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Anime baltiche, un pezzo di storia d’Europa che non c’è più

Jan Brokken è un giornalista e romanziere olandese, pubblicato in italiana dalla casa editrice Iperborea.

Molto conosciuto e apprezzato in tutto il nord Europa, qui in Italia sta iniziando ad essere conosciuto solo ora, specialmente grazie al bel romanzo “Il giardino dei cosacchi”. Anime Baltiche l’ho letto subito dopo il romanzo su amicizia tra Alexander von Wrangel e Fëdor Dostoevskij. Eppure le due opere sono strettamente collegate e non solo perché autore è lo stesso.

Anime baltiche è indagine giornalistica e romanzo in stile verismo messi insieme. Non lo trovo un controsenso. Per anni l’autore viaggerà tra Estonia, Lettonia e Lituania. Cosa lo spinge? Ci riporta voci e storie di chi non c’è più, vite stravolte dalla rivoluzione d’ottobre e dalla seconda guerra mondiale.

Arriva spesso alla conclusione che camminando per Vilnius e molte altre città di questi Stati manchi qualcosa, manchi una parte delle loro anime ed è per questo che, nonostante la ricostruzione specie negli anni dopo caduta muro di Berlino, le città non stanno tornando alla loro origine, perché manca qualcosa. Cosa manca, cos’è questa mancanza che si sente così forte? La comunità ebraica. Una comunità perfettamente integrata ma spazzata completamente via sia dai pogrom (leggere dei pogrom  del 1905, di cui avevo già letto molti anni fa nella biografia su Irene Nemirovsky, è qualcosa che toglie il fiato) e poi dal nazismo. Quest’ultimo aiutato dal fortissimo antisemitismo che era presente in tutte le popolazioni del nord europea (anche nei polacchi ed ucraini).

Non solo. Brokken ci parla di quella nobiltà terriera di origine tedesca che mai sarà amata dai lituani o dai lettoni e che vedrà la propria cambiata per sempre quando dovrà per forza andare a vivere in Germania, una Germania che se ne fregherà di loro e conosceranno stenti e umiliazioni.

Il giornalista olandese ci racconta di Eizenstein, Romain Gary, Rothko, della moglie di Tomasi di Lampedusa (lei discendente dei baroni baltici e prima psicanalista donna in Italia). È un viaggio doloroso attraverso l’Europa del XX secolo che a causa della violenza e dell’ignoranza cambierà per sempre e mondi diversi che in qualche mondo avevano convissuto verranno spazzati via in maniera inesorabile.

Si arriva al terz’ultimo capitolo e biografia e si scopre il perché Brokken decise di intraprendere questo viaggio e questa ricerca. Parla di Anna Liselotte, madre di una sua amica. Personalità dell’editoria olandese di cui si sa poco. L’amica del giornalsista scopre che la madre era di Tallin prima della seconda guerra, una famiglia di baroni baltici quindi tedeschi. Durante la seconda guerra mondiale scapperanno e la madre da sola arriverà in Olanda. Qui ritroverà solo un fratello. Non parleranno mai del passato. La figlia però decide di portare la madre e lo zio a inizio anni zero del 2000 di nuovo a Tallin e in particolare dove avevano la loro casa. Di nascosto li sentirà ridere e parlare una lingua a lei sconosciuta:l’estone. La madre aveva talmente imparato bene l’olandese che non sembrava neanche straniera.

Il cognome di Anna Liselotte era Von Wrangel ed era la discendente diretta di Alexander Von Wrangel, l’amico di Dostoevskij e protagonista del successivo libro di Brokken.

Vi consiglio di cuore di comprare entrambi i libri, editi da Iperborea.

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Libri erotici per signore

Puntualmente, quando sta per iniziare la stagione estiva, alcune case editrici pubblicano quei romanzi un po’ erotici che strizzano l’occhio a ragazze e signore. I vecchi Harmony per capirci ma riveduti e corretti per copertina e stile. Questi libri erotici per il sesso femminile ora sono per ogni età: adolescenti, donne giovani ma adulte, milf, terza età. Evidentemente se ce ne sono così tanti è perché vendono. Un caso direi famoso fu la trilogia delle 50 sfumature. Credo che non solo le scene di sesso erano di un noioso e deprimente assoluto ma era scritto in maniera oscena, sembrava quasi per chi non prendesse mai in mano un libro, per semi analfabeti. Perché per questo tipo di letture bisogna sottolineare che lo stile è inutile; sono scritti male perché si sotto intende che intanto chi legge è un idiota. E non è una questione di svago! Infatti ci sono decine e decine di libri “leggeri” scritti in maniera arguta, intelligente.

