Dello scrivere per vivere

Mi è capitato di sentire deridere chi scrive per mestiere. Non parlo solo di scrittori ma anche di giornalisti. Mi irrita questa sottovalutazione. In Italia scrivere è considerato un non lavoro. E’ considerato qualcosa di semplice, un passatempo a cui dedicarsi mentre fai qualcosa di “serio”. Sono in molti a pensarla così. Sei giornalista o giornalista pubblicista o scrittore o ghost writer o copy writer? Non stai facendo un vero lavoro. E credo che questo sia uno dei motivi per cui non si capisce come mai venga retribuito questo non lavoro, ma come si chiedono io trovo un sacco di notizie in rete e per di più gratis! perché pagarli?. In un’epoca dove tutti possono scrivere e far leggere cosa hanno ideato, grazie a facebook e twitter, il lavoro dello scrittore viene ancora più sminuito perché si pensa “lo possono fare tutti”. L’editoria e il mondo del giornalismo poi non aiutano. Ci dovrebbe essere una rivoluzione nella prima e un’abolizione dell’Ordine nel secondo per ridare onore a parte del mestiere.

Sottovalutando e svalutando il concetto di scrivere molti non capisco perché bisogna avere tempo per produrre un articolo o un saggio o anche un paragrafo di un romanzo. Il tempo e la concentrazione: necessari alleati di chi ha intrapreso la strada dell’informare e  del raccontare. Ma agli occhi di chi non capisce tu non hai bisogno di tempo, se ti siedi davanti al computer perdi tempo, non stai lavorando. La concentrazione non è ammessa, che ci vuole a sporcare una pagina bianca?

Se si leggono le esperienze di scrittori internazionalmente famosi su e come scrivevano si può notare che non è mai stato facile. Hemingway racconta che poteva passare ore a scrivere in una brasserie parigina senza che nessun cameriere lo interrompesse o lo guardasse male. Agli inizi della sua carriera era povero ma poteva lavorare. Vi immaginate nel 2014 qualcuno che scrive in un bar? Verrebbe visto come un matto. Ma anche se ci si rinchiude in casa oggi non è facile. E’ tra i lavori più precari che esistano, ci vuole tempo, passione e sostegno di parte di qualcuno che ti ama. Programmi come Masterpiece, dove obbligavano gli aspiranti scrittori a comporre in pochi minuti brani o articoli di giornali, hanno dato l’impressione a molti che scrivere è una banalità, che non c’è bisogno di così tanto tempo e nel frattempo puoi fare altro. In Italia, non so all’estero, lavoro è considerato ancora l’ufficio o comunque quel luogo dove stai seduti 8 ore. Oppure la fabbrica o qualcosa di simile. Tutto il resto non è lavoro. Se poi sei giovani, e per giovane intendo 30nne, la derisione e l’incomprensione aumenta. Faccio un esempio: uno è giornalista, scrive da 10 anni o più, magari ha anche messo su famiglia, ma ha tra i 30 e i 40 anni: è ancora un ragazzo, è senza esperienza ecc. Trovo questo modo di pensare svilente. Ma in tanti lo pensano.

Non voglio dire che chi scrive ha il sacrosanto diritto a fare tanti soldi, assolutamente no. Dico che bisognerebbe finalmente capire che è un lavoro vero e onesto, retribuirlo in maniera giusta. Vorrei che fosse riconosciuto e non più pensato come una perdita di tempo. Probabilmente chiedo la luna.

FacebookTwitterGoogle+Share

Angolo caffè e libri #3 Americani di John Jeremiah Sullivan

Trovo sempre più interessanti e leggibili gli articoli scritti da autori americani o inglesi. Forse è per una sorte di snobbismo nei confronti di chi scrive nella mia lingua o forse perché la situazione in Italia è tragica e trovare qualcuno che sappia scrivere e che inoltre scriva di argomenti che impegnino la tua mente per più di cinque minuti è cosa rara.

