minuti di sclero quando stamane presto il mio fedele cellulare ha deciso di prendere la strada del pre pensionamento. Maledizione! mi son detta, ora non ci voleva. Ho considerato il fatto di cambiarlo subito in quanto era già da mesi che volevo comprarne uno nuovo ma diciamo la verità: rispetto ad altro per me un cellulare conta poco o nulla e quindi procrastinavo la nuova spesa tecnologica. Vado in un negozio dove la gentilezza non esiste ma trovo il nuovo cellulare a un prezzo super scontato, sono contenta. Poi tornata a casa e cambiata sim mi è salita un po’ di malinconia. Dannazione.

Tutti gli sms, le conversazioni di whatsapp e le foto che si trovavano nel vecchio cellulare sono rimasti nel vecchio cellulare. I numero di telefono rimasti erano una manciata. La mia memoria digitale di tre anni e mezzo è scomparsa. Avevo provato settimana scorsa a scaricare almeno le immagini ma non c’ero riuscita. Impedita che sono. Mi era già successo nel 2011 di perdere tutto…poco mi importò all’epoca non so perché. Ma oggi il non ritrovare nulla mi ha sconfortata. Non che ci fossero scritte chissà che storie, che avventure, che parole. Però mi è dispiaciuto e mi ha fatto rivalutare il fatto che scrivo ogni giorno un diario, non come quello delle medie, scrivo idee, opinioni, recensioni di persone/libri/cose che ho visto e via dicendo. Registro quello che penso e che vivo come si faceva un tempo. E mi sentivo obsoleta. Invece qualcosa rimane. Perché mi butti così giù per delle stupide foto non so. Mi sento molto sciocca, specialmente in questo periodo dove le priorità e i problemi sono ben altri. Forse la delusione anche di vedere come la tecnologia non ti protegga sempre dalla perdita. Come tutto possa sfuggirti via in un attimo. Da domani farò altre foto, scriverò altre conversazioni, farò altro. Ma saprò che verrà registrato su questo nuovo smartphone solo per una frazione minima della mia vita. Dovrò imparare a ricordare col cuore. Non ci sono più scuse.

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Le dichiarazioni del lunedì

Ieri a Bergamo Renzi ha dichiarato, non annunciato, sia mai che voglia accusarlo di annuncite, che 18 miliardi dei 30 della manovra serviranno per ridurre le tasse o meglio non aumentarle. Il premier non è andato molto nello specifico e dovremo aspettare qualche giorno per sapere i dettagli. L’azione in sé è notevole. Renzi ha dichiarato agli industriali che con questa manovra non avranno più scuse. L’industria in Italia è importante ma si dovrebbe pensare ai piccoli e medi imprenditori. Non si parla della perdita di lavoro da parte di 30nni e 50nni. Il prossimo anno chiuderanno 20.000 imprese. Come al solito alle grandi dichiarazioni, seppur importanti, non si aggiungono riflessioni su altre realtà del Paese che però hanno bisogno dell’attenzione dello Stato. E poi si stanno facendo i tagli che sono stati promessi per aiutare i conti? Sergio Rizzo nell’editoriale oggi sul Corriere ricorda come Cottarelli avesse proposto un piano per risparmiare 34 miliardi ma poi, come molti altri progetti, era stato messo da parte. L’esempio portato da Rizzo è quello delle società pubbliche. Dovevano passare da 8 mila a mille ma finora nulla si è fatto. Anzi. Grazie a deputati, per esempio casiniani o ex pd, molte esistono ancora e costano molto allo Stato. Possibile che non si riesca ad intervenire, oltre a dichiarare grandi decisioni?

In tutto questo manca un voce forte del partito, della sinistra. Dov’è? Risento in questi giorni, specie dopo voto di fiducia al Senato, che Renzi è sempre di più figlio dei vent’anni berlusconiani. Può essere in parte vero. Ma una certa sinistra dovrebbe smetterla di usare questa scusa perché ben presto le si ritorcerà contro. Renzi è il frutto di più di vent’anni di sbagli della sinistra stessa. Il non aver capito dove stava andando la società, l’esser diventata molto simile a certi ideali della destra, l’aver fatto annunci su annunci per decenni senza concretamente realizzare nulla, aver permesso a Berlusconi di fare il bello e il cattivo tempo, non aver difeso per davvero la Costituzione. Ecco arrivato il risultato di questi decenni. Ora Renzi accoglie voti e consensi, cresciuti di nuovo, soprattutto nell’elettorato di destra e diminuito in quello che si definisce di sinistra ma per lui poco importa, e crede di poter imporsi senza avere un dialogo all’interno del partito. I cui oppositori interni perdono tempo in reminiscenze di un passato che non tornerà e a litigare fra di loro.

