Category Archives: politica

Gerry Adams, una figura politica non ancora compresa

Gerry Adams ha dichiarato che nel 2018 non sarà più il presidente del Sinn Féin e non si candiderà neanche per elezioni parlamento irlandese. L’ha ribadito durante il suo discorso all’ Ard Fheis, il congresso del suo partito.  Sono passati 50 esatti da quando Adams decise di intraprendere la difficile strada della politica in Irlanda del Nord e ad oggi molti, parlo soprattutto di giornalisti, commentatori e politici, non l’hanno ancora capito.

La sua decisione è stata presa come un ritiro completo dalla scena politica, anche se è un uomo di quasi 70 anni, è stato in primis un uomo di lotta e lui ha stesso ha dovuto fare una dichiarazione e cioè che sì non avrà più ruoli ufficiali e di primo piano ma continuerà ad aiutare il partito e a girare tutta l’Irlanda per parlare con la gente.

Sono rimasta molto delusa nel trovare pochi e scarsi articoli su chi è stato e che figura politica è stata. Mi ha perfino delusa la rivista Jacobin, dove si è preferito sottolineare i decenni ’70 e ’80. Ma quel Gerry Adams non esiste più da tempo, lo stesso Sinn Féin è completamente cambiato. Da partito di una zona d’Irlanda, cattolico, maschile, completamente disinteressato a temi sociali (omosessualità, aborto, diritti ecc), oggi quel partito è proprio un altro partito. Socialista, si trova presente in tutte e due le parti del paese (unico fra tutti i partiti), sempre più distante dal mondo cattolico, apertamente a favore e sostenitori del marriage equality, i diritti civili sono ormai importantissimi e sempre ben presenti nel programma, una seria preparazione anche su temi economici. Unica pecca: la politica estera, sostenere la follia della Catalogna è una cosa senza senso.

Il merito per aver così radicalmente cambiato e portato nel futuro il partito è stata solo di Gerry Adams e di Martin McGuinness, purtroppo morto il 21 marzo di quest’anno. La vera svolta è stata l’entrata dell’Irlanda nell’UE, il 2002 è stato davvero un anno decisivo. In quindici anni hanno triplicato gli aderenti, portato il partito ad essere votato ovunque nel paese, sia per quanto riguarda la Repubblica (dal 2011) sia per quanto riguarda l’Irlanda del nord. Sono diventati un’importante ed autorevole forza politica di sinistra. In particolare Gerry Adams in questi ultimi 10 anni è riuscito nell’impresa di essere amatissimo e assai votato dai giovani. Tra i 18 e i 35 anni è lui il politico più amato dell’isola verde.

Perché allora i giornali e gli storici, i pochissimi che si occupano dell’Irlanda, ce lo presentano ancora come se fossimo nel 1983? È stato uno dei politici più importanti e influenti degli ultimi 30 anni della storia irlandese. Meriterebbe un’analisi più completa, più seria.

Óró, sé do bheatha abhaile, Gerry

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L’arte di indignarsi non basta più

Siamo un popolo che si indigna con un certa facilità. Dobbiamo far vedere che riusciamo a gonfiare il petto ed avere uno sguardo sdegnato quando succede qualcosa che non va bene. Non importa di che partito politico uno sia o in cosa creda, siamo in questo tutti uguali. L’uso di termini fascisti è scontato spesso da chi è di sinistra: “da prendere a sprangate”, “la polizia doveva menarli”, “rossobruni” e via dicendo, ovviamente chi scrive queste cose sottolinea che lui fascista non è ma bisogna comunque ricorrere alla violenza a volte.

I fatti delle barricate in provincia di Ferrara contro 11 donne e un bambino fanno inorridire.  Questo è ovvio e banale. Notare come lo Stato si è subito piegato alla volontà di quelle barricate lascia basiti. Pessimo precedente per future barricate.

Però non basta mettersi dietro una tastiera e dire quanto si è indignati, questo è talmente logico che non ci aspetta altro pensiero. È però un modo di ragionare  a squadre. Quei cittadini che alzano le barricate sono i nostri avversari, nessuna pietà. Chi si occupa di politica non è da meno dei propri militanti. Il che è completamente sbagliato e dannoso.

L’Emilia vive da più di un decennio un cambiamento forte della popolazione. In realtà tutto il territorio italiano ma prendo ad esempio il territorio delle terre rosse, storicamente molto aperte di mente, accoglienti, luoghi di grandi lavoratori. Eppure nonostante tutte queste qualità non c’è stata integrazione. Gli immigrati, regolari e non, sono arrivati a piccoli gruppi. Non ci sono stati spostamenti di massa così imponenti da creare forti squilibri. Le giunte di sinistra hanno fallito. Tutta la sinistra, lustro dopo lustro, sta fallendo nell’integrazione. Noi (dico noi perché anch’io sono una militante del centro sinistra) non siamo mai riusciti ad integrare o a trovare soluzioni socialiste che aiutassero chi arriva a entrare nel tessuto sociale e chi apriva le proprie porte a capire chi erano questi immigrati.

