Category Archives: giornalismo

Femminista, musulmana, giornalista: Mona Eltahawy

Ho sentito parlare di Mona Eltahawy quando si parlava delle giornaliste che hanno subito assalti sessuali e violenze di gruppo mentre facevano il loro lavoro in Egitto, durante i fatti della primavera araba. Alcuni colleghi maschi in America argomentava che fare il giornalista in certe parti del mondo era un lavoro solo per uomini, a causa delle conseguenze (cioè gli uomini non vengono violentati). Si era scatenata una bufera all’estero, Guardian o The New York Times parlarono spesso dell’argomento, non credo qui in Italia. E così venni a conoscenza della Eltahawy.

Mona Eltahawy è una giornalista pluri premiata e commentatrice attenta del mondo arabo e musulmano ma anche del femminismo a livello globale. Spesso nei suoi reportage interseca questi tre argomenti in maniera molto corretta e intelligente. Nata a Port Said, in Egitto, nel 1967, con i suoi genitori (entrambi dottori) si trasferì molto presto in Inghilterra. Quando aveva 15 anni i suoi accettarono un’offerta di lavoro in Arabia Saudita e qui racconta spesso Mona divenne femminista.

Nel novembre del 2011, mentre stava seguendo cosa stava avvenendo in Egitto, venne assaltata da un gruppo di poliziotti, portata in una guardiola dove venne tenuta per 12 ore. Durante l’attesa di essere rilasciata non solo subì continui insulti verbali ma fu ripetutamente assaltata per essere violentata in gruppo. Per non subire violenza si ribellò e come punizione le ruppero entrambe le braccia. Venne rilasciata in quanto con passaporto straniero. Da quel episodio inizio a interrogarsi e a studiare la misoginia del mondo musulmano. Nel 2012 uscì il suo libro “Why do they hate us?” il quale divenne un best sellers nel mondo (tranne in Italia). A maggio di quest’anno è uscito il suo secondo libro “Headscarves and Hymens: Why the Middle East needs a sexual revolution”.

La ricerca del secondo libro va ancora più in profondità sul problema delle donne nell’Islam moderno. Ha intervistato centinaia di persone. Riporta infiniti casi di stupri, abusi, mutilazioni genitali. La Eltahawy ha deciso di non fermarsi solo al mondo arabo del nord Africa ma è andata alla ricerca di cosa avveniva in tutto il mondo musulmano sia quello nel Medio Oriente sia in Africa.

Il suo è un lavoro importante. È una ricerca scientifica su quello che le donne subiscono in nome della religione, laddove la religione non c’entra assolutamente nulla. Alcuni colleghi le fanno notare che scrive di questi argomenti per quello che subì quella notte. Evidentemente è vero. Ma se si leggono le sue interviste, si guardano le conferenze dove partecipa, si capisce che è una donna forte che supera il suo trauma aiutando le altre donne. Fa il suo lavoro di giornalista in maniera oggettiva e coraggiosa. In un’intervista ha dichiarato che si è tatuata proprio nel punto dove le ruppero le braccia i suoi aguzzini per “usare il corpo come veicolo di un messaggio: voi non mi avete spezzato”.

Si dichiara orgogliosamente femminista e fan del Manchester United. Trovo adorabile questa sua dichiarazione! Non c’è nessun contro senso ad essere femminista e anche appassionata di calcio.

Come non c’è nessun contro senso ad essere femminista e musulmana, anzi. Credo che il suo lavoro sia molto importante e sia da esempio per tutte le donne, musulmane o no, che voglio finalmente essere riconosciute come essere umani e non come bestiame da mutilare.

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Architettura dell’informazione. Ci vuole una strategia per il futuro dell’informazione

“Il codice, l’architettura, definisce i termini dell’esperienza della vita nel cyberspazio” Lawrence Lessing

Nel mondo del digitale non vige l’anarchia. Ci sono delle regole e un’etica. Questi due elementi costituiscono un codice che da origine a un’architettura nella Rete. Bisogna ammettere che ancora una media esigua di persone in Italia ha capito le potenzialità della Rete. La si vede come un mondo sconosciuto e infido, che poco interessa alla maggior parte degli italiani. E forse gli italiani non vogliono ancora usare appieno le potenzialità di internet.