Questi libri erotici per signore sottolineano però come in qualche modo sia vista la sessualità femminile. Un campo che, mi perdonerete, non è molto conosciuto. Le donne sono per la maggior frigide, secondo una certa visione. Per eccitarsi devono leggere queste tristi paginette (che ripeto: davvero per ritardati mentali). Forse si sfogheranno poi sul partner. Sì, perché donne che godono con il proprio compagno sono poche. Le donne che godono sono le prostitute (vere o considerate tali), le ninfomani, le poche serie.

Guardate che questi pregiudizi e “visioni della figa” sono molto radicati anche in noi donne. E in moltissimi uomini, anche quelli che più su ritengono di mentalità aperta. Vorrei fare degli esempi di quello che è successo a me ma mi auto censuro, anche per non avere rotture di scatole. In ogni caso posso dire che ieri sono uscita a cena con uno. Nato fine anni ’70. Si esce per conoscersi, come tutti e come fanno in tutto il mondo. La serie di pregiudizi che aveva mi ha lasciata delusa e mi sono chiesta se sono io che 1) sono troppo intransigente 2) quanto amiche/conoscenti/mondo femminile pur di avere un compagno accettano compromessi (che credo un giorno accetterò anch’io, a questo punto). Intransigenza e compromessi che i maschi, specialmente quando passano i trent’anni, possono non avere.

So perfettamente che non siamo tutti come sopra descritto. Non credo nella cosiddetta battaglia dei sessi. Forse i giovani sono più tranquilli. Sono uscita anche con uno più giovane di me, situazione poi era molto rilassata perché non c’erano promesse ecc; lui è molto aperto e sereno con pochissimi pregiudizi. Ma sono io qui che ho un blocco: non mi sento a mio agio a frequentare a volte uno più giovane. Ed è un blocco che la società mi “impone” perché gli uomini possono serenamente uscire con donne più giovani o anche giovanissime e non avranno dubbi e non verranno biasimati, anzi.

I pregiudizi e blocchi della società si trasmettono in maniera indiretta attraverso vari modi, tra questi metodi uno sono certi romanzi. Quando scompariranno, quando nelle librerie non ci sarà la sezione apposta “letture femminili” (ma poi che cavolo vuol dire?) credo che avremo fatto passi avanti.

Noi donne siamo viste: frigide, problematiche a letto, troie, mogli, scopamiche, madri (quindi NO SESSO), ecc. Siamo sempre incasellate in qualcosa, che non ci rispecchia. Il sesso è un dono della natura. Ovviamente è ancora più bello farlo con chi ci piace o con chi amiamo. Se tabù, pregiudizi cadessero (sia tra maschi che tra femmine) si vivrebbe molto meglio e si avrebbe una società anche più sana.

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Angolo caffè e libri #7 Io e Mabel di Helene Macdonald

È un libro incentrato sia sul lutto della protagonista per il padre e la sua passione per la falconeria sia sull’autore della Spada nella Roccia T. H. White.

Due temi che in apparenza non c’entrano molto ma che l’autrice riesce a intrecciare abbastanza bene.

Il romanzo della Macdonald è uscito in Inghilterra due anni fa e il titolo originale è H is for Hawk.  Ha fatto molto parlare di sè in patria per la scelta del tema della falconeria. Come ricorda l’autrice difficilmente i libri incentrati sugli animali finiscono in maniera felice. E per tutto il libro il lettore si chiederà: riuscirà la protagonista a uscire dal suo periodo di lutto? La morte improvvisa del padre scatena una serie di ricordi e di rilettura della propria vita nella protagonista che fin da piccola è appassionata di uccelli. Per riuscire a superare questo periodo difficile decide di allevare un astore, che fra tutti gli uccelli predatori è il più difficile da allevare. Vuole sfidarsi per sentire di nuovo qualcosa.

Insieme al trascorrere del tempo tra lei e Mabel, l’astore femmina che alleva, viene narrata la vita dello scrittore inglese White. Famoso per la Spada nella Roccia, da cui la Disney fece un cartone animato, viene ricordato anche per la sua autobiografia – poco conosciuta – intitolata The Goshawk. La Macdonald analizza la frustrazione di White nel fare l’insegnante ma soprattutto per dover nascondere la propria omosessualità. Il non poter essere se stesso. Un’eterna sensazione di dover vivere in prigione per l’autore inglese. Helene si trova in armonia con le emozioni di White, lo vede come un maestro nel cercare una via per uscire dal lutto.

White e l’astore femmina di nome Mabel sono coloro che aiutano la protagonista. La Macdonald esaspera in certi momenti questi paralleli. Dedica troppo spazio a White. A volte sembra di leggere due libri in uno. Il libro scorre davvero velocemente ma ho notato che si possono provare tutta una serie vorticosa di emozioni completamente diverse in poche pagine. A volte la lettura è estenuante. Ci sono stati dei momenti in cui ero avvinta dalla lettura, altri in cui non ne potevo davvero più della quasi pazzia della protagonista e della sua tristezza.

