Category Archives: arte

“Dentro Caravaggio” quando il nome di un artista famoso non basta per fare una buona mostra

A Palazzo Reale a Milano ci sarà fino al 28 gennaio una mostra dedicata a Caravaggio. Dentro Caravaggio. Perché “dentro”? Nella presentazione, come sull’opuscolo alla biglietteria, si spiega che grazie alla diagnostica artistica si possono conoscere nuove informazioni sulle opere. Come viene spiegato nella prima sala, la mostra sarebbe un sunto degli studi scientifici prodotti per il quarto centenario della morte dell’artista nel 2010. Coincidenza quest’anno sono 40 anni dalla mostra del Longhi sul pittore lombardo. Peccato che al Longhi questa mostra non sarebbe minimamente piaciuta.

I quadri esposti, magnifici, sono di indubbio interesse. Dietro ogni quadro c’è un video e una spiegazione. Ed eccoci al primo grande problema: nessuno ha capito l’intento e il perché della mostra. Per il pubblico, nessuno escluso, è una mostra su Caravaggio, la parte scientifica – vero soggetto – non interessa a nessuno e nessuno capisce che è importante. Così tutti i video e le spiegazioni vengono ignorati. Il pubblico, trattato come un povero bue ignorante a cui spillare i soldi, guarda lo splendore dei quadri del Merisi ma niente di più. Allora perché spendere 12 euro? Le opere, meno di 30, sono sì di valore ma perché sono state proprio scelte quelle e non altre? Non viene spiegato. Nelle ultime sale vengono messe una accanto all’altra opere che fanno vedere l’evoluzione dello stile e l’abilità del pittore di proporre lo stesso tema in vari modi, sono sale con finalmente un senso o qualche interesse. Ma, mi ripeto, il pubblico non solo non capisce, non può sapere perché i pannelli non lo dicono e riportano, spessissimo in un italiano non bello, notizie e dati a caso.  Mi chiedo che avrebbe detto il Longhi.

Per poter dare un minimo di senso alla mostra bisognerebbe far entrare 10/12 persone all’ora o ora e mezza. Così avrebbe senso perché si potrebbe guardare quadri e poi video – un velo pietoso da stendere anche su questi – e poter capire cosa si sta guardando. Ovviamente questa scelta di senso non può essere presa in considerazione da Palazzo Reale, come si potrebbero tirar su soldi?

Ci sono molte spiegazioni nel catalogo pubblicato dalla Skira. Ma chi e in quanti comprano un catalogo? E i pochissimi che lo comprano sappiamo che non lo leggono. In conclusione quindi questa mostra è un fallimento.

A fine novembre, sempre a Milano, le Gallerie d’Italia (in piazza della Scala, del gruppo Banca Intesa) proporranno una mostra sull’ultimo Caravaggio e la sua eredità. Vista la sempre alta qualità delle mostre delle Gallerie, sono quasi certa che vedrò una bellissima mostra e sarà ancora più triste fare un paragone con quella a Palazzo Reale.

FacebookTwitterGoogle+Share

Documenta 14 Kassel ad Atene: un’occasione per l’arte greca?

Documenta è una mostra di arte contemporanea che si tiene ogni 5 anni a Kassel, in Germania. Fu ideata e fondata nel 1955 da Arnold Bode. Ogni opera rimane in mostra per 100 giorni e i pezzi non sono in vendita.

Quest’anno, documenta 14, si svolgerà in contemporanea sia a Kassel sia ad Atene.

Sappiamo attraverso i quotidiani e i notiziari delle crisi in Grecia: crisi economica, crisi politica e crisi umanitaria. Nei recenti anni però non si è documentato a sufficienza, o per nulla, dell’incremento di arte prodotta nella capitale. Il fatto che Documenta abbia deciso di avere per la prima volta nella sua storia una doppia sede viene visto come una grande occasione per la martoriata Grecia, specialmente se la proposta è stata fatta dal non amata Germania.

La Grecia non ha assolutamente un robusto mercato dell’arte ma ha un vasto network di spazi no profit e indipendenti, gestiti con grande passione e spesso con un budget ridicolo; altri sono supportati da fondazioni come Deste e Neon.

Sotto vari aspetti Atene è come se fosse divisa in due città: una parte in crisi, dove ogni giorno ci si confronta con questa perenne crisi, sfiducia verso la politica e il problema dei rifugiati – quasi un milione sono passati attraverso la Grecia negli ultimi due anni – quest’ultimi che hanno deciso di fermarsi ad Atene hanno portato altre problematiche a cui sembra non ci sia risposta. Dall’altra parte ci sono zone un tempo ignorate o popolari dove giovani artisti e scrittori hanno deciso di andare a vivere e qui l’atmosfera è ben diversa, alcuni la descrivono come “un’atmosfera di nuova vita vibrante e una bellezza architettonica anarchica”. Danai Giannoglou e Vasilis Papageorgiou, i quali dirigono lo spazio indipendente Enterprise Projects, hanno rilasciato interviste in cui hanno spiegato come da tutto il mondo vengano a visitare questi spazi e come alcuni stranieri decidano poi di vivere in quei quartieri di artisti. Queste due città co esistono, specie nei quartieri di Exarchia e Metaxourgio.