John Jeremiah Sullivan scrive da anni per GQ e il New York Times: leggendolo in inglese si ama la sua prosa con sempre crescente ammirazione. Non digita parole a caso o per far piacere a lettori del ceto medio basso americano. Scrive per piacere personale ma invogliando il lettore a saperne sempre di più. Nel 2011 pubblicò una raccolta di 14 articoli, leggermente rimaneggiati, intitolata Pulphead. Con mio estremo piacere quest’anno la Sellerio l’ha pubblicato in Italia con il titolo “Americani”. Sullivan ci narra di persone di cui difficilmente troviamo notizia sui quotidiani. Quella parte d’America snobbata o sconosciuta ai più. Lo fa senza pregiudizi o facile prese per i fondelli, lui vuole capire. Racconta anche di puri miti americani come Michael Jackson: ne scrive in maniera nuova e innovativa, regalandoci un altro punto di vista su come affrontare questa figura popolare. Da tutti questi reportage emerge un quadro inconsueto di un paese che crediamo di conoscere bene, che crediamo di aver ben catalogato e invece ci sono zone d’ombra a noi europei sconosciute. La sua scrittura ricorda molto quella di David Foster Wallace ma più accessibile. Adorando Wallace può essere un altro motivo per cui ho trovato esilarante e magico questo libro. Stimolante, nuovo, tradotto molto bene da Francesco Pacifico, è un libro che vale la pena comprare. E mentre lo leggerete vi consiglio di sorseggiare un buon caffè, corretto con rhum o cognac se preferite.

 

americani sellerio

FacebookTwitterGoogle+Share

Le vacanze della mia infanzia non torneranno più

Piegati su se stessi, con ombrelli in mano per ripararsi dalla forte pioggia, alcuni con addosso giubbotti anti vento o giacche collezione autunno/inverno, facce arrossate per l’umidità. Così mi si presentavano i milanesi in giro per la città ieri mattina. In questo penultimo week end d’agosto l’estate non vuole fare capolino e la gente si azzuffa con gli armadi per cercare il vestito giusto per poter uscire. Oggi almeno c’è un po’ di sole ma per molti domani non sarà il 25 agosto ma un lunedì lavorativo e così settembre è già qui.

Sono andata in un California Bakery, dove non c’era quasi posto per potersi sedere. Gli argomenti principali erano il meteo e il lavoro. L’unico che non aveva il muso era un cane che aspettava la sua colazione: la padrona appena entrata aveva cinguettato alla cameriera che anche il suo Doggy aveva diritto a una buona colazione. Cosa poi abbia mangiato Doggy non lo so, posso solo affermare che più la padrona del cane sfogliava il quotidiano più si immusoniva.

Rispetto allo scorso agosto la gente tende a tenere gli occhi bassi, sembrano tutti più pensierosi e stanchi. Riguardo le fotografie che avevo fatto lo scorso Ferragosto: a parte il classico caldo agostano, i milanesi sembravano più allegri e sorridenti. Quest’anno invece la frase più rincorrente all’Esselunga o nei bar è “non c’è stata estate”. Siamo diventati un popolo così dipendente dal meteo? Siamo diventati delle suocere acide che si intristiscono appena le cose non vanno come vogliamo?

Per non parlare poi dello “stress da fine agosto” e cioè il ritorno della routine di tutti i giorni. La routine fa paura a tanti. Io sono contenta che stia tornando tutto come sempre. Non mi spaventa, non mi angoscia. Ovviamente sono felice di aver fatto un po’ di vacanze, viaggiare mi piace molto ma ammetto che da quando sono adulta agosto è diventato un mese come un altro. Mi torna in mente Palombella Rossa di Nanni Moretti, la scena in cui Michele Apicella urla “le merendine della mia infanzia non torneranno più″: ecco, la stessa cosa è per le vacanze. Quei tre mesi estivi sembravano magici e necessari, mi sentivo libera. Dopo la maturità e con l’ingresso nel mondo degli adulti quella magia è sembrata scomparire. Credo che in noi sia rimasta quella sensazione di dover fare vacanze estive lunghe e bellissime, ci rimane dall’infanzia come un qualcosa che ci da più libertà. Se si riflettesse un attimo si capirebbe che se uno vuole può staccare quando vuole. Non è obbligatorio fare ferie ad agosto, non è da sfigati farle magari a settembre. Siamo diventati grandi e possiamo fare come vogliamo ma ci sono regole non scritte che ci limitano e che ci auto imponiamo per essere come tutti. Forse il mal contento che serpeggia in questa Milano senza afa è il non avere quel senso di magia dell’estate con tutte le sue regole e i suoi classici servizi ai telegiornali. O forse tutto questo non c’entra e siamo semplicemente diventati un popolo che si lamenta e basta.

