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In America non si può più ignorare la situazione economica degli studenti universitari

Siamo nel pieno della campagna presidenziale in America. Tra i temi di cui si parla maggiormente ci sono o le email della Clinton o il grave maschilismo di Trump. Non si stanno affrontando molti problemi, probabilmente perché si vuole vedere prima chi vincerà l’otto di novembre.

Un tema che sembra essere poco considerato in questa campagna sono i debiti che gli studenti universitari americani devono creare per poter studiare e che poi ripagheranno una volta che inizieranno a lavorare.

Per il 2016 si parla di 1,3 trilioni di dollari. Una cifra esorbitante. I media ne hanno molto discusso durante la prima parte dell’anno. Viene considerato un problema prettamente americano ma così non potrebbe più essere. Per molti analisti e giornalisti il “student debt bubble” è identico a quello dei subprime che portò nel 2008 l’economia mondiale in recessione.

Mentre per i subprime la banca poteva riprendersi la casa, quindi c’era un bene materiale da cui si poteva ripartire per ammortizzare la perdita, con i debiti degli studenti non c’è nulla di materiale o possibile da prendere per ammortizzare la caduta. Qui potrebbe intervenire la garanzia data dalle leggi federali. Ma il problema non sarebbe solo dal punto finanziario ma anche sociale. Cioè si stanno creando nuove diseguaglianze.

Nel 2010 fu abolito il  Federal Family Education Loan Program (FFELP), nonostante la sua chiusura però i prestiti privati vengono organizzati e gestiti da un sola una corporation for -profit, la Navient, una branca della public bank Sallie Mae, che dava prestiti agli studenti, privatizzata sotto l’amministrazione Clinton. La banca ebbe molti file contro dove veniva accusata di frodare e altro e fu la senatrice Elizabeth Warren ad occuparsene e a rendere noto ai media le frodi. Dopo il 2010 e le notizie della Navient, Wall Street perde interesse sulle assicurazioni per i debiti degli studenti, i quali sempre più in difficoltà nel poter ripagare. 

Con la fine del FFELP inizia l’epoca del ISAs (Income Share Agreements) una innovativa tecnica finanziaria che permette di  “expand private student loans and develop a new kind of student debt investment security”. Molte compagnie for-profit e nonprofit entrano subito nel mercato. Un’occasione ghiotta. I profitti possono essere enormi. Per esempio il Wall Street Journal scrive che uno studente può pagare 60.000 dollari per 15.000 dollari “tuition loan”. Questo porta però investire su studenti che si laureano in determinati campi, ignorando totalmente quei campi come facoltà umanistiche o scienze sociali perché non portano in teoria benefits commerciali. Vengono scelti studenti dal basso profilo di rischio di investimento.

Un altro modo con cui l’ISAs  e altri metodi simili limitano i rischi di investimento è quello di mettere insieme prestiti in tranche (come i subprime). Spesso si scelgono studenti, per questa pratica, della stessa alma mater. L’ISAs e altre forme non tradizionali di credito agli studenti creano 1) una forma di redistribuzione economica verso l’alto mettendo in difficoltà chi viene dall’istruzione pubblica 2) un’arma forte per il neoliberalismo portando le scuole verso una privatizzazione obbligatoria dell’istruzione e una cultura restrittiva 3) una forma di “indenture” che viene elaborata sulla fabbricazione di una nuova forma di moralità e la creazione di un nuovo modo di vivere l’istruzione.

Molti analisti sono preoccupati per le conseguenze sulla società e su come si istruiranno le future generazioni perché l’ISAs &co vengono visti come un feroce attacco contro l’istruzione pubblica che tra 2008 e 2013 ha dovuto subire molti tagli. Andrew Ross spiega che spostare la responsabilità fiscale dallo stato all’individuo è la chiave per una maggiore educazione privatizzata. L’ American Enterprise Institute, che appoggia la vocazione neoliberale di queste nuove forme di credito ha scritto: “Because ISA investors earn a profit only when a student is successful, they offer students better terms for programs that are expected to be of high value and have strong incentives to support students both during school and after graduation. This process gives students strong signals about which programs and fields are most likely to help them be successful.”

Gli studenti verranno spinti a scegliere quei corsi e quelle facoltà che risulteranno “profittevoli” economicamente, snobbando per forza quelle considerate deboli e che non verrebbero prese in considerazione per un eventuale prestito. Questo comporterà anche tagli a quei corsi che perderanno sempre più studenti, portando a un generale impoverimento culturale.

