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L’astensionismo che non preoccupa il segretario.

Non andare a votare. Non votare in aula. C’è un sentimento di sconforto e di ribellione sia fuori che all’interno del Partito Democratico. In Emilia Romagna il candidato Bonaccini vince con il 49% ma ha votato meno del 40% degli aventi diritto. Vittoria o sconfitta? L’astensionismo a Renzi importa poco. Dopo aver detto la democristiana frase di circostanza “un dato su cui rifletteremo ma che ora non ci interessa” ha voluto sottolineare la due vittorie del PD in Emilia e Calabria per quanta riguarda le regionali e basta. Ma quanti voti sono stati persi?  Prendendo come paragone le europee di maggio di quest’anno il Partito Democratico ha perso 677.283 voti; M5S ha perso 284.480; Forza Italia ha perso 171.473. Chi ha guadagnato elettori? La Lega Nord, più 117.045. Dato non da poco.

È necessario parlare di quello che è successo. Perché così tanta gente non è andata a votare e poi perché molti elettori tipicamente di sinistra hanno votato la Lega. Come mai settimana dopo settimana la Lega non toglie solo voti al centro-destra ma anche a sinistra. SEL e altri della sinistra radicale? Sì, ci sono ma non sono andati bene. Il fatto che Renzi non vedendo alter ego possibili o progetti veri alla sua destra e sinistra,  si occupa solo di se stesso e di portare avanti in ogni modo possibile le riforme. Quando durante lo streaming della direzione del PD, qualche settimana fa, sottolineava come non si sarebbe andato a votare e che le elezioni bisogna comunque vincerle, le parole non bastano, faceva vedere che stupido non era, sa che ci sono sempre incognite. Ma questa chiusura totale di confronto e dubbi ora è allarmante. Non può fare il primo ministro e il segretario allo stesso tempo. Perché c’è un urgente bisogno di tornare sul territorio, parlare, sentire cosa non sta andando sul serio. L’astensionismo è un pericoloso avvertimento per i nostri politici. Ma chi potrebbe diventare segretario? Cuperlo e altri di quell’area? Ma in in vent’anni non hanno fatto davvero nulla. Civati? Non è un leader e non sa bene mai che cosa fare, non ha un progetto o un’idea, per non parlare del fatto che non ha un gruppo tale di persone che lo aiuti; è più un vice o un possibile futuro ministro. Fuori da Pd c’è solo Vendola ma non ha un progetto che sia uno. Non si può diventare segretari solo lamentandosi e puntando il dito, urlando contro senza poi proporre.

C’è una crisi di identità in Emilia? Può essere. Ma credo che ci sia una crisi di identità nella sinistra italiana e nel suo elettorato in tutta Italia. Inoltre bisogna ricordare che già in passato l’elettorato in Emilia ha voltato le spalle al proprio partito: nel 1999 la vittoria del centro destra con Guazzalocca a Bologna o nel 2012 a Parma con Piazzarotti. Anche se c’erano dinamiche e tempi diversi. Domenica non c’è stato nessun ribaltone ma comunque un messaggio di protesta è stato mandato.

Il nostro segretario, Matteo Renzi, deve riflettere su questo messaggio lanciato dagli elettori e almeno dirci dove stiamo andando come partito. Perché il tempo delle parole positive e del crederci sempre è finito, ci vogliono atti concreti. Che però siano fatti bene e non formati alla carlona e fatti votare in Parlamento e se non voti sei contro il bene dei cittadini. È anche tempo di smetterla con il dito puntato contro e l’obbligo di fare qualcosa se no vieni visto come diverso. Le interviste di Bindi sul Corriere e di Bersani su Repubblica il giorno dopo la votazione per il Jonìbsact rivelano un modo di pensare antiquato, dettato da antpatie. La Bindi vuole tornare all’Ulivo e a quello spirito. Con queste idee e proposte Renzi non deve temere niente e nessuno. In ogni caso non si deve sedere su un trono pensando che possa fare solo quello che dice lui. A volte penso, temo, che dietro la sua spinta positiva, al futuro, non ci sia in realtà un pensiero, un progetto concreto, una certezza ma le parole a raffica servano solo a coprire un grande vuoto. E quindi Renzi sta portando la sinistra e il suo elettorato verso il nulla? Mi auguro vivamente di no.

