Category Archives: Milano

“Dentro Caravaggio” quando il nome di un artista famoso non basta per fare una buona mostra

A Palazzo Reale a Milano ci sarà fino al 28 gennaio una mostra dedicata a Caravaggio. Dentro Caravaggio. Perché “dentro”? Nella presentazione, come sull’opuscolo alla biglietteria, si spiega che grazie alla diagnostica artistica si possono conoscere nuove informazioni sulle opere. Come viene spiegato nella prima sala, la mostra sarebbe un sunto degli studi scientifici prodotti per il quarto centenario della morte dell’artista nel 2010. Coincidenza quest’anno sono 40 anni dalla mostra del Longhi sul pittore lombardo. Peccato che al Longhi questa mostra non sarebbe minimamente piaciuta.

I quadri esposti, magnifici, sono di indubbio interesse. Dietro ogni quadro c’è un video e una spiegazione. Ed eccoci al primo grande problema: nessuno ha capito l’intento e il perché della mostra. Per il pubblico, nessuno escluso, è una mostra su Caravaggio, la parte scientifica – vero soggetto – non interessa a nessuno e nessuno capisce che è importante. Così tutti i video e le spiegazioni vengono ignorati. Il pubblico, trattato come un povero bue ignorante a cui spillare i soldi, guarda lo splendore dei quadri del Merisi ma niente di più. Allora perché spendere 12 euro? Le opere, meno di 30, sono sì di valore ma perché sono state proprio scelte quelle e non altre? Non viene spiegato. Nelle ultime sale vengono messe una accanto all’altra opere che fanno vedere l’evoluzione dello stile e l’abilità del pittore di proporre lo stesso tema in vari modi, sono sale con finalmente un senso o qualche interesse. Ma, mi ripeto, il pubblico non solo non capisce, non può sapere perché i pannelli non lo dicono e riportano, spessissimo in un italiano non bello, notizie e dati a caso.  Mi chiedo che avrebbe detto il Longhi.

Per poter dare un minimo di senso alla mostra bisognerebbe far entrare 10/12 persone all’ora o ora e mezza. Così avrebbe senso perché si potrebbe guardare quadri e poi video – un velo pietoso da stendere anche su questi – e poter capire cosa si sta guardando. Ovviamente questa scelta di senso non può essere presa in considerazione da Palazzo Reale, come si potrebbero tirar su soldi?

Ci sono molte spiegazioni nel catalogo pubblicato dalla Skira. Ma chi e in quanti comprano un catalogo? E i pochissimi che lo comprano sappiamo che non lo leggono. In conclusione quindi questa mostra è un fallimento.

A fine novembre, sempre a Milano, le Gallerie d’Italia (in piazza della Scala, del gruppo Banca Intesa) proporranno una mostra sull’ultimo Caravaggio e la sua eredità. Vista la sempre alta qualità delle mostre delle Gallerie, sono quasi certa che vedrò una bellissima mostra e sarà ancora più triste fare un paragone con quella a Palazzo Reale.

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“Bellotto e Canaletto. Lo stupore e la luce”. Una mostra di qualità alle Gallerie d’Italia Milano

Le Gallerie d’Italia, in via Manzoni/piazza della Scala a Milano, ci hanno abituato fin dall’inaugurazione a mostre temporanee di qualità. Anche la collezione permanente è valida e interessante. Uno dei tanti gioielli di cultura di Milano.

Non è facile fare una mostra di spessore su pittori come Canaletto e il Bellotto: come l’impressionisti, Picasso, Van Gogh e alcuni altri sono nomi che portano molto pubblico, il quale però rimane deluso a volte per il nulla proposto o paga per vedere qualche sala con qualche dipinto senza capire il perché sia entrato.

In questo caso la situazione è diversa e la curatrice Bozena Anna Kowalczyk ha fatto un ottimo lavoro, anche per allestimento. Sono state scelte da esporre opere sia famose sia meno conosciute ma di altrettanto valore artistico.

Canaletto non fu solo zio di Bellotto ma ne fu anche il maestro. La mostra sottolinea come fossero entrambi notevolmente dotati artisticamente e come Bellotto mai copierà lo zio ma avrà fin da subito un suo stile personale. Bellotto, specialmente in Germania, poi avrà voglia di sperimentare ed essere molto audace a differenza di Canaletto, marcando ancora di più la differenza stilistica.

Nel 1746 Canaletto andrà in Inghilterra mentre nel 1747 Bellotto andrà in Germania e lavorerà principalmente a Dresda. Con questa separazione anche fisica, i due pittori svilupperanno ulteriormente il loro stile e in maniera ancora più diversa, pur essendo entrambi due vedutisti.

