Category Archives: lavoro

Il tema del lavoro non può essere più snobbato

Gli anni dell’austerità stanno portando più danni che benefici.

Vorrei comunque invitarvi a riflettere se davvero tutti i mali nel mondo del lavoro, non solo in Italia ma considerando tutta l’Europa, siano davvero nati dalla crisi economica iniziata con la tragedia americana dei sub prime. Non voglio fare un cervellotico post di approfondimento, per quello ci sono innumerevoli e ottimi articoli e libri scritti in questi anni e facilmente reperibili su internet. La mia vuole essere una riflessione.

L’Europa ha affrontato in passato, diciamo dal secondo dopo guerra, alcuni crisi economiche. Ci sono stati dei periodi in cui trovare lavoro era più complicato ma mai c’era stato un vero arresto. Quando ancora esistevano le industrie (e non parlo solo di quelle enormi e famose) chi perdeva lavoro, spesso per metà stipendio, andava a lavorare in fabbrica. Era anche più facile tentare un’attività in proprio. C’erano varie reti “di sicurezza” che aiutavano le famiglie italiane ad andare avanti. Siamo un popolo di risparmiatori è vero ma c’era comunque una certa sicurezza.

Cerco di fare un enorme sunto: da anni ’80 si inizia a vedere le industrie come ormai superate. Bisogna rafforzare il terziario e puntare tutto su un sistema economico basato più su oggetti astratti che vero lavoro. Il neo liberalismo poi da allora si rafforzerà sempre di più e inizierà a creare danni.

C’è chi racconta che chiudere le fabbriche, ditte, certe aziende era anche un modo per indebolire i comunisti. Vero o no, inizia a mancare una certa sicurezza.

L’Europa nel corso degli anni ’80 e soprattutto degli anni ’90 diventa non più un continente che produce ma un continente che crea “bolle di economia”. Evidentemente c’era la certezza di diventare sempre più ricchi.

Quando è avvenuta la crisi economica siamo crollati, anche perché totalmente legati a quel mondo. Difficilmente ci rialzeremo presto.

Alcuni criticano la Cina perché compra le nostre ditte. Ma loro, e altri, non comprano solo i nostri nomi, soprattutto comprano macchinari e brevetti. Ci copiano ma con la saggezza di non fare gli stessi errori.

Si parla di jobs act e di un eventuale referendum. Si parla dei voucher e del loro abuso. Il nero è sempre stato un danno incalcolabile per la nostra economia e giustamente deve essere sconfitto o almeno arginato. Però bisogna uscire dalla logica che per ridare vitalità alla economia e creare posti di lavoro basti diminuire tasse, agevolare licenziamenti e proporre una burocrazia più snella (quest’ultimo punto però è importante). A parte qualche oasi felice, che viene puntualmente ignorata da media e nostri stessi politici, noi dobbiamo tornare a investire e  a produrre. Non solo. Il CV. È tempo che chi fa credere di voler dare lavoro non si nasconda dicendo che bisogna aver fatto mille corsi, o almeno tre mesi di esperienza o infiniti stage o master o infinite interviste psicoattitudinali: sono tutte scuse. Bisogna che i padroni (scusate il termine ottocentesco) la smettano di mascherarsi dietro infinite scuse e diano semplicemente lavoro. Come noi tutti dovremmo imparare a capire che in questo periodo storico bisogna adattarsi, sia chiaro non sottomettersi e venire sfruttato ma adattarsi. Infine il sindacato, figura ancora essenziale e importante, deve assolutamente rinnovarsi e coprire tutti quei lavori (vedi partite iva ecc) che ad oggi snobba e ignora. Deve rinnovarsi e non vedersi solo come antagonista di qualsiasi governo, avere come maggior parte dei tesserati pensionati ovviamente non aiutati ma deve fare uno sforzo.

Il neo liberalismo va a braccetto con l’austerità. Non crea lavoro, impone sviluppo a ristretti settori, aumenta in maniera sconsiderata diseguaglianza sociale (il che provoca scontento che poi porta molti nelle braccia dei populisti). È una coppia che può essere divisa e sconfitta. Mi chiedo: davvero i nostri politici hanno capito e soprattutto davvero vogliono porre fine a questo nefasto connubio?

FacebookTwitterGoogle+Share

La vicenda Bevilacqua Masa. Come muore la cultura a Venezia

Venezia è morta. Da tempo. Venezia è un nome e niente più. Venezia è una conchiglia vuota e se la appoggi all’orecchio non senti più il rumore del mare, della vita, ma solo uno sgradevole brusio.