Qui in Italia è stato presentato come un grande libro, un libro rivelazione. Ed effettivamente è un libro diverso dagli altri sul lutto e sul ritrovare se stessi ma non è un libro geniale. Il finale agro dolce mi ha rasserenata al libro ma certi passaggi sono stati impossibili.

In ogni caso la dolcezza della scrittura della Macdonald è un balsamo che riesce a far stare gli occhi incollati alle pagine. È un libro comunque da leggere, magari con una camomilla con miele mentre si soffre d’insonnia di notte.

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Raccontare il futuro

Credo che ci sia la necessità della creazione di nuove parole, di nuovi linguaggi, di nuove maniere di scrivere.

Quando penso alla politica mi accorgo quanto sia obsoleto il linguaggio con cui si comunica. Come sia storicizzato e cristallizzato in un periodo che si ferma agli inizi degli anni Ottanta. Manca la formazione di classe dirigente e manca a sua volta la creazione di nuove parole, concetti, pensieri che guidino la Sinistra e il suo elettorato nel presente verso il futuro.

Non solo però la politica ha lacune linguistiche e bisogno di rinnovarsi ma io credo tutti i campi della nostra società. Questa mancanza la trovo anche nella narrazione. Non trovo autori che sappiano descrivere il nostro presente e che ci parlino del nostro futuro. Eggers e Franzen (con Purity) hanno provato a descrivere la società di oggi, specialmente l’aspetto dei social. Hanno fallito e io credo che Eggers con Il Cerchio abbia fallito miseramente rivelandosi uno degli autori più sopravvalutati degli ultimi quindici anni.

Quindi non c’è speranza? Forse no. Sul numero del 15 novembre 2015 del New York Times gli autori Jennifer Egan e George Saunders – in Italia pubblicati e tradotti magistralmente dalla Minimum Fax – dialogano fra di loro su scrittura, romanzi, immaginare il futuro. Ho trovato quelle tre pagine utile e rinfrescanti per quanto riguarda il tema. Entrambi non si considerano scrittori che parlano di “futuro”, Sanders afferma subito “I never really have any desire to be a futurist – to predict”. Amano entrambi raccontare storie che possano durare e interessare anche nel futuro. Eppure se leggiamo i loro racconti o i loro romanzi non troviamo sempre quello che ci circonda ma situazioni che possono apparire nel futuro anche se il tema trattato è assolutamente attuale.

La conversazione tra la Egan e Saunders non dura moltissime pagine. Parlano soprattutto dei loro lavori e come sono nati i loro progetti. Bello vedere come entrambi i due autori americani abbiano letto i rispettivi lavori e come ci sia sia stima sia stessa lunghezza d’onda seppur i loro stili non siano identici.

Ho trovato l’intervista utile perché mi ha fatto capire come si possa raccontare il “futuro” parlando del presente e come ci siano autori che si interrogano su come esprimersi usando parole e concetti di sempre senza risultare obsoleti. Il percorso è ovviamente ancora lungo e ci vorrebbe una riflessione generale o scoprire nuovi autori che sappiano interpretare le nuove esigenze dei lettori.

 

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Carne Viva di Merritt Tierce. Un romanzo stupendo e non convenzionale.

Carne Viva è il romanzo di debutto della scrittrice texana Merritt Tierce. In inglese il titolo sarebbe “Love me back” ed è uscito in America un anno fa, destando subito interesse e dibatti tra critica e pubblico. La casa editrice italiana Sur ha deciso, coraggiosamente e giustamente, che dovesse essere questo il primo romanzo da pubblicare per inaugurare la collana Big Sur, collana dedicata agli autori del nord america. Martina Testa ha tradotto il romanzo in maniera perfetta, trasmettendoci la crudezza delle parole inglesi dell’autrice e non tradendo lo spirito del libro.

Merritt Tierce ha scritto un libro devastante, stupendo, intenso. Potrei continuare a usare moltissimi aggettivi per descriverlo. Il modo con cui ci presenta la protagonista è un pugno nello stomaco piacevole. O forse si rimane un po’ stupiti per il fatto che certi linguaggi e certi modi di scrivere siano a uso esclusivo degli scrittori maschi e che da una donna ci si aspetta altro. La protagonista è Marie Young, poco più che ventenne, cameriera a Dallas. Rimasta incinta durante l’adolescenza vede il percorso della sua vita, che fino a quel momento non aveva avuto grossi scossoni, cambiare. Ama questa figlia piccola ma non sa come dimostrarlo,  non sa cosa fare con lei, si sente inadeguata nel prendersi cura della piccina.