Non si può dire chi dei due fosse migliore, anche perché sarebbe sciocco. Entrambi sono stati due grandi pittori, di pari bravura. Canaletto ha avuto solo la fortuna di avere una maggiore fama e fortuna presso gli storici e critici dell’arte. Forse Bellotto fu fra i due quello che più si avvicinò a quella che noi fotografia. E infatti i suoi quadri, specialmente quelli a Dresda, a Varsavia e nord Italia ci ricordano delle istantanee a colori. C’è più vita nei suoi quadri e sembra voglia “coglier l’attimo” delle persone che rappresenta nelle sue opere.

Sempre di Bellotto ho molto apprezzato i quadri di Milano, Torino, Verona, Firenze: mostrano un mondo o che non c’è più o che è rimasto immutato seppur nella modernità.

Nella mostra alle Gallerie d’Italia sono presenti anche i Capricci romani di entrambi e alcune stampe, molto pregevoli perché ci indicano quanto fossero conosciuti e stimati già dai loro contemporanei e quanti fossero eclettici nel loro disegni.

Le spiegazioni per ogni sezione sono molto chiare e il visitatore sarà guidato senza problemi anche se non è studioso d’arte.

Il prezzo del biglietto è assai basso e comprende anche la collezione permanente (dall’Ottocento fino a Boccioni e inizio Novecento).

La mostra rimarrà aperta fino al 5 marzo 2017.

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“Luoghi di aggregazione come al Nord Europea” quando l’idea è intelligente ma difficile da applicare

È un post molto milanese e me ne scuso con tutti i lettori che di Milano non sono e non gli importa molto.

Un paio di anni fa nacquero posti con wi fi gratis, enormi tavoli dove la gente anche sconosciuta poteva sedersi vicina e leggere e scrivere e lavorare e usare il computer. Sembravano una grande novità e si spacciavano per luoghi di aggregazione con uno spirito da Nord Europa.

Oggi quelli più conosciuti e frequentati a Milano sono Upcycle, Da Otto e Open. Tutti comunque hanno avuto l’utilità di cambiare in meglio la zona e dimostrare che si può creare qualcosa che non sia solo un coworking o solo un bar. Un design accattivante e diverso dal solito. Proporre eventi interessanti. Alcuni si sono persi per strada.

Upcycle in via amperè: nato per gli appassionati di bicicletta e luogo in generale di aggregazione. Ha due enormi tavoli di legno al centro e piccoli tavoli vicino all’entrata. Il wi fi è ancora gratis e non c’è obbligo di consumazione. Pecca: dalle 12.30 alle 15 si pranza e non si possono tenere sui tavoli i computer, tranne nei tavoli vicino all’entrata che sono appositi per lavorare e basta. Maleducazione, a volte, davvero insopportabile del cameriere. Solitamente resto staff molto molto gentile e si mangia bene.

Da Otto in via paolo sarpi: all’inizio non mi faceva impazzire perché erano scoordinati. Ora è un posto piacevole dove andare. Wi fi gratis e non obbligo di consumazione. Come da Upcycle dalle 12.20 alle 15 e orario aperitivo no computer, però se leggi un libro o guardi il cellulare nessun problema. Problema cibo è il brunch sabato e domenica. Molto poco di tutto e obbligo di menù. Non ha assolutamente senso. Mio consiglio sarebbe non chiamarlo brunch. Perché dover tenere un nome americano che in realtà a noi italiani interessa relativamente? Fare un menù pranzo come resto settimana. Da quando c’è il brunch ho sentito chiunque lamentarsi. Sempre. Su facebook nelle recensioni molti si lamentano per maleducazione, tempi lunghi e cibo durante brunch. A parte ultimo punto, il resto lo smentisco. Io ho sempre trovato lo staff gentilissimo e disponibile. Mi è capitato di fermarmi per ore e ore perché lavoravo, nessuno mi ha mai detto nulla. Perché la logica è di potersi fermare senza problemi. Belle le mostre o le proiezioni la sera. Se migliorassero sul brunch non avrei nulla da dire. È il posto a Milano che più ha uno spirito rilassato e internazionale.

Open in viale montenero: dall’apertura è molto cambiato. In peggio ed enormemente per colpa di chi lo gestisce e non dell’invasione degli studenti. Ora per avere wi fi e sconti o poter lavorare nel bunker del co working bisogna avere una tessera e costa. Bar costa molto e sono molto sgarbati. L’idea originale di unire libri a multimedia è completamente fallita. I libri sono lì ma ora sono considerati una seccatura. È ormai impossibile leggere o rilassarsi. I commenti su facebook sono per la maggior parte molto molto negativi e mi chiedo come mai chi lo gestisce non prenda spunto per migliorare. Più di una volta ho visto chi ha fondato Open, uno che si presenta SEMPRE  come un “visionario” e ripete ad ogni occasione la stessa storia. Credo che non sia per nulla un visionario e non sappia gestire un posto che se fosse valorizzato e avesse un’altra politica sarebbe un gioiello. Una grande delusione. Ormai è un luogo più per farsi vedere e menaserla. Non si fa per nulla cultura. Non si propone davvero nulla e non ha uno spirito “nordico”.