Documenta 14 ha aperto l’8 aprile ma alcuni giornalisti hanno ricordato come sempre nell’aprile di 50 anni fa, 1967, iniziò la dittatura fascista dei generali, quindi le 14 esibizioni di Documenta 14 sono viste come un segno di buon auspicio.

Ma tutta questa pubblicità cosa porterà alla città e alla sua comunità? I greci sono molto pessimisti, anche se finora c’è stato molto pubblico. Sono pessimisti perché temono un effetto “olimpiadi 2004″: grande entusiasmo e senso di nuova prosperità e poi una fase di depressione dopo. C’è un senso e una voglia di reagire a tutte le crisi e l’arte è una risposta ma senza una struttura adeguata per il dopo non si sa bene cosa succederà.

Documenta ha voluto puntare i riflettori su un paese dimenticato e martoriato ma allo stesso tempo nessuno a Kassel si è impegnato per aiuti concreti per gli anni a venire. I critici hanno sottolineato come tutte le opere degli artisti greci siano state messe in secondo piano, pareva ovvio per il fatto che non sono conosciuti ma allora se non sono posti in risalto in questa occasione perché essere andati da Kassel fino ad Atene?

I Greci hanno detto che se si vogliono salvare, se vogliono emergere come artisti, lo devono fare da soli. Nessuno ha mai posto della speranza in documenta. Triste ma almeno c’è un senso del reale.

Io lo sto trovando un modo per “fare dell’elemosina” e allo stesso avere avuto maggiore pubblicità mondiale. I tedeschi sono stati semplicemente furbi. Mi auguro che collezionisti e appassionati di arte invece non si dimentichino subito della Grecia e inizino ad investire.

FacebookTwitterGoogle+Share

“Bellotto e Canaletto. Lo stupore e la luce”. Una mostra di qualità alle Gallerie d’Italia Milano

Le Gallerie d’Italia, in via Manzoni/piazza della Scala a Milano, ci hanno abituato fin dall’inaugurazione a mostre temporanee di qualità. Anche la collezione permanente è valida e interessante. Uno dei tanti gioielli di cultura di Milano.

Non è facile fare una mostra di spessore su pittori come Canaletto e il Bellotto: come l’impressionisti, Picasso, Van Gogh e alcuni altri sono nomi che portano molto pubblico, il quale però rimane deluso a volte per il nulla proposto o paga per vedere qualche sala con qualche dipinto senza capire il perché sia entrato.

In questo caso la situazione è diversa e la curatrice Bozena Anna Kowalczyk ha fatto un ottimo lavoro, anche per allestimento. Sono state scelte da esporre opere sia famose sia meno conosciute ma di altrettanto valore artistico.

Canaletto non fu solo zio di Bellotto ma ne fu anche il maestro. La mostra sottolinea come fossero entrambi notevolmente dotati artisticamente e come Bellotto mai copierà lo zio ma avrà fin da subito un suo stile personale. Bellotto, specialmente in Germania, poi avrà voglia di sperimentare ed essere molto audace a differenza di Canaletto, marcando ancora di più la differenza stilistica.

Nel 1746 Canaletto andrà in Inghilterra mentre nel 1747 Bellotto andrà in Germania e lavorerà principalmente a Dresda. Con questa separazione anche fisica, i due pittori svilupperanno ulteriormente il loro stile e in maniera ancora più diversa, pur essendo entrambi due vedutisti.

Non si può dire chi dei due fosse migliore, anche perché sarebbe sciocco. Entrambi sono stati due grandi pittori, di pari bravura. Canaletto ha avuto solo la fortuna di avere una maggiore fama e fortuna presso gli storici e critici dell’arte. Forse Bellotto fu fra i due quello che più si avvicinò a quella che noi fotografia. E infatti i suoi quadri, specialmente quelli a Dresda, a Varsavia e nord Italia ci ricordano delle istantanee a colori. C’è più vita nei suoi quadri e sembra voglia “coglier l’attimo” delle persone che rappresenta nelle sue opere.

Sempre di Bellotto ho molto apprezzato i quadri di Milano, Torino, Verona, Firenze: mostrano un mondo o che non c’è più o che è rimasto immutato seppur nella modernità.

Nella mostra alle Gallerie d’Italia sono presenti anche i Capricci romani di entrambi e alcune stampe, molto pregevoli perché ci indicano quanto fossero conosciuti e stimati già dai loro contemporanei e quanti fossero eclettici nel loro disegni.

Le spiegazioni per ogni sezione sono molto chiare e il visitatore sarà guidato senza problemi anche se non è studioso d’arte.