La Tierce ci descrive un percorso di auto distruzione della protagonista. Marie prova disgusto per se stessa. Si ferisce in maniera volontaria, si denigra consapevolmente. La trama, così raccontata, non aiuta molto a capire come l’autrice tocchi vari temi: la misoginia all’interno della nostra società e l’automatica denigrazione della donna; come si tenda a auto infliggersi punizioni; l’imprevedibilità della vita e il doversi adeguare al cambiamento in maniera passiva. Noi leggiamo il percorso dantesco di punizione personale della protagonista: l’uso costante di droghe, l’apatia sentimentale, il sesso con molti uomini come punizione. Alcuni critici si sono soffermati sulle molte scene di sesso. Ma il sesso nella storia non è sesso, è un altro strumento per ferirsi, la protagonista lo usa per farsi ancora più ribrezzo, annullarsi.

Eppure in tutta questa disperazione ci sono scene in cui si ride. Momenti anche di tenerezza. L’humour non manca e questo aiuta il lettore a non trovare per niente pesante il romanzo.

La Tierce usa volontariamente parole crude, senza rete di protezione, è molto schietta. Ma allo stesso tempo riesce a descrivere con pennellate veloci e sicure i particolari, dei ristoranti o dei partner. Sa descrivere molto bene la psicologia dei personaggi. Si ha come la sensazione di essere a teatro e di trovarsi davanti una camera da letto o un ristorante e vedere dal vivo i protagonisti recitare. È una bella sensazione per il lettore.

Carne viva è un romanzo che lascia senza fiato, dove come ha scritto un critico non troviamo un lieto fine. Ma non importa. Rimane comunque un romanzo stupendo seppur non convenzionale.

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La Germania e il recente passato nazista. Luci e ombre non ancora chiariti.

Mi sono spesso chiesta se la Germania abbia davvero affrontato fino in fondo il suo passato recente nazista. O i musei che parlano dell’Olocausto, le scuse, i (pochi) processi e via dicendo non siano altro che una facciata e che in fondo ai tedeschi non solo non importa di quello che fecero ma che in realtà non provano alcun rimosso.

Più passano gli anni e più si scoprono documenti dove veniamo a conoscenza di altre atrocità della seconda guerra mondiale per mano tedesca. Sembra un pozzo nero senza fine. Dal secondo dopoguerra a oggi il popolo tedesco si è ricomposto, ha costruito una sua nuova identità, quella di un popolo ligio al dovere, pulito, onesto, efficace.  Il dieselgate che in questi giorni imperversa sui quotidiani di tutto il mondo incrina quell’immagine così ben costruita.

Ammetto però che non è stato lo scandalo dell’industria automobilistica Volkswagen ad aumentare miei dubbi e perplessità sul popolo che diede i natali a Kant, bensì un libro che ho finito di leggere in questi giorni. Si chiama “I Benjamin. Una famiglia tedesca” scritto da Uwe-Karsten Heye ora edito in Italia dalla Sellerio.

Heye è stato giornalista ma anche portavoce politica di sinistra. Dal 1974 al 1979 fu addetto stampa e scrisse i discorsi di Willy Brandt. Si dedica da sempre alle problematiche dell’xenofobia e dell’estrema destra ma anche dei cambiamenti demografici e sociali tedeschi. Dal 1998 al 2002 fu il portavoce di Schröder. Ora è tornato a fare il giornalista.

Chi è invece la famiglia Benjamin? È la famiglia del famoso filosofo e intellettuale Walter Benjamin, colui che fra le varie cose ha scritto “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”. Heye parla di lui, del fratello George medico e comunista, della sorella Dora anche lei intellettuale e femminista, ma anche di Hilde che fu moglie di George e migliora amica di Dora ma soprattutto fu ministro della giustizia nella DDR.

Il giornalista tedesco parte da questa tipica famiglia borghese, ebrea, perfettamente integrata nella società berlinese e parla del periodo pre, durante, post nazista. Lo fa usando in maniera accurata i dati storici. Non è un romanzo sia ben chiaro. Heye non romanza nulla. È un saggio. Si vuole provare a capire cosa ha fatto e cosa ha subito il popolo tedesco. I suoi giudizi sono freddi e taglienti nei confronti degli errori della Germania occidentale. È un libro che mi ha aiutato a capire moltissimo il popolo tedesco del dopo guerra e anche su come ragiona oggi. Ma soprattutto sottolinea come non ci fu un repulisti della società dal nazismo. Moltissimi poliziotti, giudici, avvocati, insegnanti ecc che furono nazisti vennero tranquillamente reintegrati nei loro ruoli. Spesso fecero scappare ex SS per non farli processare o per non farli far prendere dal Mossad. Se un ex nazista veniva giustamente processato nella Germania dell’Est subito diventava un innocente, una persona da salvare. Poco importava se fosse un aguzzino dei campo di concentramento o avesse ammazzato centinaia di persona: quell’uomo era vittima dei sanguinari comunisti per cui era innocente.