Ci sono altri posti a Milano sia per lavorare sia per passare un po’ di tempo, per esempio Santeria ma ci vado raramente. Poi c’è la libreria Verso in corso di Porta Ticinese. È una libreria dove sembra di stare in casa. Ha ancora qualche pecca ma niente di grave. Il problema forse al piano superiore è lo spazio: riuscire a far convivere posti dove sedersi, stare al pc e poter vedere e scegliere i libri, forse servirebbe un altro piano. Ma un posto che rimane molto fedele alla sua idea iniziale e che per ora è molto piacevole andarci; molti dicono che è come al “nord” ma non è così. Verso è una libreria unica nella sua specificità che in Germania o scandinavia non ha un gemello. È un’eccellenza italiana, originale. Certo, se fossimo all’estero avrebbe un giro d’affari maggiori e sarebbe molto più conosciuta ma è un altro discorso.

Insomma. Milano da molte opportunità ma bisogna saperle gestire. Il problema di fare incassi e sopravvivere è un tema forte, quindi capisco Upcycle e da Otto che a pranzo vietano di usare pc. Ma se poi gente legge o guarda cellulare allora dov’è davvero la differenza o la questione? uno potrebbe pranzare pur continuando a lavorare al pc. Le buone idee per uscire dal provincialismo ci sono ma poi crollano perché è la prima volta che si prova a fare qualcosa di diverso e di italiano. Sono comunque un esempio: per esempio a Bologna e a Firenze stanno nascendo molti luoghi simili con per fortuna loro peculiarità.

Caso tragico Open. Mettere da parte megalomanie e inefficienza e lasciarlo in mano a qualcuno che sappia davvero valorizzarlo e renderlo a portata di tutti

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Mostra Il Simbolismo a Milano

È stata inaugurata da circa un mese la mostra a Palazzo Reale sul Simbolismo. Curata e ideata da Fernando Mazzocca e Claudia Zevi, con la consulenza di Michel Draguet. È una mostra intelligente, con vari livelli di approfondimento in modo da poter essere apprezzata sia dal semplice visitatore che nulla sa del Simbolismo fino al critico d’arte.

Il termine Simbolismo racchiude in sé realtà artistiche diverse e a volte anche contrastanti. In comune c’è rottura da tecniche e tematiche classiche. Il Simbolismo è stato visto come rottura, ma anche come post – Romanticismo, arte di fine secolo o arte che in qualche modo esplorerà le inquietudini che poi porteranno alla tragedia, la prima guerra mondiale. Il bisogno di mettere etichette a periodi storico – artistici limita la visione. Troviamo tra la fine dell’800, ultimi 30 anni, e inizio ’900 un Medioevo idealizzato, i preraffaelliti inglesi, un umanesimo giunto al capolinea, raffinatezze, riscoperta di Botticelli. Una ferocie lotta all’accademismo non solo come opposizione estetica ma anche come scontro generazionale. Emancipazione che porterà alla creazione di un nuovo mercato. Dopo la Sociètè des artistes, fondata nel 1884, nascerà il gruppo dei Venti a Bruxelles (sempre 1884), poi nel 1890 la Sociètè nationale des beaux – arts darà avvio a una dinamica secessionista per tutta Europa; la Libre Estetique a Bruxelles nel 1891, la Secessione a Monaco di Baviera 1892, Vienna nel 1897, Berlino 1898 e via via fino a Mosca.

“Noi siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i nostri sogni e la nostra breve vita è avvolta nel sogno” Shakespeare, La Tempesta

Il Simbolismo non sarà solo pittura ma anche scultura, architettura e musica. Giusto e saggio che la mostra presenti anche questi aspetti. La grande forza del Simbolismo è stata quella di riuscire a rappresentare, anche nell’inconscio, i grandi valori dell’umanità. In Italia i rappresentanti sono Segantini e Previati (fra i miei pittori preferiti) ma anche Pellizza da Volpedo e Morbelli. Non solo Milano era il centro del divisionismo italiano – che nulla aveva di secondario rispetto alle altre avanguardie europee – ma c’era anche Roma dove i grandi protagonisti sono Sartorio e De Carolis, i quali avranno anche l’influenza delle parole di D’Annunzio. I simbolisti conosciuti in Italia saranno Böcklin, Klinger, von Stuck e Klimt, specialmente grazie alle Biennali di Venezia. Memorabile quella del 1907 dove fu allestita la Sala dell’Arte del Sogno.