È inutile qui raccontare il mio affetto per la città, chi mi conosce lo sa, chi mi legge e sono una sconosciuta sappia solo che è la mia seconda città. Doloroso vederla, decennio dopo decennio, peggiorare anche se le belle case sul Canal Grande non hanno più le muffe e sporcizie di inizio anni’80, e giustamente visto che sono quasi tutte hotel ora.

L’ arte in tutti i  suoi aspetti ha sempre fatto parte della città lagunare. Da quando però è un luna park per turisti, non serve più a nulla. La fondazione Bevilacqua Masa – fondazione che c’è da oltre secolo specifica per promuovere e far conoscere artisti emergenti – dal primo settembre di quest’anno non sarà più autonoma. Rientrerà tra le varie branche della cultura che il sindaco Brugnaro gestirà. Ma come le gestirà? I soldi sono finiti da tempo. Le quattro sede (anche se formalmente sono due: Palazzetto Tito e la galleria in piazza S. Marco ) sono già vuote. Come verranno riempite? Cosa succederà ora? Nessuno lo sa. Neanche il sindaco che ha affermato che ci sono problemi più urgenti a cui pensare. Ma il problema non nasce con il centro destra, è un problema cronico che c’è da decenni.

Venezia e il Veneto,  bisogna essere onesti tutta la nostra bella e travagliata penisola, ha una miniera d’oro per quanto riguarda arte e cultura. Eppure tutto sta morendo. Sto viaggiando molto per il nord est per lavoro e proprio nell’ambito artistico. Sembra di camminare accanto a un morto che è appena affogato ma si vuole credere che sia ancora vivo. Verona prova a resistere ma la chiusura mentale non permette al sistema di evolvere. Vicenza, specialmente dopo problemi della banca, è totalmente morta, dubito che si riprenderà nei prossimi dieci anni. Padova ha idea sul contemporaneo ma nessuno crede e investe e non so fino a quando chi lavora vorrà rimanere lì. Treviso e altre province fanno quello che possono. Venezia. Sarebbe tutto facile che facesse sistema, tirasse fuori un’idea, un progetto. Ma sta tutto morendo. Non bisogna farsi abbindolare dalle grandi gallerie che sono vicino a Chanel o Prada dietro piazza san marco. Non fatelo. Perché non sono gallerie ma vetrine per pochi milionari e di arte e di proposta per arte non hanno nulla. Solo un nome appeso a una vetrina. Gli affari poi, quello veri, si fanno all’estero.

Nei miei giri ho chiesto ad artisti o vecchi curatori, ormai ritirati, se qualcuno viene da loro a vedere cosa fanno, a confrontarsi. Nulla. A volte appaiono un paio di galleristi, di cui non farò nome, che senza capire assolutamente nulla comprano a cifre che decidono loro e poi rivendono a cifre folli. Ma senza promuovere nome artista e senza dividere profitto.

E così la fondazione Bevilacqua Masa muore. Non ci saranno più mostre e convegni e conferenze. A luglio la città era tappezzata di manifesti dove si invitava i veneziana a ribellarsi e salvarla. Ma i veneziani non esistono più. E chi è rimasto è stanco e deve lottare contro le masse zarre e volgari dei turisti. Il giorno in cui il consiglio comunale ha deciso la sorte della Fondazione si sono presentati in duecento: chi lavora nel mondo arte e studenti fuori sede. I carabinieri hanno preso generalità di uno degli artisti perché si era lamentato per fine misera del suo mondo.

La cultura muore in un silenzio ovattato. Poi non lamentiamoci se non si trova lavoro. Nel nostro Paese ci sarebbero migliaia di posti di lavoro per chi lavora nell’arte e nella cultura ma non diciamo troppo in giro.

FacebookTwitterGoogle+Share

“Sei sicura di stare facendo abbastanza?”

È un pomeriggio grigio e lento di metà novembre. Nel mondo sono successe parecchie cose e gravi, il presidente francese ha dichiarato che la Francia (e forse sotto intendo l’Europa) è in guerra ma io mi accingo a scrivere un post dove non parlerò di quello che è successo a Parigi. A parte il fatto che forse si sta dicendo troppo, sia per paura sia perché i social danno ormai un’enorme esposizione alle idee di ognuno di noi ( e in quanto tali ci sembrano giustissime), ammetto che sono ancora frastornata e non so bene cosa fare, cosa dire, come esprimere quello che provo, parlerò di qualcosa di molto banale. Parlerò brevemente un attimo del mondo del lavoro perché per me, come per tutti noi, la vita prosegue anche se avvengono tragedie inspiegabili.