Il prezzo del biglietto è assai basso e comprende anche la collezione permanente (dall’Ottocento fino a Boccioni e inizio Novecento).

La mostra rimarrà aperta fino al 5 marzo 2017.

FacebookTwitterGoogle+Share

“Carlo Levi e i sei di Torino”. Una bella mostra alla Fondazione Amendola

Quando Einaudi nel 1945 pubblicò “Cristo si è fermato a Eboli” gli italiani conosceranno il torinese Carlo Levi come scrittore. Levi fu però anche altro: oltre ad essere socialista ed anti fascista e a parte gli studi in medicina, fu anche pittore.

La mostra alla fondazione torinese Giorgio Amendola ci mostra questo lato importante di Carlo Levi ma fa conoscere, e fa riscoprire, quei pittori che a Torino furono influenzati da Felice Casorati e che portarono nella città sabauda le novità parigine, uscendo così da alcune ristrettezze stilistiche provinciali italiane.

Carlo Levi si dedicò sia al paesaggio che al ritratto, influenzato sia da Casorati (soprattutto nelle opere giovanili) e poi studiando e assimilando con una declinazione personale i fauves e soprattutto Modigliani. L’esperienza parigina fu fondamentale, fece crescere Levi e lo portò a una maturazione stilistica. I quadri esposti alla Fondazione mostrano come però sia Levi che gli altri non erano semplici “copiatori” delle avanguardie straniere ma seppero farle proprie e reinventarle.

Gli altri pittori esposti sono: Enrico Paulucci, Jessie Boswell, Gigi Chessa, Nicola Galante e Francesco Menzio.  La mostra vuole far verificare ai visitatori come, nei tre anni in cui il gruppo esponeva insieme e si confrontava a Torino e non, il loro stile si sia evoluto e cosa abbiano portato dalla Francia. Le opere sono molte e ben allestite in tutte le sale espositive. Il visitatore ha così sia un percorso da seguire ma anche la libertà di poter girare e confrontare se vuole i vari quadri. Questo è uno degli aspetti positivi della mostra: la libertà del visitatore, sia che ne capisca e sappia di arte sia che sia un semplice passante. Inoltre non c’è “l’ansia” e l’atmosfera di chiusura di certe gallerie d’arte, seppur la mostra sia da galleria d’arte per valore.  Appena si entra si intuisce il valore della mostra ma si respira anche la libertà di poterla visitare senza costrizioni, che è una delle tante peculiarità e qualità della Fondazione Amendola, creare eventi dando qualcosa a chi arriva senza farlo scappare. Inoltre anche dopo mesi l’apertura si creano appuntamenti in cui si discutono i vari aspetti della mostra, facendola sempre vivere.

Personalmente ho molto apprezzato i quadri di Carlo Levi ma anche quelli di Francesco Menzio e Gigi Chessa. Quest’ultimo poi è un pittore davvero poco conosciuto, spesso snobbato e bollato semplicemente come un “seguace di Casorati” il che è un enorme errore, Chessa fu amico e stimatore di Casorati ma non suo allievo; infatti dei Sei è l’unico a non uscire dalla sua scuola. Espose in tutta Italia, anche alla Biennale. Ebbe enorme influenza sulla generazione successiva ma oggi è stato dimenticato. La mostra è un’ottima occasione per conoscerlo ed apprezzarlo.

“Carlo Levi e i Sei di Torino” rimarrà aperta fino al 31 gennaio presso la Fondazione Amendola in via Tollegno 52 a Torino. Ricordo che è una mostra gratuita.

FacebookTwitterGoogle+Share

Nel sistema museale austriaco qualcosa si è incrinato

L’ Austria viene spesso vista e descritta, fra le varie qualità che possiede, come una “nazione della cultura”. Il sistema museale poi è considerato uno dei fiori all’occhiello. A causa di una serie di scandali che si sono susseguiti in questi anni, sembra che qualcosa nel sistema si sia incrinato.

Il ministro della cultura Thomas Drozda, partito socialista, ha dovuto allontanare dal posto di lavoro la direttrice del Belvedere, Agnes Husslein Arco, e ora il suo posto è vacante, molto probabilmente lo sarà per tutto il 2017. Il Belvedere è una delle istituzioni più visitate in assoluto in Austria, conta milioni di visitatori. Come mai la Husslein Arco è stata allontanata? Avrebbe usato dei soldi per il Belvedere per i suoi viaggi durante le vacanze nella sua tenuta in Carinzia, spacciando questi viaggi per viaggi d’affari. Drozda non ha avuto vita facile nel licenziarla perché dal 2007 al 2016 la direttrice aveva trasformato e portato ad un alto livello il Belvedere, incrementando anche le visite durante tutto l’anno, non solo nella stagione alta.

Nel 2011 il direttore del MAK (il museo di arte applicata e arte contemporanea) ,Peter Noever, ha dovuto dare le dimissioni perché teneva party privati dentro il museo, a spese del museo stesso.