Per informarsi si usano di meno quotidiani e libri e si naviga nella Rete. Ma come vengono letti i dati che circolano? Sembra che si leggano solo i titoli e si guardino una serie infinita di video con gattini. Chi lavora nel mondo dell’editoria e del giornalismo si lamenta che il pubblico non vuole approfondimento ma avere solo una veloce fruibilità senza troppi contenuti e per colpa dei lettori il mondo dell’informazione sta morendo. Ma davvero è colpa dei lettori? O forse non c’è un’idea ben costruita che invogli alla lettura dell’articolo e quindi a una migliore informazione? L’usabilità nel mondo della Rete è importante. Per Luca De Biase l’usabilità è un argomento sottovalutato, l’esperienza dell’utente è un tema di ricerca poco indagato. L’informazione va a braccetto con i soldi: se non c’è un guadagno ovviamente il progetto on line muore. Perché questo non avvenga bisogna creare un’architettura dell’informazione. Per crearla bisogna fare ricerche, creare dei gruppi di utenti a cui proporre progetti in via sperimentale per capire come verranno visti e se verranno usati. Vi è un grosso lavoro da fare alle spalle. Ma sembra che in Italia non si voglia fare.

Per questo non mi ha stupito l’articolo di Domenico Affinito, giornalista che fa parte della redazione del settimanale Rcs Io Donna e che è un piccolo azionista sempre di Rcs. Affinito parla del flop digitale del gruppo Rcs (Corriere e Rizzoli per capirci), gruppo che sta attraversando grossi affanni dal punto di vista economico e che sembra non riuscire a trovare una strada per uscire da questo momento di crisi.

Affinito elenca i fallimenti digitali: 1) Twigs: social per bambini che in dodici mesi doveva avere 900.000 utenti, sono passati più di dodici mesi e ne ha appena 69.000 2) Made. com: lanciato alla fine del 2013 doveva essere enorme piattaforma per vendere prodotti di design;  in quasi due anni sono stati venduti solo 2400 prodotti ed è praticamente sconosciuto 3) Youdeal: sorta di Google che da coupon come Groupon, pochissimi like e utenti 4) Youreporter: un investimento di 2,5 milioni di euro, ha meno di 700 utenti al giorno e pochissimi video 5) il restyling del sito Corriere.it: bocciato dai lettori, peggior perfomance secondo Audiweb e tantissimi altri dati negativi che l’hanno reso una dei peggiori siti dei vari quotidiani e ha fatto perdere altri soldi. A causa di tutte queste politiche digitali fallimentari è stata chiusa l’unica redazione digitale del gruppo Rcs.

Non conoscere la Rete, o meglio, non voler conoscere questo mondo digitale ha nuociuto moltissimo al gruppo che ha perso molti soldi e buttato all’aria i 66 milioni di investimenti che non hanno portato nessun ricavo ma solo perdite.

Bisogna creare un’architettura dell’informazione. Lavorarci sopra, parlarne in maniera seria e costruttiva. Non solo porterebbe lavoro, aiuterebbe anche il lettore italiano ad avvicinarsi al mondo del digitale in maniera più costruttiva e proficua. L’informazione nel mondo digitale è il nostro futuro da cui non possiamo scappare, anzi.

Ma chiudo ammettendo che non mi stupisce la miopia del gruppo Rcs: in fondo hanno un editorialista come Aldo Grasso che scrive editoriali imbarazzanti e scrive ancora nel 2015 “il popolo del web”; e allora che cosa possiamo pretendere?

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L’assordante rumore delle parole. Un breve pensiero su quello che è successo in Francia.

La morte non fa rumore. La morte è qualcosa di atroce ma normale che entra come un pugno nello stomaco nella vita. La morte porta via o conduce da qualche altra parte senza troppo caos. Il contorno no, il contorno è quello che fa rumore.