Faccio un lavoro che mi piace nel mondo dell’arte, saltuario e poco remunerato, ma rispetto ad un anno fa la mia situazione lavorativa è nettamente migliorata. Non accetto più lavori non retribuiti e mi accontento. Però pretendo rispetto. Ovviamente mi mancano i diritti, come la malattia per esempio. Oggi non sto bene ma ho la fortuna di poter lavorare da casa.  Deve mettere in ordine delle fotografie e creare le relative schede. Bello ma a volte noioso. Mando 50 schede al mio cliente. Il quale mi chiama per dirmi che ho messo troppe informazioni (???) e in una scheda invece di 1978 ho scritto il 1678. Mi scuso molto, mi spiace anche se è il primo errore che faccio. Invece di smetterla mi fa la manfrina sulla mia generazione di trentenni che non sappiamo lavorare e per ennesima volta mi chiede se sono sicura di stare facendo abbastanza, se sono sicura di starmi impegnando davvero. Sospira e mi dice che vedrà a dicembre, a lavoro concluso, quanto potrà darmi. Non importa che io ci stia lavorando da settembre, come un mulo, che sarebbe un lavoro da fare con altre 5/6 persone. Non gli importa perché SA che ci sono altre ragazze e ragazzi disposti e lavorare come me, anche a meno e inoltre io ho quasi concluso.

Perché si creda ormai che noi trentenni o ventenni non sappiamo fare nulla o non facciamo nulla, io non lo capisco. Il mese scorso in una galleria di Milano entro con un pittore. Parliamo con la ragazza che ci accoglie, è una stagista ma è molto preparata e la conversazione è piacevole. Arriva di corsa il proprietario il quale caccia via la ragazza e si volta verso di noi scusandosi e dicendo “è solo la stagista”. Peccato che poi non ci ascolterà e quando chiediamo alla fine, per nostra curiosità, il prezzo di un olio su tela il gallerista non ne aveva la minima idea. Gli esempi simili che potrei snocciolare sono molti.

Lo so perfettamente che non tutto il mondo del lavoro è così. Però certi giorni è sconfortante la mancanza di rispetto. Quel senso di precarietà constante. La sensazione di ricatto come se stessi elemosinando qualcosa di cui non avrei diritto.

Mi lamento ma odio piangermi addosso per cui dopo aver chiuso pagina blog tornerò alle schede, visto che me ne mancano anche poche e voglio consegnare il tutto a inizio dicembre come stabilito.Rimboccarmi le maniche e lavorare bene, altro non posso fare. Forse dall’altra parte del telefono chiederanno ancora se sono sicura di stare facendo abbastanza ma da parte mia so perfettamente che sono capace e che mi sto comportando in maniera giusta e professionale. Semplicemente non mi devo scoraggiare.

FacebookTwitterGoogle+Share

Oggi non chiudiamo gli occhi.

Alle 16.37 del 12 dicembre 1969 un boato scosse la città di Milano: la sede della Banca nazionale dell’agricoltura esplose, non si sa ancora se per uno o due ordigni, ma si sa il numero delle vittime che furono diciassette, i feriti furono più di ottanta. È l’inizio di quel periodo ricordato come anni di piombo in Italia. Non si sa ancora chi furono i mandanti, chi decise di gettare la popolazione nell’incubo nell’ansia. Dopo quel terribile evento, spartiacque della nostra storia nazionale, ci furono altre stragi, per esempio quella del 28 maggio 1974 in piazza della Loggia a Brescia. Anche per questa non si sa chi furono i colpevoli.

Stragi. Pure oggi avvengono. Anche se non si usano più bombe e non si può dare colpa agli anarchici o a militanti violenti fuori dal partito comunista. La popolazione italiana è tenuta in scacco da un periodo storico che aggiunge ansie e incertezze, che la classe politica non prova minimamente a lenire. Il tema principale del momento, dopo la crisi, è il quello del lavoro. Oggi ci saranno 54 manifestazioni in tutta Italia per far sentire la propria voce contro una legge che sembra non tutelare nessuno. Io credo che oggi sia importante manifestare. Ma i sindacati stanno manifestando per tutti? No. E non lo fanno perché se ne fregano ma perché c’è un campo del mercato del lavoro che viene sfruttato e/o ignorato. Sto parlando di coloro che hanno la partita iva, chi viene pagato come collaboratore senza alcun contratto vero, coloro che non sono tutelati in niente e per niente. Staranno manifestando? Spero di sì. Perché nessuno manifesterà per loro. Chiudere gli occhi oggi non si può.