Sono tantissimi anni che periodicamente vediamo queste barricate, questi scontri. Le periferie romane? Ce ne siamo già dimenticati? Non solo. Più banalmente anche i benestanti della sinistra come scorsa estate caso Capalbio. Ogni volta, con o senza social, ci siamo indignati. I miei primi ricordi delle varie indignazioni della sinistra risalgono al 1995. Così per sottolineare come è tutto ciclico e uguale. Dunque. Cosa facciamo noi della sinistra, paladini della giustizia?

Voglio provocare: vediamo immigrati o chi è finalmente italiano nei quadri di partito? Vediamo gente integrata nei circoli? Chi arriva magari è analfabeta o non è scolarizzato o non ha una mentalità europea, qualcuno può affermare. Dopo dieci anni quindi chi è qui non è riuscito a imparare nulla. Colpa solo dell’immigrato? Non credo. In Inghilterra o in Francia, nazioni in presa anche loro a paure e con una maggiore immigrazione da decenni rispetto a noi, ci sono impiegati/insegnanti/giornalisti ecc di origine straniera ma ben integrati; in quei paesi verso anni novanta si è smesso di integrare ma da loro il problema è più differenza religione (musulmani si integrano meno) e paura legata alla perdita di lavoro, i partiti socialisti hanno per anni cavalcato la paura fallendo su temi populisti e quindi non aiutando né la popolazione né chi arrivava. Da noi è ancora peggio. Non ci sono proprio giornalisti, impiegati, poliziotti ecc. L’immigrato per quanto riguarda lavoro non illegale cosa fa? Badante, fattorino, butta fuori nei grandi centri commerciali e negozi di lusso, autista. Lavori che non consideriamo davvero lavori. Dovremmo, scusate termine, renderli borghesi.

L’ho ripetuto spesso in questo blog quando mi sono occupata di letteratura africana: abbiamo amici stranieri? Nei nostri circoli di lavoro e amicizia vediamo integrazione? Non sono da considerare momenti su immigrazione politici. Parlo della vita di tutti i giorni. La risposta è no. Io conoscerò una decina di donne nord africane, sottolineo che nessuno di loro è velata, sono di origine straniere ma sono più italiane di me, perfettamente indipendenti. Ma sulla percentuale di persone che conosco è nulla.

Chi ha paura. La maggior parte della popolazione italiana ha paura. Lasciata da anni da sola, questo è il dato di fatto, impaurita da giornalisti che non riescono a riportare la realtà ma a sensozionalizzare tutto e basta. Noi, della sinistra…i paladini della giustizia, dovremmo analizzare, territorio per territorio, i problemi e i perché. Andare a parlare! Ad ascoltare! Anche se questo significa in un primo momento insulti e termini fascisti. È normale all’inizio una fase di rabbia. I circoli sul territorio dovrebbero tonare ad essere luoghi di aggregazione e confronto, seppur duro. Non dico che debbano essere stanza in scantinati come negli anni ’70, possono essere anche 2.0 (termine che tanto piace negli ultimi anni). Bisogna portare italiani, nuovi italiani, futuri italiani. Tutti. Ovvio chi non è di fede di sinistra non verrà mai.

Trovo che questa sia una fase storica di grande frattura e cambiamento. O ci rialziamo o affondiamo. E credo che noi del Pd e tutte le altre forza di sinistra possiamo farcela. Torniamo ad analizzare, parlare, ascoltare, confrontarci. Usciamo dalla malattia dell’urlarci contro. Delle squadre avversarie. Torniamo a sporcarci le mani non solo con chi entra di sua spontanea volontà in un circolo o in un’assemblea ma soprattutto con chi ci snobba o odia.

Inutile scrivere mille post indignati. Facendo solo questo siamo allo stesso livello di chi chiamiamo razzisti.

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In America non si può più ignorare la situazione economica degli studenti universitari

Siamo nel pieno della campagna presidenziale in America. Tra i temi di cui si parla maggiormente ci sono o le email della Clinton o il grave maschilismo di Trump. Non si stanno affrontando molti problemi, probabilmente perché si vuole vedere prima chi vincerà l’otto di novembre.

Un tema che sembra essere poco considerato in questa campagna sono i debiti che gli studenti universitari americani devono creare per poter studiare e che poi ripagheranno una volta che inizieranno a lavorare.

Per il 2016 si parla di 1,3 trilioni di dollari. Una cifra esorbitante. I media ne hanno molto discusso durante la prima parte dell’anno. Viene considerato un problema prettamente americano ma così non potrebbe più essere. Per molti analisti e giornalisti il “student debt bubble” è identico a quello dei subprime che portò nel 2008 l’economia mondiale in recessione.

Mentre per i subprime la banca poteva riprendersi la casa, quindi c’era un bene materiale da cui si poteva ripartire per ammortizzare la perdita, con i debiti degli studenti non c’è nulla di materiale o possibile da prendere per ammortizzare la caduta. Qui potrebbe intervenire la garanzia data dalle leggi federali. Ma il problema non sarebbe solo dal punto finanziario ma anche sociale. Cioè si stanno creando nuove diseguaglianze.