Nel 2012 il direttore del Kunsthalle a Vienna, Gerald Matt, è stato denunciato da tutto il suo staff per uso improprio del suo status di direttore e usato la sua posizione per avere dei fondi per il museo senza far sapere nulla su come li ha spesi..

Infine nel 2014 il ministro della cultura di allora, Josef Ostermayer, sempre del partito socialista, dovette in tutta fretta licenziare Matthias Hartmann, il direttore del Burgtheater, dopo che erano spariti svariati milioni nel corso degli anni che sarebbe dovuti essere usati per il teatro nazionale viennese e invece erano finiti nelle tasche del direttore.

Tutti questi scandali non sono da imputare ai singoli ma io credo a una falla ormai enorme nel sistema culturale austriaco. Nel 1998 fu creato il sistema federale per i musei, un atto voluto dal parlamento austriaco con forza. I museo e i teatri uscivano quasi del tutto dall’amministrazione statale e quindi dal controllo dello Stato e avrebbero da allora operato come istituti privati. Si era pensato che grazie a generose donazioni, l’Austria avrebbe continuato ad avere meravigliosi musei senza però dover spendere molto. Ma col passare del tempo le donazioni sono rimaste uguali e non sono incrementate, invece i costi ecc sì. I direttori e i responsabili per trovare i soldi hanno avuto sempre più libertà senza dover conto a nessuno, in apparenza. Così sono aumentate le pubblicità all’interno dei vari musei, pubblicità di sponsor privati, il costo dei biglietti è sempre più aumentato e si sono espansi i bar/ristoranti e gli shop con souvenir, rendendo sempre più bazaar i vari monumenti.

La carriera per diventare direttore è cambiata, non più dall’accademia e/o dall’università fino a un salire più in alto più si acquisiva esperienza ma si partiva da ditta private e contatti politici. Casi felici di una buona amministrazioni sono stati per esempio quello della Husslein Arco ma in altri è stato un disastro. Più che direttori, ora sono manager interessati solo al profitto e a buon stipendio. La cultura viene dopo.

In Austria molti chiedono che i musei e i teatri tornino totalmente sotto le ali dello Stato e ci sia un maggior controllo, una minore corruzione, un maggior interesse verso la cultura e come promuoverla. La discussione è in corso, specialmente nel partito socialista. Vedremo fra qualche mese se rimarrà tutto immobile e ci sarà una svolta al sistema.

FacebookTwitterGoogle+Share

Paris Photo 2016: un’ottima edizione!

C’era timore. La prestigiosa e più nota fiera di fotografia al mondo, Paris Photo al Grand Palais, era stata chiusa con anticipo l’anno scorso a causa del terribile attacco al Bataclan e altri luoghi della città. I collezionisti e acquirenti stranieri erano scappati, la sede chiusa e le varie gallerie d’arte di Parigi si erano offerte di ospitare gli stand degli stranieri per non fargli chiudere in negativo.

Parigi ha perso moltissimi turisti e alcuni investimenti stranieri a causa del clima di incertezza causata dai terroristi. Si temeva che questa edizione fosse un flop. Per fortuna non è andata assolutamente così.

Dal 10 al 13 novembre i visitatori sono stati 62mila. Assolutamente in linea con le edizioni precedenti. Questa edizione poi era molto sentita non solo come rivincita sul clima d’ansia ma soprattutto e anche perché sono vent’anni che Paris Photo esiste.

Le vendite sono andate molto bene, un +8%. Tutte le 153 gallerie presenti hanno avuto un buon successo. I talk e le mostre all’interno sono stati molto interessanti e si è parlato di tutti gli aspetti di questo mercato. Il clima era sereno.

Ci sono state importanti acquisizioni da parte del Tate, Victoria and Albert Museum, MAMCO, FOAM, MAXXI, c/o Berlin e molti altri, come non succedeva da tempo.

Con il gonfiarsi smisurato dei prezzi del mercato dell’opere d’arte, molti collezionisti stanno iniziando a puntare sempre di più sulla fotografia. Da una parte aumentano i fotografi ma dall’altra si chiede un messaggio e una professionalità grande, i dilettanti non vendono (quindi instagram non ha ancora vinto. Fare fotografie con instagram NON significa essere fotografi e non tutti quelli che fanno foto comunicano qualcosa. Non è un mercato così semplice come sembra).

Il prossimo anno Paris Photo si svolgerà dal 9 al 12 novembre e ha firmato un contratto fino al 2020 con il Grand Palais, nel frattempo il direttore sta cercando una sede più grande ma altrettanto prestigiosa.

È stata una risposta assolutamente positiva a un clima di incertezza e ansia che pervade la Francia. Complimenti al direttore, staff, curatori e gallerie che hanno creato un’ottima edizione.

FacebookTwitterGoogle+Share

Risultati positivi per Artissima 2016 ma incertezza per il futuro

La stagione delle fiere d’arte in Italia si è conclusa. Ufficialmente con la fiera a Padova ma in realtà la più importante e ultima per capire com’è andato l’anno nel mercato è Torino. Si ricomincerà poi il giro nel 2017 con la storica fiera a Bologna a fine gennaio.