FacebookTwitterGoogle+Share

Bisognerebbe desiderare la pace.

E’ quasi un mese che lo scontro Israele – Hamas domina la vita dei civili israeliani e palestinesi e in parte anche le nostre. Quotidiani, tg nazionali ma soprattutto social network: non c’è giorni che passi che non si parli di questo conflitto. Conflitto difficile da decifrare. Non voglio entrare ora nel merito, non per ignavia o paura ma perché non voglio scatenare anche su questa pagina le sterili polemiche che leggo già altrove.

Invece mi domando: perché non desideriamo la pace? Non fraintendetemi: non sto prendendo le difese né dell’uno né dell’altro, perché entrambi hanno colpe. Parlo di noi, stranieri di altri paesi che con un passaporto diverso e distanti svariati km dal conflitto, ci facciamo la guerra tra di noi. Nelle ultime settimane leggo con sempre maggiore preoccupazione l’escalation di violenza verbale sui social. Chi è filo-palestinese sembra che abbia perso il lume della ragione, non ascolta nessuno, vive di link inesatti, di notizie inesatte e via dicendo ma trattando questi dati come oro colato. Chi è filo-israeliano, pochissimi, inizia parlando pacatamente per poi sfociare anche lui in una violenza inaudita. Quando leggo, a volte, mi sembra di sentire il digrignare dei denti, la schiuma che esce dalla bocca, il muovere il corpo in maniera nervosa e convulsa, la gioia nell’annientare chi è dall’altra parte dello schermo. Molti non si fermano e chi è contrario alla loro opinione viene perseguitato con insulti orribili anche via messaggio privato.

Si da la colpa ad Israele. Invece questa violenza, questo odio, questa voglia di guerra ha radici ben più profonde. Dall’11 settembre niente è stato più lo stesso. Non parlo dei conflitti in medio oriente, dei terroristi, di chi ha colpa, parlo di tutti noi. Dal 2001 è iniziato una nuova era sulla Terra. Non sappiamo come si svolgerà, siamo nel bel mezzo della baraonda. Per ora vince la violenza, il non parlarsi, il non dialogare, la diffidenza, la rabbia, l’essere costantemente controllati da chi ci governa. Il tutto amplificato oggi dai social, che, sia ben chiaro, non sono il male ma incanalano certe forme di violenze. Bisognerebbe capire di più il perché di questo sfogo mondiale via telematica, non crocifiggere ma capire.

Sono davvero preoccupata. Per l’ondata di anti semitismo (che non è MAI morto ma è sopito, quasi come se in milioni si sentissero sollevati nel poter dare contro agli ebrei ma non stava bene prima perché ci fu l’Olocausto, ma ora VIA! Liberi insulti, premettendo che “non si è antisemiti” per poi scrivere “gli ebrei vogliono conquistare il mondo”.), per l’odio viscerale verso quello che è diverso.

