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La libertà di dire tutto. Possibile e giusto farlo in ambito politico?

La libertà di dire tutto. In greco antico la parola è parresia παρρησία (pan = tutto e rhema = ciò che viene detto). Fin dall’antichità si è ragionato su questo concetto importante sia in ambito politico sia in ambito di qualsiasi discorso democratico. Euripide, Platone, Kant sono solo alcuni dei filosofi e drammaturghi che si sono interessati al tema.

In un momento storico in cui sembra che chiunque possa esprimersi e possa dire tutto e anche in qualunque luogo, mi pare un tema interessante. Ho iniziato a ragionarci sopra qualche mese fa quando lessi le lezioni tenute da Foucault sul governo di sé e degli altri nel 1983. Durante quelle lezioni il filosofo francese torna sempre sulla parresia. Sempre. È forse il vero tema centrale di quelle lezioni. Per far capire il vero senso di quella parola Foucault analizza testi di Euripide e Platone, fra i tanti. La parresia politica ha avuto varie forme nell’antichità. E in particolar modo ne comprende due: quella di una parola di rivolta, nell’Assemblea, all’insieme dei cittadini da un individuo preoccupato di far trionfare la sua concezione dell’interesse generale (quindi la parresia democratica); quella di una parola privata che il filosofo destina all’anima di un Principe per incitarlo a dirigere bene se stesso e per fargli capire ciò che gli adulatori gli nascondono ( la parresia autocratica).

Per studiare la parresia democratica Foucault usa come testi le tragedie di Euripide e i discorsi di Pericle giunti a noi attraverso le parole di Tucidide nella sua Guerra del Peloponneso. Lo studio preciso di questi testi, che per Foucault sono i testimoni precisi di quella che lui chiama “l’età dell’oro della parresia democratica, gli permettono di costruire la differenza tra la parola presa egalitaria, da un lato, e la presa di parola coraggiosa e singolare, dall’altro, che introduce nel dibattito di un dire-il-vero. Quel che interessa al filosofo è questa tensione tra un’eguaglianza costituzionale e un’ineguaglianza inerente all’esercizio effettivo del potere democratico. Se si rompe l’equilibrio si inizia ad adulare e così la parresia democratica si altera e si trasforma e diventa il diritto pubblicamente riconosciuto di dire a chiunque qualsiasi cosa e in qualsiasi maniera.  Invece la seconda forma si forma dentro un’altra cornice e cioè quella tra il filosofo e il Principe, Foucault ne parla usando come testo la VII lettera di Platone. Per Foucault il filosofo non deve sottomettersi ma essere veicolo di compressione nelle “pratiche politiche”. È un percorso di ragionamento che poi porterà avanti anche negli anni successivi. Per la filosofia, incontrare il proprio “reale” vorrà dire far funzionare, in un campo politico autonomo, la differenza della sua parola, del suo discorso ( per esempio come in Pericle), oppure informare la “volontà politica”, cioè proporre degli elementi di strutturazione di un rapporto a sé tale da suscitare, nella sfera della politica, l’impegno, l’adesione o l’azione.

Oggi non possiamo, a mio parere, cercare un filosofo che insegni o guidi un politico. Lo scrivo perché forse non vedo tali personaggi in giro, non solo in Italia ma nel mondo. Trovo comunque utili e interessanti gli spunti che Foucault ci pone. Certo egli non era interessato alla politica in quanto tale ma era interessato alla ricerca di un dire-il-vero filosofico che si rivolgesse al potere. Ma comunque si poneva il dubbio se chi detenesse il potere dovesse dire tutto e chi provava a smuovere il potere dovesse e potesse dire tutto. O solo i demagoghi possono dire tutto. Lo trovo uno spunto filosofico e non solo interessante e da sviluppare. Insomma, penso che si possano fare discorsi che riguardano la politica e il modo di esprimersi in tale ambito un po’ più significativi e profondi e non solo dibattere “fai parte di quest’area, non fai parte di quest’area” e così via.

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