I temi che vengono proposti sono quelli che si propagano in maniera unitaria in tutta Europa: morte, eros, donna come tentazione e come angelo, gli elementi della natura, mistero, ossessione, sogno, masse ignorate, mitologia reinterpretata, primavera.

Nella mostra troverete frasi e riferimenti a Baudelaire che sarà il faro nella notte con la sua poesia del Simbolismo e che molto influenzerà alcuni artisti. E infatti la mostra si apre con lui, viene esposta un’edizione dei Fiori del Male (sua raccolta di poesie) e i frontespizi originali di Félicien Rops per le “Les épaves”.

Nella sala successiva si troveranno i dipinti dedicati all’incubo e al sogno. Le litografie di Odillon Redon sono semplicemente meravigliose e inquietanti allo stesso tempo. Nonostante i soggetti siano surreali e veri e propri prodotti di incubi o sogni inspiegabili si nota una tecnica sicura e raffinata e i particolari rendono queste litografie sublimi. Consiglio di osservare da vicino i dettagli. Un’altra nota: tutti gli artisti che vedrete anche se si allontano dal classicismo hanno studiato nelle Accademie e osservato e interpretato i grandi maestri (Michelangelo, Raffaello, tutti gli italiani tra ’400 e ’500, i fiamminghi) quindi non sono digiuni di arte e sono raffinatissimi, non sono poveri ignoranti come a volte sono percepiti.

Nella sala su luce e tenebre si trova un trittico di Sartorio “Le Vergini savie e le Vergini stolte” 1890-91. Oltre a una cornice dal sapore toscano quattrocentesco, c’è un totale richiamo ai mosaici e gusti bizantini e ai marmi delle chiese rinascimentali – dettagli che Sartorio aveva potuto studiare benissimo a Roma semplicemente andando e visitando le varie chiese – il tutto riletto in chiave simbolista. Un’opera stupenda.

Nella sala sulla Notte si trova “Il giorno sveglia la notte” di Gaetano Previati del 1905, ora a Trieste, che trovo semplicemente stupendo e suggestivo. Una delle summe del divisionismo italiano, nonché un’opera d’arte sublime e che nulla ha da invidiare a Tiepolo o Veronese.

I disegni, su fogli con cera molle, di Félicien Rops sono inquietanti e ipnotizzanti. Creati nel 1882, oggi potrebbero essere visti come progenitori del manga giapponese Berserk ( e credo che l’autore giapponese li abbia studiati) tanto potrebbero essere attuali. Satanismo, accoppiamento fra mostri e donne, morte. Il tutto reso però in maniera incredibile. Geniale poi la serie “Pornokratés”. Sono stata molto felice che ci sia una saletta dedicata interamente alla serie “Il Guanto” di Klinger (la serie completa è di 25 immagine, qui esposte solo dieci ma sufficienti). Trovo queste acqueforti assolutamente geniali. Il protagonista è sempre un guanto in varie situazioni dalle più normali alle più assurde. Ogni volta il guanto è un simbolo diverso: richiamo sessuale, sfera onirica, irrazionalità ecc. Klinger fu un artista bravissimo e molto ammirato da Giorgio De Chirico.

Interessantissima la sala dove si trovano alcune opere di Alberto Martini. Artista davvero sconosciuto ai più, disegnerà per tutta la vita immagini provenienti dal subconscio, come critica all’ipocrisia borghese. Egli si ispira ai racconti straordinari e le storie grottesche di Edgar Allan Poe, che leggerà attraverso la traduzione di Baudelaire. Martini ha un segno grafico secco e aspro nonostante in alcuni casi sappia usare una certa morbidezza, specie nelle immagini più oniriche. Scienze occulte e letture esoteriche saranno interessi che con naturalezza confluiranno nelle sue opere. Influenzerà Boccioni nella sua fase giovanile. Io trovo Martini un artista superlativo.

“Là, tutto è ordine e bellezza, lusso, calma e voluttà” Baudelaire “I Fiori del Male

Nel Simbolismo troviamo anche al ritorno alla mitologia ma reinterpretata di Böcklin e Moureau. In questa sala non troviamo le loro opere più famose ma poco importa perché quelle scelte sono molto belle. Il mito di Orfeo, l’acqua e la natura sono altri temi che troviamo. L’acqua in quanto vita nelle immagini viene associata al sesso. Nella sala sulla donna fatale si trova il famosissimo “Il Peccato” di Franz von Stuck 1908, che solitamente si trova a Palermo. Oppure l’altrettanto famoso “Carezze” di Knopff 1896 dove una sfinge molto leopardo fa le fusa ad un uomo con il viso truccato da donna.

Le ultime sale sono dedicate alla primavera e alla natura. Poi, molto intelligentemente, vengono esposti i disegni per i dipinti di Sartorio per la Biennale del 1907, episodio centrale del simbolismo italiano. Le ultime due sale sono dedicate a Galileo Chini e Vittorio Zecchini.