Il senso civico e sociale è ormai scomparso qui in Italia. Se ci fosse un’altra strage causata da una bomba, dubito fortemente che la gente andrebbe in piazza, dubito che ci sarebbe indignazione. Ci sarebbe una corsa verso i particolari beceri e da maniaci su come sono morti, la vita dell’attentatore e via dicendo. La mia visione negativa è data dal fatto che si sta compiendo la strage di una generazione, i trentenni, che non avranno i contributi per avere la pensione quando saranno anziani, a cui si prospetta un futuro da poveri, la pressione psicologica nel cercare di avere un lavoro decente ogni giorno.

Perché non si scende più in piazza? Cosa ci ha reso così pigri, menefreghisti, indifferenti? Per valori e storia l’unica parte politica in cui mi riconosco è a sinistra. L’unico partito che potrebbe prendere per mano il popolo italiano e portarlo fuori da questa apatia, anche emotiva, però latita. O si sta trasformando in qualcosa che non capiamo. A chi rivolgersi dunque?

Oggi a Milano alle 16.37 le istituzioni saranno presenti per rendere omaggio alle vittime e per non dimenticare piazza Fontana. Ora i sindacati stanno manifestando per ricordare che i lavoratori hanno diritto a tutele sul lavoro.

Non chiudiamo gli occhi oggi. Ma neanche domani. E neppure quello dopo ancora. Apriamo questi occhi e indigniamoci, discutiamo, manifestiamo per garantirci un futuro certo e ora un paese migliore. È questo il tempo del rinnovo. E non possiamo perdere un minuto di più. Invogliamo questi adolescenti, spesso ignoranti di tutto, a formarsi uno spirito critico e civico, a formarsi una coscienza sociale. Obblighiamo le famiglie a informarsi e a parlare nelle scuole di quello che avviene e che è avvenuto e che non si deve ripetere. Sono frasi dal sapore utopistico ma non trovo altre soluzioni. Lo Stato non può fare tutto, siamo anche noi cittadini che dobbiamo agire civilmente. O se no cosa diventeremo? Non chiudiamo gli occhi.

“Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza! A. Gramsci 1/5/1919

“Siamo testimoni. Siamo legati tra noi e dalla storia, dal nesso che connette ogni strage impunita agli omicidi brigatisti, ma ancor più dal mistero di una coincidenza che bussa insistente alla porta” B. Tobagi “Una stella incoronata di buio”.

FacebookTwitterGoogle+Share

Le dichiarazioni del lunedì

Ieri a Bergamo Renzi ha dichiarato, non annunciato, sia mai che voglia accusarlo di annuncite, che 18 miliardi dei 30 della manovra serviranno per ridurre le tasse o meglio non aumentarle. Il premier non è andato molto nello specifico e dovremo aspettare qualche giorno per sapere i dettagli. L’azione in sé è notevole. Renzi ha dichiarato agli industriali che con questa manovra non avranno più scuse. L’industria in Italia è importante ma si dovrebbe pensare ai piccoli e medi imprenditori. Non si parla della perdita di lavoro da parte di 30nni e 50nni. Il prossimo anno chiuderanno 20.000 imprese. Come al solito alle grandi dichiarazioni, seppur importanti, non si aggiungono riflessioni su altre realtà del Paese che però hanno bisogno dell’attenzione dello Stato. E poi si stanno facendo i tagli che sono stati promessi per aiutare i conti? Sergio Rizzo nell’editoriale oggi sul Corriere ricorda come Cottarelli avesse proposto un piano per risparmiare 34 miliardi ma poi, come molti altri progetti, era stato messo da parte. L’esempio portato da Rizzo è quello delle società pubbliche. Dovevano passare da 8 mila a mille ma finora nulla si è fatto. Anzi. Grazie a deputati, per esempio casiniani o ex pd, molte esistono ancora e costano molto allo Stato. Possibile che non si riesca ad intervenire, oltre a dichiarare grandi decisioni?

