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Ariosto, Orlando Furioso, Ferrara: uno spaccato su quello che era l’Italia di inizio Cinquecento

Ferrara, Mantova, le città delle Marche e dell’Umbria e altri borghi meravigliosi disseminati in tutto Italia: città che portano addosso un passato glorioso e che oggi vengono raramente visitate e conosciute. Un tempo non lontano il nostro bel Paese era diviso in tanti regni, ducati, repubbliche e dal Cinquecento fino all’ Ottocento circa saremo sempre sotto il giogo straniero e del papato.

Servono mostre che aiutino a ricordare o a far scoprire quello che siamo stati, seppur divisi. Ottima è stata la celebrazione per i 500 anni della pubblicazione dell’Orlando Furioso dell’Ariosto. La mostra in realtà prende spunto dalla grande opera letteraria per poter mostrare che opere vennero pensate e prodotte nei primi trent’anni del XVI secolo.

È una mostra “semplice”: grazie alla spiegazioni nelle varie sale, il visitatore che forse non si ricorda più cosa ha studiato a scuola o non ha proprio le basi culturali per analizzare, non si sente smarrito e viene guidato con fermezza e appunto semplicità.

Ci sono opere dei Bellini, del Mantegna, del Giorgione (il suo cavaliere è uno dei ritratti con più finezza psicologica e bravura stilistica che il Rinascimento veneto abbia mai prodotto), arazzi, armi, cartine, manoscritti, libri e altro. C’è tutto quello che serve a far vedere com’era quel mondo.  Mondo che l’Ariosto conosceva bene. Nato a Reggio Emilia ma per tutta la vita al servizio degli Este (prima del cardinale Ippolito d’Este e poi del duca Ferrante), non solo compose poesie e versi ma ebbe compiti da segretario e diplomatici. Viaggiò molto. Conobbe molti papi e vide moltissime guerre. Tra la fine del Quattrocento e prima metà Cinquecento l’Italia è vista come un ricco bottino da conquistare da parte dei francesi e degli imperatori che gravitano nell’area tedesca. Non si è formata un polo di potere tale da rendere l’Italia unita e pericolosa, la Chiesa fa poco o nulla, il Sud non è messo meglio del Nord causa o francesi o spagnoli.

Battaglie, guerre, leghe di tutti contro tutti. È un periodo di enormi violenze. La brutalità e il sangue sono all’ordine del giorno. L’Ariosto vede tutto questo e noi, sala dopo sala, vediamo quello che poteva vedere. Le scene di violenze sugli arazzi che decoravano stanza private sono dettagliate e crudissime. Sangue e spade che tagliano in due teste vengono tranquillamente rappresentate. Dall’altra parte ci sono molti quadri dove il soggetto è l’evasione da queste visioni e sono scene mitologiche (spesso baccanali) o scene di devozione o d’amore.

Nell’Orlando Furioso cita molti protagonisti dell’epoca, per esempio anche l’Aretino o Federico Gonzaga. Mi ha stupito che i due curatori della mostra non abbia dedicato una sala multimediale al film di Ermanno Olmi “Il mestiere delle armi”. È un film perfetto che rappresenta proprio l’epoca dell’Ariosto. La accuratezza della sceneggiatura, il dialetto usato, i luoghi veri (come castello San giorgio e Palazzo Ducale a Mantova o il Castello degli Estensi a Ferrara), le battaglie, i rapporti personali che davvero erano autenticamente come mostrati nel film (l’amicizia dell’Aretino nei confronti di Giovanni de’ Medici detto dell Bande Nere fu autentica e davvero lo seguì negli ultimi anni della sua vita fino alla morte avvenuta a Mantova per colpa di un colpo di falconetto nella gamba). Olmi è un grande conoscitore del popolo che vive vicino al Po tra Lombardia ed Emilia e ci ha offerto un capolavoro di immagini che è allo stesso livello dell’ opera letteraria del Furioso. Non solo spiega come viveva la povera popolazione, le ingiustizie e disgrazie, la politica che è ancor oggi attualissime per il suo essere machiavellica. Insomma credo che questa mancanza sia un peccato per l’economia della mostra.

Unico neo è il costo del biglietto, tredici euro. Troppo. Ferrara non è facilmente raggiungibile e le sale, seppur non poche, non giustificano il prezzo. Ma il problema deriva dal fatto che questi centri meravigliosi sono abbandonati in realtà a loro stessi. Venezia e Bologna sono lì vicino e dal punto di vista culturale e di turisti schiacciano un po’ il ferrarese ma non può essere usato come scusa. Ferrara non ha solo il Castello e il Palazzo dei Diamanti (dove si trova la mostra), ha moltissimo altro, oltre a una ricca tradizione gastronomica. E non solo Ferrara ma tanti altri centri vicini.

Questa è sicuramente una mostra da vedere e che aiuta il territorio ma ci vorrebbe da parte del Mibact e Governo un progetto di sviluppo più intelligente per cultura e turismo e queste mostre aiuteranno solo nel presente e non nel tempo.

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L’arte di indignarsi non basta più

Siamo un popolo che si indigna con un certa facilità. Dobbiamo far vedere che riusciamo a gonfiare il petto ed avere uno sguardo sdegnato quando succede qualcosa che non va bene. Non importa di che partito politico uno sia o in cosa creda, siamo in questo tutti uguali. L’uso di termini fascisti è scontato spesso da chi è di sinistra: “da prendere a sprangate”, “la polizia doveva menarli”, “rossobruni” e via dicendo, ovviamente chi scrive queste cose sottolinea che lui fascista non è ma bisogna comunque ricorrere alla violenza a volte.

I fatti delle barricate in provincia di Ferrara contro 11 donne e un bambino fanno inorridire.  Questo è ovvio e banale. Notare come lo Stato si è subito piegato alla volontà di quelle barricate lascia basiti. Pessimo precedente per future barricate.