Un’ottima mostra, ben allestita e ben pensata. Ultimo consiglio: le cornici in molti dipinti sono parte integrante dell’opera quindi suggerirei di osservarle molto bene. Infine dopo aver visto questa mostra consiglio di andare alla GAM (galleria d’arte moderna) in via Palestro qui a Milano, dove troverete altri quadri del periodo che completeranno la vostra visione.

Quando uscirete dalla mostra vi sembrerà di essere usciti da un sogno.

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La mostra sul Bramante a Brera: un’occasione persa.

Si è conclusa oggi la mostra “Bramante a Milano. Le arti in Lombardia 1477-1499″ alla Pinacoteca di Brera. Visti i pochi soldi che circolano lo sponsor è Giorgio Armani, grazie al quale si è potuta fare la mostra. Ma considerata la quantità di denaro a disposizione si poteva fare molto di più. Il costo del biglietto, dieci euro, non è aumentato; è il prezzo intero che si paga sempre per visitare la Pinacoteca milanese. Peccato che il 90% delle opere siano opere del Bramante già presenti all’interno della collezione di Brera e che si possono vedere tutto l’anno. Nella presentazione Sandrina Bandera, soprintendente e direttore della Pinacoteca di Brera, spiega che la mostra è nata grazie ai pezzi già presenti. Non c’è altro motivo. I visitatori non troveranno nuove scoperte o un filo logico scientifico riguardo al Bramante, anzi, usciranno senza sapere molto di lui. Non sapranno che potevano visitare le opere architettoniche pensate e ideate dall’artista umbro in altre parti di Milano, come Santa Maria presso San Satiro o la tribuna di Santa Maria delle Grazie, per esempio. Qualche breve accenno sugli affreschi “Uomini d’arme” o il famosissimo “Cristo alla colonna” ma del Bramante pittore poco si dice. Il visitatore vede accostato all’artista rinascimentale Vincenzo Foppa, Bernardo Zenale o il Bramantino (altri pezzi e opere già presenti all’interno della Pinacoteca) senza capire appieno che furono inspirati moltissimo dal Bramante, influenza importantissima quanto quella di Leonardo che è presente in quegli anni alla corte milanese e che avrà contatti con l’artista umbro.

Bramante porterà a piena maturazione il Rinascimento in Lombardia, che era in ritardo –  se vogliamo usare questo termine – rispetto a Firenze o Roma. Ma davvero non si capisce moltissimo dalla mostra. E poi l’allestimento. La difficoltà e sfida della Pinacoteca sono gli spazi e per fortuna il corridoio iniziale aiuta a poter progettare un buon inizio di mostra. Ma poi la presentazione scade in stanze dentro la stanza del periodo cinquecentesco tardo. Quando si arriva al Bramantino non si capisce più se è ancora la mostra o una normale sale. Quando la mostra è finita, si entra nella sala dove ci sono i due capolavori: quello del Raffaello (Lo sposalizio della Vergine) e quello di Piero della Francesca (La pala di Brera); sarebbe stato giusto spiegare che Piero della Francesca avrà un’influenza enorme sul giovane Bramante e Raffaello è un altro modello del Rinascimento con cui il Bramante si confronterà quando andrà a Roma.

Si è dato per constato molto. Vedevo i visitatori sperduti. Non sto esagerando, anche chi aveva l’audioguida. Io sono fortunata: sono laureata in storia dell’arte e ammetto di avere avuto degli ottimi professori e poi avrò visitato la Pinacoteca decine di volte. Ma chi vi entrava per la prima volta? E poi il sottotitolo: le arti lombarde. Dov’erano? Perché la Lombardia è stata, fin dall’alto medioevo, proficua regione delle cosiddette arti minori. E dal Trecento in poi sono state create vere e opere d’arte in fatto di miniatura, oreficeria e altro. C’era solo un manoscritto, una miniatura e qualche disegno. Di altissima qualità ma non si spiegava come mai fossero lì. “Influenza del Bramante” o “riprende stile Bramante”: davvero sono delle spiegazioni? Non ho trovato da nessuna parte una sola parola sulle arti lombarde. Si poteva almeno rimandare i visitatori almeno alle varie chiese, anche dove ci sono altri affreschi del Foppa, per conoscere altro del meraviglioso Rinascimento Lombardo, di cui, bisogna ammettere, poco si conosce. Zero informazioni.

Ho comprato il catalogo. Qualità figure buono ma i saggi sono davvero scadenti e si capisce che non c’è stato un progetto dietro perché non si dice niente di nuovo. Ho speso 39,50 euro. Non mi pento. È anche il mio mestiere occuparmi d’arte e prendere i cataloghi ma chi dei visitatori viene invogliato a comprarlo, a quel prezzo poi? Nessuno.

