Category Archives: fotografia

Paris Photo 2016: un’ottima edizione!

C’era timore. La prestigiosa e più nota fiera di fotografia al mondo, Paris Photo al Grand Palais, era stata chiusa con anticipo l’anno scorso a causa del terribile attacco al Bataclan e altri luoghi della città. I collezionisti e acquirenti stranieri erano scappati, la sede chiusa e le varie gallerie d’arte di Parigi si erano offerte di ospitare gli stand degli stranieri per non fargli chiudere in negativo.

Parigi ha perso moltissimi turisti e alcuni investimenti stranieri a causa del clima di incertezza causata dai terroristi. Si temeva che questa edizione fosse un flop. Per fortuna non è andata assolutamente così.

Dal 10 al 13 novembre i visitatori sono stati 62mila. Assolutamente in linea con le edizioni precedenti. Questa edizione poi era molto sentita non solo come rivincita sul clima d’ansia ma soprattutto e anche perché sono vent’anni che Paris Photo esiste.

Le vendite sono andate molto bene, un +8%. Tutte le 153 gallerie presenti hanno avuto un buon successo. I talk e le mostre all’interno sono stati molto interessanti e si è parlato di tutti gli aspetti di questo mercato. Il clima era sereno.

Ci sono state importanti acquisizioni da parte del Tate, Victoria and Albert Museum, MAMCO, FOAM, MAXXI, c/o Berlin e molti altri, come non succedeva da tempo.

Con il gonfiarsi smisurato dei prezzi del mercato dell’opere d’arte, molti collezionisti stanno iniziando a puntare sempre di più sulla fotografia. Da una parte aumentano i fotografi ma dall’altra si chiede un messaggio e una professionalità grande, i dilettanti non vendono (quindi instagram non ha ancora vinto. Fare fotografie con instagram NON significa essere fotografi e non tutti quelli che fanno foto comunicano qualcosa. Non è un mercato così semplice come sembra).

Il prossimo anno Paris Photo si svolgerà dal 9 al 12 novembre e ha firmato un contratto fino al 2020 con il Grand Palais, nel frattempo il direttore sta cercando una sede più grande ma altrettanto prestigiosa.

È stata una risposta assolutamente positiva a un clima di incertezza e ansia che pervade la Francia. Complimenti al direttore, staff, curatori e gallerie che hanno creato un’ottima edizione.

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Stargate. Fotografie: across the universe or more than one

Il cerchio è movimento immutabile senza inizio né fine, senza rottura né cesura, senza variazione, è unione e compiutezza. La figura rappresentata nel cerchio può però non essere per forza un’immagine definita o definitiva per sua interpretazione. Se poi quello che vediamo è un’opera artistica, le letture di quello che è di fronte a noi possono essere anche infinite.

Così possono essere infinite le interpretazioni che il visitatore può dare alle bellissime e suggestive fotografie di Tommaso Carmassi in mostra a Torino alla Fondazione Giorgio Amendola. La mostra si intitola “Stargate” e si trovano una serie di fotografie dove vengono rappresentati appunto degli stargate (vi dice niente il film del 1994 di Roland Emmerich? Vi consiglio di vederlo e rivederlo nel caso) cioè dei passaggi che troviamo nella nostra realtà che ci possono trasportare in un altro universo. I cerchi che rappresentano gli stargate emergono da uno sfondo completamente nero. Il che non porta però la fotografia ad essere cupa, anzi. C’è vita, luce, possibilità in ogni foto. Non c’è oppressione. Il nero serve sia a non far capire cosa è nella realtà quello stargate  sia ad aiutarci a concentrarci e a immaginare. I muri bianchi della Fondazione creano un meraviglioso contrasto che accentua particolarmente l’estetica delle opere.

Tommaso Carmassi non le ha prodotte in un periodo di tempo breve, anzi ci sta ancora lavorando. Interessante scoprire dove ha trovato gli stargate: in Parlamento, cucine, un lampione sporco dalla pioggia di fronte a Palazzo Chigi, il Pantheon a Berlino, il circolo degli artisti a Roma, il raggio verde che crea il sole e via dicendo. Non vi dirò a quali fotografie, che hanno tutte un titolo molto azzeccato, questi luoghi reali che vi ho elencato sono collegate. Uno degli aspetti positivi della mostra è proprio il poter viaggiare e fantasticare senza spendere un euro ( oltretutto l’entrata è gratis).  Non c’è ritocco digitale, il che esalta la bravura del fotografo che propone un prodotto sincero, senza finzioni, schietto, come il suo carattere.