Però non basta mettersi dietro una tastiera e dire quanto si è indignati, questo è talmente logico che non ci aspetta altro pensiero. È però un modo di ragionare  a squadre. Quei cittadini che alzano le barricate sono i nostri avversari, nessuna pietà. Chi si occupa di politica non è da meno dei propri militanti. Il che è completamente sbagliato e dannoso.

L’Emilia vive da più di un decennio un cambiamento forte della popolazione. In realtà tutto il territorio italiano ma prendo ad esempio il territorio delle terre rosse, storicamente molto aperte di mente, accoglienti, luoghi di grandi lavoratori. Eppure nonostante tutte queste qualità non c’è stata integrazione. Gli immigrati, regolari e non, sono arrivati a piccoli gruppi. Non ci sono stati spostamenti di massa così imponenti da creare forti squilibri. Le giunte di sinistra hanno fallito. Tutta la sinistra, lustro dopo lustro, sta fallendo nell’integrazione. Noi (dico noi perché anch’io sono una militante del centro sinistra) non siamo mai riusciti ad integrare o a trovare soluzioni socialiste che aiutassero chi arriva a entrare nel tessuto sociale e chi apriva le proprie porte a capire chi erano questi immigrati.

Sono tantissimi anni che periodicamente vediamo queste barricate, questi scontri. Le periferie romane? Ce ne siamo già dimenticati? Non solo. Più banalmente anche i benestanti della sinistra come scorsa estate caso Capalbio. Ogni volta, con o senza social, ci siamo indignati. I miei primi ricordi delle varie indignazioni della sinistra risalgono al 1995. Così per sottolineare come è tutto ciclico e uguale. Dunque. Cosa facciamo noi della sinistra, paladini della giustizia?

Voglio provocare: vediamo immigrati o chi è finalmente italiano nei quadri di partito? Vediamo gente integrata nei circoli? Chi arriva magari è analfabeta o non è scolarizzato o non ha una mentalità europea, qualcuno può affermare. Dopo dieci anni quindi chi è qui non è riuscito a imparare nulla. Colpa solo dell’immigrato? Non credo. In Inghilterra o in Francia, nazioni in presa anche loro a paure e con una maggiore immigrazione da decenni rispetto a noi, ci sono impiegati/insegnanti/giornalisti ecc di origine straniera ma ben integrati; in quei paesi verso anni novanta si è smesso di integrare ma da loro il problema è più differenza religione (musulmani si integrano meno) e paura legata alla perdita di lavoro, i partiti socialisti hanno per anni cavalcato la paura fallendo su temi populisti e quindi non aiutando né la popolazione né chi arrivava. Da noi è ancora peggio. Non ci sono proprio giornalisti, impiegati, poliziotti ecc. L’immigrato per quanto riguarda lavoro non illegale cosa fa? Badante, fattorino, butta fuori nei grandi centri commerciali e negozi di lusso, autista. Lavori che non consideriamo davvero lavori. Dovremmo, scusate termine, renderli borghesi.

L’ho ripetuto spesso in questo blog quando mi sono occupata di letteratura africana: abbiamo amici stranieri? Nei nostri circoli di lavoro e amicizia vediamo integrazione? Non sono da considerare momenti su immigrazione politici. Parlo della vita di tutti i giorni. La risposta è no. Io conoscerò una decina di donne nord africane, sottolineo che nessuno di loro è velata, sono di origine straniere ma sono più italiane di me, perfettamente indipendenti. Ma sulla percentuale di persone che conosco è nulla.

Chi ha paura. La maggior parte della popolazione italiana ha paura. Lasciata da anni da sola, questo è il dato di fatto, impaurita da giornalisti che non riescono a riportare la realtà ma a sensozionalizzare tutto e basta. Noi, della sinistra…i paladini della giustizia, dovremmo analizzare, territorio per territorio, i problemi e i perché. Andare a parlare! Ad ascoltare! Anche se questo significa in un primo momento insulti e termini fascisti. È normale all’inizio una fase di rabbia. I circoli sul territorio dovrebbero tonare ad essere luoghi di aggregazione e confronto, seppur duro. Non dico che debbano essere stanza in scantinati come negli anni ’70, possono essere anche 2.0 (termine che tanto piace negli ultimi anni). Bisogna portare italiani, nuovi italiani, futuri italiani. Tutti. Ovvio chi non è di fede di sinistra non verrà mai.

Trovo che questa sia una fase storica di grande frattura e cambiamento. O ci rialziamo o affondiamo. E credo che noi del Pd e tutte le altre forza di sinistra possiamo farcela. Torniamo ad analizzare, parlare, ascoltare, confrontarci. Usciamo dalla malattia dell’urlarci contro. Delle squadre avversarie. Torniamo a sporcarci le mani non solo con chi entra di sua spontanea volontà in un circolo o in un’assemblea ma soprattutto con chi ci snobba o odia.

Inutile scrivere mille post indignati. Facendo solo questo siamo allo stesso livello di chi chiamiamo razzisti.

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Ghetto di Stato

Il giornalista Fabrizio Gatti non è nuovo, per le sue inchieste, a indossare una maschera e un costume per mimetizzare e potere vedere la realtà dell’oggetto sul quale sta portando avanti la sua ricerca. Fece finta di essere un immigrato che partiva dalle coste africane o un barbone che aspetta alle porte delle chiese di Roma. Nella inchiesta uscita l’undici settembre sull’Espresso, Gatti si è inventato immigrato nel centro d’accoglienza dei richiedenti asili a Cara in provincia di Foggia. Definisce Cara, come gli altri centri d’accoglienza sparsi per il Paese, “ghetti di Stato”.