Si temeva quest’anno una qualche inflessione e invece giro di affari e pubblico ci sono stati.

I visitatori sono stati circa 50.000, in linea con gli altri anni della gestione Cosulich Canarutto. Le opere più vendute sono state quelle sui 10-20 mila euro, alcuni picchi anche su quelle sui 50mila. Punte anche di opere importanti sui 600-700mila ma prezzi fasce medie e alte comunque hanno vendite lente, in linea con resto mercato.

Non c’era un genere predominante: scultura, fotografia, dipinti e via dicendo, c’era tutto. Questo ha dato possibilità ai collezionisti e agli appassionati di avere molte possibilità di scelta.

Ho davvero molto apprezzato gli stand delle gallerie Tucci Russo, Alberto Peola (forse il gallerista italiano fra i più interessanti quest’anno, con artisti non mainstream e che hanno dato una certa freschezza) e ovviamente LiaRumma (una certezza).

In generale tutti gli italiani hanno proposto artisti interessanti e allo stesso vendibili. Stranieri un po’ in sordina: francesi sempre all’altezza, molto delusa da brasiliani e da chi viene dai mercati del sud america, Paesi Bassi e Germania.

Quest’anno unica vera concorrenza in città è stata The Others: più piccola e con prezzi più contenuti ma ci sono state opere molto interessanti e i visitatori sono saliti a circa 26mila. Paratissima ormai inguardabile. Molto molto delusa da DAMA.  La sezione dedicata ai giovani artisti era a palazzo Saluzzo. A parte il clima da festa del liceo dove nessuno ti spiegava nulla, tutti italiani che parlavano fra di loro alternando inglese e italiano senza motivo e opere esposte senza molto senso. Oltretutto non è stata un’idea molto originale. Era la copia fatta male della mostra curata due anni prima da Cattelan a palazzo Cavour. Questa idea di mettere opere contemporanee in un palazzo dell’Ottocento quindi non solo si è già visto (ed è diventata un’idea inflazionata) ma qui non aveva alcun progetto vero dietro. Non so e non ho trovato dati di vendite e presenze.

Torino rimane la piazza più importante in Italia per l’arte contemporanea. La gestione di Sarah Cosulich Canarutto in questi anni è stata assolutamente positiva. Un po’ triste non aver messo la Canarutto nella short list finale del bando ma lei stessa aveva detto in estate che suo esperienza era finita, per tornare sui suoi passi solo in ottobre. In ogni caso la nuova direttrice è Ilaria Bonacossa. Conosce Torino perché ha lavorato per sette anni alla fondazione Sandretto , prima di andare a Genova.

È importante che la fiera abbia dietro tutto l’appoggio del Comune di Torino, senza per questo soffocare la città con mille esposizioni e soprattutto non tutte in centro. Ci sono realtà anche in altri quartieri che devono essere aiutate o fatte risaltare, come per esempio la Fondazione Amendola o museo Ettore Fico (conosciuto sì ma non valorizzato quanto meriterebbe).

Ci vorrebbe un clima sempre meno provinciale e chiuso, dei dibattiti sul lavoro nel mondo dell’arte e infine ripensare quelle parti considerate “off” o alternative o indie come Paratissima e lavorarci molto sopra.

C’è una sensazione di incertezza per il futuro ma sono più che sicura che un buon lavoro e una certa curiosità per quello che succede ( e vende) nel resto del mondo aiuteranno a creare un’altra buona edizione.

FacebookTwitterGoogle+Share

Ariosto, Orlando Furioso, Ferrara: uno spaccato su quello che era l’Italia di inizio Cinquecento

Ferrara, Mantova, le città delle Marche e dell’Umbria e altri borghi meravigliosi disseminati in tutto Italia: città che portano addosso un passato glorioso e che oggi vengono raramente visitate e conosciute. Un tempo non lontano il nostro bel Paese era diviso in tanti regni, ducati, repubbliche e dal Cinquecento fino all’ Ottocento circa saremo sempre sotto il giogo straniero e del papato.

Servono mostre che aiutino a ricordare o a far scoprire quello che siamo stati, seppur divisi. Ottima è stata la celebrazione per i 500 anni della pubblicazione dell’Orlando Furioso dell’Ariosto. La mostra in realtà prende spunto dalla grande opera letteraria per poter mostrare che opere vennero pensate e prodotte nei primi trent’anni del XVI secolo.

È una mostra “semplice”: grazie alla spiegazioni nelle varie sale, il visitatore che forse non si ricorda più cosa ha studiato a scuola o non ha proprio le basi culturali per analizzare, non si sente smarrito e viene guidato con fermezza e appunto semplicità.