Queste fotografie mi ricordano molto i disegni utopici di Boullee (architetto e teorico neoclassico francese, in particolare il Cenotafio di Newton), Ledoux (architetto e urbanista francese neoclassico) e Buckminster Fuller (architetto, filosofo e tantissimo altro, americano, Novecento). Parlando poi con Tommaso, ho scoperto che  ha studiato architettura, per cui qualche richiamo agli studi si vedono e sono richiami perfetti.

Proprio a settembre c’è stata la premiazione delle migliori foto “Astronomy Photographer” tenutesi il 16 settembre al  Royal Greenwich Observatory”. Specialmente la seconda arrivata come migliore, quella di Catalin Baltea dove vediamo un’eclisse solare totale, ricorda gli stargate di Carmassi e credo che il fotografo di Lucca non sfigurerebbe nella competizione, anzi. E forse i dieci Stargate che sono esposti mi ricordano il gioco di luci che si vedono nelle fotografie della competizione inglese perché la luce è una grandissima protagonista delle fotografie di Tommaso, luce che aiuta nel rendere più suggestivo il viaggio.

La Fondazione Amendola non è nuova a proporre artisti che comunicano e che propongono opere di qualità. Non si può fare politica senza la cultura . Le Fondazioni, come questa, sono un patrimonio importante per il nostro Paese e andrebbero maggiormente aiutate e valorizzate. Inoltre entrando si trovano sempre opere permanenti e nella seconda sala troviamo la riproduzione in dimensioni reali dell’opera di Carlo Levi “Lucania 1961″. Quindi è davvero normale vedere come vengano spesso proposte mostre temporanee con artisti particolari e significativi.

Tommaso Carmassi dimostra che per essere un buon fotografare e poter comunicare qualcosa, non basta solo la tecnica, bisogna sapere osservare. Belli sono anche i suoi ritratti e spero sia che continui la serie di mostre sugli Stargate ma anche qualcosa sulla realtà di tutti i giorni.

La mostra sarà aperta fino al 7 ottobre 2016, Fondazione Amendola in via Tollegno 52 a Torino. Dal lunedì al venerdì 9.30 – 12.30; 15.30 – 19.30, sabato su appuntamento.

 

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Delusioni: il festival della fotografia europea 2016

Vado a Reggio Emilia per il festival della fotografia europea dalla prima edizione del 2005. L’anno scorso per il decennale scrissi un post, su questo blog, dove ero entusiasta di come il festival cresceva di anno in anno. Potete immaginare la doccia fredda e l’enorme delusione nel constatare che quest’anno è la peggiore edizione di sempre. Onestamente non mi so dare ancora delle spiegazioni a tutta questa inversione di tendenza. Ammetto che chi organizza il festival è molto chiuso. Raramente, a meno che tu non sia o un amico o un qualcuno di importante/con i soldi, chi organizza comunica. La chiusura mentale e provinciale è da sempre un handicap del festival di Reggio Emilia. L’anno scorso si vociferava che la kermesse sarebbe dovuta passare a Modena, il che avrebbe senso perché lì si trova la Fondazione Fotografia che tante cose buone sta facendo. Mentre l’anno scorso pensavo che fosse una voce per invidia, quest’anno la voce si è riproposta e ho pensato e sperato a fine giornata che fosse vera, per il bene del festival. Mai ho visto tanta incapacità nel gestire, creare, curare un festival. Inoltre quest’anno il biglietto è aumentato di prezzo: da 12 a 15 euro intero, da 9 a 12 euro il ridotto. E visto il risultato finale francamente non me ne riesco a capacitare.

L’odore di sudore. È forse una delle cose che più ricorderò di questa edizione. La mancanza della solita calca. Meno spazi da visitare. Tutto meno, tutto più chiuso, tutto più provinciale. L’anno scorso c’era Expo, molti visitatori avevano scelto di fare un salto di qualche ora ma devo sincera e dal 2011 al 2014 (edizioni senza Expo) c’era davvero tanta gente.  Meno soldi? Meno pubblicità?

Le mostre. In un primo momento ho pensato di segnalare i nomi dei curatori che hanno fatto un pessimo lavoro ma poi mi è parso inutile. Il problema dell’inadeguatezza dei miei colleghi qui in Italia non si può descrivere in poche righe di un breve post su un banalissimo blog. Sarebbe un problema serio e cruciale che andrebbe affrontato in altre sedi. Mi domando: dobbiamo rassegnarci al becero provincialismo in qualsiasi campo nel nostro Paese?