Questa mostra è stata un’occasione persa. A parte la poca pubblicità. Mi chiedo, e so di essere maligna, ma tutti i soldi dello sponsor sono davvero andati per la mostra? Unica consolazione vedere nella sala prima dell’inizio del XVII secolo il laboratorio aperto dove dei professionisti restaurano quadri. È una meraviglia vederli al lavoro e quello che fanno.

Ripeto: occasione persa. 1) Non si è imparato nulla su Bramante, anzi. 2) Non si è imparato nulla sul periodo storico artistico 3) Non si è fatta conoscere la città e i suoi tesori 4) Non si è invogliato il visitatore a tornare a Brera. Sono stata molto dura. Ma il visitatore non è un bue a cui puoi vendere tutto, compito delle mostre è mostrare e insegnare. Non far pagare il biglietto e basta.

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Se questa è una donna

L’aria dentro vecchie capanne di legno e mattoni è secca e fredda. D’inverno entra poco sole e molto umido. Dover stare in molti dentro uno spazio angusto non aiuta a non poter sentire i propri problemi. Stare tutto il giorno dentro una vecchia capanna senza sapere che ore sono, quando i propri aguzzini arriveranno, è un qualcosa che aumenta la paura, si sa solo che quando arriverà la notte, inizierà il proprio girone all’inferno. I buoi, le capre o qualsiasi altro animale che sta dentro un capannone non ha molta paura e se c’è freddo si riscaldano gli uni con gli altri stando vicini e grazie alla condensa calda dei loro fiati. In questo caso poco servirebbe.

Le “capre” dovevano aspettare dentro vecchie capanne. Le “Capre” erano 28 ragazze rumene che di notte erano obbligate a prostituirsi in vari punti di Milano, tra cui via Ripamonti. I loro aguzzini, le vere bestie in questa orribile e ripetitiva storia, le chiamavano così. Le poverette venivano comprate in Romania, venivano trovate in quelle aree più depresse e povere della regione in modo tale che non si potevano rifiutare 3000/5000/7000 euro. Appena arrivavano in Italia venivano violentate brutalmente da tutto il clan, per più giorni. Chi decideva di prostituirsi subito veniva risparmiata. Botte, violenze di ogni tipo, sia fisica che psicologica, erano all’ordine del giorno. Dovevano “lavorare” in qualsiasi condizioni, anche con la febbre o stordite dalle botte. Vendute da un clan all’altro, a seconda del prezzo e della rendita, anche a italiani senza scrupoli pure loro. Perché gli aguzzini potevano essere di qualsiasi nazionalità o età ma la violenza e le umiliazioni non cambiavano. Poi di giorno venivano rinchiuse dentro capanne. Prima della prima guerra mondiale i padroni dei terreni in Emilia, Toscana, Lombardia, Triveneto e Piemonte chiudevano gli uomini e le donne dentro le corti dove abitavano, come le bestie appunto. Chiudevano loro i portoni e li serravano per la notte. Non per protezione ma per far capire che erano sì preziosi ma erano allo stesso livello dei buoi e delle galline che dormivano con loro. Certe mentalità non cambiano.

Queste prostitute non sono essere umani, non sono donne ma bestie. Leggendo la cronaca ci indigniamo. Ovviamente. Chi non lo farebbe. Scorrendo le righe e soffermandoci sui particolari ci si intenerisce: le ragazze si aiutavano e supportavano tra loro. Grazie alla denuncia di un cliente che si era invaghito di una di loro, ecco che scatta l’operazione e vengono salvate. Domani ce ne saremo già dimenticati. Le 28 ragazze sono ancora bestie. Perché quante notizie simili sentiamo da sempre? Che noia, vero?

Essere una prostituta significa essere de umanizzata. Non hai gli stessi diritti che ha un normale essere umano. Puoi essere umiliata, picchiata, violentata in qualsiasi modo che tanto è normale, bestia tu sei. Quante volte guardiamo con disprezzo le prostitute? Quante volte si sarà abbassato lo sguardo per non guardarle? Da fastidio vederle lì per strada vero? Si vorrebbe multare le prostitute o tassarle. Come se fossero contente di prendere decine di cazzi ogni notte. Ci stanno, lo vogliono. Si ammalano? Ce ne sono tante altre.

Credo che il tema della prostituzione debba interessare ogni donna. È tempo che questo racket venga spezzato, che si aiutino tutte le vittime e ci sia una campagna per far capire agli uomini che comprare una donna non è da uomo. Mi immagino quanti maschi rideranno, specie quelli vecchi e coi capelli bianchi, ma non mi importa.

