Category Archives: Africa

“Crisi economica nell’epoca post coloniale in Africa. Il caso Zimbawe”

Sono già un paio di anni che provo a capire le varie e complesse vicende che avvengono nel continente africano. Prima mi sono accorta di non sapere assolutamente nulla della cultura o degli scrittori che vivono, pensano e scrivono lì (ho provato a scrivere alcuni post a riguardo), ora mi accorgo di non sapere molto della situazione economica. È più facile informarsi attraverso i giornali francesi, spagnoli, olandesi e studi americani e inglesi (non c’è da stupirsi, visto che sono tutti paesi che hanno un passato coloniale). In ogni caso le informazioni non sono lo stesso molte.  Ne ho trovate abbastanza sullo Zimbawe, paese conosciuto più, o solo, per la pluridecennale dittatura di Mugabe che per altro.

Robert Gabriel Mugabe è da quasi 36 anni padre e padrone dello Zimbawe. Amnesty International ha più volte denunciato violazioni dei diritti umani, lo Zimbawe ha smesso da decenni di far parte del Commonwealth, la popolazione è vissuta in uno stato di povertà e non progresso e il dittatore non ha mai fatto nulla per l’economia del paese. Dagli anni ’90 a oggi lo stato africano ha vissuto varie crisi economiche. La peggiore fu quella del 2008, anche a causa delle ripercusioni di quello che stava avvenendo a livello mondiale. Appena la crisi toccò lo Zimbawe, ci fu un’iperinflazione mai vista nel giro di 24 ore, si arrivò a 79.600.000.000 % di iperinflazione ( www.cato.org/zimbawe ). Nel giro di pochi minuti il valore dei soldi si estinse. Il giorno dopo venne adottata come valuta il dollaro americano, per poter arginare il disastro. Ma così facendo la popolazione si ritrovò in casa decine e decine di sacchi contenenti denaro che era senza alcun valore.

Da allora l’economia non si è mai più ripresa. Nel maggio 2016 la Reserve Bank of Zimbawe (RBZ) annunciò che sarebbero iniziate ad essere stampate delle banconote che sarebbero circolate solo a livello nazionale, non si poteva scambiarle con valute estere. La popolazione fu presa dal panico. La RBZ dichiarò che la nuova moneta avrebbe avuto un valore 1:1 con il dollaro americano e che nulla sarebbe cambiato. In ottobre il ministro delle Finanza, Patrick Chinamasa, avvertì che la moneta non sarebbe stata stampata per alcune settimane a causa di gruppi terroristici che la stavano stampando illegalmente. La popolazione corse a ritirare tutti i soldi dalle banche, anche se si poteva ritirare al massimo 20 dollari americani al giorno.

Intellettuali e scrittori in questi mesi hanno sottolineato come i grandi sogni del futuro post coloniale siano morti. Alcuni sentono di essere tornati indietro e che in qualche modo lo Zimbawe è di nuovo una colonia. A novembre molti attivisti per i diritti e oppositori politici hanno manifestato varie volte per le strade di Harare. Inascoltati se non nel fatto che la valuta è tornata ad essere il dollaro americano.

Ma ogni stato africano vive la sua personale crisi economica, in particolare dal 2008. Questo inevitabilmente porta guerre, violenze, insicurezze e fa emigrare la popolazione.

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Ghetto di Stato

Il giornalista Fabrizio Gatti non è nuovo, per le sue inchieste, a indossare una maschera e un costume per mimetizzare e potere vedere la realtà dell’oggetto sul quale sta portando avanti la sua ricerca. Fece finta di essere un immigrato che partiva dalle coste africane o un barbone che aspetta alle porte delle chiese di Roma. Nella inchiesta uscita l’undici settembre sull’Espresso, Gatti si è inventato immigrato nel centro d’accoglienza dei richiedenti asili a Cara in provincia di Foggia. Definisce Cara, come gli altri centri d’accoglienza sparsi per il Paese, “ghetti di Stato”.

Ad agosto, come ho scritto nel post precedente, si è diffusa la notizia di un altro ghetto di Stato, quello di Nauru, isola dello stato australiano. La notizia ha interessato il mondo anglo sassone, America e Inghilterra, ma non molto resto del mondo ed è passata praticamente inosservata in Italia. Quando invece avrebbe dovuto interessarci e molto.

Leggendo l’inchiesta ho trovato enormi affinità con la situazione del campo profughi sulle isole greche degli scorsi mesi. Mi sono informata attraverso il Guardian. Il giornalista che si trovava in Grecia registra il formarsi di bande mafiosi di siriani o afgani, prostituzione, lavoro minorile, assenza di igiene, nessuna sorveglianza. A Cara, seppur con le dovute differenze, è lo stesso.