Il tema per tutte le mostre quest’anno è “Via Emilia”. Si parla a 360 gradi dell’Emilia Romagna e dei suoi cambiamenti. Non tutti hanno seguito poi la linea del tema. Cosa salvo: le cinque mostre ai chiostri di San Pietro. Le mostre meno riuscite rispetto alle altre edizioni ma per fortuna qualche lampo di decenza e di interesse si è trovato, grazie in generale alle fotografie di Ghirri. A Palazzo Magnani si è deciso di fare una personale sul fotografo americano Walker Evans e per fortuna devo dire che è una mostra bellissima. Evans influenzò moltissimi fotografi, anche Ghirri. Fu uno dei primi, a inizio Novecento, a mostrare come soggetti principali le persone comune. Il colpo d’occhio, la capacità in una sola foto di raccontarci un’intera storia, la tecnica e la velocità sono alcune delle doti di Evans, che però verrà snobbato da molti per molto tempo. È una mostra ben fatta e ben curata.

Delusa enormemente dallo Spazio Gerra: luogo sperimentale e innovativo di Reggio Emilia quest’anno ha proposto la tristissima Disco Emilia. Una delle mostre più brutte e stupide che io abbia visto negli ultimi dieci anni. Salvo solo le parole di Tondelli (grandissimo e rivoluzionario scrittore, purtroppo scomparso nel 1991), colpo di genio che ha salvato qualcosa della mostra. Stendo un velo pietoso su quello che ho visto ai chiostri di San Domenico, galleria Parmeggiani e altri luoghi del Off.

Un passo falso, un’edizione sfortunata. Voglio vederla sotto quest’ottica. Non è possibile che dopo le edizioni dal 2011 al 2015, belle, propositive, avvincenti, si sia creata questa edizione. Non lo trovo per nulla logico. Dovrei dire due parole su come i cittadini di Reggio Emilia fossero infastiditi e non pronti alla presenza di “estranei” per il festival. Ma credo di aver già massacrato abbastanza. Cara Reggio Emilia ci rivederemo il prossimo maggio, con fiducia.

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Fotografia e ambiente. Alessio Zemoz

La fotografia può essere portatrice di un messaggio, di una riflessione, può porre una domanda. In ogni caso la fotografia testimonia ciò che guarda. Non ci sono veli che possono nascondere quella verità.

In questi ultimi anni il tema dell’ambiente e dell’ecologia e di come ci relazioniamo all’habitat che ci circonda sta diventando sempre più importante. È un’urgenza. Un tema che non possiamo ignorare. La fotografia è uno dei molti strumenti con cui si può creare una riflessione a riguardo. Inerente al tema c’è anche il rendersi conto che certi spazi stanno cambiando, anche drasticamente. Per esempio in Italia le nostre montagne stanno subendo dei cambiamenti, non solo ambientali ma anche a livello di popolazione.

“Nei territori alpini della Valle d’Aosta, lo vàco è una presenza costante, è il vuoto paesaggistico lasciato da una cultura millenaria, rapidamente cancellata dalla globalizzazione, dalla meccanizzazione, dall’urbanizzazione, in definitiva dal progresso.
Lo vàco può in un certo modo rappresentare anche un vuoto gestionale. Rimane in esso la traccia di una cultura, di un mondo che effettivamente non esisterà più – anzi, che tra i giovani cittadini già non esiste più, o forse non è mai esistito”

La mostra sul vàco, sul vuoto, del fotografo Alessio Zemoz rimarrà aperta al pubblico alla Fondazione Fotografia Modena fino all’ 8 maggio. È una mostra significativa perché tocca appunto una tema molto attuale ma di cui si parla poco nel nostro Paese.

Alessio Zemoz ha vinto il premio internazionale per la fotografia under 40, di cui uno degli sponsor è Sky Arte insieme alla Fondazione. Ha vinto sia per la bellezza e la malinconia delle sue fotografie ma anche per il progetto che c’è dietro a queste.  Zemoz nasce in Valle d’Aosta nel 1985 e qui si diploma e lavora ancora oggi. Si occupa del suo territorio e attraverso un progetto da lui fondato, ProgettoSkia (dove skia è una parola greca, significa ombra) parla di quello che lo circonda. Un laboratorio sperimentale dove attraverso la fotografia si può ragionare sulla montagna, sul territorio e sulle identità.