Nel 2010 fu abolito il  Federal Family Education Loan Program (FFELP), nonostante la sua chiusura però i prestiti privati vengono organizzati e gestiti da un sola una corporation for -profit, la Navient, una branca della public bank Sallie Mae, che dava prestiti agli studenti, privatizzata sotto l’amministrazione Clinton. La banca ebbe molti file contro dove veniva accusata di frodare e altro e fu la senatrice Elizabeth Warren ad occuparsene e a rendere noto ai media le frodi. Dopo il 2010 e le notizie della Navient, Wall Street perde interesse sulle assicurazioni per i debiti degli studenti, i quali sempre più in difficoltà nel poter ripagare. 

Con la fine del FFELP inizia l’epoca del ISAs (Income Share Agreements) una innovativa tecnica finanziaria che permette di  “expand private student loans and develop a new kind of student debt investment security”. Molte compagnie for-profit e nonprofit entrano subito nel mercato. Un’occasione ghiotta. I profitti possono essere enormi. Per esempio il Wall Street Journal scrive che uno studente può pagare 60.000 dollari per 15.000 dollari “tuition loan”. Questo porta però investire su studenti che si laureano in determinati campi, ignorando totalmente quei campi come facoltà umanistiche o scienze sociali perché non portano in teoria benefits commerciali. Vengono scelti studenti dal basso profilo di rischio di investimento.

Un altro modo con cui l’ISAs  e altri metodi simili limitano i rischi di investimento è quello di mettere insieme prestiti in tranche (come i subprime). Spesso si scelgono studenti, per questa pratica, della stessa alma mater. L’ISAs e altre forme non tradizionali di credito agli studenti creano 1) una forma di redistribuzione economica verso l’alto mettendo in difficoltà chi viene dall’istruzione pubblica 2) un’arma forte per il neoliberalismo portando le scuole verso una privatizzazione obbligatoria dell’istruzione e una cultura restrittiva 3) una forma di “indenture” che viene elaborata sulla fabbricazione di una nuova forma di moralità e la creazione di un nuovo modo di vivere l’istruzione.

Molti analisti sono preoccupati per le conseguenze sulla società e su come si istruiranno le future generazioni perché l’ISAs &co vengono visti come un feroce attacco contro l’istruzione pubblica che tra 2008 e 2013 ha dovuto subire molti tagli. Andrew Ross spiega che spostare la responsabilità fiscale dallo stato all’individuo è la chiave per una maggiore educazione privatizzata. L’ American Enterprise Institute, che appoggia la vocazione neoliberale di queste nuove forme di credito ha scritto: “Because ISA investors earn a profit only when a student is successful, they offer students better terms for programs that are expected to be of high value and have strong incentives to support students both during school and after graduation. This process gives students strong signals about which programs and fields are most likely to help them be successful.”

Gli studenti verranno spinti a scegliere quei corsi e quelle facoltà che risulteranno “profittevoli” economicamente, snobbando per forza quelle considerate deboli e che non verrebbero prese in considerazione per un eventuale prestito. Questo comporterà anche tagli a quei corsi che perderanno sempre più studenti, portando a un generale impoverimento culturale.

Questi strumenti speculativi creeranno sempre più speculazione e un incremento di differenze fra le varie classe sociali. Chi non ha i mezzi avrà sempre più difficoltà a ripagare i debiti contratti durante il periodo universitario; in futuro c’è chi rinuncerà a un’istruzione universitaria o si dovranno scegliere facoltà che diano maggiori garanzie nel ripagare i debiti; ci sarà un impoverimento sociale e culturale; i ricchi saranno sempre più ricchi e si creerà una frattura sociale quasi insanabile. Infine c’è chi teme che la bolla delle assicurazioni per i debiti universitari poterà a qualcosa di simile alla bolla catastrofica dei subprime.

Il neoliberalismo continua a creare diseguaglianze e danni. Non si dovrebbe aver paura di parlare di questo durante la corsa per la Casa bianca.

 

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La politica da tastiera in attesa di tempi migliori

Mai come in quest’ultimo periodo, in questi ultimi mesi, mi è sembrato che il fare politica sia diventato un farla dietro una tastiera. Forse più facile nella mente di alcuni. Si può raggiungere un elevato numero di contatti, se si deve avere una discussione si aprono altre pagine e si possono verificare tutti i dati e gli articoli necessari per controbattere.

In realtà credo che ci sia solo un aumento di pigrizia e di sfalsamento della realtà. Attenzione, non sto dicendo che computer e quindi social siano il male o siano inutili, non dico assolutamente questo. Ma non è ancora chiaro il modo in cui dobbiamo usarli per fare politica. Servono però a poco per farla bene sul territorio. Sempre di più chi fa politica dimentica di andare in giro. O meglio: crede di farlo ma in realtà a tutte le discussioni, negli stessi posti, si presentano sempre le stesse identiche facce. Che non portano poi in giro i discorsi fatti o non portano voti. Il pericoloso svuotamento dei circoli e la vita che si faceva in essi: i motivi sono tantissimi e bisognerebbe risalire agli inizi degli anni zero per capire quando tutto è iniziato a svuotarsi. Ma dire “ho fatto invito su facebook” oppure “ho scritto un tweet” o “ho una newsletter lettissima” non sostituiscono il circolo e non portano nuove persone.