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JobsAct: una riforma gattopardo?

E’ iniziata stamane la discussione del ddl delega che verrà votato l’otto di questo mese. Ricordo che il partito democratico ha votato a favore l’ordine del giorno presentato dal segretario. Gli altri partiti si lamentano ma non stanno proponendo nuove modifiche o idee, la palla in mano ce l’ha la sinistra. Una parte della minoranza della sinistra dichiara, attraverso Bersani che garantiranno il voto favorevole, se non ci saranno sorprese. Civati, ieri al programma L’aria che tira su La7, dichiarava laconico che è sempre l’ultimo a sapere le cose e che non era d’accordo su quasi nulla. Attraverso il suo blog si fa paladino della correttezza e anche il grillo parlante: avverte se ci sono furbate e se qualcosa viene cambiato (vedi SbloccaItalia) o viene rimandato (vedi autoriciclaggio). Bravo ma cosa voterà l’otto? Io credo che voterà a favore. Nessuno della minoranza vuole essere la causa di un’eventuale scissione dal partito o diventare colui che ha intralciato la grande cavalcata vittoriosa della sinistra. Stare poi all’interno del partito da visibilità politica o televisiva ma bisognerebbe avere più coraggio.

Ora. Dopo aver visto a che punto vista siamo all’interno del partito, chiediamoci: la riforma del lavoro cambierà davvero qualcosa? Secondo Tito Boeri no. Si cambierà per non farlo, gattopardescamente (mie parole queste). L’ordine del giorno votato dalla direzione mantiene in vigore un rapporto di lavoro a tempo indeterminato fin dal primo giorno di assunzione, la reintegrazione del lavoratore in caso di licenziamenti ingiustificati. I licenziamenti individuali continueranno a essere molto costosi, trattando il neo assunto come un impiegato che è in quell’azienda da vent’anni. Ad oggi un datore per licenziare può addurre ragioni sia disciplinari che economiche. Il confine tra licenziamento economico e quello disciplinare è molto sottile. I datori avranno nel caso ci passasse la modifica l’incentivo a perseguire solo la strada dei licenziamenti economici perché questi costano meno. Boeri sottolinea come a chi vuole creare lavoro in Italia interessano due cose: 1) vuole essere rassicurato che se si è assunto una persona che si rivela sbagliata per quel ruolo, l’errore sarà rimediabile con costi certi e contenuti. 2) vuole che il dipendente si impegnerà a svolgere sempre meglio le proprie mansioni. MA il Jobs Act proposto dal PD non cambia nulla su questi due piani. Non viene neanche sanata contraddizione introdotta da decreto Poletti che, permettendo una prova di tre anni, scoraggia assunzioni a tempo indeterminato.

Quindi per quanto si sa per ora non cambierà nulla.

Inoltre più di una voce ha chiesto che ci sia più attenzione verso i poveri. Oggi su Repubblica il ministro Poletti afferma che da gennaio 2015 l’ISEE (indicatore situazione economica equivalente) verrà cambiato. Non ha dato molti dettagli. Ha dichiarato che i fondi per le politiche sociali erano azzerati dal 2012 e che c’è stato un intervento di 600 milioni nel 2013-14. Il problema di questo governo è che non riesce mai a dire fino in fondo bene cosa farà. Combattere disoccupazione e povertà è molto importante in questo periodo storico del nostro Paese. Anche l’idea di mettere il tfr nella busta paga è un enorme errore. Ma se ne parla o ci viene detto qualcosa? Assolutamente no.

Ci sono troppi punti oscuri, troppi. C’è davvero il rischio che questa riforma del lavoro sia solo uno specchietto per le allodole e che non porti nessun aumento dell’occupazione. Cambiare tutto per non cambiare nulla.

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