Nella Germania Occidentale i responsabili del nazismo poterono continuare a operare indisturbati nelle istituzioni e nelle amministrazioni della giustizia e nell’economia il che non restò senza conseguenze. Quanto alla composizione del personale, la Polizia federale tedesca (BKA) per esempio, creata all’inizio degli anni cinquanta, non si distingueva quasi dall’ufficio centrale per la sicurezza del Reich, la centrale del terrore attiva nello stato nazista. Uno studio in tre volumi pubblicato di recente, commissionato dallo stesso Bunderkriminalamt, dimostra che ancora nel 1959 la metà dei funzionari con mansioni direttive era costituita da ex membri delle SS o di unità speciali della polizia, i quali erano coinvolti in uccisioni di massa oltre le linee del fronte in Russia. Conseguentemente infruttuose risultavano le indagini di polizia ogni volta che bisognava chiarire episodi neonazisti o legati all’estremismo di destra. Esempi così si possono trovare in altri settori della società tedesca.

Nella conclusione Heye si dice preoccupato per il fatto che alcune idee circolino in giro ancora oggi. Il popolo tedesco, sempre per Heye, non ha ancora fatto i conti con il proprio passato recente. Non si è ancora domandato perché cambiò così radicalmente, perché divenne così violento, così atrocemente succube di ideali sbagliati. Trovo che sia un libro molto utile e da leggere per poter farsi un’idea anche su cos’è la Germania oggi.

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Angolo caffè e libri #6 Il gigante sepolto di Kazuo Ishiguro

L’ultimo libro di Ishiguro è uscito in Inghilterra all’inizio di quest’anno ed è stato da poco pubblicato in Italia da Einaudi. L’autore di “Quel che resta del giorno” e “Non lasciarmi” riesce costantemente a stupire e a non ripetersi romanzo dopo romanzo. La critica inglese si è molto concentrata sul fatto che Ishiguro volesse seguire la scia di successo del Trono di spade, ricollegandosi alla tradizione inglese del fantasy grazie a Tolkien. La storia è effettivamente fantasy: è ambientata in un’epoca in cui l’invasione dei Sassoni è sempre più massiccia, re Artù è appena morto, i protagonisti interagiscono con l’ultimo cavaliere della tavola rotonda, ci sono orchi e draghi e magia. Ammetto che non ho visto nessun riferimento o strizzata d’occhio al Trono di spade o al Signore degli anelli, nonostante alcuni richiami. Non è un’operazione letteraria per fare soldi.

I protagonisti, che parlano in prima persona, sono una coppia anziana, Beatrice e Axl, i quali decidono di lasciare il proprio villaggio per andare di nuovo a riabbracciare il figlio. Tutta la contea è sotto il sortilegio di una nebbia magica, la quale fa dimenticare il passato. I nostri eroi più si allontanano dalla nebbia più iniziano a ricordare. La magia, la descrizione di eventi innaturali, serve all’autore giapponese come scusa per poter parlare di memoria, sensi di colpa, guarigione di ferite dell’animo, usando un linguaggio diverso da quello che si potrebbe usare se i protagonisti vivessero in un periodo storico a noi vicino.

Il romanzo sembra avvolto da una nebbia che a poco a poco si dirada per mostrare al lettore le difficoltà che i vari protagonisti devono affrontare e le soluzioni che vengono trovate per poter proseguire il viaggio; un viaggio che porta sempre di più alla consapevolezza di chi sono e di come si sono feriti e poi riappacificati Beatrice e Axl.  C’è una sorta di malinconia nella scrittura di Ishiguro che però non rende triste. È un libro che si legge facilmente in due giorni ma tiene compagnia e ti lascia dentro interrogativi. A me ha fatto riflettere se c’è la possibilità di dimenticare ferite emotive profonde o se anche per ipotesi dimenticassi tutto sarei comunque libera da un certo disagio che quelle ferite hanno causato in me.

È un romanzo molto piacevole, ben costruito, coinvolgente anche se in maniera diversa da “Non lasciarmi” o “Quel che resta del giorno”. Consiglio di leggerlo sorseggiando un buon tè caldo, molto inglese e adatto all’inizio di quest’autunno.

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Scrittori da scoprire: Claudia Durastanti

Ci sono libri che ti scelgono. Entri in libreria e loro richiamano la tua attenzione. Quando nel 2011 comprai il primo romanzo di Claudia Durastanti nella piccola libreria venezia Marco Polo fui attratta come prima cosa dai titoli delle sezioni del romanzo, erano frasi di canzoni tra cui  Smiths e REM che sono fra i miei gruppi preferiti. La sorpresa poi leggendolo tutto di un fiato fu che mi sembrò di leggere un’autrice americana, tradotta in italiano. Credo che il fatto che l’autrice sia nata e cresciuta a Brooklyn abbia influenzato il suo modo di scrivere ma fino a un certo punto, quando la leggo mi pare di sentire Carver e le sue sospensioni, Cheever, De Lillo e altri, sento di più gli autori che ha letto.