Questi strumenti speculativi creeranno sempre più speculazione e un incremento di differenze fra le varie classe sociali. Chi non ha i mezzi avrà sempre più difficoltà a ripagare i debiti contratti durante il periodo universitario; in futuro c’è chi rinuncerà a un’istruzione universitaria o si dovranno scegliere facoltà che diano maggiori garanzie nel ripagare i debiti; ci sarà un impoverimento sociale e culturale; i ricchi saranno sempre più ricchi e si creerà una frattura sociale quasi insanabile. Infine c’è chi teme che la bolla delle assicurazioni per i debiti universitari poterà a qualcosa di simile alla bolla catastrofica dei subprime.

Il neoliberalismo continua a creare diseguaglianze e danni. Non si dovrebbe aver paura di parlare di questo durante la corsa per la Casa bianca.

 

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Cuore, unità, forza: il discorso di Michelle Obama

La convention dei Democratici non era iniziata nel migliori dei modi ieri sera. Il blu, il colore dei democratici, invece di essere una marea che avrebbe portato come una lunghissima e alta onda al successo a novembre, sembrava un oceano profondo dove stavano affogando i democratici a causa della stupidità, arroganza e violenza dei supporters di Sanders.

Poi è arrivata Michelle Obama. Se non avete ascoltato i quattordici minuti del suo discorso fatelo! È un discorso stupendo e Michelle è riuscita con la sua dolce voce forte a riunire (forse solo per il momento) tutta la platea dei democratici. Non c’è stato un solo punto debole o stancante, perfetto.  Partendo dal raccontare quello che lei conosce bene e di cui può raccontarci una storia, in questo caso parlando delle figlie e delle preoccupazioni che avevano lei e Barack, ha iniziato il suo magistrale e commovente discorso. Ha criticato e messo in un angolo, senza MAI citarli e quindi rendendo il tutto più forte, Trump e chi in questi anni ha provato a sminuire o attaccare Barack su cittadinanza o religione. “When they go low, we go high” ha detto che è il motto suo e di Barack, come non essere d’accordo con lei. Poi ha iniziato a parlare di Hillary Clinton presentandola come una donna, madre, politico, di cui fidarsi, che riesce a resistere alla pressione, che sa prendere decisioni importanti senza superficialità. Ha ricordato che quando la Clinton perse contro Obama, non fu arrabbiata o disillusa ma iniziò subito a lavorare per Obama e tenere unito il partito (chiaro riferimento a quei zarri urlanti pro Sanders). Poi forse la parte più commovente. Ricorda che “I wake up every morning in the White House who was built by slaves” si ferma un attimo e racconta che ora vedere le sue due figlie, giovani bellissime e nere, giocare nel patio della Casa Bianca con il loro cane, la commuove perché ricorda da dove i neri sono partiti e dove sono ora. Afferma con forza che nessuno può dire che bisogna far ridiventare gli USA di nuovo una grande nazione perché, dice, l’America è già la più grande nazione sulla terra, ora. Conclude con il suo pieno appoggio alla Clinton, ricordando che bisogna fare come otto e quattro anni fa, lavorare molto e tutti uniti. “Let’s back to work”.

Al minuto 2:24 circa, subito a inizio discorso, inquadrano Bill Clinton che era lì ad ascoltare e dal labiale si capisce che ha detto “She has a voice” ovviamente un grande complimento e Bill sarà entusiasta per tutto il discorso. La Michelle ha salvato la serata e forse riportato unità. Il discorso della Warren deludente perché molto scolastico. Quello di Sanders buono e serviva un po’ a lui perché ne è uscito come vincitore morale e ai suoi sostenitori sconsclusionati a stare calmi.

Bisogna ricordare che Michelle non è un politico. Eppure ha la forza per esserlo, la dimostrato, per ennesima volta, con il discorso sopra citato. Ha vicino a sè un buon team. Tra cui Sarah Hurwitz, la sua personale speechwriter. La Hurwitz è una delle poche figure dello staff Obama del 2008 a lavorare ancora con la coppia presidenziale. Negli ultimi sette anni ha scritto tutti i discorsi della Michelle. Conosce davvero in maniera intima la vita dei coniugi Obama e sa moltissimi dettagli privati che la possono aiutare a scrivere i discorsi. Spiega che quando ne scrive uno, pensa alla voce di Michelle dentro alla sua testa e cerca di capire come lo vorrebbe la First Lady per essere sentita dentro cuore della gente. L’essere capita ed essere vicino al cuore della gente è molto importante per Michelle, la quale sa perfettamente chi è e cosa vuole.

Per me è stato un discorso davvero potente. Vedremo stanotte Bill Clinton e domani Barack Obama eJoe Biden se riusciranno a tenere unito il pubblico in platea e alla televisione.

Nel frattempo sarebbe bello pensare a un Michelle Obama 2024, perché no?

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