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Post – Internet. L’arte e la tecnologia

Internet potrebbe cambiare il mercato dell’arte o la sta già facendo? Fra dieci si andrà ancora fisicamente nelle gallerie? Nel 2012 Christie’s vendette 7 opere on line, nel 2014 invece 78. Solitamente le opere comprate in rete sono considerate di poco valore, per la maggior parte dei casi è così; però nel 2014 da Sotheby una copia di John James Audubon “The birds of America” fu venduta on line per 3,5 milioni di dollari, il primo aprile 2015 Sotheby’s ha fatto la prima audizione di vendita on line su ebay. Questo post è per iniziare un ragionamento sull’argomento, assolutamente sottovalutato o addirittura non preso in considerazione in Italia.

 

Nel 2014 la percentuale di arte venduta in rete è stata il 4,8%  del mercato. Il valore del mercato dell’arte on line è stato nel 2013 di 1,5 miliardi di dollari, nel 2014 2,64 miliardi mentre per il 2016 la stima è di circa 6,30 miliardi di dollari. Dipinti venduti on line nel 2013 sono stati il 57% mentre nel 2014 la percentuale è stata all’incirca del 62%; per le sculture c’è stato solo un piccolo incremento nel 2013 al 21% nel 2014 22%; per quanto riguarda new media/digital art invece solo del 10% sia nel 2013 che nel 2014. Un altro dato significativo, che all’estero sta facendo molto ragionare su nuove politiche al’interno dei musei o delle gallerie, sono i visitatori virtuali, per esempio per quanto riguarda il Tate nel 2002-03 i visitatori fisici sono stati 6.333.000 mentre quelli virtuali sono stati 2.065.800, nel 2013-14 quelli fisici sono stai 7.036.490 mentre quelli virtuali sono stati 12. 878.202. Come si può vedere c’è stato un incremento dei visitatori “fisici” ma nell’ultimo periodo c’è stato un notevole e non da sottovalutare incremento di quelli virtuali. Questo può essere spiegato per un miglioramento e abbellimento del sito ma non può essere imputato solo a quello o alla crisi che fa viaggiare meno, perché vediamo che comunque quelli fisici non sono assolutamente diminuiti, anzi. Per alcuni questi dati stanno a significare che si sta formando un nuovo mercato, per altri che c’è già un nuovo mercato.

 

Ma dove possiamo trovare questo nuovo mercato? Un esempio. Rob Hult e l’artista Duncan Malashock creano la Klausgallery.net nel 2011, tutto su internet. È molto probabilmente la prima galleria d’arte interamente virtuale. Nel 2012 pubblicano  degli ebooks di una serie di artisti curati da Brian Droitcour, il tutto sempre come Klausgallery. Ovviamente sia Hult che Malashock si sono chiesti come monetizzare il tutto. I consigli di Hult sono vari. La gente deve perseverare molto tempo nella digital art, anche se poi i metodi sono praticamente gli stessi di qualsiasi galleria. Oltre al monetizzare c’è anche il problema di come rendere uniche le opere (sulla rete è un attimo la duplicazione) e come visionarla quanto magari cambiano o diventano obsoleti certi sistemi operativi. Cosa fa la Klausgallery: 1) digital works preloaded onto a USB ora data storage device 2) website (l’autenticità del pezzo funziona in tandem con l’URL) 3) apps sull’Apple store 4) ebooks 5) preloaded work on a device 6) subscription service 7) video frame/monitor 8) user access code 9) printing 10) free e qui ovviamente il caso degli artisti che non hanno nessuna intenzione di monetizzare e rendere unica la loro opera.

 

Questi un po’ di dati pratici sul mondo dell’arte digitale. Ma ci si pone anche altre domande di tipo concettuale. La critica e gli studiosi d’arte hanno nel corso degli ultimi due secoli voluti suddividere le correnti e dare a ogni movimento o secolo un nome (per esempio Barocco, Gotico Internazionale, Romanticismo) anche se poi queste definizione avevano e hanno un valore temporaneo, nell’arte niente è mai stato statico e misurabile e capibile in “annate”. Il grande pubblico non ne sarà al corrente ma da metà degli anni ’90 si sta cercando di dare un nome alla nostra epoca dal punto di vista artistico. Ma è davvero fattibile? E noi stiamo capendo e apprezzando l’arte che oggi giorno ci circonda?