Trovo Claudia Durastanti la più brava e coinvolgente fra gli scrittori italiani di questi ultimi anni. Non a caso la Minimum Fax l’ha voluto tra gli autori dell’antologia “L’età della febbre” per parlare dei nostri giorni. Riesce a cogliere e a descrivere personaggi che potremmo vedere tutti in periferie o sobborghi ma di cui non ci passerebbe per la mente che potrebbero essere protagonisti di un romanzo, senza renderli però macchiette o stereotipati. C’è una ricerca accurata per ogni personaggio portato in vita nelle pagine. Nella biografia sulla scrittrice Irene Nemirovsky si viene a sapere che prima di mettersi a scrivere un romanzo, l’autrice francese scriveva tutta la biografia dei suoi personaggi come se fossero persone vere. Non so se la Durastanti scriva la biografia dei personaggi e non so se li conosce così in maniera approfondita ma si ha sempre la sensazione di conoscere tutto di loro, che non siano personaggi fittizi, si potrebbe indovinare come si vestono, cosa bevono, cosa guardano alla televisione e così via, la scrittrice ci rende intimi di chi scrive. Entriamo pienamente nella storia anche attraverso una certa intimità che crea dalla prima pagina.

Trovo la sua scrittura fluida. Non ci sono intoppi, passaggi difficoltoso nella lettura dei suoi romanzi e dei suoi racconti. Scrive anche per riviste, tra cui il Mucchio. Comprai questa rivista musicale fino al 2003. Uno dei motivi per cui a volte la rileggo è il suo articolo che si trova sempre in apertura, dopo quello di introduzione della direttrice. Musica, libri, sentimenti: di qualsiasi cosa stia scrivendo riesce a creare, volontariamente o no, una connessione e a rendere il tutto interessante o a dare uno spunto per una riflessione.

Penso che in Italia siano pochi quelli che riescono a scrivere come lei, allo stesso livello mi piacciono Giorgio Fontana, Nicola Lagioia, Paolo Cognetti e pochi altri. Ovviamente sono gusti soggettivi. Ma ogni volta che regalo ad amici, perché io regalo sempre libri! sono davvero ripetitiva, “Un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra” e “A Chloe, per le ragioni sbagliate”, entrambi editi da Marsilio, puntualmente si creano nuovi fan. Sento l’esigenza di trovare scrittori che ti prendano per lo stomaco e ti tengano inchiodati alle pagine. Autori che ti ritrovi con piacere a rileggere anche anni dopo, sempre provando le stesse emozioni.

Ammetto che nonostante la stima verso la Durastanti non ho letto molte sue interviste. Per un certo periodo ho anche seguito il suo profilo personale su facebook ma dopo un po’ l’ho trovato stupido e l’ho tolta. Non mi interessava sapere cosa faceva, dove andava, cosa ascoltava. Per me l’unica cosa che conta è leggere i suoi romanzi. Non mi interessa sapere se in un determinato libro lo scrittore ha messo molto o poco della sua vita privata, se si è ispirato a situazioni davvero avvenute. Spesso si vuole sapere i retroscena ma è davvero così necessario? Non mi riferisco solo a Claudia Durastanti ma parlo per qualsiasi romanzo e scrittore. Forse questo mi rende un po’ arida ma per me è importante cosa sto leggendo non tanto la strada che ha portato al risultato, anche se confesso che leggo con immensa curiosità libri che parlano della vita di Philip Roth per esempio.

Non posso che invitarvi a leggerla. Per il suo modo in cui descrive relazioni amorose fallite o meno, per come parla della complessità dei rapporti tra innamorati/amanti/amici, per le parole che usa, per la crudezza con cui a volte narra certi episodi, il tutto però condito da una certa morbidezza nella scrittura e un piacere immenso nello scrivere. Non so se ha difficoltà a mettere insieme un romanzo, percepisco però che ama scrivere, forse ne ha quasi un’urgenza. Aggiungo solo che i suoi romanzi sono da leggere, magari anche solo se si vuole evadere ascoltando musica in sottofondo.

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Un po’ di poesia. Itaca di Costantino Kavafis

Nel mio vecchio blog ero solita trascrivere moltissime poesie. In questo non lo faccio perché sono cambiata e perché il taglio che do a questo blog è completamente diverso dall’altro. Anche se poi si tratta sempre di esprimere e condividere i propri pensieri.

