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Ghetto di Stato

Il giornalista Fabrizio Gatti non è nuovo, per le sue inchieste, a indossare una maschera e un costume per mimetizzare e potere vedere la realtà dell’oggetto sul quale sta portando avanti la sua ricerca. Fece finta di essere un immigrato che partiva dalle coste africane o un barbone che aspetta alle porte delle chiese di Roma. Nella inchiesta uscita l’undici settembre sull’Espresso, Gatti si è inventato immigrato nel centro d’accoglienza dei richiedenti asili a Cara in provincia di Foggia. Definisce Cara, come gli altri centri d’accoglienza sparsi per il Paese, “ghetti di Stato”.

Ad agosto, come ho scritto nel post precedente, si è diffusa la notizia di un altro ghetto di Stato, quello di Nauru, isola dello stato australiano. La notizia ha interessato il mondo anglo sassone, America e Inghilterra, ma non molto resto del mondo ed è passata praticamente inosservata in Italia. Quando invece avrebbe dovuto interessarci e molto.

Leggendo l’inchiesta ho trovato enormi affinità con la situazione del campo profughi sulle isole greche degli scorsi mesi. Mi sono informata attraverso il Guardian. Il giornalista che si trovava in Grecia registra il formarsi di bande mafiosi di siriani o afgani, prostituzione, lavoro minorile, assenza di igiene, nessuna sorveglianza. A Cara, seppur con le dovute differenze, è lo stesso.

Esiste una mafia interna, la più forte è quella dei nigeriani, i quali prendono le ragazzine connazionali e le fanno prostituire tutte le notti, anche con poliziotti italiani. La maggior dei residenti, gli uomini in forze, lavorano dalle tre del mattino alle dieci di sera nei campi pugliesi, non si sa se e quanto vengano pagati, di sicuro i braccianti non passano assolutamente nulla, neanche l’acqua. Le violenze sono quotidiane. I soprusi pure. Mancanza di igiene, anche nelle docce, è totale. Decine e decine di cani girano per il campo. Sporcizia ovunque. Una moschea abusiva tiene svegli tutta la notte per colpa delle preghiere, è gestita da afgani, i quali non dicono perché sono lì e da dove vengano.

Fabrizio Gatti afferma che lo Stato, la polizia, lì non ci sono. Non se ne curano. Gli appalti che vengono fatti per la gestione del centro, che cadono puntualmente in mano o alle Coop o alle associazioni cattoliche, servono solo a dare soldi. Soldi che è evidente non vengono utilizzati per dare dignità agli immigrati. Il giornalista nell’articolo sottolinea come in Germania nel primo anno gli immigrati sono obbligati a fare un corso per imparare il tedesco, riescono così non solo a integrarsi ma conoscono anche com’è la vita in Germania. Qui da noi, dichiara Gatti, sanno a malapena l’italiano, non sanno nulla di cosa significa vivere in Italia. Rimangono, dopo lo sbarco, analfabeti o ignoranti, maltratti, sfruttati. Questo è un dato importante che sottolinea la nostra miopia sul futuro loro e del nostro Paese. Si parla di integrazione, che dovrebbero integrarsi, ma come possono farlo se lo Stato fallisce miseramente nel dare strumenti e aiuto?

Mi chiedo se siano davvero utili le varie missioni umanitarie, fatte da tante associazioni, soprattutto cattoliche, in medioriente o in Africa. Spesso si mandano uomini e donne che non fanno assolutamente nulla di concreto o utile, e conoscendo il mondo cattolico si mandano e si fanno lavorano nelle associazioni raccomandati. Il vero bisogno primario è qui, in Italia e ci vorrebbe personale almeno un minimo qualificato. E immagino in Francia lo sia a Calais, in Spagna nei vari centri e così via. Anche oggi il Guardian pubblica un articolo di approfondimento sugli immigrati sbarcati sulle coste italiane. Storie atroci. Essere umani che hanno vissuto l’inferno e poi qui abbandonati a loro stessi. L’articolo del Guardian potrebbe essere completato da quello di Gatti.