Ad agosto, come ho scritto nel post precedente, si è diffusa la notizia di un altro ghetto di Stato, quello di Nauru, isola dello stato australiano. La notizia ha interessato il mondo anglo sassone, America e Inghilterra, ma non molto resto del mondo ed è passata praticamente inosservata in Italia. Quando invece avrebbe dovuto interessarci e molto.

Leggendo l’inchiesta ho trovato enormi affinità con la situazione del campo profughi sulle isole greche degli scorsi mesi. Mi sono informata attraverso il Guardian. Il giornalista che si trovava in Grecia registra il formarsi di bande mafiosi di siriani o afgani, prostituzione, lavoro minorile, assenza di igiene, nessuna sorveglianza. A Cara, seppur con le dovute differenze, è lo stesso.

Esiste una mafia interna, la più forte è quella dei nigeriani, i quali prendono le ragazzine connazionali e le fanno prostituire tutte le notti, anche con poliziotti italiani. La maggior dei residenti, gli uomini in forze, lavorano dalle tre del mattino alle dieci di sera nei campi pugliesi, non si sa se e quanto vengano pagati, di sicuro i braccianti non passano assolutamente nulla, neanche l’acqua. Le violenze sono quotidiane. I soprusi pure. Mancanza di igiene, anche nelle docce, è totale. Decine e decine di cani girano per il campo. Sporcizia ovunque. Una moschea abusiva tiene svegli tutta la notte per colpa delle preghiere, è gestita da afgani, i quali non dicono perché sono lì e da dove vengano.

Fabrizio Gatti afferma che lo Stato, la polizia, lì non ci sono. Non se ne curano. Gli appalti che vengono fatti per la gestione del centro, che cadono puntualmente in mano o alle Coop o alle associazioni cattoliche, servono solo a dare soldi. Soldi che è evidente non vengono utilizzati per dare dignità agli immigrati. Il giornalista nell’articolo sottolinea come in Germania nel primo anno gli immigrati sono obbligati a fare un corso per imparare il tedesco, riescono così non solo a integrarsi ma conoscono anche com’è la vita in Germania. Qui da noi, dichiara Gatti, sanno a malapena l’italiano, non sanno nulla di cosa significa vivere in Italia. Rimangono, dopo lo sbarco, analfabeti o ignoranti, maltratti, sfruttati. Questo è un dato importante che sottolinea la nostra miopia sul futuro loro e del nostro Paese. Si parla di integrazione, che dovrebbero integrarsi, ma come possono farlo se lo Stato fallisce miseramente nel dare strumenti e aiuto?

Mi chiedo se siano davvero utili le varie missioni umanitarie, fatte da tante associazioni, soprattutto cattoliche, in medioriente o in Africa. Spesso si mandano uomini e donne che non fanno assolutamente nulla di concreto o utile, e conoscendo il mondo cattolico si mandano e si fanno lavorano nelle associazioni raccomandati. Il vero bisogno primario è qui, in Italia e ci vorrebbe personale almeno un minimo qualificato. E immagino in Francia lo sia a Calais, in Spagna nei vari centri e così via. Anche oggi il Guardian pubblica un articolo di approfondimento sugli immigrati sbarcati sulle coste italiane. Storie atroci. Essere umani che hanno vissuto l’inferno e poi qui abbandonati a loro stessi. L’articolo del Guardian potrebbe essere completato da quello di Gatti.

L’inchiesta di Fabrizio Gatti è solo la punta dell’iceberg di un inferno che non potrà che peggiorare. Incredibile come di fronte a queste inchieste, esattamente come per Nauru, ci sia l’indignazione di un giorno e poi il silenzio più pericoloso.

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La vita violenta degli invisibili a Roma

Oggi il settimanale L’Espresso è uscito con un’inchiesta di Floriana Bulfon, con le foto bellissime e tremende allo stesso tempo di Cristina Mastrandrea, sui minorenni stranieri che vivono in condizioni che vanno oltre il degrado nel sottosuolo di Roma e che sono vittime di abusi e di pedofili.

È un racconto asciutto e tetro che racconta l’orrore che in realtà vediamo e non vogliamo vedere. Un reportage che dovrebbe essere letto da esponenti come Lega Nord o Ncd.

Il dramma dei minorenni non accompagnati che arrivano in Italia dal Mediterraneo e che noi ignoriamo, per scelta o no. La Bulfon inizia l’articolo descrivendo i luoghi orribili dove questi ragazzini vivono. Spesso accanto ci sono boutique o botteghe lussuose “una signora esce da una gastronomia d’eccellenza, e tiene in mano una bottiglia d’aceto balsamico da cinquanta euro. Con la stessa cifra un uomo compra il corpo di Fathi.”

Fathi e gli altri sono minorenni di 12, 13, 14, 15 anni che vivono in luoghi che dir rivoltanti è poco. Hanno lasciato i loro paesi, Egitto o Somalia o Eritrea o Nigeria per fare alcuni esempi, nella speranza di avere una vita migliore. C’è chi racconta che sono le stesse famiglie che li incoraggiano a fare quel viaggio nella speranza che abbiano un futuro dignitoso. Il viaggio non è nulla. L’inferno inizia qui. Non hanno spesso luoghi dove dormire e non hanno agganci, in più devono ridare indietro i soldi del viaggio. Non posso che rubare e prostituirsi. C’è un tale giro di pedofilia che rasenta l’inimmaginabile. Durante l’intervista la Bulfon riporta la rassegnazione nel dover vendere il loro corpo, devono ridare i soldi e mangiare. La durezza che assumono in certi atteggiamenti. Durezza che magari noi cittadini prendiamo come strafottenza ma che maschera un’enorme paura. Ci sono vecchi che sanno dove trovarli e alcuni passano l’intera giornata nell’adescarli e dare poi 50 euro.