Ci sono opere dei Bellini, del Mantegna, del Giorgione (il suo cavaliere è uno dei ritratti con più finezza psicologica e bravura stilistica che il Rinascimento veneto abbia mai prodotto), arazzi, armi, cartine, manoscritti, libri e altro. C’è tutto quello che serve a far vedere com’era quel mondo.  Mondo che l’Ariosto conosceva bene. Nato a Reggio Emilia ma per tutta la vita al servizio degli Este (prima del cardinale Ippolito d’Este e poi del duca Ferrante), non solo compose poesie e versi ma ebbe compiti da segretario e diplomatici. Viaggiò molto. Conobbe molti papi e vide moltissime guerre. Tra la fine del Quattrocento e prima metà Cinquecento l’Italia è vista come un ricco bottino da conquistare da parte dei francesi e degli imperatori che gravitano nell’area tedesca. Non si è formata un polo di potere tale da rendere l’Italia unita e pericolosa, la Chiesa fa poco o nulla, il Sud non è messo meglio del Nord causa o francesi o spagnoli.

Battaglie, guerre, leghe di tutti contro tutti. È un periodo di enormi violenze. La brutalità e il sangue sono all’ordine del giorno. L’Ariosto vede tutto questo e noi, sala dopo sala, vediamo quello che poteva vedere. Le scene di violenze sugli arazzi che decoravano stanza private sono dettagliate e crudissime. Sangue e spade che tagliano in due teste vengono tranquillamente rappresentate. Dall’altra parte ci sono molti quadri dove il soggetto è l’evasione da queste visioni e sono scene mitologiche (spesso baccanali) o scene di devozione o d’amore.

Nell’Orlando Furioso cita molti protagonisti dell’epoca, per esempio anche l’Aretino o Federico Gonzaga. Mi ha stupito che i due curatori della mostra non abbia dedicato una sala multimediale al film di Ermanno Olmi “Il mestiere delle armi”. È un film perfetto che rappresenta proprio l’epoca dell’Ariosto. La accuratezza della sceneggiatura, il dialetto usato, i luoghi veri (come castello San giorgio e Palazzo Ducale a Mantova o il Castello degli Estensi a Ferrara), le battaglie, i rapporti personali che davvero erano autenticamente come mostrati nel film (l’amicizia dell’Aretino nei confronti di Giovanni de’ Medici detto dell Bande Nere fu autentica e davvero lo seguì negli ultimi anni della sua vita fino alla morte avvenuta a Mantova per colpa di un colpo di falconetto nella gamba). Olmi è un grande conoscitore del popolo che vive vicino al Po tra Lombardia ed Emilia e ci ha offerto un capolavoro di immagini che è allo stesso livello dell’ opera letteraria del Furioso. Non solo spiega come viveva la povera popolazione, le ingiustizie e disgrazie, la politica che è ancor oggi attualissime per il suo essere machiavellica. Insomma credo che questa mancanza sia un peccato per l’economia della mostra.

Unico neo è il costo del biglietto, tredici euro. Troppo. Ferrara non è facilmente raggiungibile e le sale, seppur non poche, non giustificano il prezzo. Ma il problema deriva dal fatto che questi centri meravigliosi sono abbandonati in realtà a loro stessi. Venezia e Bologna sono lì vicino e dal punto di vista culturale e di turisti schiacciano un po’ il ferrarese ma non può essere usato come scusa. Ferrara non ha solo il Castello e il Palazzo dei Diamanti (dove si trova la mostra), ha moltissimo altro, oltre a una ricca tradizione gastronomica. E non solo Ferrara ma tanti altri centri vicini.

Questa è sicuramente una mostra da vedere e che aiuta il territorio ma ci vorrebbe da parte del Mibact e Governo un progetto di sviluppo più intelligente per cultura e turismo e queste mostre aiuteranno solo nel presente e non nel tempo.

FacebookTwitterGoogle+Share

La pinacoteca di Brera: un’istituzione ormai a livello europeo da valorizzare

Per i milanesi la Pinacoteca di Brera c’è e non c’è. È un luogo visto nel corso dei decenni per scolaresche e qualche turista. Da anni si parla della Grande Brera, una sede nuova in zona Bovisa. Molti proclami, pochi cambiamenti. La biblioteca braidense, voluta da Maria Teresa d’Austria, è una delle più belle e fornite d’Italia, da molto tempo però in eterna decadenza. Qui a Milano, insieme alla pinacoteca Ambrosiana e le raccolte del Castello Sforzesco o la GAM, abbiamo opere che all’estero ci possono tranquillamente invidiare. Ma in qualche modo l’affetto è molto freddo. Da quando poi la zona di Brera è diventata zona vista per “fighetti”, ha perso ulteriore charme. E poi chi se ne frega della cultura. Ma era la Pinacoteca stessa che non invogliava ad essere visitata. Per essere molto onesta i precedenti direttore, specie l’ultima direttrice, non hanno saputo fare nulla. Le mostre temporanee erano imbarazzanti e occasioni perse.