In tutto questo manca un voce forte del partito, della sinistra. Dov’è? Risento in questi giorni, specie dopo voto di fiducia al Senato, che Renzi è sempre di più figlio dei vent’anni berlusconiani. Può essere in parte vero. Ma una certa sinistra dovrebbe smetterla di usare questa scusa perché ben presto le si ritorcerà contro. Renzi è il frutto di più di vent’anni di sbagli della sinistra stessa. Il non aver capito dove stava andando la società, l’esser diventata molto simile a certi ideali della destra, l’aver fatto annunci su annunci per decenni senza concretamente realizzare nulla, aver permesso a Berlusconi di fare il bello e il cattivo tempo, non aver difeso per davvero la Costituzione. Ecco arrivato il risultato di questi decenni. Ora Renzi accoglie voti e consensi, cresciuti di nuovo, soprattutto nell’elettorato di destra e diminuito in quello che si definisce di sinistra ma per lui poco importa, e crede di poter imporsi senza avere un dialogo all’interno del partito. I cui oppositori interni perdono tempo in reminiscenze di un passato che non tornerà e a litigare fra di loro.

In questo momento Renzi può fare quello che vuole e dire tutte le dichiarazioni che vuole perché non ha nessuno che gli imponga di dare concretezze e spiegazioni a quello che dice. Ciò è preoccupante.  Non bastano le dichiarazioni del lunedì per ridare fiducia e unire il Paese. Bisognerebbe fare molto di più.

FacebookTwitterGoogle+Share

JobsAct: una riforma gattopardo?

E’ iniziata stamane la discussione del ddl delega che verrà votato l’otto di questo mese. Ricordo che il partito democratico ha votato a favore l’ordine del giorno presentato dal segretario. Gli altri partiti si lamentano ma non stanno proponendo nuove modifiche o idee, la palla in mano ce l’ha la sinistra. Una parte della minoranza della sinistra dichiara, attraverso Bersani che garantiranno il voto favorevole, se non ci saranno sorprese. Civati, ieri al programma L’aria che tira su La7, dichiarava laconico che è sempre l’ultimo a sapere le cose e che non era d’accordo su quasi nulla. Attraverso il suo blog si fa paladino della correttezza e anche il grillo parlante: avverte se ci sono furbate e se qualcosa viene cambiato (vedi SbloccaItalia) o viene rimandato (vedi autoriciclaggio). Bravo ma cosa voterà l’otto? Io credo che voterà a favore. Nessuno della minoranza vuole essere la causa di un’eventuale scissione dal partito o diventare colui che ha intralciato la grande cavalcata vittoriosa della sinistra. Stare poi all’interno del partito da visibilità politica o televisiva ma bisognerebbe avere più coraggio.

Ora. Dopo aver visto a che punto vista siamo all’interno del partito, chiediamoci: la riforma del lavoro cambierà davvero qualcosa? Secondo Tito Boeri no. Si cambierà per non farlo, gattopardescamente (mie parole queste). L’ordine del giorno votato dalla direzione mantiene in vigore un rapporto di lavoro a tempo indeterminato fin dal primo giorno di assunzione, la reintegrazione del lavoratore in caso di licenziamenti ingiustificati. I licenziamenti individuali continueranno a essere molto costosi, trattando il neo assunto come un impiegato che è in quell’azienda da vent’anni. Ad oggi un datore per licenziare può addurre ragioni sia disciplinari che economiche. Il confine tra licenziamento economico e quello disciplinare è molto sottile. I datori avranno nel caso ci passasse la modifica l’incentivo a perseguire solo la strada dei licenziamenti economici perché questi costano meno. Boeri sottolinea come a chi vuole creare lavoro in Italia interessano due cose: 1) vuole essere rassicurato che se si è assunto una persona che si rivela sbagliata per quel ruolo, l’errore sarà rimediabile con costi certi e contenuti. 2) vuole che il dipendente si impegnerà a svolgere sempre meglio le proprie mansioni. MA il Jobs Act proposto dal PD non cambia nulla su questi due piani. Non viene neanche sanata contraddizione introdotta da decreto Poletti che, permettendo una prova di tre anni, scoraggia assunzioni a tempo indeterminato.

Quindi per quanto si sa per ora non cambierà nulla.