Il reportage parla solo di Roma. Ma evidentemente ci saranno in moltissime altre città d’Italia. Viene riportato il dato che i minori che arrivano non accompagnati in Europa nel solo 2015 sono stati diecimila, seimila solo in Italia, i segnalati sono stati solo 550. Che fine hanno fatto tutti gli altri? Questa è un’emergenza gravissima. E assolutamente sottovalutata, credo anche con la scusa che mancano i soldi, c’è la crisi.

Scappano molti dalla guerra e dalla miseria ma arrivando qua la loro vita è comunque l’inferno. Come cresceranno? Che adulti diventeranno? Come potranno avere fiducia nelle istituzioni?

L’articolo si conclude con uno dei protagonisti delle interviste che a un certo punto urla “sono un bambino! Ho paura!”.

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Le ragioni di Mariana Mazzucato

Viviamo giorni in cui la politica è in ostaggio dell’Economia, sono giorni in cui gli economisti sono i nuovi Divi e Vati, sono giorni in cui ogni europeo si sente un economista anche se laureato in nutrizionismo.

Credo che pochi capiscano quando ascoltano un esperto in economia se sta dicendo fesserie o nozioni corrette e giuste. Spesso in generale non ci capiamo moltissimo. Ammetto di aver comprato per la prima volta un libro di economia quando presi quello di Piketty.  La materia mi interessava dal punto di vista politico ma non mi sono informata sul serio. Poi lessi un articolo di approfondimento sul Guardian di Mariana Mazzucato e parte della mia visione su certi argomenti cambiò.

In questi giorni dove si parla molto di economia a causa della Grecia e dell’Unione Europea leggo e se posso ascolto con interessa le ragioni della Mazzucato. L’ho vista recentemente ad un incontro organizzato dal Comune di Milano, per volere dell’Assessore Tajani, all’ex albergo diurno Cobianchi in piazza Duomo. La Dottoressa Mazzucato era qui in Italia per una serie di incontri e non mi sono lasciata sfuggire l’occasione. Oltre a essere molto chiara è anche molto diretta. Parlando della crisi greca ha spiegato come e cosa ha fatto la Germania negli anni ’90 per uscire da una situazione economica non favorevole, e cioè ha investito. Cosa che la Grecia non riesce a fare anche per colpa della Germania. Ha spiegato come lo Stato non possa usare la stessa economia che usa un privato perché non avrebbe senso, Ha criticato tranquillamente Renzi affermando che le sue leggi hanno le pecca di non investire. E questo avrà conseguenze sulla nostra economia e sul mondo del lavoro. In Italia c’è moltissimo capitale, ma non c’è quello giusto. Cioè si è dato in mano tutto alla finanza lasciando da parte ricerca, investimento ecologia, e altre importanti e concrete voci. Invece si applicano qui politiche regressive in nome dell’innovazione (che non c’è) e creando così ancora maggior diseguaglianza. E’ stato un incontro davvero interessante, ovviamente ha parlato di moltissimi altri argomenti e francamente la vedrei bene come ministro dell’economia a Roma.

Ha idee chiare e punta la sua ricerca, lavora all’Università in Inghilterra ma è anche consulente per la green economy in Brasile, sull’innovazione che afferma essere uno dei punti su cui puntare per il futuro.

Vi riporto un suo articolo che ha scritto per Repubblica prima del referendum greco. Anche se sappiamo qual è stato l’esito ve lo trascrivo lo stesso. E’ un ottimo spunto di riflessione.

“Come Yanis Varoufakis ripete fin dall’inizio, la Grecia non aveva una crisi di liquidità, ma una crisi di solvibilità, originata a sua volta da una crisi di “competitività”, aggravata dalla crisi finanziaria. E una crisi di questo tipo non può essere risolta con tagli e ancora tagli, ma solo con una strategia di investimenti seria accompagnata da riforme serie e non pro forma per ripristinare la competitività. La vera cura.

Invece, fingendo che la Grecia avesse solo una crisi di liquidità ci si è concentrati troppo su pagamenti del debito a breve termine e condizioni di austerity sfiancanti imposte per poter ricevere altri prestiti, che sarà impossibile rimborsare in futuro se non torneranno crescita e competitività. E non torneranno se la Grecia non potrà investire. UN circolo vizioso senza fine.

realtà è che è impossibile avere un’unione monetaria con competitività differenti. E finora non c’è stata una comprensione chiara di come e perché queste differenze di competitività siano nate. Se da un lato è corretto mettere l’accento sulle riforme fiscali e sulle modifiche all’età pensionabile per riportarle in linea con il resto d’Europa, dall’altro lato si è parlato molto di quello che bisognava costruire. Come in Italia, si è puntato a ridurre le pensioni, gli stipendi dei dipendenti pubblici, le rigidità del mercato del lavoro ( eufemismo per diritti dei lavoratori), partendo dal pressupposto che sbarazzandosi delle inefficienze sarebbe arrivata la crescita. Ma nulla è più lontano dalla verità. C’è molto da costruire, non solo da eliminare, e fin quando non si farà questo la Grecia non arriverà a nulla.La Grecia deve fare quello che la Germania fa (investire), non quello che la Germania dice (tagliare). Tra l’altro è anche vero che questa medicina la Grecia l’ha ingoiata in questi ultimi mesi ma pochissimi glielo hanno riconosciuto: ha ridotto il disavanzo, tagliato il numero dei dipendenti pubblici e alzato età pensionabile. Se gli avessero dato maggior respiro avrebbero fatto molto di più. L’Italia deve trarre gli insegnamenti giusti da questa tragedia greca. La competitività dell’Italia è scadente quasi quanto quella greca e fino a questo momento la strategia di investimenti è stata alquanto deficitaria: qualche misura pro forma sull’istruzione, tagli al settore pubblico e tanta attenzione a quello a cui i lavoratori devono rinunciare. Perciò, se ci sarà la Grexit preparatevi per l’exItalia il prossimo anno”.