Da quando il direttore è James Bradburne la situazione è finalmente migliorata e sta migliorando di mese in mese. I dieci euro (senza maggiorazioni quando ci sono mostre temporanee) sono dieci euro assolutamente ben spesi. Mi accorgo che ci torno sempre più volentieri e con piacere, non solo perché lavoro nel campo dell’arte (mi chiedo quanto colleghi facciamo altrettanto ma è altro argomento).

Bradburne, canadese, ha una formazione da architetto  ma ha poi finito la sua formazione universitaria in management d’arte ad Amsterdam. Da allora ha lavorato con profitto e occhio diverso dai soliti direttori d’arte nel campo delle fondazioni e dei musei. Dal 2006 al 2015 è stato direttore generale della Fondazione Palazzo Strozzi, apportando una svolta proficua alla Fondazione che a Firenze è sempre stata un po’ sottotono.

La Pinacoteca di Brera continuerà a cambiare sale e allestimento un po’ alla volta ma quello che è stato fatto finora è molto significativo.

Entrando si vede una parete trasparente e si può ammirare parte della biblioteca braidense, mettendo in dialogo le due parti di Brera.  Le altre novità che si notano subito sono le scritte sui mure: citazioni e passi di brani di critici che aiutano a introdurre Pinacoteca, ritroviamo questo metodo anche nelle sale. Un aiuto alla compressione per il visitatore. Ottimo il cambiamento dei cartellini. Sono posti in basso, appoggiati a una sbarra. Non solo si trovano le tipiche informazioni dell’opera (autore, nome opera, data, provenienza se l’opera era in una chiesa per esempio) ma vengono spiegati o un simbolo del quadro, in modo da dare una lettura chiara, o un brano di un critico o altro artista che parla di quella determinata opera, oppure perché il pittore ha scelto proprio quel soggetto. Trovo tutto questo utilissimo e sensato.

Si inizia con le sale dove troviamo le opere tardo medievali lombarde e venete. Le sale sono state ridipinte con un rosso direi da film Suspiria di Dario Argento, colore che esalta meravigliosamente le opere.

Viene spiegato come mai a Brera troviamo così tante opere venete. Durante la dominazione napoleonica molte opere arrivarono da tutta Italia, specialmente veneto e parte emilia. Ora Bradburne ha messo in dialogo tutte le varie opere. Arrivando alla quinta sala troviamo le pareti ridipinte con un blu giottesco da Cappella Scrovegni, altra scelta azzeccata. Lo stesso colore lo troviamo nella sala sesta dove vediamo che a dividere la lunga sala in due parti c’è il famosissimo Cristo Morto del Mantegna, che viene davvero valorizzato. In realtà tutti i dipinti della sala sono finalmente messi in risalto e in dialogo fra di loro (altra opera Mantegna, Bellini , Vivarini, Liberale da Verona, il Montagna, il Pordenone e tutti gli altri pittori veneti). Intelligente mettere vicini e a confronto permanente le due Madonne con il bambino dei famosi cognati e cioè Mantegna e Giovanni Bellini. Infatti per tutta la loro carriera ci sarà un costante dialogo artistico e stima fra i due. Ma questo è saputo davvero da pochi, se non dagli studiosi.

Non ci sono cambiamenti ancora significati fino alle sale venti, ventuno e ventidue, dove le pareti si tingono di un rosso pompeiano per esaltare i quadri dei ferraresi e emiliani. Vengono esposti con uguale importanza di Ercole de Roberti anche Garofalo, Francia, l’Ortolano, Dosso Dossi e anche un Bedoli che sono più sicura non conosca praticamente nessuno! Scelta che serve a mostrare ed educare davvero il visitatore.  Anche la sala del Crivelli e altri è ottimamente allestita. Ci sono una serie di piccolissimi cambiamenti anche nelle sale successive (ci sarà la sfida di come far risaltare la Cena di Emmaus del Caravaggio e tutti i caravaggeschi. L’odierno colore pagliarino e allestimento non esaltano nessun quadro, addirittura l’opera del Caravaggio sembra secondaria a parte per sedie di fronte. Vedremo cosa farà Bradburne).

Non ci sono poi ancora scelte nuove significative. Si vede che le prossime ad essere ri allestite subito saranno le ultime, quelle del Settecento.

Si esce in ogni caso soddisfatti. E curiosi di voler tornare, anche solo per vedere i nuovi cambiamenti. Rimangono poi i soliti problemi che hanno per me tutti i musei: la libreria con tutti i cataloghi e cianfrusaglie che servirebbero al marketing ma che oggigiorno sembrano solo un bazaar. E poi i dipendenti. Potranno avere in futuro divise firmate da uno stilista ma bisognerebbe cambiare tutto il lavoro e il significato del lavoro degli inservienti delle varie sale. O prendere a modello il British Museum per esempio o trovare nuove soluzioni. Vedere persone che non sanno a nulla o che sono infastiditi perché pubblico a volte più chiedere informazioni (i peggiori quelli degli Uffizi, livello cafonaggine e fastidio insopportabili) o invitano amici e iniziano a vociare ad alta voce. Non va assolutamente bene.