La mostra ci propone un lavoro direi sia scientifico sia antropologico: insieme alla fotografie delle montagne in Valle d’Aosta oggi, accanto ci sono vecchie fotografie di famiglie valdostane in bianco e nero a mostrarci un mondo che potremmo dire non c’è più. Guardandole sembra di essere di fronte a fotogrammi di una pellicola di cellulosa di un film, credo che Zemoz si ispiri alla fotografia cinematografica. Il tema della montagna è un tema caro a un altro fotografo italiano, affermato e conosciuto, Alberto Bregani. Il quale da anni ci fa conoscere il paesaggio trentino con magnifiche fotografie in bianco e nero. Sarebbe interessante una collaborazione fra i due.

Ho trovato molto intelligente la mostra alla Fondazione a Modena, curata da Christine Singhelli, e Zemoz è assolutamente meritevole del premio. Spero che il suo lavoro e la sua ricerca vengano presto conosciuti ed apprezzati in tutta Italia e all’estero.

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Ryan McGinley. Una bellissima mostra al GAMeC a Bergamo

Ryan McGinley è uno dei fotografi più promettenti e considerati uno dei bravi della sua generazione. Americano, nato nel 1977, si è fatto conoscere come narratore di una gioventù che vive giorno dopo giorno, sulle strade, ma anche ha approfondito lo sguardo sulla classe media americana e la sua etica. All’inizio degli anni zero inizia a dedicarsi sempre di più ai corpi ma anche all’ambiente. Temi che porterà avanti con originalità e che lo faranno conoscere al grande pubblico. Il GAMeC gli dedica la prima personale qui in Italia. Mossa intelligente e coraggiosa. È anche la prima volta che la galleria d’arte contemporanea di Bergamo dedica una mostra a un fotografo, in più non conosciuto in Italia.

La mostra si intitola “Four Seasons” e inizia con la stagione dell’inverno. In tutte e quattro le sale ho trovato delle fotografie assolutamente coinvolgenti e significative. Si nota anche la cura con cui McGinley ha realizzato questo progetto. Come viene spiegato ha iniziato a cercare paesaggi incontaminati per poter rappresentare al loro interno il corpo umano in condizioni estreme fin dal 2004. E vi ha lavorato per ben dieci anni. (Esponendo poi ora tutto il progetto si ricollega per esempio sia alla tematica dell’ambiente e sua crisi sia al film The Revenant di Inarritu).

Sono immagini sia fortemente intime sia però con un gusto selvaggio e propense alla “vastità”. Si intuisce l’influenza artistica di pittori del Romanticismo ma anche degli scritti e delle poesie sulla natura dell’americano Thoreau, all’inizio dell’Ottocento. Per non parlare poi del forte richiamo alla musica di Vivaldi. Aggiungerei ma non sono sicura che il fotografo conosca le opere dei pittori tedeschi del Cinquecento ( a cui però si ispirarono sicuramente i pittori che invece McGinley richiama) quali Altdorfer, Elsheimer o Dürer.

Le fotografie sono assolutamente bellissime, con un retrogusto alla nostalgia, al mistero e al silenzio ma che arricchiscono la visione. Complimenti al curatore Stefano Raimondi per la scelta del progetto e alla direttrice responsabile Cristina Rodeschini. La mostra si concluderà il 15 maggio. Consiglio vivamente di andarla a visitare anche per il GAMeC di Bergamo è poco conosciuto ma merita, specie per la nuova vitalità che sta attraversando. Oltre alla personale di McGinley, con il biglietto, potrete visitare altre due mostre di arte contemporanea, sempre di alto livello. “Reasons” di Rashid Johnson, sempre curata da Stefano Raimondi, e “Atlante delle immagini e delle forme” cioè le nuove donazioni alla Galleria. La GAMeC sta vivendo una rinascita dal forte respiro internazionale e anche solo per questo, come sostegno, mi pare giusto andarla a visitare.

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Dieci anni di fotografia europea a Reggio Emilia.

Quest’anno il festival della fotografia europea a Reggio Emilia ha compiuto dieci anni. Si può dire con assoluta certezza che questo è stato l’anno della maturità. Iniziato nel 2005 in sordina, si è sviluppato e migliorato nel corso degli anni, finché nel 2011 è avvenuto il giro di boa verso un netto miglioramento sia in qualità, che in temi e allestimento.