Sulla morte delle vittime del giornale satirico Charlie Hebdo e sugli ostaggi del negozio kasher si sta dicendo davvero di tutto. Il rumore delle parole in questi giorni è così assordante che non riesco a  formulare un mio personale pensiero. Il bisogno quasi compulsivo di dover dare opinioni, litigare su il perché e per come della vicenda, dover dire e dire e dire qualsiasi cosa ci passa per la mente in questi giorni è davvero incredibile.

La vicenda ha poi portato alla ribalta tantissimi argomenti tutti importanti e di cui bisognerà davvero parlare e confrontarsi: il terrorismo (anche di radice islamica), la libertà di pensiero e di satira, l’integrazione, l’antisemitismo sempre più dilagante ma che si nega che esista, la politica internazionale e quello che si sta facendo in medio oriente. La violenza, l’orrore, di quello che è avvenuto ci porta per forza a riflettere su tutto questo e ci fa capire l’urgenza, specialemente all’interno della sinistra europea di dover capire e agire su tutti questi aspetti.

Io non so bene che dire. Sia mentre vedevo i notiziari su Charlie Hebdo e sia ieri mentre vedevo i due blitz a Parigi provavo solo angoscia e orrore. Pietà per i terroristi (vittime anche loro), preoccupazione per gli ostaggi. Pensavo anche ai nigeriani, duemila persone, massacrati a casa loro e mi chiedevo come mai noi non ci interessiamo davvero a questi attentati terroristici in Africa.

Quello che mi auguro è che non si fomenti l’odio, specialmente quello religioso. Che tutti collaborino per far vedere che noi siamo più forti e potenti rispetto a coloro che ci vogliono mettere paura.

Trovo importanti tutte le manifestazioni di solidarietà che si terranno tra oggi e domani. La gente normale e che ama la pace va in piazza e dimostra che tutti uniti possiamo essere fortissimi.

Ora che i tre terroristi sono morti però non dobbiamo dimenticare, come spesso succede, tutti i proclami per la libertà di satira e di parola, non dobbiamo di nuovo rinchiuderci nei nostri recinti provinciali ricominciando a fregarcene e usando come paravento il rumore assordante di mille parole dette in maniera vuota. Dobbiamo agire.

Agire in maniera pacifica e concreta, magari parlando di meno ma ragionando di più. Il terrore non vincerà.

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Servono un architetto famoso e il suo magazine per parlare di periferie?

“Parlare di casa, oggi, è come parlare di mangiare: di pane, non di companatico. Ma non è sempre stato così. I problemi della casa si sono posti quando più si facevan sentire, chiari e urgenti, i problemi sociali” (Rogers “Una casa a ciascuno” in “Il Politecnico” 4, 20 ottobre 1945).

Rogers già alla fine della seconda guerra mondiale aveva colto il punto: il problema della casa non è un problema da sottovalutare perché è un problema sociale. Alla fine dell’Ottocento, grazie all’interessamento e campagna di sensibilizzazione, i socialisti ponevano il problema delle case per i più poveri. Grazie ai loro sforzi nel 1903 nacque la Legge Luzzatti sulle case popolari e a Milano il primo nucleo fu via Ripamonti. Nel 1922, sempre a Milano, i locali popolari erano 45.000 e c’era sempre molta richiesta. Il tema delle case popolari ritornò al centro di molte questioni politiche negli anni ’50 e ’60. Ciclicamente quindi si torna sul tema perché ciclicamente ritorna il problema sociale.

Gli sgomberi di queste settimane qui a Milano sono solo uno strascico storico di un problema che si sa che esiste da sempre ma a cui non si è sempre trovato soluzione e che negli ultimi decenni si è semplicemente ignorato. La dignità di avere un tetto per la propria famiglia, la giustizia nell’avere un alloggio decente in un quartiere dove si abbia tutto e dove si viva bene. Spesso non è molto quello che chi ha bisogno chiede. Difficilmente se ne parla e si prova a trovare una soluzione, specie a livello politico. Difficoltà perché in questi quartieri, in questi palazzi malandati, si annidano troppe e urgenti problematiche sociali.