Noi tutte abbiamo molti diritti. Siamo più libere rispetto solo a pochi decenni fa. Ma sempre fino a poco tempo fa ogni donna, anche non prostituta, era considerato qualcosa al di sotto dell’uomo. Se si potesse leggere nel cervello di molti maschi si potrebbe vedere che ancora oggi siamo un po’ più inferiori a loro, per alcuni siamo allo stesso livello del loro gatto di casa, per altri siamo meno di bestie.

Non dovremmo parlarne? Non dovremmo fare eventi e smuovere in maniera violenta le acque?

Quelle ragazze che subisco l’inferno hanno diritto a tornare ad essere considerate donne. Ditemi voi se questa è una donna che deve subire cose che forse neanche una capra subisce in tutta la sua vita.

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Un regalo per Milano: un sindaco con una visione del futuro

Il prossimo anno a Milano ci saranno le elezioni per decidere quale sindaco avrà la città. Non si sa se Pisapia si ricandiderà. A breve dovrebbe fare un annuncio, si dice che scioglierà i nodi dopo l’elezioni del Capo dello Stato. C’è chi dice che abbia già deciso, chi che non sappia, pochissimi che si ricandiderà. Si stanno verificando divergenze e frizioni fra Pisapia e il PD milanese. Elenchi di nomi di papabili futuri sindaci appaiono sui quotidiani. Niente di nuovo sotto il sole. Ogni volta che c’è un cambiamento al vertice, si innescano queste dinamiche. La non unione poi della sinistra è storica.

Le questioni di fanta politica e sedute di psicanalisi fra varie figure politiche li lascio ad altri. Quello che mi preoccupa è che possa venire scelta una figura politica che non abbia una visione del futuro della città. Perché Milano è in affanno, si sente soffocare sotto la scure di vari problemi che con molta difficoltà stanno venendo risolti, ma senza risolutezza. Si sono creati negli anni passati, nelle giunte passate, progetti e percorsi che non avevano una visione del futuro e i danni si stanno vedendo. I tempi della corrutela, del pensare al proprio tornaconto, del fregarsene di chi vive in città sono finiti. Bisogna prendere decisioni, unirsi in un obiettivo e dirigere con polso sicuro la città.

Milano merita un regalo. E come regalo merita una donna o un uomo sindaco che sappia vincere, ascoltare e mediare ma allo stesso prendere una decisione e che abbia una visione del futuro della città. Se no si continueranno a perdere occasioni, lusso ormai che non abbiamo più.

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CLS architetti e ex chiesa San Paolo Converso a Milano: come ripensare spazi e luoghi in città.

La città è un luogo da vivere e da conoscere. La città, quando è sana, è in costante evoluzione. Ogni parte, ogni sito, ogni perimetro della città dev’essere curato e fatto vivere o rivivere.

Milano lotta disperatamente per essere viva. Per essere conosciuta. La puoi amare e capire com’è veramente solo camminando e guardando con il naso all’insù. Anche se sei milanese ci sono strade che non conosci o strade talmente calpestate che non noti se c’è un cambiamento. O strade snobbate.

Corso Italia, strada nel centro storico milanese, è una via snobbata. Certo, è una via conosciuta e importante. La gente vi cammina di fretta, di sera c’è poco e di tutte le chiese e i palazzi storici nessuno sa niente. Viene vista come una via di ricchi e dove abitano i ricchi. Nel provincialismo imperante la si snobba soprattutto per il censo dei suoi abitanti.

E così non si guarda e non si scopre. Io invece amo guardare ed osservare. E ho notato che da dicembre fuori dalla ex chiesa San Paolo Converso, adiacente a piazza Eufemia, ci sono due bandiere fuori dal portone con sopra scritto “CLS”.

Cosa vuol dire? CLS non è altro che l’acronimo di uno studio importantissimo, ma poco conosciuto, di architetti, fondato nel 1993. I quali hanno deciso che l’inutilizzata chiesa di San Paolo Converso sarebbe diventata la loro nuova sede operativa.

La chiesa venne fondata nel 1549 e poi conclusa nel 1569 dagli architetti Antonio Campi (anche pittore, lombardo) e Galeazzo Alessi. Gli interni sono stati affrescati in maniera squisita dai tre fratelli Campi. Nel 1808, sotto la dominazione napoleonica, venne sconsacrata e divenne un magazzino. Nel 1932 fu restaurata e usata per scopi musicali vista l’ottima acustica. Ma a causa dei pochi sovvenzionamenti statali la chiesa venne abbandonata. Lo studio CLS, cercando una nuova sede, decise che quella ex chiesa faceva al caso loro. Senza alterare nulla della struttura e facendo un lavoro di restauro ma anche di innovazione, divisero la chiesa in due parti. La parte posteriore con appoggiata in fondo una struttura metallica, su quattro piani, è la parte degli uffici. Qui si progetta, si discute e si lavora,l’ultimo piano adibito a sala riunioni, dove la panoramica è stupenda. Pensate i clienti, specie gli stranieri, quando devono discutere in quella sala cosa vedono. La parte anteriore invece è la parte dedicata all’arte. Sì, arte. Perché i soci dello studio CLS hanno deciso che questo luogo deve aiutare artisti, noti e non, a farsi conoscere. E quindi si faranno mostre, installazioni e performance. Anche concerti: non solo di musica classica ma anche rock o pop, performance musicali ma non di artisti mainstream.