Le discussioni si fanno sempre più accese e violente. E tutto è diventato o tutto bianco o tutto nero, o sei ghibellino o sei guelfo. Mediazioni sono impossibili. La calunnia, spessissimo poi sulla vita privata, una consuetudine per mettere a tacere o togliere di mezzo l’avversario politico, anche all’interno dello stesso partito.

Non si studia più, si è smesso di avere un confronto deciso, si è smesso di ascoltare e ascoltarsi. C’è questa attesa di tempi migliori. E questa attesa avviene dietro una tastiera che rende però pigri e inerti. Questo è pericoloso. I tempi migliori poi in politica, come in molti altri lati della società, non arriveranno se stiamo in ozio. Perché i tempi migliori bisogna prepararli. Lavorarci sopra. Parlare, stare in silenzio ad ascoltare, progettare, verificare, istruire, preparare nuovi quadri di partito e via dicendo. Tutto questo non si fa. E non perché è colpa di Renzi o dei renziani (che però non sono immuni da difetti) ma per una ormai totale assenza di idee, progetti e semplicemente voglia di fare.

Pochi lo fanno. Ma la situazione non è ancora così tragica. Certo non cambierà nulla se ce ne stiamo semplicemente seduti a commentare link di articoli o non notizie.

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Erdogan continua a cambiare drasticamente la Turchia

Dopo i fatti eclatanti del fallito colpo di Stato in Turchia – su cui ci sono state mille e una teorie e complotti che qui non riporterò – l’attenzione verso la terra ottomana è diminuita. In fondo da noi il clima vacanziero è al suo apice e dobbiamo parlare di purghe alla Rai e del referendum. Leggendo qualcosa sui siti o quotidiani stranieri mi stupisce non solo come gli arresti continuino ma anche come ogni aspetto della vita sociale sia toccato e cambiato.

Cambierà drasticamente il programma scolastico 2016-17, dalle elementari all’università. Non si sanno ancora bene i dettagli ma si spiega che i cambiamenti sono necessari per “riportare ordine nel Paese”. Di sicuro non sono stati rinnovati i contratti degli insegnanti stranieri, specialmente quelli americani. Non si studierà più l’inglese, o comunque ci sarà una fortissima limitazione, e vi saranno molti problemi per studia culture e lingue straniere in generale. Molti insegnanti sono stati arrestati nelle scorse settimane.

Mi ha poi stupito constatare come si sia appena accennato qui in Europa all’arresto di 13 giovani militanti del CHP. Le giovanili dei partiti di sinistra hanno provato a mobilitarsi. Il 4 agosto a Dublino i Labour Youth hanno fatto una manifestazione di protesta contro la Turchia e ovviamente come segno di solidarietà verso i giovani arrestati. I cui capi di accusa non sono ancora chiari. È evidente che sono arresti con scopo intimidatorio. Ma ora dove sono? Hanno avvocati? La cortina di silenzio e questo voltare le spalle su educazione, arresti, giustizia ecc dell’Unione Europea è assolutamente grave.

Non si può usare come scusa periodo estivo e problemi economici e terroristici sul nostro continente per trascurare quello che sta avvenendo in Turchia. La verità è che l’UE continua a dimostrarsi debole, disunita, senza alcuna visione unitaria e per il futuro, completamente impreparata sulla politica estera e via dicendo.

Tutta la mia solidarietà ai 13 ragazzi arrestati e vicinanza alle loro famiglie. È solo un post su un blog di una militante del PD ma è tutto quello che io, come comune cittadina e militante, posso dire e fare.

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La vicenda Bevilacqua Masa. Come muore la cultura a Venezia

Venezia è morta. Da tempo. Venezia è un nome e niente più. Venezia è una conchiglia vuota e se la appoggi all’orecchio non senti più il rumore del mare, della vita, ma solo uno sgradevole brusio.

È inutile qui raccontare il mio affetto per la città, chi mi conosce lo sa, chi mi legge e sono una sconosciuta sappia solo che è la mia seconda città. Doloroso vederla, decennio dopo decennio, peggiorare anche se le belle case sul Canal Grande non hanno più le muffe e sporcizie di inizio anni’80, e giustamente visto che sono quasi tutte hotel ora.

L’ arte in tutti i  suoi aspetti ha sempre fatto parte della città lagunare. Da quando però è un luna park per turisti, non serve più a nulla. La fondazione Bevilacqua Masa – fondazione che c’è da oltre secolo specifica per promuovere e far conoscere artisti emergenti – dal primo settembre di quest’anno non sarà più autonoma. Rientrerà tra le varie branche della cultura che il sindaco Brugnaro gestirà. Ma come le gestirà? I soldi sono finiti da tempo. Le quattro sede (anche se formalmente sono due: Palazzetto Tito e la galleria in piazza S. Marco ) sono già vuote. Come verranno riempite? Cosa succederà ora? Nessuno lo sa. Neanche il sindaco che ha affermato che ci sono problemi più urgenti a cui pensare. Ma il problema non nasce con il centro destra, è un problema cronico che c’è da decenni.