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Alcune considerazioni sulla Biennale d’Arte a Venezia

La Biennale d’arte di Venezia è ancora la rassegna d’arte più prestigiosa al mondo. Dopo edizioni grigie e dove non c’era un senso logico, questa 56esima Biennale riscopre forza e significato. Il curatore è Okwui Enwezor, classe 1963, nigeriano, direttore della stupenda Haus der Kunst a Monaco di Baviera. Il titolo della Biennale quest’anno è All the world’s futures. Sono presenti 136 artisti che provengono da 53 nazioni. È una Biennale spiazzante, rigorosa, coerente con il tema, molto politica e attenta ai conflitti sociali. Alcuni avranno notato che mancano artisti solitamente sponsorizzati da potenti gallerie ma forse questo è un altro pregio di questa edizione. Il Padiglione Italia è stato curato da Vincenzo Trione. Moltissime installazioni che richiamano alla memoria. Ma anche un excursus sul nostro dna artistico del ’900. Ritroviamo di nuovo l’Italia non solo nei Giardini ma anche all’Arsenale. Tutti le nazioni hanno portato i loro migliori artisti. Ma ho trovato l’Arsenale il vero pezzo forte di questa Biennale. È un viaggio tra artisti conosciuti o meno ma che portano un messaggio. Immigrazione, ecologia (si parla molto di ecologia, tema non molto mainstream nel mondo dell’arte e a volte snobbato troppo), guerre, genocidi. Si cammina per le sale con curiosità e libertà, senza le costrizioni dei padiglioni dei Giardini. Non c’è un percorso pre stabilito e quindi il visitatore ha la possibilità di osservare le opere senza ansie o interessandosi troppo a che nazionalità appartenga l’artista. Perfetto mettere l’opera del cinese Xu Bing, un drago alato che rappresenta gli scarti delle industrie cinesi, che sembra che voli sopra l’acqua. Stati Uniti, Albania, Giappone, Australia sono forse i migliori padiglioni. Ma la qualità e l’offerta è alta ovunque.

Vi è anche una forte critica al capitalismo e al razzismo, ben evidenziati nel padiglione della Germania che unisce i due temi. La mia solita perplessità rimane questa: chi non è del settore o non ha una buona conoscenza dell’arte di oggi come fa a interpretare e valutare tutte queste opere? Davvero si conoscono tutti questi 136 artisti? Dubito. Le Biennali, come altre fiere o mostre, sono ancora per gli addetti al lavoro. Ho notato che chi si aggira fra le varie installazioni e sale fotografa sempre tutto. Ho visto scattare centinaia e centinaia di fotografie. Perché? È un modo per far credere di aver capito o di aver apprezzato? Io ho fotografato pochissimo. Anzi, credo che ci tornerò. Passare sei ore dentro non mi ha aiutato a comprendere fino in fondo cosa Enwezor ci ha voluto dire.

Alcuni critici e giornalisti hanno trovato cupo il tema. Il tema non era futuro per loro ma la morte e si parlava molto di presente. Ma una Biennale non serve a dare risposte, serve come radar per capire in parte il nostro presente. Il monito che ora come ora il mondo non è molto allegro e si prospetta un futuro nero. Ma noi possiamo cambiare questo percorso negativo.

Ho trovato assolutamente deludenti padiglioni Inghilterra e Russia: vuoti di contenuti e megalomani di idee. Triste visto che uno è il paese dove si crede che ci sia ancora arte significativa e rivoluzionaria, l’altro è il paese dei collezionisti d’arte contemporanea con i suoi oligarchi miliardari. Ma forse la scelta del curatore non è stata casuale: mostrare la vuotezza artistica di quei paesi? Chissà.

Insomma. Dopo sei ore ne sono uscita frastornata ma anche soddisfatta di aver visto una buona Biennale. Forse è il caso che il mondo dell’arte sia meno autoreferenziale. In fondo tutta questa Biennale è stata surclassata da una mostra, quella sulla Nuova Oggettività al Museo Correr, in piazza San Marco. Dix, Grozs, Scholz e altri rappresentarono negli anni ’20 perfettamente e in maniera cruda il loro mondo. I reduci dalla prima guerra mondiale, i nuovi e arroganti ricchi, la discriminazione e emancipazione delle donne e la nascita del nazismo. Abbiamo noi grandi artisti e riescono oggi a rappresentare così bene e con criticità il nostro presente?

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Il grande comunicatore si sta rottamando da solo?

Matteo Renzi è in grande difficoltà. Ovviamente non lo ammetterà mai. Marco Damilano nel suo articolo sull’Espresso on line dice che il primo ministro ha perso verve e forza nei discorsi. Ricorda come un anno fa si presentava vincitore con il quaranta per cento alle europee e oggi invece vincitore perdente delle regionali/comunali di maggio e giugno.

È vero che qualcosa si sta rompendo. Non tanto per le uscite di Civati e Fassina ma per la totale perdita di dialogo con tutta la base. Tutta. C’è stato un sfilacciamento, iniziato a dire il vero già dall’anno scorso ma non notato causa ubriacatura da vittoria europee, con la base che si è tramutato in totale divergenza delle strade. Renzi non riesce più a incantare.

Il secondo fattore preoccupante è quella sensazione di non sapere che cosa fare, di aver paura che il Governo non sappia bene dove sta andando, perché si sta impuntando tanto su queste riforme non proprio geniali. Si aggiunge il timore di avere problemi alle elezioni nazionali con l’Italicum. Tutti coloro che erano saliti sul carro ora stanno già valutando se scendere e come scendere.