 

Una delle domande nel settore è: il periodo Post – Internet è già morto? Ben Vickers (digital curator della Serpentine gallery) pensa di sì perché ci sono tanti Post -InternetS (usa proprio questa parola). Per alcuni critici non c’è mai stata una vera attenzione e una vera corrente, stava nascendo negli anni ’90 ma poi non si è sviluppata. Nathan Jurgenson nel suo interessantissimo saggio “The irl fetish” (pubblicato su The New Inquiry) parla di un dualismo digitale, tra “real life” e “offline” e conclude affermando

 

That is, we live in an augmented reality that exists at the intersection of materiality and information, physicality and digitality, bodies and technology, atoms and bits, the off and the online. It is wrong to say “IRL” to mean offline:Facebook is real life.

 

Se Internet ha creato nuove forme di social life, il Post – Internet dovrebbe presentare un nutrito gruppo di pertinenti nuovi modelli per l’arte stessa.

Alcuni artisti non si riconoscono in una categorizzazione così generale e vedono il termine post – internet come spregio, termine più per curatori e critici che non amano l’arte fatta con la tecnologia. Per altri non vuol dire niente mentre per altri ancora è un modo di vedere delle meta – immagini, far parte del flusso interconnesso con la massa. Fra questi c’è chi usa twitter per postare le sue opere e farle conoscere come Joey Holder. Altri usano tumblr. Invece ci sono coloro che creano ma che non si vedono come artisti che interpretano o analizzano il mondo di oggi, come invece sono stati intesi in passato gli artisti. Hanno invece il desiderio di diventare un network, usano termini come fluidity e soft borders.

 

Jonathan Openshaw ha scritto un libro sul tema e si chiama “Post digital Artisans” edito da Frame e devo dire che è davvero interessante e si pone molti interrogativi che andrebbero maggiormente sviscerati sul futuro dell’arte.

 

Il curatore Paul Young ha creato nel 2009 il premio Young Projects a Los Angeles per l’arte sperimentale. Per lui il periodo Post – Internet è esistito ed è stato nel 2006 -2010. Ora siamo già di fronte a una seconda generazione di artisti.

 

Non è facilissimo parlare di questo tema, l’avvento della comunicazione digitale e del web è stato culturalmente una rottura epistemologica. Dagli anni ’80 ad oggi le macchine non volano ancora sopra le nostre teste come nel film di Zemeckis “Ritorno al futuro” ma, culturalmente parlando, nello spazio di due brevi decenni, intorno a noi, e specialmente dentro le nostre teste tutto è cambiato. Alla fine degli anni ’80, in uno degli ultimi momenti prima che una grande onda virtuale passasse sopra di noi, Michael Stipe cantava  “It’s the end of the world as we know it”. La fine dei mass media e del primetime news, della kodak, dei giornali sul sofà, dei telefoni (as they were known) e così via. Durante queste “fast – forward – moving – while – senselessly – stripping – in – shuffle – mode” decadi, i visual artists hanno provato a parlare del cambiamento, a riflettere su questi inquantificabilmente significativi cambiamenti. A metà degli anni ’90 la bandiera del segno del tempo si sarebbe trasformata in vettori grafici puliti, illustrazioni giapponesi, figure 3d, costruzioni lego come pixel, collages di photo shop ecc. Tutto questo è stato considerato come summa e arte contemporanea ma non era per nulla digitale. Quando si decideva questo la mente degli artisti però andava altrove. Erano impegnati a confrontarsi con i mass media e la cultura dei tabloid ( spesso diventando incongruentemente famosi, per non menzionare il fatto assurdamente ricchi). Con rare eccezioni, gli addetti dell’arte comteporanea tra anni ’90 e anni zero hanno DECISO  di non occuparso del digitale. Per molto tempo, il “video” era quello di più lontano si potesse raggiungere nel “nuovo” campo. Quando gli artisti si sono finalmente svegliati, il digitale aveva ormai ingolfato pienamente le nostre vite. Ci nuotavamo già tutti dentro. E questo spiega perché il Post – Internet è diventato un termine difficilmente capibile. Post significa che prima c’è stato qualcosa, c’è stato subito arte appena nato internet, arte non relativa e scoperta ma creata nel mondo di internet. Ma qui è il problema. Perché gli artisti non stavano creando arte digitale o arte in internet per se in quel mondo ma ne creavano perché ormai c’eravamo dentro. Post – Internet  Art seguiva le nostre coscienze. In questi lavori c’è molta nostalgia, non ci sono riposte fresche. Gli artisti fra 90-00 erano ossessionati tra alta e bassa cultura e tra estetica e concettualismo. La generazione post internet: è troppo presto per definire se è esistita e se sì cosa è stato e dare dei temini storici ma di sicuro è l’inizio di qualcosa

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