Venezia e il Veneto,  bisogna essere onesti tutta la nostra bella e travagliata penisola, ha una miniera d’oro per quanto riguarda arte e cultura. Eppure tutto sta morendo. Sto viaggiando molto per il nord est per lavoro e proprio nell’ambito artistico. Sembra di camminare accanto a un morto che è appena affogato ma si vuole credere che sia ancora vivo. Verona prova a resistere ma la chiusura mentale non permette al sistema di evolvere. Vicenza, specialmente dopo problemi della banca, è totalmente morta, dubito che si riprenderà nei prossimi dieci anni. Padova ha idea sul contemporaneo ma nessuno crede e investe e non so fino a quando chi lavora vorrà rimanere lì. Treviso e altre province fanno quello che possono. Venezia. Sarebbe tutto facile che facesse sistema, tirasse fuori un’idea, un progetto. Ma sta tutto morendo. Non bisogna farsi abbindolare dalle grandi gallerie che sono vicino a Chanel o Prada dietro piazza san marco. Non fatelo. Perché non sono gallerie ma vetrine per pochi milionari e di arte e di proposta per arte non hanno nulla. Solo un nome appeso a una vetrina. Gli affari poi, quello veri, si fanno all’estero.

Nei miei giri ho chiesto ad artisti o vecchi curatori, ormai ritirati, se qualcuno viene da loro a vedere cosa fanno, a confrontarsi. Nulla. A volte appaiono un paio di galleristi, di cui non farò nome, che senza capire assolutamente nulla comprano a cifre che decidono loro e poi rivendono a cifre folli. Ma senza promuovere nome artista e senza dividere profitto.

E così la fondazione Bevilacqua Masa muore. Non ci saranno più mostre e convegni e conferenze. A luglio la città era tappezzata di manifesti dove si invitava i veneziana a ribellarsi e salvarla. Ma i veneziani non esistono più. E chi è rimasto è stanco e deve lottare contro le masse zarre e volgari dei turisti. Il giorno in cui il consiglio comunale ha deciso la sorte della Fondazione si sono presentati in duecento: chi lavora nel mondo arte e studenti fuori sede. I carabinieri hanno preso generalità di uno degli artisti perché si era lamentato per fine misera del suo mondo.

La cultura muore in un silenzio ovattato. Poi non lamentiamoci se non si trova lavoro. Nel nostro Paese ci sarebbero migliaia di posti di lavoro per chi lavora nell’arte e nella cultura ma non diciamo troppo in giro.

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Cuore, unità, forza: il discorso di Michelle Obama

La convention dei Democratici non era iniziata nel migliori dei modi ieri sera. Il blu, il colore dei democratici, invece di essere una marea che avrebbe portato come una lunghissima e alta onda al successo a novembre, sembrava un oceano profondo dove stavano affogando i democratici a causa della stupidità, arroganza e violenza dei supporters di Sanders.

Poi è arrivata Michelle Obama. Se non avete ascoltato i quattordici minuti del suo discorso fatelo! È un discorso stupendo e Michelle è riuscita con la sua dolce voce forte a riunire (forse solo per il momento) tutta la platea dei democratici. Non c’è stato un solo punto debole o stancante, perfetto.  Partendo dal raccontare quello che lei conosce bene e di cui può raccontarci una storia, in questo caso parlando delle figlie e delle preoccupazioni che avevano lei e Barack, ha iniziato il suo magistrale e commovente discorso. Ha criticato e messo in un angolo, senza MAI citarli e quindi rendendo il tutto più forte, Trump e chi in questi anni ha provato a sminuire o attaccare Barack su cittadinanza o religione. “When they go low, we go high” ha detto che è il motto suo e di Barack, come non essere d’accordo con lei. Poi ha iniziato a parlare di Hillary Clinton presentandola come una donna, madre, politico, di cui fidarsi, che riesce a resistere alla pressione, che sa prendere decisioni importanti senza superficialità. Ha ricordato che quando la Clinton perse contro Obama, non fu arrabbiata o disillusa ma iniziò subito a lavorare per Obama e tenere unito il partito (chiaro riferimento a quei zarri urlanti pro Sanders). Poi forse la parte più commovente. Ricorda che “I wake up every morning in the White House who was built by slaves” si ferma un attimo e racconta che ora vedere le sue due figlie, giovani bellissime e nere, giocare nel patio della Casa Bianca con il loro cane, la commuove perché ricorda da dove i neri sono partiti e dove sono ora. Afferma con forza che nessuno può dire che bisogna far ridiventare gli USA di nuovo una grande nazione perché, dice, l’America è già la più grande nazione sulla terra, ora. Conclude con il suo pieno appoggio alla Clinton, ricordando che bisogna fare come otto e quattro anni fa, lavorare molto e tutti uniti. “Let’s back to work”.