Trovo importante che uno studio di architetti, con sede anche a New York e conosciuto e ammirato in tutto il mondo, abbia deciso di investire qui, in Italia. Trovo non scontato che abbia deciso di rinnovare e far rivivere un luogo storico milanese ma che era sconosciuto praticamente a tutti, tranne agli storici dell’arte. E inoltre trovo eccellente che abbiano deciso di fare anche da mecenati, in un campo come quello dell’arte dove galleristi e presunti possibili mecenati latitano o pensano solo ai soldi e ai loro giri ristretti.

Informatevi su orari e  future mostre e se siete a Milano passate a curiosare. Non può che fare piacere a chi cerca di non far morire la città.

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Servono un architetto famoso e il suo magazine per parlare di periferie?

“Parlare di casa, oggi, è come parlare di mangiare: di pane, non di companatico. Ma non è sempre stato così. I problemi della casa si sono posti quando più si facevan sentire, chiari e urgenti, i problemi sociali” (Rogers “Una casa a ciascuno” in “Il Politecnico” 4, 20 ottobre 1945).

Rogers già alla fine della seconda guerra mondiale aveva colto il punto: il problema della casa non è un problema da sottovalutare perché è un problema sociale. Alla fine dell’Ottocento, grazie all’interessamento e campagna di sensibilizzazione, i socialisti ponevano il problema delle case per i più poveri. Grazie ai loro sforzi nel 1903 nacque la Legge Luzzatti sulle case popolari e a Milano il primo nucleo fu via Ripamonti. Nel 1922, sempre a Milano, i locali popolari erano 45.000 e c’era sempre molta richiesta. Il tema delle case popolari ritornò al centro di molte questioni politiche negli anni ’50 e ’60. Ciclicamente quindi si torna sul tema perché ciclicamente ritorna il problema sociale.

Gli sgomberi di queste settimane qui a Milano sono solo uno strascico storico di un problema che si sa che esiste da sempre ma a cui non si è sempre trovato soluzione e che negli ultimi decenni si è semplicemente ignorato. La dignità di avere un tetto per la propria famiglia, la giustizia nell’avere un alloggio decente in un quartiere dove si abbia tutto e dove si viva bene. Spesso non è molto quello che chi ha bisogno chiede. Difficilmente se ne parla e si prova a trovare una soluzione, specie a livello politico. Difficoltà perché in questi quartieri, in questi palazzi malandati, si annidano troppe e urgenti problematiche sociali.

Il 30 novembre è nato il magazine “Periferie” da un’idea dell’architetto Renzo Piano. Allegato col Il Sole 24 Ore, distribuito solo a Milano e a Roma. Si può sfogliarlo sul sito renzopianog124.com. I direttori sono Carlo Piano e Walter Mariotti, c’è un’introduzione del Presidente Giorgio Napolitano. Fotografie magnifiche. Un design e un uso dei caratteri eleganti che rimandano alle riviste Domus e Abitare. Tutto clinicamente pulito e leggibile. Molto patinato.

Utile per parlare dell’argomento periferie e delle problematiche? Non credo. O forse sono molto sfiduciata sull’approccio così elegante e borghese. Come dice il giornalista Stella del Corriere della Sera nelle periferie c’è una sete pazzesca di bellezza e se tu cresci in un ambiente “bello” avrai sicuramente una percezione della vita diverso. Verissimo. Ma mi chiedo: chi vive davvero in periferia leggerà Periferie? Spesso e volentieri non esistono edicole o addirittura supermercati. Non penso che chi abiti lì prenda un mezzo pubblico, se la domenica passano, per andare in un quartiere più centrale per comprarlo. Le fotografie di bravissimi professionisti faranno sembrare magici certi luoghi dimenticati delle nostre città. Articoli scritti con penna finissima sforneranno idee e progetti utopistici. Ma a chi vive interesserà tutto questo? I politici locali andranno di più tra quei casermoni di cemento scrostato?

Non voglio dire che il mensile sia un’idea stupida o completamente inutile ma come diceva Rogers dovremmo andare al cuore dei problemi sociali, dovremmo andare a sporcarci le mani e uscire dai nostri modi così borghesi da credere che una rivista elegante risolva problemi e ponga un argomento al centro del dibattito politico nazionale.

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