Il festival si compone di molte mostre disseminate per tutta la città. I nomi degli artisti vanno dai più famosi al gran pubblico a coloro che sono conosciuti solo a chi lavora nel settore. Quest’anno si è deciso di non avere nomi “storici”. Una scelta coraggiosa che ha avuto un’ottima risposta da parte del pubblico che magari è passato solo per curiosità. Certo c’erano fotografi importanti ma bisogna essere onesti i loro nomi hanno un senso solo per chi lavora nel mondo dell’arte, eppure sono stati molto apprezzati. Tutte le mostre sono di alto livello, ben curate e con un buon uso degli spazi. Quindi i miei complimenti sono davvero rivolti a tutti, da Elio Grazioli fino a tutti i curatori e i volontari di questa edizione.

Il 2015 non è solo il decennale del festival ma è anche l’anno dell’Expo. Gli organizzatori hanno così voluto ricollegarsi al tema del pianeta ma non incentrandosi sul cibo bensì sull’ecologia e gli ecosistemi. Infatti il titolo del festival è “Effetto terra”. L’ho trovata una scelta importante e azzeccata. C’è stata una riflessione sui rapporti possibili tra i vari temi che riguardavano il pianeta e la fotografia. Un primo aspetto come la fotografia rappresenta il pianeta. Poi il fatto di dover e voler documentare conflitti e catastrofi non in maniera asettica e provando a comunicare cosa si vuole rappresentare. L’impegno di chi fotografa di pensare e raffigurare ecologicamente il mondo e i suoi problemi e rendere la fotografia “un’arte pubblica e di pubblica utilità”. Tutte queste considerazione e altre hanno portato a dividere il festival in quattro sezioni: uomo/natura; natura senza uomo/uomo senza natura; reinventare il mondo; natura/mondo. Cercando artisti che avessero saputo interpretare e capire questi temi. I curatori hanno allestito mostre belle e con un senso. Accostamenti e posizionamento delle fotografie perfetti. Più mi inoltravo nelle stanze dei vari palazzi, più ero felice di vedere un lavoro che dimostra che noi Italiani possiamo fare festival d’arte di alto livello partendo magari da pochi mezzi.

Stupendo poi vedere come tutta la città fosse coinvolta. L’utilizzo di posti belli ma abbandonati come i chiostri di San Pietro (sede principale del Festival, dove c’è anche la biglietterie e il bookshop), i chiostri di San Domenico (utilizzati davvero poco durante l’anno), lo stupendo palazzo delle raccolte civiche, oppure il magnifico Palazzo da Mosto (restaurato in questi anni grazie ai proventi dei festival e oggi di nuovo usufruibile), la vecchia sinagoga (superba e ancora bellissima nonostante abbandonata, si possono anche visitare i matronei. Fuori due targhe commemorative degli ebrei reggiani morti durante l’olocausto. Non bisogna dimenticare!) e poi tanti altri luoghi come la Galleria Parmeggiani e lo spazio Gerra ( che però ha scelto di presentare un tema diverso dal festival e cioè il Jazz).

Ebbene un festival che mostra e fa riflettere e che mette in moto una città di provincia altrimenti sonnolenta, mi scuseranno i cittadini di Reggio Emilia ma ahimè è la verità.

C’era anche il tema della scienza. Sia con una mostra “Earth” dove si parlava di spazio e foto correlate a quella tematica sia una mostra su Pier della Francesca e la tecnica scientifica nei suoi quadri a palazzo Magnani, superba sede.

La mostra principe era quella di Olivo Barbieri ai chiostri di San Pietro. Centonovanta fotografie che ripercorrevano la storia professionale del maestro, con allestimento magnifico ma semplice allo stesso tempo. Quelle che ho trovate più significate però sono state quelle della sezione Noor; A drop in the ocean – Sergio Romagnoli curata da Alessandro Calabrese e Milo Montelli; Found photo in Detroit di Arianna Arcara e Luca Santese curata da David Campany; No man nature con le bellissime fotografie di Darren Almond, Pierluigi Fresia, Mishka Henner, e altri (ma i nomi che riporto sono per me i più interessanti) curata da Elio Grazioli e Walter Guadagnini. E infine la stupenda e toccante mostra alla sinagoga vecchia di Erik Kessels “Unfinished Father” curata da Walter Guadagnini.