Voglio consigliare una lettura importante per tutti, per cercare un attimo di capire, per educarci alla pace e cioè “Lettere contro la guerra” di Tiziano Terzani. Scritte sull’onda degli eventi dell’11 settembre, Terzani, nonostante la malattia, torna sul campo. Vuole capire le ragioni degl’estremisti islamici. Già ne aveva parlato nel 1991 (quando viaggia attraverso l’ormai ex URSS e sente che il comunismo in moltissime province è stato sostituito dall’islam fondamentalista) e nel 1996 quando era andato a vedere quei campi di addestramento finanziati dallo sceicco arabo Osama Bin Laden. Nessuno, come al solito, lo ascoltò e provò a indagare a sua volta. Meravigliosamente Terzani non da colpe all’Islam, anche se sottolinea il suo sottosfondo inquietante e violento, ma cerca di capire le sue ragioni. Parla anche di Hamas. Parla dello scontro Israele e Palestina come la madre di tutte le guerre in medio oriente. E’ un libro illuminante. Rileggerlo ora poi è essenziale: lo scrittore capì molto prima dove saremo andati a parare e spera e ci consiglia di credere nella pace. Noi occidentali abbiamo perso una grande occasione dopo l’11/9: invece di dialogare, capire, arginare il fondamentalismo, aiutare le nazioni islamiche ad evolversi (non in maniera occidentale!) uscendo dal medioevo del pensiero, abbiamo solo bombardato.

Terzani afferma che per ogni bomba che cade e distrugge nasce un nuovo terrorista ed ha perfettamente ragione. Quelle popolazioni sono schiave dei violenti e dei fondamentalisti e vittime delle bombe di noi occidentali. Ci avverte di capire da soli o andando sul campo a non credere ai giornalisti che riportano sempre “mezze verità e mezze bugie”. Continua dicendo che il mondo si sta sempre più dividendo tra chi è contro di noi e chi è con noi. Ed è effettivamente così! Oggi non ci sono più sfumature, non c’è più dialogo fra chi la pensa in maniera diversa.

Cogliamo finalmente l’occasione di volere pace. Non solo non più conflitti ma tornare nelle piazze delle città e dei paesi e discutere in maniera democratica di questo nostro povero mondo. Lasciamo la rabbia e l’odio a casa con il computer e i social, torniamo a guardarci in faccia. Basta pubblicare su facebook link storici sulla guerra in medio oriente completamente sbagliati dal punto di vista storico, smettiamo di gridare agli israeliani “assassini” e poi nel link ci sono sì bambini morti ma siriani. Smettiamo di credere ciecamente in tutto quello che ci viene propinato, spesso da gente che è violenta o menefreghista. Cerchiamo di fare una buona informazione e quindi smetterla con bufale, dietrologismi inesistenti su questo conflitto, andare sul campo a parlare e non stare dentro un hotel 5 stelle o riportare una super notizia saputo da un amico che è amico di un palestinese. A volte mi sembra che condividere sulla propria bacheca un link sul conflitto e mostrare immagini di bambini morti sia un modo per liberarci la coscienza, per far parte di un gruppo “cool”, per non dovere al conflitto e alle sue possibili risoluzioni in maniera concreta. Mi chiedo: come mai non è nata una certa ossessione per la Siria (oltre 4000 bambini morti, non si contano quelli violentati e torturati)? Perché non ci imputiamo per la pace per le popolazioni dell’Afghanistan/Iraq/Libia/molti paesi africani che hanno bisogno anche loro di generi di prima necessità?

Riflettiamo su questo. Perché ci interessa un solo conflitto? Come mai? E come mai invochiamo la pace ma poi siamo comunque violenti nel parlarne? Da dove nasce questa nostra violenza, anche se non fisica?

Credo fermamente che debba nascere un nuovo linguaggio, devono essere create nuove parole, bisogna pensare a nuovi modi di riflettere per quanto riguarda i conflitti. E’ tempo di cambiare, sul serio. E’ tempo di volere desiderare la non violenza.

Nel frattempo, vi prego leggete “Lettere contro la guerra” di Tiziano Terzani, edito da Longanesi! Vi farà bene, a tutti.

FacebookTwitterGoogle+Share

Troppo difficile adattarsi e sorridere, signora mia!