In questo momento Renzi può fare quello che vuole e dire tutte le dichiarazioni che vuole perché non ha nessuno che gli imponga di dare concretezze e spiegazioni a quello che dice. Ciò è preoccupante.  Non bastano le dichiarazioni del lunedì per ridare fiducia e unire il Paese. Bisognerebbe fare molto di più.

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Leggere dentro.

Ho sempre creduto che avere una certa sensibilità, avere una certa empatia verso il prossimo, aiutasse nei rapporti. Essere troppo sensibili può diventare svantaggioso ma non è una caratteristica negativa.

Stamane ho ricevuto un’ email da una persona con cui il rapporto personale si è concluso. Non mi ha scritto cattiverie o insulti, mi ha scritto spiegandomi cosa non sopportava più di me e ci teneva a farmelo sapere. Mi ha scritto una predica, non capisco da che pulpito. Ecco. Anche l’irruenza nel voler esprimere il proprio pensiero e farlo arrivare è qualcosa di positivo ma bisogna vedere chi si ha davanti perché allora diventa distruttivo. Ma comunque. Una delle cose che non sopportava di me era il fatto che io sapessi sempre leggergli dentro. Un post, un video, uno status, un sms, l’intonazione della voce: non poteva dirmi bugie e tergiversare su qualcosa che non andava perché io lo correggevo, gli “imponevo” (davvero?) di dirmi cosa non andasse, perché fosse incazzato, triste, pensieroso, sfiduciato, allegro. Qualsiasi stato d’animo lo intuivo. Come immediatamente recepivo di chi parlava, o a chi pensava. Non lo sopportava. Ero troppo sensibile, ero troppo intuitiva. Lo spaventavo, lo capivo più io che amici di infanzia. Per questo si allontanava da me o mi respingeva o mi trattava male.

Una volta gli dissi che ad ascoltare un video che aveva postato avevo sentito tutto il suo dolore che voleva trasmettere con quel post e la cosa lo aveva sconvolto (quote) perché altri pensavano che aveva solo voglia di ascoltare quella canzone e basta. Lo intimorivo. Per non parlare, ha concluso, con il mio bisogno di confrontarmi, parlare, sapere come andava. E poi il mio leggere tanto, il mio avere mille interessi, il mio essere amica di tanti senza chiedere niente indietro, il mio essere indipendente, il mio capire e interessarmi davvero alla politica. Troppo per lui.

L’email finisce augurandomi ogni bene e chiedendomi il perché invece di leggere dentro gli altri non mi basti essere una “ragazza come tutte”, forse troverei il fidanzato. E’ stato parecchio una pugnalata. Non credo che merita risposta, visto che mi bloccò su ogni social. Ma chiedo: cosa significa essere come tutte le ragazze? Fare sesso e andare d’accordo rende implicito che una vuole stare per forza insieme a qualcuno? Noi ragazze diamo la sensazione che cerchiamo sempre e costantemente un fidanzato?

Non credo di essere molto brava a leggere dentro qualcuno visto che non mi sono resa conto per mesi dell’atteggiamento provinciale, maschilista e miope di questa persona.

Credo che nessuno si debba giustificare o sentire in colpa se riesce a capirti meglio di altri. E’ vero: capita che a volte intuisco subito cosa succede, immagino con chi ha parlato, le angosce e le gioie. Non ho mai pensato che questo mio sesto senso, che hanno in tanti nel mondo, sia un problema. Anzi. I miei interessi, le mie passioni, le mi intuizioni sono parte di quello che sono. Eppure mi sembra di essere comunque una persona mediocre, vorrei fare di più, sapere di più. Vorrei sapere davvero leggere dentro l’anima della gente, mi aiuterebbe un sacco. In questo periodo sto conoscendo gente nuova, c’è un ragazzo che mi incuriosisce molto, non solo perché carino, ma perché da molto ed esprime molto, molto probabilmente senza accorgersi di quanto sia interessante, eppure non lo riesco a inquadrare, non riesco a sapere cosa gli passa per la testa. Mi rode un po’ questa cosa.

La percezione che ognuno ha degli altri è estremamente labile e oggettiva. Sarebbe bene però non scrivere giudizi affrettati e ferire così chi abbiamo davanti ma provare ad essere più intuitivi, meno egoisti, meno superficiali e provare a leggere dentro realmente. Non credo che bisogna essere un genio per saperlo fare se si tiene davvero a chi ci sta di fronte.

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Stare accanto.

Stamane volevo scrivere delle sentinelle in piedi, delle tessere del PD. E invece scriverò su uno dei lati dell’amicizia: l’esserci l’uno per l’altro.

Non è sempre facile stare vicino a qualcuno. Un compagno, un amico, un conoscente a cui si è già affezionati, un parente. A volte si crede di conoscere molto bene la persona che ci è accanto, di sentirla nostra, saper anticipare le sue azioni, che non ci si rende conto che o si sta sbagliando qualcosa o non si sta cogliendo messaggi indiretti.