Il 30 novembre è nato il magazine “Periferie” da un’idea dell’architetto Renzo Piano. Allegato col Il Sole 24 Ore, distribuito solo a Milano e a Roma. Si può sfogliarlo sul sito renzopianog124.com. I direttori sono Carlo Piano e Walter Mariotti, c’è un’introduzione del Presidente Giorgio Napolitano. Fotografie magnifiche. Un design e un uso dei caratteri eleganti che rimandano alle riviste Domus e Abitare. Tutto clinicamente pulito e leggibile. Molto patinato.

Utile per parlare dell’argomento periferie e delle problematiche? Non credo. O forse sono molto sfiduciata sull’approccio così elegante e borghese. Come dice il giornalista Stella del Corriere della Sera nelle periferie c’è una sete pazzesca di bellezza e se tu cresci in un ambiente “bello” avrai sicuramente una percezione della vita diverso. Verissimo. Ma mi chiedo: chi vive davvero in periferia leggerà Periferie? Spesso e volentieri non esistono edicole o addirittura supermercati. Non penso che chi abiti lì prenda un mezzo pubblico, se la domenica passano, per andare in un quartiere più centrale per comprarlo. Le fotografie di bravissimi professionisti faranno sembrare magici certi luoghi dimenticati delle nostre città. Articoli scritti con penna finissima sforneranno idee e progetti utopistici. Ma a chi vive interesserà tutto questo? I politici locali andranno di più tra quei casermoni di cemento scrostato?

Non voglio dire che il mensile sia un’idea stupida o completamente inutile ma come diceva Rogers dovremmo andare al cuore dei problemi sociali, dovremmo andare a sporcarci le mani e uscire dai nostri modi così borghesi da credere che una rivista elegante risolva problemi e ponga un argomento al centro del dibattito politico nazionale.

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La banalità di voler dare un sesso ai libri.

Tra le varie banalità che spesso si leggono, oggi mi è caduto l’occhio su un articolo e un approfondimento su Repubblica sulla notizia che le donne comprano libri scritti da donne mentre gli uomini comprano libri scritti da uomini. Gabriele Romagnoli nel suo commento alla notizia racconta come Liminov di Carrère può essere solo letto da uomo mentre un libro della Ferrante solo da una donna. Ho trovato tutto questo assurdo. Per esempio: io ho letto e amato moltissimo Liminov, ho trovato insulsa la Ferrante. Miei gusti, ovviamente. Leggo davvero moltissimo e non solo romanzi ma anche saggistica, poesia, racconti e altri generi. Se non esperta, mi posso considerare una grande appassionata e credo che non ci possa essere una divisione, a meno che non si aprla di quel genere denominato in maniera orribile “romanzo rosa”.

Un altro dato: sono le donne che leggono e comprano più libri degli uomini, almeno in Italia. Non mi pare che nelle classifiche ci siano solo autrice, anzi.

Romagnoli però ha ragione su un punto: fin da bambini vediamo che tutto viene diviso e classificato per sesso. Questo è per i maschi, questo per le femmine. Solo chi ha avuto un’educazione intelligente ed è cresciuto in una famiglia con una mentalità non chiusa o provinciale, per non parlare poi crescendo aver avuto l’intelligenza di intuire che niente è solo per maschi o solo per femmine, può capire che questa ricerca e questi articoli sono pieni zeppi di stupidaggini e servono per riempire i quotidiani. Solo chi è cresciuto così può apprezzare un libro indipendentemente dal sesso dell’autore.

La letteratura non ha sesso, certi generi o autori non sono solo per un sesso e per l’altro no. È vero che nel presentare e voler vendere un prodotto, in questo caso un libro, si cadono in pregiudizi e preconcetti tali che poi chi non è acquirente abitudinario cade in queste divisioni.