A parte questi ultimi due punti, si può però dire che la Pinacoteca di Brera è finalmente al livello delle altre pinacoteche europee. Si deve ora trovare il modo di invogliare molto di più i milanesi ad entrarci, biglietto a due euro la sera non potrà essere una soluzione eterna.

FacebookTwitterGoogle+Share

Stargate. Fotografie: across the universe or more than one

Il cerchio è movimento immutabile senza inizio né fine, senza rottura né cesura, senza variazione, è unione e compiutezza. La figura rappresentata nel cerchio può però non essere per forza un’immagine definita o definitiva per sua interpretazione. Se poi quello che vediamo è un’opera artistica, le letture di quello che è di fronte a noi possono essere anche infinite.

Così possono essere infinite le interpretazioni che il visitatore può dare alle bellissime e suggestive fotografie di Tommaso Carmassi in mostra a Torino alla Fondazione Giorgio Amendola. La mostra si intitola “Stargate” e si trovano una serie di fotografie dove vengono rappresentati appunto degli stargate (vi dice niente il film del 1994 di Roland Emmerich? Vi consiglio di vederlo e rivederlo nel caso) cioè dei passaggi che troviamo nella nostra realtà che ci possono trasportare in un altro universo. I cerchi che rappresentano gli stargate emergono da uno sfondo completamente nero. Il che non porta però la fotografia ad essere cupa, anzi. C’è vita, luce, possibilità in ogni foto. Non c’è oppressione. Il nero serve sia a non far capire cosa è nella realtà quello stargate  sia ad aiutarci a concentrarci e a immaginare. I muri bianchi della Fondazione creano un meraviglioso contrasto che accentua particolarmente l’estetica delle opere.

Tommaso Carmassi non le ha prodotte in un periodo di tempo breve, anzi ci sta ancora lavorando. Interessante scoprire dove ha trovato gli stargate: in Parlamento, cucine, un lampione sporco dalla pioggia di fronte a Palazzo Chigi, il Pantheon a Berlino, il circolo degli artisti a Roma, il raggio verde che crea il sole e via dicendo. Non vi dirò a quali fotografie, che hanno tutte un titolo molto azzeccato, questi luoghi reali che vi ho elencato sono collegate. Uno degli aspetti positivi della mostra è proprio il poter viaggiare e fantasticare senza spendere un euro ( oltretutto l’entrata è gratis).  Non c’è ritocco digitale, il che esalta la bravura del fotografo che propone un prodotto sincero, senza finzioni, schietto, come il suo carattere.

Queste fotografie mi ricordano molto i disegni utopici di Boullee (architetto e teorico neoclassico francese, in particolare il Cenotafio di Newton), Ledoux (architetto e urbanista francese neoclassico) e Buckminster Fuller (architetto, filosofo e tantissimo altro, americano, Novecento). Parlando poi con Tommaso, ho scoperto che  ha studiato architettura, per cui qualche richiamo agli studi si vedono e sono richiami perfetti.

Proprio a settembre c’è stata la premiazione delle migliori foto “Astronomy Photographer” tenutesi il 16 settembre al  Royal Greenwich Observatory”. Specialmente la seconda arrivata come migliore, quella di Catalin Baltea dove vediamo un’eclisse solare totale, ricorda gli stargate di Carmassi e credo che il fotografo di Lucca non sfigurerebbe nella competizione, anzi. E forse i dieci Stargate che sono esposti mi ricordano il gioco di luci che si vedono nelle fotografie della competizione inglese perché la luce è una grandissima protagonista delle fotografie di Tommaso, luce che aiuta nel rendere più suggestivo il viaggio.

La Fondazione Amendola non è nuova a proporre artisti che comunicano e che propongono opere di qualità. Non si può fare politica senza la cultura . Le Fondazioni, come questa, sono un patrimonio importante per il nostro Paese e andrebbero maggiormente aiutate e valorizzate. Inoltre entrando si trovano sempre opere permanenti e nella seconda sala troviamo la riproduzione in dimensioni reali dell’opera di Carlo Levi “Lucania 1961″. Quindi è davvero normale vedere come vengano spesso proposte mostre temporanee con artisti particolari e significativi.

Tommaso Carmassi dimostra che per essere un buon fotografare e poter comunicare qualcosa, non basta solo la tecnica, bisogna sapere osservare. Belli sono anche i suoi ritratti e spero sia che continui la serie di mostre sugli Stargate ma anche qualcosa sulla realtà di tutti i giorni.

La mostra sarà aperta fino al 7 ottobre 2016, Fondazione Amendola in via Tollegno 52 a Torino. Dal lunedì al venerdì 9.30 – 12.30; 15.30 – 19.30, sabato su appuntamento.

 

stargate

 

 

stargate 1

 

cenotafio 2

FacebookTwitterGoogle+Share