Sto attraversando un momento, che so che sarà solo un momento, non facile. Incredibile come parole che trovo in romanzi, saggi,  poesie mi aiutano a riflettere e a volte a rasserenarmi. Credo che i migliori amici della mia vita da figlia unica ed egoista siano i libri che però hanno una vita loro e sono pieni di energia. Stasera mi è tornata in mente questa famosissima (almeno per me) poesia del grande Kavafis, che però qui in Italia non è molto conosciuto. Allora ho deciso di riportarla qui, perché anche se Istantanee Variabili non ha niente a che vedere con Elisabetta is not an angel parlo comunque di me.

Consiglio prima della lettura della poesia: so che comprare libri di poesia sembra inutile ma fatelo. la lettura è più lenta, più riflessiva ma stupenda seppur diversa.

ITACA

Se per Itaca volgi il tuo viaggio,

fa voti che ti sia lunga la via,

e colma di vicende e conoscenze.

Non temere i Lestrigoni e i Ciclopi

o Poseidone incollerito: mai

troverai tali mostri sulla via,

se resta il tuo pensiero alto, e squisita

è l’emozione che ti tocca il cuore

e il corpo. Né Lestrigoni o Ciclopi

né Poseidone asprigno incontrerai,

se non li rechi dentro, nel tuo cuore,

se non li drizza il cuore innanzi a te.

Fa voti che ti sia lunga la via.

E siano tanti i mattini d’estate

che ti vedano entrare (e con che gioia

allegra!) in porti sconosciuti prima.

Fa scalo negli empori dei Fenici

per acquistare bella mercanzia,

madrepore e coralli, ebani e ambre,

voluttuosi aromi d’ogni sorta,

quanti più puoi voluttuosi aromi.

Rècati in molte città dell’Egitto,

a imparare dai sapienti.

Itaca tieni sempre nella mente.

La tua sorte ti segna quell’approdo.

Ma non precipitare il tuo viaggio.

Meglio che duri molti anni, che vecchio

tu finalmente attracchi all’isoletta,

ricco di quanto guadagnasti in via,

senza aspettare che ti dia ricchezza

Itaca t’ha donato il bel viaggio.

Senza di lei non ti mettevi in via.

Nulla ha da darti più.

E se la trovi povera, Itaca non t’ha illuso.

Reduce così saggio, così esperto,

avrai capito che vuol dire un’Itaca.

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Taiye Selasi e Chimanda Ngozi Adichie: due scrittrici per far conoscere un’altra Africa.

Parto con una confessione. Io so davvero poco e ho letto quasi nulla su autori africani o la letteratura africana. Come per quanto riguarda la musica, o il cinema o qualsiasi campo artistico e culturale. Non ne so quasi nulla. Si potrebbe dire che la nostra cultura ha ancora un’egemonia “bianca”, e forse è vero, ma che dire allora del medio oriente o estremo oriente? Non conosco nessuna lingua orientale ma apprezzo moltissimo la cinematografia asiatica ( o le cinematografie: quella cinese non è come quella di Hong Kong, che a sua volta differisce da quella coreana o da quella giapponese e via dicendo), amo molti scrittori asiatici e medio orientali. A volte mi diverto ad ascoltare musica j pop. E allora perché questo snobbismo nei confronti del continente africano?

Mi sono resa conto delle mie lacune dopo aver letto Ghana must go (tradotto qui in Italia da Einaudi con La bellezza delle cose fragili) di Taiye Selasi. Molti la conosceranno per il talent show sugli scrittori di Rai Tre, io la conosco per il suo libro. Sono un po’ una nerd. Comprai il libro semplicemente per il titolo e per recensione del The Guardian. L’ho letto in lingua originale, in inglese. La Selasi è nata a Londra, di origini ghanese e nigeriana, e ha vissuto a Boston, dove si è anche laureata. Il suo romanzo mi ha introdotta alla mia lacuna culturale. E se non avessi letto Ghana must go, non avrei mai pensato di leggere Chimanda Ngozi Adichie, scrittrice nigeriana ma che da anni vive e insegna in America. Il suo romanzo Americanah mi ha introdotta ad altri aspetti della cultura africana di oggi, ma questo romanzo l’ho letto tradotto.

Selasi nel suo romanzo parla di una famiglia di origini africane ma che vive in America, perfettamente integrata, divisa ma che riesce a ricongiungersi dopo un lutto. Adichie narra di una donna nigeriana che completa gli studi universitari in America e rimane lì per lavoro, ma qui scopre di essere “nera” e cos’è il razzismo. Questi i punti di partenza di trama ben costruite e complesse ma non complicate.