Questa ricerca rimarca il solito dato e cioè che, finché non si cambierà il modo di pensare della società, non ci sarà nessun cambiamento vero. Si continuerà a vedere come una cosa è solo per maschi o un’altra sminuisce il fatto di essere maschio e via dicendo.

Se il cambiamento non inizia all’interno delle famiglie, delle scuole, della società e della politica non solo non ci sarà un’evoluzione del nostro modo di vivere ma dovremmo leggere ancora per molto tempo articoli così stupidi.

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Partito Democratico in ebollizione o solo minestra riscaldata?

Da poche ore è uscita la notizia secondo la quale Matteo Richetti si sarebbe ritirato dalle primarie in Emilia Romagna. Poco dopo è stata resa nota una dichiarazione in cui lo stesso Richetti afferma “che ci sono state delle pressioni da Roma”.  Il Partito Democratico dell’era Renzi è sentito e visto come una travolgente novità, qualcosa che cambierà il corso della sinistra e che sta trovando il modo per dimostrare che tutto sta per essere rinnovato. Si è in una stato effervescente e di attesa. A parer mio, usando una metafora culinaria, mi sembra la solita minestra riscaldata della nostra sinistra. Le primarie nella regione rossa potrebbero essere un esempio. Nate come un avvincente telenovela politica, che avrebbe fatto contenti decine di giornalisti politici, i quali devono riempire quelle 10-12 pagine di politica nostrana senza dover effettivamente dire qualcosa, si generalizza ovviamente, ecco che uno dei protagonisti principali si ritira, forse mandando all’aria settimane di interessanti battibecchi.

Richetti, renziano doc, nei talk show televisivi e non,  ha sempre sostenuto il suo leader. Ora usa termini di stampo vecchia sinistra. “Pressioni da Roma”, bisogna ammettere che è non la prima volta che sentiamo queste parole dette da un politico italiano. Chi ci sarà dietro? Richetti entrerà nella nuova segreteria del PD? O è caduto in disgrazia? Credo che sia veritiera la prima: Renzi sta facendo la nuova segreteria e ha bisogno di gente fidata al suo interno.

Per molto tempo ho davvero creduto in Renzi e ancora ci devo credere per non vedere il mio Paese affondare. Devo perché non ci sono altri politici in grado di tenere unito il Parlamento e portare avanti qualcosa di concreto. Cosa e come poi Renzi farà, questi sono altri discorsi. Quello che mi secca è che vorrei non sentire più la parola “gufi” e che sono in corso rivoluzioni e cambiamenti (la parola rottamazione invece è stata rottamata e quindi non si usa più). Vorrei non sentirmi presa in giro, Renzi non sta cambiando nulla. Sta cambiando i volti del partito. Se qualcuno guardasse al passato politico del fiorentino vedrebbe che egli ripete, anno dopo anno, lo stesso schema. L’unica differenza è che lo amplia. Dalla prima Leopolda ad oggi Renzi ha detto, fatto, agito nella stessa identica maniera. Senza ascoltare nessuno e portando avanti le stesse persone che fanno parte di quello che il giornalista fiorentino Allegranti chiama il “Giglio magico”. Alcuni pensano che si circondi degli stessi per sicurezza, io non credo. Renzi si sta comportando in modo che intorno a lui tutto rimanga identico e poter primeggiare. Consiglio il libro “The Boy” scritto appunto da David Allegranti, edito da Marsilio collana I Grilli: questo libricino è davvero interessante perché ci aiuta a capire il personaggio Renzi e ci riassume perfettamente la sua storia politica, fin dai tempi del liceo; inoltre il giornalista non è di parte e quindi ci riporta le testimonianze e i fatti in maniera veritiera e cruda, con un pizzico di ironia toscana. Il libro si ferma a prima delle elezioni europee. Poco importa, è comunque d’aiuto e valido anche oggi.