Faccio un breve accenno alla sezione Noor (che poi sarebbe il nome di un’agenzia chiamata a presentare i suoi fotografi). Questa agenzia fu fondata nel 2007 e riunisce fotogiornalisti accomunati dalla stessa concezione di fotografia intesa come strumento per documentare le problematiche del mondo contemporaneo, contrastare le ingiustizie e difendere i diritti umani. Quest’anno hanno presentato fotografie legate alle problemi del clima. I fotografi presentati sono stati Nina Berman, Andre Bruce, Pep Bonet, Alixandra Fazzina, Stanley Greene, Yuri Kozyrev, Kadir van Lohuizen, Jon Lowenstein e Francesco Zizola (per me uno dei migliori fotografi del gruppo, le sue fotografie parlano!). I fotografi di NOOR con un lavoro sistematico di ricerca e di inchiesta realizzato in vari continenti, tracciano un état de lieux delle problematiche attuali e delle risposte tese a risolvere problemi specifici e a suggerire soluzioni più generali, messe in opera in diverse regioni del pianeta. Per una visione globale del presente e delle forme di resistenze possibili. Credo la sezione del festival che più mi ha fatto riflettere.

C’è la possibilità di visitare molte delle mostre fino al 26 luglio. Anche il catalogo è ben fatto e costa 28 euro. Per chi è appassionato e lavora nel settore un buon acquisto. Consiglio vivamente di visitare Reggio Emilia e questo festival, anche solo per non dimenticare quanto è bello il nostro Paese e quanto siamo bravi a creare eventi di qualità quando vogliamo.

 

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Vanessa Winship: una fotografa-cronista

“My work explores concepts of borders, land, memory, desire, identity and history” così scrisse la fotografa Vanessa Winship nel 2011. Fotografie in bianco e nero. Volti che sono come paesaggi dove viaggiare dentro. Paesaggi che esprimono sentimenti e richiamano poesia e letteratura. Non troviamo banalità, pose artificiose, falsità nelle fotografie superbe dell’inglese Winship. Nata nel 1960 in una piccola città inglese, si interessò subito alla fotografia. Dalla fine degli anni ’80 viaggia tra i Balcani, l’est del mondo e la provincia america alla ricerca di outsiders, culture ignorate, posti e luoghi dimenticati. Dal 1999 al 2003 attraverserà Albania, Serbia, Kosovo, Grecia per vedere cosa sta succedendo e cosa la guerra del Balcani lascerà. Nel 2002 girerà tutti gli stati confinanti sul Mar Nero, infine andrà in Georgia. Tutti stati che un tempo furono sotto il blocco sovietico e ora provano a cercare una loro identità.

Le sue fotografie interpretano vari mondi, lontani dai nostri occidentali e consumistici. Tutto il lavoro della Winship ha come comune denominatore la condizione umana e il suo relazionarsi in specifici contesti. Investiga in maniera profonda. Nel fotografare delle studentesse dell’Anatolia sembra quasi che voglia divorare la loro anima. Ogni persona che si fa ritrarre si concede in maniera totale e assoluta alla sua lente. Non c’è schermo divisorio, non c’è falsità o costruzione posticcia: le persone, e in particolare le donne, si danno completamente. Vediamo sguardi fieri e cristallini. Bellezze non classiche.

Il lavoro svolto in America non è disgiunto da quello dell’est Europa. La fotografa non va alla ricerca di immagini già note, di facili soggetti ma di paesaggi selvaggi e quieti allo stesso tempo, persone che abitano in dimenticate provincie americane che, esattamente come le donne turche o georgiane o albanesi, si lasciano completamente assorbire dalla macchina fotografica e non mettono filtri alle loro espressioni.

Da dicembre a febbraio a Milano, alla Fondazione Stelline, vi è stata una piccola mostra su Vanessa Winship che riprendeva invece la grande retrospettiva che la Fundacion Mapfre di Madrid le aveva dedicato. Nonostante le fotografie fossero molte meno e l’allestimento delle opere mediocre (si potevano fare molti accostamenti e far vedere similitudini senza seguire ordini cronologici; i ritratti femminili erano accatastati uno vicino all’altro senza dare la possibilità di concentrarsi su uno solo dei volti) mi sono notevolmente emozionata. La bravura e la sincerità della Winship mi hanno subito colpita. Certe fotografie erano così intense che mi hanno tolto il fiato. È stupendo quando succede, sentire che queste opere, e i soggetti, comunicano con te. Molte fotografie sembrano ispirarsi a quadri dell’Ottocento o il realismo del Novecento, i ritratti fatti in Georgia sembrano addirittura ispirati da ritratti di fine epoca romana. Vi è una cultura artistica e letteraria notevole in Vanessa Winship che la fotografa dimostra in tutti i suoi lavori.