Nell’epoca dei social network può capitare che una frase, un commento, un messaggio vengano fraintesi oppure si pensa che i social siano perfetti per tenere in piedi un’amicizia o un rapporto di qualsiasi natura, senza doversi mai vedere. Non è così.  Il vedersi, l’interagire fisicamente è ancora importante, se non basilare. E bisogna sempre cercare di essere il più chiari possibile quando si scrive. Certo, facebook e twitter diventano strumenti utili quando hai voglia di sentire qualcuno senza però vederlo per paure/incertezze/pigrizia. Oppure puoi tenere in piedi mille conversazioni e rapporti virtuali senza prendere responsabilità fisiche ma allo stesso tempo sei contento perché hai la percezione, che però è illusoria, di essere circondato da una quantità infinita di amici, puoi avere tutte le attenzioni che il tuo ego vuole…tutti quei like e commenti e messaggi in privato: tanto amore virtuale senza dover dare niente in cambio. Ma è stare accanto? E’ avere qualcuno accanto?

E’ difficile stare vicino a qualcuno. Specie se in passato hai dato tanto e sei stato ferito. C’è chi corre a perdifiato dietro a tutti, pensando che è giusto così o che se non sei tu gli altri non si faranno sentire o per tutta una serie di motivi. Corri, corri, corri. Ma poi ti devi fermare, anche solo per te stesso e poter riprendere fiato, e guardare se all’altro davvero interessi come persona, se c’è la stessa attenzione seppur dimostrata in maniera diversa. Non basta il messaggio di whatsapp o la faccina via facebook per stare accanto.

Personalmente ho sempre molto paura di essere fregata, di nuovo. Non in amore, dove sono arrivata a una certa rassegnazione e dove ho notato che tanto, prima o poi, ti riprendi, ma in amicizia. Do sempre molto. A chiunque. Non importa chi ho davanti, se decido che quello è un mio amico, non ho più problemi. E provo a stare accanto e dimostrare a chi do le mie attenzioni che non è solo, che può contare su di me. Ovviamente non sono l’unica che fa così.

Ho notato però che le mie energie diminuiscono sempre di più col passare degli anni e delle delusioni. Possibile che chi da tanto è poi chi non riceve niente indietro? Non un “com’è andata ieri” o ” come stai” domande banali che però sono indice che sei nei pensieri di qualcuno, che ti vuole bene, che è tuo amico. Evidentemente più dai meno meriti, così la penso nei momenti di sconforto.

Poi ci sono casi particolari e che giustifichi molto. L’amico che è in crisi (e che magari non riesce a capire da solo quanto sta male o quanto “non c’è”). Che non riesce a vedere oltre il suo naso, che si rinchiude in se stesso e non vuole nessuno ma non lo dice ma se sei bravo lo intuisci. Quell’amico che vedi sui social che si rende un po’ ridicolo e ti chiedi perché faccia così, che cosa vuole dimostrare e sai che ha bisogno del tuo aiuto ma non forse non ha voglia. Forse ha voglia di avere cento amici superficiali che gli danno più emozioni ma senza dover dare niente in cambio. E loro sono meglio di te perché tu amico che lo capisci e gli stai accanto chiedi qualcosa comunque indietro e spesso la gente non ha voglia di mostrarti niente. Mi chiedo: chi sta male, chi affronta un periodo super stressante, si accorge che ferisce chi ha davanti? Per alcune mie amiche no, chi sta male sta male, non ha certe percezioni, punto. Io non sono d’accordo. Mi è capitato un periodo no ed ero molto frustrata e me la sono presa con un’amica: dopo dieci minuti mi sono accorta che l’avevo ferita deliberatamente e me ne sono vergognata e poi mi sono scusata. Tu sai quando ferisci, lo sai sempre.

E’ facile, non richiede impegno, essere egoisti, stronzi, avere rapporti virtuali. Attenzioni a costo zero. Ma poi? Si è davvero soddisfatti?

E’ difficile a volte stare accanto a qualcuno. Eppure siamo essere umani e i rapporti con gli altri sono essenziali. Siamo animali sociali. Io ci provo a dare il meglio di me ma sono sempre più stanca. Ho sempre più paura di non riuscire più a costruire rapporti sinceri e duraturi, ho paura di essere messa da parte per cazzate o momentanee paure. Come si fa a stare accanto, ad essere amica, pensando queste cose? Come si fa ad non influenzare negativamente il rapporto. E poi: è da egoisti chiedere qualcosa in cambio?

Si parla dell’amicizia, del rapporti degli altri fin dagli antichi greci. Credo che instaurare un rapporto, specie in età adulta, sia sempre bello e stimolante. Su quale la soluzione per fare funzionare tutto penso che non ci sia risposta, neanche nei libri classici troviamo risposta. Forse l’unica è volere stare accanto in due, perché volerlo da solo non porta a nulla.

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