Inoltre più di una voce ha chiesto che ci sia più attenzione verso i poveri. Oggi su Repubblica il ministro Poletti afferma che da gennaio 2015 l’ISEE (indicatore situazione economica equivalente) verrà cambiato. Non ha dato molti dettagli. Ha dichiarato che i fondi per le politiche sociali erano azzerati dal 2012 e che c’è stato un intervento di 600 milioni nel 2013-14. Il problema di questo governo è che non riesce mai a dire fino in fondo bene cosa farà. Combattere disoccupazione e povertà è molto importante in questo periodo storico del nostro Paese. Anche l’idea di mettere il tfr nella busta paga è un enorme errore. Ma se ne parla o ci viene detto qualcosa? Assolutamente no.

Ci sono troppi punti oscuri, troppi. C’è davvero il rischio che questa riforma del lavoro sia solo uno specchietto per le allodole e che non porti nessun aumento dell’occupazione. Cambiare tutto per non cambiare nulla.

FacebookTwitterGoogle+Share

La voce del boy scout.

Mi sono molto divertita a vedere in streaming la direzione del partito democratico. E’ stato utile per capire equilibri e forze e orientarsi per quello che avverrà in parlamento nei prossimi mesi. Soliti ritardi, solito circo mediatico scatenato fuori dalla sede, molti che sono entrati con il solito viso truce per poi dimostrare di non contare moltissimo.

Si doveva parlare e discutere dell’ordine del giorno sulla riforma del lavoro. In parte lo si è fatto ma in realtà è stata l’ennesima resa dei conti fra vecchie dirigenza e Renzi&co. Il segretario ha fatto sentire la sua voce. Lo ascolto e guardo, poi ascolto Bersani o Fassina e vedo che non c’è molta alternativa a Renzi, il quale ricorda che se cacciano lui arriva la Troika.

Mi fa piacere vedere come il nostro premier sia sempre carico, entusiasta, faccia vedere che ci crede che il Paese può farcela ma è ora che qualcosa nei suoi discorsi o presentazioni di programmi cambi. Quando ha iniziato a elencare, per l’ennesima volta, tutto quello che ha fatto da marzo, il 40%, il fatto che è stato sindaco, le mamme, l’Africa, la Mogherini, gli 80 euro, mi sono sentita male e ho iniziato a pensare seriamente di iniziare un aperitivo alle 18.20 del pomeriggio. Fa sempre così: se qualcuno gli pone una domanda fa l’elenco e ripete esempi che ormai sentiamo da mesi e che conosciamo a memoria, se deve presentare un programma di nuovo fa l’elenco. Credo che questa formula vada superata. E’ tempo che arrivi subito al sodo, spieghi concretamente dove trova coperture, cosa ha intenzione da fare seriamente. Non può lasciare questo compito ai suoi ministri, come ieri ha fatto in parte Poletti (che sembrava l’imitazione di un Bersani, sempre con in mano un bicchiere di Sangiovese, ma più simpatico…mi riferisco all’accento, sia ben chiaro). Questi elenchi del premier hanno stufato e sono il suo punto debole. Può aver vinto in direzione, l’odg è passato con 130 voti favorevoli, 11 astenuti e 20 contrari (che se mi è permesso sono comunque tanti). Ha certamente diviso la minoranza. Però è tempo di fare un passo successivo, visto che dice #passodopopasso. E’ tempo di spiegare bene e rapidamente alla gente, non solo al suo partito, cosa intende fare. Basta dire gufi, basta avere manie di persecuzione da parte dei giornalisti e avversari.

Che poi, quali avversari? Fassina? Il peggiore intervento di ieri. Che qualcuno gli ricordi che andava molto d’accordo con Brunetta e che in parlamento non ha fatto nulla. Bersani? Nonostante l’ex segretario non ci creda il suo tempo è finito, non perché rottamato ma perché quando era segretario ha fallito. D’Alema? Ieri quando parlava l’ho adorato, devo ammetterlo. I suoi diciamo mi hanno fatto molto ridere. Il discorso era pieno di livore ma comunque è stato molto interessante e se collaborasse come “vecchio saggio” (il leader Maximo mi perdonerà per il vecchio) darebbe un ottimo contributo ad aiutare a rimanere nei binari della sinistra il nostro premier. Civati? Io non riesco a capite politicamente quest’uomo. Sembra grigio, sembra non saper cosa fare. Nel suo blog e prima di entrare in un riunione sembra pronto alla battaglia, penso sempre “ci siamo!Ora mi convince che è un buona alternativa”, poi lo vedo parlare e vedo che non riesce mai ad esporsi, non riesce mai ad imporsi. Eppure quando leggo cosa propone sul blog o in altri articoli che scrive trovo sempre proposte davvero stimolanti e sarebbero utilissime per aprire dialoghi importanti. Perché non si smarca di più dalle sue insicurezze? Certo lo capisco, vorrebbe rinnovare ma non vuole passare per quello che ha scisso il PD.