Chi vota sinistra è sperduto. Non si vedono figure in cui avere fiducia, riconoscersi. Attenzione. Non bisogna cercare figure politiche in funzione anti-Renzi! Bisogna smetterla di tramutare Renzi nel Berlusconi 2.0 per non prendere altre decisioni. Ci vuole una figura che sappia guidare il partito, il Paese, che sappia vincere, che sappia ri parlare alla base e che abbia una visione del futuro a lungo termine del Paese. Insomma: ci vorrebbe un miracolo.

Per ora sono iniziate le sabbie mobili della politica nei centri di potere. Il Napoleone toscano perde se non riesce a correre e con le sabbie mobili è diventato più lento di un bradipo. Alcuni dei suoi fedelissimi dicono che sta per tirare fuori dal cilindro una sorpresa (elezioni in autunno? Ma avrebbe senso? Non credo). In ogni caso sono davvero tutti nervosi.

Il sindaco d’Italia poi sta abbandonando al loro destino tutti i sindaci del Paese, in primis Ignazio Marino. Non ho mai visto negli ultimi anni una figura più isolata e abbandonata a se stessa del sindaco di Roma. Ora che avrebbe bisogno dell’appoggio non solo del Governo ma anche del suo Partito. Orfini non sta capendo che è stato usato e ora prova a ridare una rotta al Pd romano ma con enormi difficoltà e con una scorta. Marino non è un genio politico ma è una persona perbene che aiutata saprà lavorare egregiamente risollevando Roma, ma aiutata non abbandonata. Il Sindaco d’Italia non capisce gli errori che sta facendo con il sindaco della capitale italiana.

È un momento davvero complicato e pieno di incognite per Renzi ma anche per noi italiani. Il grande comunicatore si sta rottamando. Noi della sinistra italiana dobbiamo pensare e lavorare a ricostruire noi stessi e il nostro elettorato, con un piano per il Paese fattibile e importante, se non vogliamo essere a nostra volta rottamati. E francamente mi spaventa pensare il nostro bel Paese in mano ai grillini o ai leghisti.

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Il valore di una giovanile all’interno del centro-sinistra oggi.

La mia esperienza in una giovanile di partito è finita nel febbraio del 2007, dovevo ancora compiere 25 anni e da allora ci sono voluti sette anni prima che prendessi un’altra tessera di un partito. Sempre nel centro-sinistra sia ben chiaro. Fra il 2007 e il 2014 mi sono interessata alla politica senza pause ma in maniera diversa. Eppure nonostante poi certe delusioni ho sempre pensato alla giovanile come una fucina creativa per fare e creare future personalità politiche preparate.

L’idea di una giovanile all’interno di un partito o un movimento non è qualcosa di storicamente nuovo. La prima fu fondata a Stoccolma nel 1907. Dopo varie vicissitudini storiche nel 1946 a Parigi venne rifondata la Union of Socialist Youth. In Italia ci fu la Fgci, poi nel 1990 nacque la Sinistra giovanile (SG) prima dentro il PDS e poi i DS. Furono segretari o mossero i primi passi figure come Gianni Cuperlo, Zingaretti e Fassina, per fare alcuni esempi. Il 21 novembre 2008 nacquero a Roma i Giovani Democratici e da allora è questo il nome della giovanile del PD.

Mentre un tempo gli under 30 del partito erano attivi in politica anche nazionale e presi in più seria considerazione, oggi mi pare che la situazione sia cambiata. I tesserati sono sempre meno ma si potrebbe dire che questa emorragia riguarda moltissimo anche il PD. Poi il peso politico: i segretari delle varie federazioni quanto vengono ascoltati? Quanto vengono coinvolti in incontri e dibattiti pubblici dal partito “maggiore”? Ho spesso la sensazioni che vengano invitati personaggi della giovanile o per dovere o per amicizie che comunque portano un qualche risultato politico.

Mi accorgo personalmente di non sapere molto dei ventenni di oggi, del perché alcuni per fortuna fanno politica, di cosa hanno bisogno. Facile coinvolgerli per eventi su tematiche “giovanili”, sottolineare i dati della disoccupazione under 30  e under 25 e voler far sentire la voce di qualche segretario GD ma poi non creare occasioni di dialogo e confronto all’interno del partito o dell’area; quando si fanno eventi su questi argomenti solitamente tutti i relatori sono over 30 (alcuni anche da molto) e riportano pensieri e idee, magari formati in via San’Andrea delle Fratte sempre da over 30, però si dice ai GD comunque di partecipare. Può essere che dicano due parole di introduzione ma niente di più, mi pare non ci sia alcun ascolto.

Ho deciso di provare sia a collaborare con una parte dei Giovani Democratici di Milano (più che altro perché questa è la mia area geografica dove vivo e faccio politica) sia ad andare alle loro iniziative quando sono aperte a tutte le età. Per questo sabato scorso sono andata a Chiaravalle dove i GD aveano creato un evento intitolato Milanostartup con quattro tavoli di lavoro per discutere di tematiche e potersi confrontare sul futuro. È stata una giornata molto interessante dove si è vista che c’è la possibilità e la forza di creare qualcosa. Il segretario dell’area metropolitana di Milano, Eleonora Cardogna, ha saputo mettere in piedi una giornata interessante e utile, riuscendo a coinvolgere molta gente. C’erano ospiti importanti del Partito che hanno aiutato nel moderare i tavoli di lavoro. Tutti usavano parole incoraggianti verso i giovani.

Ma mi chiedo: perché non è venuto alcune personalità del Pd milanese, anche semplicemente per dare un’occhiata e poter dire due parole a chi stava partecipando? Certo c’era Paolo Razzano e Arianna Censi, i quali hanno fatto dei bei discorsi (e la Censi ha partecipato a un tavolo con l’Assessore Maran). Oltre a bei discorsi non bisognerebbe stare ad ascoltare, provare a capire? Si è fermato ai tavoli e poi a mangiare l’eurodeputato Brando Benifei – il quale nonostante la giovane età ha un ottimo curriculum politico alle spalle e ha fatto parte sia dei SG che dei GD. Ho apprezzato di Benifei non solo il discorso all’apertura dei lavori ma anche il suo ascoltare i ragazzi che hanno partecipato al suo tavolo, un ottimo modo per continuare a rimanere connesso con la realtà politica della giovanile.