Credo che sia una delle più grandi fotografe viventi. Sarebbe interessante che venissero create in Italia e in Europa altre retrospettive su di lei.  Grazie ad internet è facile poter ammirare le sue opere. Vi consiglio caldamente di farlo, come consiglio vivamente di non stare solo davanti a un computer ma di uscire e di andare a vedere qualche mostra. L’arte fa vissuta e fatta respirare.

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Un breve ricordo della poetessa milanese Antonia Pozzi.

Nelle fotografie appariva con i capelli biondi corti. Si vestiva spesso con pantaloni da uomo ma la sua femminilità restava intatta. Lo sguardo fiero e intelligente, occhi a volte rassegnati. Una bella donna colta e più avanti nel fare e nel pensare di molti uomini dell’epoca. Una donna che dall’esterno sembrava molto forte ma non riusciva a vivere davvero quei tempi bui e infelici che furono gli anni del fascismo.

Antonia Pozzi era una milanese, nata in una famiglia agiata della Lombardia. Studi al Liceo classico, università. Mille progetti. Una grande passione: la poesia. Fin da adolescente scrive poesie. E sono componimenti intelligenti, diretti, con gusto crepuscolare e a volte ermetico, ma con un occhio della realtà che la circondava. La poesia come luogo di rifugio.

Era una donna moderna: viaggiava moltissimo, parlava più di una lingua, era indipendente. Amicizie fra vari intellettuali. Ma le pesava il fascismo e dopo le leggi razziali, nonostante fosse “ariana” e quindi, come molti italiani dell’epoca, poteva fregarsene. E invece trovava tutto insopportabile e il 3 dicembre 1938 si suicida. Gesto per me incredibile e impensabile ma non si sa cosa si annida nelle camere oscure del cervello di una donna così straordinaria.

Il suicidio non deve però intaccare la meravigliosa figura di questa donna che invito a scoprire. Era un’artista completa, amava molto la fotografia, cosa rara all’epoca. Nel 2007 fu fatta una bella mostra fotografica su Antonia Pozzi e furono esposte fotografie fatte anche dall’autrice.

Per concludere riporto una delle sue poesie più famose “Via dei Cinquecento”

Pesano fra noi due
troppe parole non dette

e la fame non appagata,
gli urli dei bimbi non placati,
il petto delle mamme tisiche
e l’odore –
odor di cenci, d’escrementi, di morti -
serpeggiante per tetri corridoi

sono una siepe che geme nel vento
fra me e te.

Ma fuori,
due grandi lumi fermi sotto stelle nebbiose
dicono larghi sbocchi
ed acqua
che va alla campagna;

e ogni lama di luce, ogni chiesa
nera sul cielo, ogni passo
di povere scarpe sfasciate

porta per strade d’aria
religiosamente
me a te.

27 febbraio 1938

 

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Mostre d’arte, utili anche per formare un giudizio sociale

Una mostra non può avere solo un significato o uno scopo. Ne deve avere molteplici perché molteplici sono le sfaccettature che uno spettatore può vedere in essa.

Mostre incentrate solo un grande nome per attirare più gente possibile ma senza uno scopo o un percorso logico sono destinate a essere dimenticate subito ed a non avere alcun scopo sociale.

Per questo quando ho visitato la mostra su Lewis HIne alla fondazione TreOci e il padiglione delle nazioni del nord Europa su Tanzania, Kenya e Zambia alla Biennale d’Architettura, entrambe a Venezia, sono rimasta piacevolmente colpita per il loro intento nel far riflettere chi le visitava.

Alla fondazione TreOci, isola della Giudecca, si trovano sempre mostre fotografiche, molto belle e molto interessanti. Fino a gennaio si potrà visitare una sulla prima guerra e all’ultimo piano quella sul fotografo americano Lewis Hine. Egli immortalò nelle sue fotografie i lavoratori americani di inizio Novecento. Lo sfruttamento minorale in miniere, in aziende tessili, in cui i ragazzi o i bambini, senza alcun diritto o tutela, sorridono alla macchina. Sporchi, spesso con problemi di salute, con facce già adulte. Lavoratori senza alcuna precauzioni per tutelarsi lavorano per costruire enormi grattacieli. Tutte queste foto in bianco e nero mi hanno profondamente commosso perché mi hanno mostrato come sono stati fatti enormi passi da giganti nei paesi occidentali in materia di lavoro, ma ancora molto c’è da fare. E come il tema dei diritti sia sul lavoro sia sociali è un tema ancora importantissimo e se non  addirittura centrale. In questi giorni poi, in Europa, questa mostra dovrebbe essere mostrata a molti politici e a molti industriali, per far riflettere.