Nell’Amaca Michela Serra parla ai lettori del quotidiano Repubblica che non riusciamo più ad adattarci al tempo, inteso come meteo. Ha perfettamente ragione. Anch’io in questi mesi estivi così piovosi, umidi e freschi mi sono lamentata o fatto battute sarcastiche a riguardo. Non ho voluto notare il lato positivo e divertente della vicenda. Parlare del tempo poi è diventata quasi un’ossessione, un tema obbligatorio, durante le uscite per socializzare. Un argomento con cui si prendevano in giro gli inglesi o si usava quando non si aveva confidenza con chi ci stava di fronte. Invece oggi ne parliamo in continuazione, senza che ce ne accorgiamo, come se un problema importantissimo: o ne parliamo così tanto perché non abbiamo altri pensieri che ci frullano per la testa o perché vogliamo nascondere di più serio. Lamentarsi e non riuscire ad adattarsi a cambiamenti: sembrano diventati due difetti cronici della nostra società. Su un blog che seguo, l’autrice, toscana doc, ha scritto “perché ci lamentiamo? E’ acqua mica cacca!”. Ecco, ha colto nel segno usando un francesismo. Mi impongo in queste vacanze che si avvicinano sempre di più non solo di staccarmi dal cellulare ma anche di non seccarmi e rovinarmi la giornata per quelle che sono piccolezze. Inutile prendersela! Si dovrebbe sorridere un po’ di più su queste cose, i problemi che incupiscono purtroppo sono altri.

 

due sedie al molo

 

fiori e bici

 

 

gambe nude e stola

 

sotto ombrello trasparente

 

 

FacebookTwitterGoogle+Share

Angolo caffè e libri. #2 Claudio Giunta e Giovanna Silva “Viaggio in Islanda”

Quest’estate volevo passare le ferie in Islanda. Due settimane nella natura selvaggia, in mezzo a vulcani, ghiacciai, geyser, landa sconfinate e cibo cattivo. Ignara dei prezzi dell’aereo mi sono interessata troppo tardi: a maggio i biglietti per andata e ritorno costavano già 580 euro l’uno.

Il giorno la disfatta mi trovo in una libreria piena di fighetti di Milano. Mentre i clienti snobbano i libri e cercavano di attirare l’attenzioni di sconosciuti (parlando in un tristo inglese, discutendo di ricchezza e creatività delle start up e chiedendosi se fare 2 mesi di vacanza di snob) a me, sfigata tra gli sfigati, mi cade l’occhio su questo libro: “Tutta la solitudine che meritate” sottotitolo (ma che sul catalogo è il titolo principale…) “Viaggio In Islanda”. Scritto da Claudio Giunta e corredato dalle bellissime fotografie di Giovanna Silva. Edito da Quodlibet (grande anche se piccola casa editrice). Prendendolo come segno del destino, nonostante la recente sconfitta, lo compro all’istante.

Leggendolo scopro che il mese migliore per recarsi è maggio. Costa tutta immensamente meno, anche biglietti aereo (che però bisogna prendere comunque con un certo anticipo), ci sono pochi turisti e si può anche non prenotare hotel.

Claudio Giunta è un scrittore molto bravo che ti fa entrare subito nel vivo della questione che tratta. Avevo letto un suo romanzo, Solovki, edito e finanziato da Bookabook (al cui progetto dedicherò un post a parte). Ma qui non si tratta di un romanzo bensì di un diario di viaggio in Island fatto dall’autore. Diario e allo stesso guida. Descrive luoghi, hotel, cibo, problemi affrontati ma descrive e parla soprattutto delle persone, e anche solo per loro ti viene subito voglia di andare in Islanda. la copertina, di un grigio cenere con tendenza blu, ricorda molto il cielo islandese. E poter trovare all’interno le foto meravigliose e suggestive di Giovanna Silva, per niente da “agenzia turismo”, ma vere e sincere, aiutano molto a volere prenotare un aereo.

Alla fine del libro si trovano alcune pagine da guida “classica”: indicazioni su dove alloggiare, dormire ecc. In ogni caso corredate da commenti dell’autore.

Se volete andare in Islanda suggerisco di portarvi dietro questo libro: scoprirete molto di più e sarete più appagati rispetto a una ormai monotona e didascalica guida Lonely planet. Ma se invece volete viaggiare solo con la fantasia il libro vi aiuterà comunque, anche se alla fine vorrete sorseggiare una bella cioccolata calda.

FacebookTwitterGoogle+Share