Io credo che nel Partito Democratico non stia bollendo niente in pentola. Questo mi delude. Certamente noto come Renzi abbia dato un’ accelerata alla palude parlamentare e come ora in Europa ci considerino (Berlusconi ci portò al disastro e ad avere zero peso politico). Ma questi aspetti positivi non bastano. Deve aprire ad un vero confronto interno e ovviamente la vecchia guardia non deve mettere i bastoni tra le ruote sole per invidia e simili sentimenti. Ci vuole un vero rinnovamento. Ahimè, finora, e le primarie emiliane ne sono una prova, il PD è solo minestra riscaldata.

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Dello scrivere per vivere

Mi è capitato di sentire deridere chi scrive per mestiere. Non parlo solo di scrittori ma anche di giornalisti. Mi irrita questa sottovalutazione. In Italia scrivere è considerato un non lavoro. E’ considerato qualcosa di semplice, un passatempo a cui dedicarsi mentre fai qualcosa di “serio”. Sono in molti a pensarla così. Sei giornalista o giornalista pubblicista o scrittore o ghost writer o copy writer? Non stai facendo un vero lavoro. E credo che questo sia uno dei motivi per cui non si capisce come mai venga retribuito questo non lavoro, ma come si chiedono io trovo un sacco di notizie in rete e per di più gratis! perché pagarli?. In un’epoca dove tutti possono scrivere e far leggere cosa hanno ideato, grazie a facebook e twitter, il lavoro dello scrittore viene ancora più sminuito perché si pensa “lo possono fare tutti”. L’editoria e il mondo del giornalismo poi non aiutano. Ci dovrebbe essere una rivoluzione nella prima e un’abolizione dell’Ordine nel secondo per ridare onore a parte del mestiere.

Sottovalutando e svalutando il concetto di scrivere molti non capisco perché bisogna avere tempo per produrre un articolo o un saggio o anche un paragrafo di un romanzo. Il tempo e la concentrazione: necessari alleati di chi ha intrapreso la strada dell’informare e  del raccontare. Ma agli occhi di chi non capisce tu non hai bisogno di tempo, se ti siedi davanti al computer perdi tempo, non stai lavorando. La concentrazione non è ammessa, che ci vuole a sporcare una pagina bianca?

Se si leggono le esperienze di scrittori internazionalmente famosi su e come scrivevano si può notare che non è mai stato facile. Hemingway racconta che poteva passare ore a scrivere in una brasserie parigina senza che nessun cameriere lo interrompesse o lo guardasse male. Agli inizi della sua carriera era povero ma poteva lavorare. Vi immaginate nel 2014 qualcuno che scrive in un bar? Verrebbe visto come un matto. Ma anche se ci si rinchiude in casa oggi non è facile. E’ tra i lavori più precari che esistano, ci vuole tempo, passione e sostegno di parte di qualcuno che ti ama. Programmi come Masterpiece, dove obbligavano gli aspiranti scrittori a comporre in pochi minuti brani o articoli di giornali, hanno dato l’impressione a molti che scrivere è una banalità, che non c’è bisogno di così tanto tempo e nel frattempo puoi fare altro. In Italia, non so all’estero, lavoro è considerato ancora l’ufficio o comunque quel luogo dove stai seduti 8 ore. Oppure la fabbrica o qualcosa di simile. Tutto il resto non è lavoro. Se poi sei giovani, e per giovane intendo 30nne, la derisione e l’incomprensione aumenta. Faccio un esempio: uno è giornalista, scrive da 10 anni o più, magari ha anche messo su famiglia, ma ha tra i 30 e i 40 anni: è ancora un ragazzo, è senza esperienza ecc. Trovo questo modo di pensare svilente. Ma in tanti lo pensano.

Non voglio dire che chi scrive ha il sacrosanto diritto a fare tanti soldi, assolutamente no. Dico che bisognerebbe finalmente capire che è un lavoro vero e onesto, retribuirlo in maniera giusta. Vorrei che fosse riconosciuto e non più pensato come una perdita di tempo. Probabilmente chiedo la luna.

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