In entrambi i libri il linguaggio è forte, non c’è pudore nel descrivere i sentimenti, i protagonisti sono ben inquadrati nella loro psicologia, il lettore viene completamente immerso nelle storie. Un altro elemento in comune, molto importante, è il voler tornare alle radici delle culture, alle loro radici africane. Non nel tipico senso tribale e razzista come lo intendiamo noi bianchi ma le radici delle proprie origini familiari. Non si parla di povertà, guerra, malattia. Semplicemente perché le autrici non hanno mai conosciuto questi aspetti negativi del continente africano. Hanno genitori laureati (tutti), anche loro e i loro parenti sono laureati e parlano più di una lingua. Questo viene riversato nei loro romanzi. Casualmente, o forse no visto il back ground, tutti i protagonisti hanno genitori laureati e i loro figli hanno avuto un’alta istruzione. Conducono una vita assolutamente borghese. Pecca: sono di colore. E questo la società wasp in America lo fa continuamente notare.

Per Tayie Selasi l’argomento principale è capire le proprie origini africane ed esserne orgogliosa, senza doversi giustificare. L’autrice è laureata a Boston, scrive dal 2005 con successo, è molto stimata. Ha anche coniato il termine “afropolitan”: giovani e colti africani cresciuti tra Europa e America, laureati/benestanti/parlano almeno tre o quattro lingue. Eppure sentono di dover giustificare le loro origini, si sentono in qualche modo sperduti, dire “casa” per loro ha molteplici significati. Per Adichie i temi sono due: essere di colore in America e il femminismo. L’autrice nigeriana è conosciuta in tutto il mondo non solo perché autrice di romanzi di successo ma anche per il discorso che tenne al TEDxtalk nel 2012 dove dichiarò che “we should all be feminist” cioè ogni donna dovrebbe essere femminista. Il suo ragionamento sulla questione femminile nacque durante il tour promozionale del suo primo romanzo, in Nigeria. Un giornalista l’avvertì che il suo libro era “femminista”. In Nigeria, come ci spiega la Adichie, non esiste il femminismo (e leggendo Americanah si evince come le donne si rendano succubi del maschio in maniera volontaria). La scrittrice si ribella a questa mentalità e agli stereotipi di come sono viste le femministe. Senza voler rinunciare però alle sue radici e alla sua cultura.

Due donne africane, due donne scrittrici, due donne forti. Ho trovato questa coincidenza meravigliosa e suggestiva. I loro romanzi e articoli aiutano a rompere schemi e pregiudizi che abbiamo sull’Africa. Alla fine del colonialismo in molte città africane, in vari punti diversi del continente, la popolazione ha sentito l’urgenza di avere buone scuole e buone università e laddove non c’era la possibilità ha preso la decisione di emigrare in America per poterne averne una. Il protagonista maschile di Americanah si laurea. Ma vuole conoscere il mondo. Decide di andare in Inghilterra ma nonostante la laurea, lo metteranno a lavare i cessi, in quanto africano, e nonostante parli correttamente e bene l’inglese, non ha la possibilità di avere un buon lavoro. Dovrà tornare in Nigeria e qui chiudendo gli occhi sulla corruzione del suo paese riuscirà ad arricchirsi. Trovo molto interessanti gli spaccati sulla società sia ghanese che nigeriana che troviamo nei due libri. Sono venuta a conoscenze di molte più cose sulla borghesia africana leggendo questi due romanzi che leggendo l’Internazionale, per fare un esempio.

Forse mi si potrebbe obiettare che non dovevo avere alcun pregiudizio ancora prima di leggerli. Ma cosa davvero sappiamo dell’Africa continentale? Abbiamo nella nostra cerchia di amici o conoscenti africani? Abbiamo colleghi africani? Interagiamo con africani? Francamente no. La maggior parte sono vu cumprà che spesso ci danno fastidio con la loro merce. I ragazzi nelle scuole o sono stati adottati o figli della seconda generazione che difficilmente sono ben integrati nella nostra società. Quello che sappiamo ci viene dai mezzi comunicazione. Per me Africa è malattia, caos, violenza, guerre, fame. Certo, ci sono. Ma c’è anche altro.

E sulle donne africane? Per noi sono solo prostitute. Punto. Inutile fare ipocrisie. Invece ci sono tante donne laureate ma la situazione africana è difficile e dovremmo saperne di più per poter aiutare in maniera concreta. Molte appunto emigrano in America, ovviamente parlo di quelle che possono economicamente.

Mi domando come fare per sapere di più sulla società africana. Per me l’unica soluzione è leggere perché altri modi, almeno in Italia, per ora non ne vedo. E invece sarebbe utile e interessante, anche solo per aprire un po’ la mente e lottare contro preclusioni culturali.

Infine consiglio davvero di comprare tutte e due i romanzi. Sono scritti in maniera meravigliosa, seppur con stili diversi. Credo che amerete i protagonisti perché alla fine si parla di persone e si narrano di situazioni che possono capitare in tutte le famiglie, vicende che possono succedere a tutti. Quale modo, banale e me ne scuso, per dire che siamo tutti davvero uguali, anche nei difetti.

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