Al minuto 2:24 circa, subito a inizio discorso, inquadrano Bill Clinton che era lì ad ascoltare e dal labiale si capisce che ha detto “She has a voice” ovviamente un grande complimento e Bill sarà entusiasta per tutto il discorso. La Michelle ha salvato la serata e forse riportato unità. Il discorso della Warren deludente perché molto scolastico. Quello di Sanders buono e serviva un po’ a lui perché ne è uscito come vincitore morale e ai suoi sostenitori sconsclusionati a stare calmi.

Bisogna ricordare che Michelle non è un politico. Eppure ha la forza per esserlo, la dimostrato, per ennesima volta, con il discorso sopra citato. Ha vicino a sè un buon team. Tra cui Sarah Hurwitz, la sua personale speechwriter. La Hurwitz è una delle poche figure dello staff Obama del 2008 a lavorare ancora con la coppia presidenziale. Negli ultimi sette anni ha scritto tutti i discorsi della Michelle. Conosce davvero in maniera intima la vita dei coniugi Obama e sa moltissimi dettagli privati che la possono aiutare a scrivere i discorsi. Spiega che quando ne scrive uno, pensa alla voce di Michelle dentro alla sua testa e cerca di capire come lo vorrebbe la First Lady per essere sentita dentro cuore della gente. L’essere capita ed essere vicino al cuore della gente è molto importante per Michelle, la quale sa perfettamente chi è e cosa vuole.

Per me è stato un discorso davvero potente. Vedremo stanotte Bill Clinton e domani Barack Obama eJoe Biden se riusciranno a tenere unito il pubblico in platea e alla televisione.

Nel frattempo sarebbe bello pensare a un Michelle Obama 2024, perché no?

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La non vittoria del Partito Democratico.

Parto con una premessa che non è paracula ma veritiera: sono sinceramente contenta della vittoria di Beppe Sala nella mia città. È stata una vittoria al cardiopalma e posso dire che fino all’ultimo non ero così sicura della vittoria. Poi ieri verso mezzanotte è stato bello andare a Palazzo Marino e poter festeggiare. Il tutto era un po’ surreale comunque perché uscita dalla sede del Comune il resto della città era silenziosissima, di un silenzio di attesa ma anche di stanchezza e un po’ di menefreghismo.

Chi esce sconfitto da questa tornata elettorale è il mio partito, il Partito Democratico. Lo scrivo non da gufa ma da fedele militante. Siamo a un cambio di marea. E non vorrei vedere affogare il centrosinistra nel 2018. Il centrodestra, nonostante in via di estinzione, ha comunque ancora risorse e può dare un’ ultima zampata. Il Movimento cinque stelle non prende voti solo a destra e finché non si riesce a capire questo non riusciremo mai a sconfiggerlo per davvero.

Renzi ha fatto moltissimi errori. Quello che dovrebbe fare ora è ricompattare il Partito e pensare alle elezioni del 2018, cambiando per davvero quell’aborto orribile di legge elettorale che è l’Italicum. Sistema elettorale che ci porterà, a mio parere, al disastro. L’aver voluto partire con la campagna referendaria a maggio è stato deleterio e senza senso. Un distacco totale dal così chiamato Paese Reale. Renzi doveva scendere in campo, anche se sentiva odore di sconfitta. Invece di voler usare il lanciafiamme contro parte del partito, doveva tirare fuori il Renzi del 2014. Ma il nostro segretario è stanco e sempre più arroccato, stupidamente, sulle sue posizioni ed è circondato da gente non all’altezza della situazione. Sia ben chiaro al solo pensiero che un Roberto Speranza diventi segretario del PD non mi sento molto bene, più che altro perché non ne ha assolutamente le doti. Però così non si può avanti. Scelte sbagliate e no sense alle primarie, impostazione di tutte le campagne elettorali sbagliate. Io trovo il day after un disastro su cui una riflessione è necessaria. Riflessione che non vuole dire “resa dei conti” bensì, come ho già scritto, rivedere e ricompattare il partito.

Mentre per Roma era per me ovvio la sconfitta di Giachetti (il quale ha fatto un ottimo lavoro con quello che poteva e mi spiace umanamente per lui), le sconfitte a Torino e Trieste sono preoccupanti. Sia Fassino che Cosolini avevano governato bene la città. A Trieste poi torna Dipiazza che fu un sindaco deleterio e negativo per la città del Venezia Giulia. Torino. Credo che l’aver governato per tanti decenni, anche con grandi sindaci, abbia reso miope il centro sinistra torinese su certe valutazioni del proprio elettorato e della cittadinanza in generale; la chiusura mentale poi ha reso ancora più miope la dirigenza. Saranno cinque anni di opposizione ma che possono essere un’occasione per far nascere un nuovo e più forte centro sinistra.

Si è perso a Novara, Pordenone, Brindisi, Savona. Si è vinto a Ravenna, Caserta, per fortuna Bologna e soprattutto a Varese (e questo dato potrebbe essere una spinta per le regionali in Lombardia). Ma queste vittorie e sconfitte elettorali ora devono essere spunti per questa riflessione per me assolutamente necessaria.

