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Architettura dell’informazione. Ci vuole una strategia per il futuro dell’informazione

“Il codice, l’architettura, definisce i termini dell’esperienza della vita nel cyberspazio” Lawrence Lessing

Nel mondo del digitale non vige l’anarchia. Ci sono delle regole e un’etica. Questi due elementi costituiscono un codice che da origine a un’architettura nella Rete. Bisogna ammettere che ancora una media esigua di persone in Italia ha capito le potenzialità della Rete. La si vede come un mondo sconosciuto e infido, che poco interessa alla maggior parte degli italiani. E forse gli italiani non vogliono ancora usare appieno le potenzialità di internet.

Per informarsi si usano di meno quotidiani e libri e si naviga nella Rete. Ma come vengono letti i dati che circolano? Sembra che si leggano solo i titoli e si guardino una serie infinita di video con gattini. Chi lavora nel mondo dell’editoria e del giornalismo si lamenta che il pubblico non vuole approfondimento ma avere solo una veloce fruibilità senza troppi contenuti e per colpa dei lettori il mondo dell’informazione sta morendo. Ma davvero è colpa dei lettori? O forse non c’è un’idea ben costruita che invogli alla lettura dell’articolo e quindi a una migliore informazione? L’usabilità nel mondo della Rete è importante. Per Luca De Biase l’usabilità è un argomento sottovalutato, l’esperienza dell’utente è un tema di ricerca poco indagato. L’informazione va a braccetto con i soldi: se non c’è un guadagno ovviamente il progetto on line muore. Perché questo non avvenga bisogna creare un’architettura dell’informazione. Per crearla bisogna fare ricerche, creare dei gruppi di utenti a cui proporre progetti in via sperimentale per capire come verranno visti e se verranno usati. Vi è un grosso lavoro da fare alle spalle. Ma sembra che in Italia non si voglia fare.

Per questo non mi ha stupito l’articolo di Domenico Affinito, giornalista che fa parte della redazione del settimanale Rcs Io Donna e che è un piccolo azionista sempre di Rcs. Affinito parla del flop digitale del gruppo Rcs (Corriere e Rizzoli per capirci), gruppo che sta attraversando grossi affanni dal punto di vista economico e che sembra non riuscire a trovare una strada per uscire da questo momento di crisi.

Affinito elenca i fallimenti digitali: 1) Twigs: social per bambini che in dodici mesi doveva avere 900.000 utenti, sono passati più di dodici mesi e ne ha appena 69.000 2) Made. com: lanciato alla fine del 2013 doveva essere enorme piattaforma per vendere prodotti di design;  in quasi due anni sono stati venduti solo 2400 prodotti ed è praticamente sconosciuto 3) Youdeal: sorta di Google che da coupon come Groupon, pochissimi like e utenti 4) Youreporter: un investimento di 2,5 milioni di euro, ha meno di 700 utenti al giorno e pochissimi video 5) il restyling del sito Corriere.it: bocciato dai lettori, peggior perfomance secondo Audiweb e tantissimi altri dati negativi che l’hanno reso una dei peggiori siti dei vari quotidiani e ha fatto perdere altri soldi. A causa di tutte queste politiche digitali fallimentari è stata chiusa l’unica redazione digitale del gruppo Rcs.

Non conoscere la Rete, o meglio, non voler conoscere questo mondo digitale ha nuociuto moltissimo al gruppo che ha perso molti soldi e buttato all’aria i 66 milioni di investimenti che non hanno portato nessun ricavo ma solo perdite.

Bisogna creare un’architettura dell’informazione. Lavorarci sopra, parlarne in maniera seria e costruttiva. Non solo porterebbe lavoro, aiuterebbe anche il lettore italiano ad avvicinarsi al mondo del digitale in maniera più costruttiva e proficua. L’informazione nel mondo digitale è il nostro futuro da cui non possiamo scappare, anzi.

Ma chiudo ammettendo che non mi stupisce la miopia del gruppo Rcs: in fondo hanno un editorialista come Aldo Grasso che scrive editoriali imbarazzanti e scrive ancora nel 2015 “il popolo del web”; e allora che cosa possiamo pretendere?

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