L’inchiesta di Fabrizio Gatti è solo la punta dell’iceberg di un inferno che non potrà che peggiorare. Incredibile come di fronte a queste inchieste, esattamente come per Nauru, ci sia l’indignazione di un giorno e poi il silenzio più pericoloso.

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Servono un architetto famoso e il suo magazine per parlare di periferie?

“Parlare di casa, oggi, è come parlare di mangiare: di pane, non di companatico. Ma non è sempre stato così. I problemi della casa si sono posti quando più si facevan sentire, chiari e urgenti, i problemi sociali” (Rogers “Una casa a ciascuno” in “Il Politecnico” 4, 20 ottobre 1945).

Rogers già alla fine della seconda guerra mondiale aveva colto il punto: il problema della casa non è un problema da sottovalutare perché è un problema sociale. Alla fine dell’Ottocento, grazie all’interessamento e campagna di sensibilizzazione, i socialisti ponevano il problema delle case per i più poveri. Grazie ai loro sforzi nel 1903 nacque la Legge Luzzatti sulle case popolari e a Milano il primo nucleo fu via Ripamonti. Nel 1922, sempre a Milano, i locali popolari erano 45.000 e c’era sempre molta richiesta. Il tema delle case popolari ritornò al centro di molte questioni politiche negli anni ’50 e ’60. Ciclicamente quindi si torna sul tema perché ciclicamente ritorna il problema sociale.

Gli sgomberi di queste settimane qui a Milano sono solo uno strascico storico di un problema che si sa che esiste da sempre ma a cui non si è sempre trovato soluzione e che negli ultimi decenni si è semplicemente ignorato. La dignità di avere un tetto per la propria famiglia, la giustizia nell’avere un alloggio decente in un quartiere dove si abbia tutto e dove si viva bene. Spesso non è molto quello che chi ha bisogno chiede. Difficilmente se ne parla e si prova a trovare una soluzione, specie a livello politico. Difficoltà perché in questi quartieri, in questi palazzi malandati, si annidano troppe e urgenti problematiche sociali.

Il 30 novembre è nato il magazine “Periferie” da un’idea dell’architetto Renzo Piano. Allegato col Il Sole 24 Ore, distribuito solo a Milano e a Roma. Si può sfogliarlo sul sito renzopianog124.com. I direttori sono Carlo Piano e Walter Mariotti, c’è un’introduzione del Presidente Giorgio Napolitano. Fotografie magnifiche. Un design e un uso dei caratteri eleganti che rimandano alle riviste Domus e Abitare. Tutto clinicamente pulito e leggibile. Molto patinato.

Utile per parlare dell’argomento periferie e delle problematiche? Non credo. O forse sono molto sfiduciata sull’approccio così elegante e borghese. Come dice il giornalista Stella del Corriere della Sera nelle periferie c’è una sete pazzesca di bellezza e se tu cresci in un ambiente “bello” avrai sicuramente una percezione della vita diverso. Verissimo. Ma mi chiedo: chi vive davvero in periferia leggerà Periferie? Spesso e volentieri non esistono edicole o addirittura supermercati. Non penso che chi abiti lì prenda un mezzo pubblico, se la domenica passano, per andare in un quartiere più centrale per comprarlo. Le fotografie di bravissimi professionisti faranno sembrare magici certi luoghi dimenticati delle nostre città. Articoli scritti con penna finissima sforneranno idee e progetti utopistici. Ma a chi vive interesserà tutto questo? I politici locali andranno di più tra quei casermoni di cemento scrostato?

Non voglio dire che il mensile sia un’idea stupida o completamente inutile ma come diceva Rogers dovremmo andare al cuore dei problemi sociali, dovremmo andare a sporcarci le mani e uscire dai nostri modi così borghesi da credere che una rivista elegante risolva problemi e ponga un argomento al centro del dibattito politico nazionale.

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