Milano. Sono state delle primarie orribili che hanno portato tutti sfiancati alla vera campagna elettorale. Le polemiche interne ci sono state fino al primo turno. Parisi e la sua squadra hanno fatto un lavoro magistrale e la loro fama di vittoria era più forte della nostra. Ci sono stati molti errori durante la campagna, scriverlo non vuol dire che è puntare un dito/criticare, ma è necessario che finalmente qui a Milano ci sia un confronto e un attimo di umiltà. La città non è divisa in due perché ha votato solo il 51,8% dei milanesi, diciamo che un quarto dei cittadini aventi diritti contrappone la sua visione ad un altro quarto. Sala in alcuni seggi dove aveva vinto al primo turno ha ieri perso. Perché? Come possiamo recuperare 1) i voti persi 2) quel 50% di gente che non va a votare (tenendo ovviamente conto che non tutti voterebbero noi del centro sinistra)? È evidente che in questo cambio di marea politica dobbiamo con molta umiltà e senza personalismi lavorare sul territorio in maniera più efficace e diversa. Se verranno proposte, magari cambiamenti, non dovranno essere prese come critiche isteriche (poi vedendo certi personaggi gli isterici ci saranno, eccome, ma basta ignorarli).

C’è molto da fare. C’è davvero molto lavoro. Aprire gli occhi sul Paese Reale, su quello che sta avvenendo seriamente. Lo scollamento con la cittadinanza deve diminuire. Bisogna essere costantemente presente sul territorio. Aumentare i tesserati e coloro che partecipano al partito perché siamo troppo pochi ovunque. Dobbiamo mettere da parte i personalismi perché non siamo un club privato dove la gente lavora solo con gli amici. Dobbiamo recuperare i giovani e non solo attraverso la giovanile (per me sempre e sempre di più un ghetto autoreferenziale) e non solo attraverso eventi in posti fighi con doppi fini per poi quando i gggiovani non servono più dimenticarsi di loro, dobbiamo far cadere tabù su alcuni temi, dobbiamo davvero connetterci al mondo della cultura, dobbiamo tornare ad alcuni principi del socialismo, specie su temi economici.

Dobbiamo fare molto e non chiuderci dentro una stanza dicendo “ho ragione io, Zitti gli altri”. Noi del centro sinistra siamo ancora i migliori e quelli pronti a traghettare il Paese nel futuro, non possiamo autodistruggerci per egoismi e stupidità. “Giugno viene prima di ottobre” sembrava una banalità era l’unica affermazione lucida fra molte.

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Brexit: leave or remain

“Il Regno Unito deve restare nell’UE o deve lasciare l’UE?”

Leave or remain. A questo quesito i cittadini del Regno Unito il 23 giugno dovranno rispondere. Le urne rimarranno aperte dalle 7 alle 22 e dopo poco tempo sapremo il destino economico e non dell’UK e del resto dell’Unione Europea.

C’è una calma isterica in Europa. L’ansia c’è ma viene tenuta sotto controllo. Ieri il settimanale Der Spiegel è uscito con un’intervista al ministro dell’economia tedesca, Wolfang Schauble, sulla Brexit. Il Falco è apparso molto tranquillo e ha sottolineato come l’uscita inglese sarebbe un errore e una decisione contro il single market (il quale garantisce il libero spostamento di persone, le quali possono avere benefici e servizi in tutto il blocco). Ha detto che sono tutti pronti per un’eventuale uscita comunque. Non è però un caso che sempre il settimanale tedesco sia uscito per la prima volta solo sul territorio inglese con 800.000 copie e al costo di 2 sterline invece delle usuali 5,20.

Il referendum fu promesso da Cameron durante la campagna elettorale per far fronte all’Ukip. Ma ora è diventato uno dei più grandi sostenitori del rimanere nell’UE. Il partito del premier inglese, i Tories, si è detto all’inizio neutrale ma in realtà è spaccato fra i sostenitori di Cameron e quelli di Boris Johnson che è assolutamente per il leave. Le parti politiche che vogliono stare dentro l’Ue sono i Labour, il partito nazionale del Galles, i liberal e il partito scozzese, quest’ultimo fa sapere che se passerà il Leave loro chiederanno un secondo referendum per indipendenza Scozia ed è molto probabile che questa volta vinceranno. Chi vuole lasciare l’UE sono come detto parte dei Tories e l’UKIP.

I sondaggi di inizio giugno sono preoccupanti perché il Leave sta raggiungendo sempre più la percentuale del Remain. Il che sta mandando abbastanza nel panico Cameron. Nell’ultimo dibattito però ha trovato un alfiere molto preparato e che è riuscito a tenere a bada Johnson e cioè l’energy deputy Amber Rudd. È stata molto preparata e assai capace, tant’è che sembra che sia nata una nuova stella nel partito Tory.