Con questi avversari interni Renzi ha vita abbastanza facile. Fuori non ne parliamo. Anche se penso che alla fine del semestre italiano la possibilità di eventuali elezioni non è un’idea così fantasiosa.

Infine devo dire che ci sono anche ottimi interventi: Scalfarotto e Soru su tutti. Ma anche Concia e qualcun’altro non mi sono dispiaciuti. Orfini è stato equilibrato e mi ha fatto molto ridere con la sua cacciata degli anarchici dal liceo (anche se non ho ben capito il nesso, ma tant’è).

Tutto sommato è stato un confronto interessante e positivo. Alcuni oggi scrivono di morte della sinistra o di grande depressione per il partito. Non è vero. Citando  Marco Damilano, giornalista dell’Espresso, è stata una delle poche volte che il partito ha parlato di cose concrete e che si è davvero confrontato. Ricordo che solo il PD riesce ad avere questo dialogo, nonostante tutte le critiche a Renzi, non abbiamo un dominus come negli altri partiti.

Però c’è seriamente bisogno di più concretezza. Spiegare ora bene la riforma del lavoro (che ricordo mica è già attuativa, ci sarà tutto l’iter parlamentare prima) e soprattutto c’è bisogno di un vero dialogo e confronto di idee. Senza quest’ultimo elemento non potremo andare incontro ai cittadini e aiutare il Paese.

FacebookTwitterGoogle+Share

C’è una vera discussione su riforma del lavoro e art.18?

Leggo in questi giorni parecchi articoli sulla riforma del lavoro e sulle modifiche che si vogliono apportare. Leggo molto e mi viene il sospetto che pochi stiano capendo che cosa sia l’art.18 o i punti del disegno di legge delega n. 1428. Ma siccome siamo un popolo dove tutti devono dire la loro ecco che escono nel magico mondo di internet varie sciocchezze o informazioni sbagliate. Mi chiedo: quanti di quelli che lavorano sanno dei loro diritti? A quanti interessa davvero quello che da martedì scorso 23 settembre si sta discutendo in Senato? Credo a pochi.

Questo palese disinteresse secondo è dettato dal fatto che non c’è una vera discussione, non c’è nessun vero confronto all’interno né dei partiti né del sindacato. Quest’ultimo non può dichiarare che ad ottobre ci saranno vari scioperi così il governo vedrà cos’è il lavoro. Prima di far scioperare perché non spiega ai lavoratori i loro diritti, se ne hanno, se le leggi che ci sono adesso vanno bene. Troppo facile mandare avanti una massa di persone e continuare a fare discorsi retorici quando anche il sindacato è enormemente distaccato dalla realtà.

Si può discutere per davvero della riforma del lavoro? Si vuole pensare ai trentenni e quarantenni che sono sempre precari, a chi è troppo anziano per ri-inserirsi e avere un lavoro, a quei giovani che si iscrivono sempre meno all’università perché pensano che studiare è inutile, a chi emigra con rammarico e non ritorna indietro? Si vuole pensare a una riforma del lavoro che tuteli tutti noi senza alcuna discriminazione? Possiamo essere tutti tutelati o dobbiamo rassegnarci a vivere in un Paese disinteressato ai suoi cittadini?

Inutile dire che il mondo del lavoro non riparte e si da la colpa a chi vuole abolire art.18, a chi lo vuole tenere e via dicendo. Questo canovaccio è vecchio e non possiamo più perdere tempo. Questi litigi fasulli, queste commedie e questi insulti tra le parti sono buone per un piccolo circolo di persone ma non vanno più bene per noi tutti.

Nel mio vecchio blog mi chiedevo come mai noi italiani non riusciamo più a dialogare, su nessun argomento. Vorrei che ci sedessimo tutti a parlare del nostro futuro, vorrei che ci mettessimo a parlare su come creare una riforma del lavoro utile e vera per tutti e che dia davvero un po’ di fiducia. Senza speranza, senza fiducia nel futuro un Paese è morto in partenza.

 

 

FacebookTwitterGoogle+Share