L’altra esposizioni che mi ha colpito moltissimo è stato il padiglione di Svezia, Norvegia e Finlandia dedicato e costruito con tre stati africani: Tanzania, Kenya e Zambia. La mostra si intitola “Forms of freedom. African independence and nordic models”. Di tutti i padiglioni, e quest’anno la Biennale di architettura era davvero notevole, era quello più bello e significativo. Il progetto che c’era dietro partiva da questo: negli anni ’60 Tanzania, Kenya e Zambia diventano indipendenti ma ciò coincide anche uno sforzo di aiuto da parte di alcuni Paesi del Nord Europa. Aiuto che consisteva nel portare democrazia, modernizzazione e un buon sistema di welfare in queste nazioni. Durante pochi e intensi anni tra ’60 e ’70 architetti scandinavi e non contribuirono al rapido processi di modernizzazione di parte dell’Africa. Costruire “libertà” per loro significava costruire infrastrutture e industria, scuole, ospedali, palazzi amministrativi. Ma qualcosa andò storto e molti progetti rimasero incompleti o vennero drasticamente cambiati. Nel padiglione, enorme e con vetrate che facevano entrare una magnifica luce, si possono vedere i progetti dell’epoca e vicino la storia di ogni nazione africana. Fotografie che documentano il momento felice di comunicazioni tra questi paesi così diversi. E molti altri progetti e video. La domanda finale è: questi Paesi africani hanno raggiunto a pieno i loro diritti e sono diventati democratici? Non c’è pregiudizio razziale, non c’è un dito puntato contro. Anche qui ho potuto sentire l’urgenza ancora oggi di parlare di diritti e di cosa si può fare per migliorare una situazione democraticamente precaria.

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Angolo caffè e libri. #2 Claudio Giunta e Giovanna Silva “Viaggio in Islanda”

Quest’estate volevo passare le ferie in Islanda. Due settimane nella natura selvaggia, in mezzo a vulcani, ghiacciai, geyser, landa sconfinate e cibo cattivo. Ignara dei prezzi dell’aereo mi sono interessata troppo tardi: a maggio i biglietti per andata e ritorno costavano già 580 euro l’uno.

Il giorno la disfatta mi trovo in una libreria piena di fighetti di Milano. Mentre i clienti snobbano i libri e cercavano di attirare l’attenzioni di sconosciuti (parlando in un tristo inglese, discutendo di ricchezza e creatività delle start up e chiedendosi se fare 2 mesi di vacanza di snob) a me, sfigata tra gli sfigati, mi cade l’occhio su questo libro: “Tutta la solitudine che meritate” sottotitolo (ma che sul catalogo è il titolo principale…) “Viaggio In Islanda”. Scritto da Claudio Giunta e corredato dalle bellissime fotografie di Giovanna Silva. Edito da Quodlibet (grande anche se piccola casa editrice). Prendendolo come segno del destino, nonostante la recente sconfitta, lo compro all’istante.

Leggendolo scopro che il mese migliore per recarsi è maggio. Costa tutta immensamente meno, anche biglietti aereo (che però bisogna prendere comunque con un certo anticipo), ci sono pochi turisti e si può anche non prenotare hotel.

Claudio Giunta è un scrittore molto bravo che ti fa entrare subito nel vivo della questione che tratta. Avevo letto un suo romanzo, Solovki, edito e finanziato da Bookabook (al cui progetto dedicherò un post a parte). Ma qui non si tratta di un romanzo bensì di un diario di viaggio in Island fatto dall’autore. Diario e allo stesso guida. Descrive luoghi, hotel, cibo, problemi affrontati ma descrive e parla soprattutto delle persone, e anche solo per loro ti viene subito voglia di andare in Islanda. la copertina, di un grigio cenere con tendenza blu, ricorda molto il cielo islandese. E poter trovare all’interno le foto meravigliose e suggestive di Giovanna Silva, per niente da “agenzia turismo”, ma vere e sincere, aiutano molto a volere prenotare un aereo.

Alla fine del libro si trovano alcune pagine da guida “classica”: indicazioni su dove alloggiare, dormire ecc. In ogni caso corredate da commenti dell’autore.

Se volete andare in Islanda suggerisco di portarvi dietro questo libro: scoprirete molto di più e sarete più appagati rispetto a una ormai monotona e didascalica guida Lonely planet. Ma se invece volete viaggiare solo con la fantasia il libro vi aiuterà comunque, anche se alla fine vorrete sorseggiare una bella cioccolata calda.

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