Un altro aspetto un po’ preoccupante sarà la situazione del nord Irlanda. Se dovesse passare il Brexit, l’Ulster diventerebbe una roccaforte . Tornerebbero i controlli al confine, i quali erano scomparsi nel 1998. Anzi, si tornerebbe a una situazione paragonabile agli anni ’20, il che sarebbe ovviamente tragico. Alcuni cittadini ed esperti irlandesi del Nord hanno addirittura dichiarato che si formerebbero tante Calais ai confini. Bisogna sottolineare che solo il 35% dei cittadini del nord Irlanda vuole andarsene. Anche fra i protestanti c’è una fortissima divisione, ben il 70% degli unionisti NON vuole andarsene ed è un dato che fa molto riflettere. Solo il DUP vuole il leave. L’economia in Ulster è molto giù e la popolazione ora è spaventata, molti ricordano che dal 1995 ad oggi quella parte di Irlanda ha preso 1,3 miliardi di euro, risorse che dal 23 giugno potrebbero scomparire. Inoltre ci sarebbe un enorme incremento della violenza ed è giusto ricordare che gli accordi del Good Friday del 1998 non hanno nessuno clausola che li salvi dopo il referendum. Stavolta non ci sarò l’IRA come capro espiatorio e i protestanti sono bravi a parole ma non hanno nessuno intenzione di riprendere in mano le armi. Sarebbe un incubo. Ma credo che a tutto questo Johnson e Ukip non abbiano pensato.

Lo slogan “taking back control” è uno degli slogan più vuoti e senza senso della politica inglese. Eppure il dibattito non ha mai scosso così tanto tutta la popolazione inglese. Economicamente, culturalmente, socialmente l’uscita dall’UE sarebbe un disastro. Cameron si è fregato con le sue stesse mani ma non è detta l’ultima parola. Alcuni vedono tutto questo anche come una prova per Corbyn e la sua svolta nei Labour. Non sono assolutamente d’accordo. Con questo referendum c’è molto di più in gioco che una semplice leadership e infatti Corbyn sta facendo una buona campagna e credo che si stia rafforzando, inoltre può colpire il governo sui punti deboli con fermezza e sfrontatezza perché lo fa anche per far capire agli inglesi che bisogna rimanere nell’UE.

Il 23 giugno sarà una data importantissima. Se vincerà il Remain, come mi auguro, si tirerà un sospiro di sollievo e però bisognerà analizzare e capire se c’è bisogno di una vera svolta nell’Unione Europea per tutti, se invece vincerà il Leave onestamente non so cosa aspettarmi ma credo che l’UK ritornerà una nazione provinciale e l’Europa sarà ancora più debole.

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Servilismo e dilettantismo.

Ammetto di scrivere questo post in un momento di grande sconforto politico. Trovo che il mio partito, il Partito Democratico, soffra di tanti mali ultimamente ma a livello locale trovo che i due più grandi difetti siano il servilismo e il dilettantismo.

Questi difetti nascono dal fatto che chi ha coordinato il partito nelle varie segreterie per anni, provinciali regionali ecc, abbia dimenticato di far crescere una nuova classe politica dirigente. Mancano persone preparate, che sanno quali sono i passaggi da compiere all’interno di un partito.

È scomparso in toto il ragionamento politico. Anzi. Meno ragionamento fai e più farai carriera. Questo porta a un maggior svuotamento delle strutture dei partiti che vengono viste come obsolete e inutili. I ruoli per molti non contano perché intanto sarà attraverso la giusta amicizia grazie alla quale tu farai una determinata e cosa e avrai un determinato ruolo.

Nonostante il PD venga spacciato per un partito dalla grande comunicazione e guidato da un grande comunicatore in realtà pecca molto proprio in quel campo. Specie a livello locale. Spuntano iniziative o fatti all’improvviso. Chi guida crede che dicendo “giorni x e y succede questo” i militanti, i segretari di circolo e chi coordina si mettano subito in moto per realizzare cosa si è imposto. Ma quali sono i contenuti? Cosa si racconterà alla gente, ai cittadini che vedranno il gazebo o saranno invitati in un posto ad ascoltare dei relatori? Anche chi si tessera ormai è stanco di questo vuoto.

Come si può solo pensare che la gente accorra a frotte solo perché si è pensato ad un evento? Perché la gente dovrebbe andarci? Quali sono le motivazioni? Non si sa. Perché non c’è un’idea, una visione, un progetto dietro a tutti questi eventi. Solo un modo per far che si sta facendo. Ma si sta facendo cosa? Inoltre, come dicevo, manca totalmente la comunicazione e quindi il confronto interno.

Proporre un’idea diversa o discutere su un qualsiasi argomento è visto come inutile e andare contro. Si diventa solo dei poveri stronzi da isolare. Gente che vuole prendere il tuo posto. Non si sa mai cosa succederà, non si sa mai perché si fa quel determinato evento. Ciò è svilente e preoccupante.

Più che un partito liquido, il PD, sta diventando un partito che a poco a poco scomparirà, anche se ovviamente siamo tra i maggiori partiti del Paese. Se non fosse per la volontà di pochi che ancora credono in una certa politica noi non saremo qui a parlare di un partito.

Lo svuotamento dei circoli ma anche di ideali, storia, idee e ragionamenti è ormai endemico. Solo un miracolo potrebbe farci riprendere.

Servilismo e dilettantismo: sono questi due fattori che ci stanno uccidendo?

 

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