Ho provato quel sabato a capire, immagazzinare informazioni e mi sono sempre più convinta di quanto sia fondamentale coinvolgere la giovanile anche in eventi politica “dei grandi” perché i temi sia civili che politici non hanno età. Ho notato come sia fondamentale creare magari delle summer school o dei corsi politici per raccontare la storia della sinistra italiana (molti non lo sanno e si informano male su internet), per riformare un linguaggio specifico e corretto della politica ( non basta parlare solo di correnti o commentare in maniera superficiale articoli di giornali). Questo credo che sia un lavoro di formazione da fare assolutamente. Come credo sia necessario coinvolgere di più i giovani nel farli conoscere i loro colleghi europei: viaggiare, provare a parlare altre lingue e immergersi in altre realtà della sinistra europea non può che accrescere i tesserati della giovanile ( e direi che dovrebbero farlo anche molti del PD). Un lavoro più incisivo nella provincia per, scusate gioco di parole, aiutare a far uscire da certe mentalità provinciali dannose e creare una struttura politica utile nel monitorare e capire problematiche del territorio su tematiche giovanili.

Quanto pesa politica la giovanile nel centro-sinistra oggi? Mi spiace dirlo ma dalla percezione che ho molto poco. Ma si può lavorarci sopra se si inizia a capire che per parlare ai giovani e sui giovani bisogna coinvolgere e ascoltare questi giovani.

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Renzi e la sinistra masochista

Ho letto con curiosità l’intervista a Renzi, primo ministro e segretario del Partito democratico. È un’intervista non sconvolgente e in linea di principio con quello che dice sempre il premier. Sembra il riassunto di altri mille riassunti che abbiamo già letto e sentito.

Troviamo però termini nuovi al vocabolario renziano. Dopo gufi e vari volatili ora si parla di masochisti, crisi di crescita e minestrone. Renzi afferma che dopo la vittoria delle Europee – possibili che tiri sempre in ballo le elezioni dell’anno scorso? – non vuole che il partito diventi un minestrone dove entrano tutti,  afferma che non succederà e che il partito della nazione è la naturale continuazione del PD. Alla domanda allora su candidati in Campania -ricordiamo: fascisti e democristiani e altri loschi figuri – il segretario ammette che è una vicenda imbarazzante ma il Pd ha candidati seri e il Pd campano è pulito. Ma vorrei allora domandare: non è già un partito “minestrone” se entrano queste figure? E poi: perché Renzi e i suoi fedeli dichiarano che sono imbarazzati e non voterebbero mai per queste persone senza però farle togliere? Perché Renzi non toglie questi loschi individui in Campania o l’omofobo in Veneto? E sono davvero queste le persone che faranno vincere il Pd? Mi sembra già un partito minestrone.

La sinistra masochista. Chi mette in discussione il segretario è un masochista. Punto. Per Renzi non c’è molto da dire. Vede la candidatura di Pastorino in Liguria “un massaggio cardiaco per far tornare in vita Forza Italia” e far perdere la sinitra. Ammetto che nella minoranza non vi è una sola persona che possa scalfire il dominio renziano, che possa fargli paura, inoltre nessuno propone niente. Lo ammetto. Ma vedere una parte del proprio partito che disperatamente e forse male mandare dei messaggi di aiuto per capire dove si sta andando e vedere il segretario dire se “sono masochisti” mi sembra avvilente e intellettualmente povera come argomentazione. Gli chiedono di Civati: Renzi liquida la fuoriuscita dell’ex amico in maniera molto semplice. Sottolinea che è andato sul blog di Pippo e ha solo trovato “firma per Civati.it” e dice “firma per un nome” come se volesse dire vedete che è un altro personaggio che vuole far votare il suo nome e no le sue idee? Peccato che Civati abbia dichiarato che se farà qualcosa di politico, movimento ecc, lo presenterà in estate; inutile presentare progetti appena usciti da un partito, per cui trovo logico che si firmi per Civati e non per possibile nome di partito che ancora non c’è. Renzi questo lo sa ma non lo dice e sputtana l’avversario facendo credere che è solo un altro egoista, che forse è vero quello che dice Renzi ma avrei argomentato diversamente.

L’intervista non mette in difficoltà il segretario. Claudio Cerasa stamane sottolinea come Ezio Mauro, direttore di Repubblica, di facciata si oppone a Renzi ma di fatto lo sostiene e questa intervista morbida ne sarebbe un esempio. Cerasa ha in parte ragione. Ma come si potrebbe criticare Renzi? Se qualcuno ci prova viene immediatamente visto come un masochista (o gufo per usare vecchi termini) e tutti si bloccano perché nessuno vuole fare il guastafeste. E così ci troviamo a sinistra sì a vincere ma perdendo identità. Sì a fare riforme (di centro destra) ma vuote e utili solo a breve tempo. E soprattutto non riusciamo non solo a capire la strada della sinistra ha intrapreso ma anche a perdere la possibilità di avere un dialogo democratico. Renzi dichiara che preferisce le cose alla luce del sole che i caminetti nascosti. Perfetto. Concordo. Ma se imporre le cose alla luce del sole è identico a quando lo si faceva di nascosto, mi chiedo dove sia il cambiamento.

Renzi è ahimè il nostro Gattopardo. Sta cambiando tutto affinché non cambi niente. (In più con una pochezza intellettuale culturale che mi lascia basita).

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Che cos’è successo a Civati?

Mi si nota di più se esco dal partito o se rimango?

Penso sempre a questa citazione di ispirazione morettiana, letta più volte sui social, quando leggo le dichiarazioni di Civati. Spesso alcuni civatiani si lamentano delle prese in giro, del subire bullismo da parte di chi tifa per altre correnti. Ma credo che tutta perculata gigantesca che leggiamo in Rete sia dovuta in buona parte per colpa dello stesso Civati.

Da circa un anno Pippo Civati continua a dire che forse lascerà il Partito Democratico. È un continuo. Non riesce a non dirlo, a cambiare argomento, a far arrivare altri messaggi. Il problema è proprio questo suo balletto di indecisione.

Che cos’è successo a Civati?

Francamente mi ricordo una persona, un politico, completamente diverso nel 2010. Nel 2011 lo seguivo ancora molto di più, certo il non essere tesserata o seguire in maniera da adepta i suoi eventi – come molti civatiani hanno sempre fatto come se fosse il Messia – mi rende comunque una che è contro, il mio commento e il mio giudizio non hanno valore. Il non essermi tesserata per sette anni al partito e non aver partecipato alle primarie del 2013 mi rende una sfigata outsider da non ascoltare. Perché è questo un modo di vedere che oggi molti hanno di chi fa politica: devi aver fatto le primarie del 2013. Se no, sei nessuno. Sono state le primarie che hanno dato vita a una fase nuova del Partito Democratico e se tu non c’eri ora non sei catalogabile. ma se uno non fa parte di nessuna corrente (come me)? Sei insignificante, incasellare è essenziale oggigiorno.

Civati in ogni caso era già cambiato durante il 2012. Atteggiamento, dichiarazioni. Sembrava già un altro. Non riesco a trovare una spiegazione umana per questo cambiamento. Consiglieri sbagliati? Eppure devo assolutamente ammetterlo la coerenza c’è stata e c’è ancora. Quando non cade nella retorica “esco, non esco” dice e afferma cose giuste, condivisibili.

Non sono renziana. Non sono cuperliana. Non faccio parte di correnti. Quando l’anno scorso lessi che Civati non era stato neanche chiamato a partecipare alla festa dell’unità di Bologna lo trovai una cosa assurda. È bullizzato da molti renziani e Renzi stesso, lo ammetto e lo trovo una cosa assurda. Fare i bulli per molti renziani è uno sport, diciamolo. Quando crea eventi non anti renziani ma con argomenti interessanti e utili, riesce a far venire moltissime persone, anche e soprattutto non del partito. Aiuta a creare quel dialogo partito-società che si sta perdendo. Ma in realtà la maggior parte dei suoi eventi sono anti Renzi. Come un tempo la sinistra era solo anti Berlusconi, ora è anti Renzi. È questo antagonismo da scuola media allontana non solo i militanti ma anche i cittadini non tesserati (quindi la maggior parte).

Cercare un dialogo proficuo con i civatiani e praticamente impossibile. Se sei contro loro vuol dire che 1) sei un renziano 2) sei venduto 3) non capisci nulla di politica 4) loro si ricordano e quello che hai scritto si ritorcerà contro di te. Poco importa ai civatiani che anche tu fai parte della minoranza del PD, che la fiducia sull’Italicum è una schifezza, che non vedi l’ora che arrivi qualcuno che rimetta Renzi al suo posto, che si torni a parlare dei temi sociali. NO. Tu sei contro loro e loro non ti ascoltano. Ho appena letto il blog di Civati: dove scrive che una sua amica gli ha detto che ci sono un sacco di renziani che non vedono l’ora che esca. Ecco di nuovo il tema esco-non esco. Per scriverlo sul blog significa che Pippo si appunta queste critiche come medaglie di valore da mettere al petto. Ma possibile che nessuno riesce a spiegargli che si rende ridicolo? Che sembra un bambino lagnoso e basta? Non gli viene il dubbio che alla gente viene solo da ridere nel leggere questa sua ossessione?

Dice di essere coerente. Onestamente se uscirà dal partito a me dispiacerà davvero. Perché mancherà una voce importante. Sarò curiosa di vedere cosa costruirà fuori, perché è impensabile che un uomo intelligente e capace come lui non riesca a costruire qualcosa. Se rimarrà spero con tutto il cuore che cambi i suoi consiglieri, il suo team, e scelga finalmente qualcuno di più saggio, che sappia consigliarlo, in modo da costruire qualcosa dentro il partito senza essere un anti renziano.

Che cos’è successo a Civati? Come mai uno come lui è riuscito a gettare al vento risorse e persone? Non si accorge di quanti gli hanno voltato le spalle non perché venduti o renziani ma perché stanchi di questo suo livore, rancore, tentennamento?

Non ho mai visto gettare al vento tanta capacità politica in così poco tempo. E scrivo questo post addolorata. Per me Civati è stata la più grande delusione politica. Ma di me chissenefrega. Purtroppo chi ci ha perso è stata la politica italiana. Infine mi chiedo: perché tutto questo astio con Renzi? Oggi Orfini ricordava quando Letta obbligò tutti a votare la fiducia alla ministra Cancellieri. Obbligò. Tutti, dice Orfini, si turarono il naso e votarono la fiducia, anche Civati. Lo so che tra porre la fiducia per un ministro e la legge elettorale c’è un abisso ma come mai non disse nulla allora? Forse perché Letta non è Renzi e quindi non c’era astio?

Non lo so. So solo che con il suo atteggiamento, e quello orribile e dispostico dei renziani, il dialogo all’interno del partito è finito. Non c’è una visione per il futuro del partito, non c’è una visione del futuro del Paese, non c’è una sola figura politica all’orizzonte che abbia il coraggio di avere un’idea, che sia una.

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