Esiste una mafia interna, la più forte è quella dei nigeriani, i quali prendono le ragazzine connazionali e le fanno prostituire tutte le notti, anche con poliziotti italiani. La maggior dei residenti, gli uomini in forze, lavorano dalle tre del mattino alle dieci di sera nei campi pugliesi, non si sa se e quanto vengano pagati, di sicuro i braccianti non passano assolutamente nulla, neanche l’acqua. Le violenze sono quotidiane. I soprusi pure. Mancanza di igiene, anche nelle docce, è totale. Decine e decine di cani girano per il campo. Sporcizia ovunque. Una moschea abusiva tiene svegli tutta la notte per colpa delle preghiere, è gestita da afgani, i quali non dicono perché sono lì e da dove vengano.

Fabrizio Gatti afferma che lo Stato, la polizia, lì non ci sono. Non se ne curano. Gli appalti che vengono fatti per la gestione del centro, che cadono puntualmente in mano o alle Coop o alle associazioni cattoliche, servono solo a dare soldi. Soldi che è evidente non vengono utilizzati per dare dignità agli immigrati. Il giornalista nell’articolo sottolinea come in Germania nel primo anno gli immigrati sono obbligati a fare un corso per imparare il tedesco, riescono così non solo a integrarsi ma conoscono anche com’è la vita in Germania. Qui da noi, dichiara Gatti, sanno a malapena l’italiano, non sanno nulla di cosa significa vivere in Italia. Rimangono, dopo lo sbarco, analfabeti o ignoranti, maltratti, sfruttati. Questo è un dato importante che sottolinea la nostra miopia sul futuro loro e del nostro Paese. Si parla di integrazione, che dovrebbero integrarsi, ma come possono farlo se lo Stato fallisce miseramente nel dare strumenti e aiuto?

Mi chiedo se siano davvero utili le varie missioni umanitarie, fatte da tante associazioni, soprattutto cattoliche, in medioriente o in Africa. Spesso si mandano uomini e donne che non fanno assolutamente nulla di concreto o utile, e conoscendo il mondo cattolico si mandano e si fanno lavorano nelle associazioni raccomandati. Il vero bisogno primario è qui, in Italia e ci vorrebbe personale almeno un minimo qualificato. E immagino in Francia lo sia a Calais, in Spagna nei vari centri e così via. Anche oggi il Guardian pubblica un articolo di approfondimento sugli immigrati sbarcati sulle coste italiane. Storie atroci. Essere umani che hanno vissuto l’inferno e poi qui abbandonati a loro stessi. L’articolo del Guardian potrebbe essere completato da quello di Gatti.

L’inchiesta di Fabrizio Gatti è solo la punta dell’iceberg di un inferno che non potrà che peggiorare. Incredibile come di fronte a queste inchieste, esattamente come per Nauru, ci sia l’indignazione di un giorno e poi il silenzio più pericoloso.

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Poesia africana: possibile solo in una lingua europea?

Spesso mi interrogo su quanto conosciamo in letteratura di quello che è stato e viene prodotto in Africa. Amo molto e da sempre la poesia: mi accorgo di non sapere assolutamente nulla di quella creata nel continente africano. Eppure grazie alla tradizione orale dovremmo conoscerne davvero molta di poesia africana.

Si è calcolato che le terze e quarte generazioni di scrittori africani scrivono nella maggior parte dei casi in una lingua europea (inglese e francese sopra tutte). E la poesia? Informandomi scopro che si da molta importanza al poema ma non a chi l’ha creata per esempio. A scuola, al corrispettivo delle nostre elementari, si insegnano molte poesie. In Kenya si insegnano sia quelle in Swahili che quelle in inglese. I bambini imparano subito la differenza di suono e di metrica fra le due lingue. I concorsi di poesia (ebbene in tutto il continente africano ci sono concorsi come da noi) si presentano le poesie in due lingue. Quanti Emily Dicknson o Seamus Heaney africani di cui non sapremo mai nulla? La doppia lingua che si usa in Kenya non è specifico di quello Stato, si potrebbe dire che si fa così ovunque. In Somalia, in Uganda, in Nigeria e via dicendo la poesia è molto importante ma poi quel poco che ci giunge è in inglese o francese. Alcuni intellettuali africani poi lamentano il fatto che la tradizione orale non solo sta scomparendo ma viene inquinato dall hip hop, il quale non fa parte della tradizione africana. L’americanizzazione della cultura africana è un problema molto sentito perché già in generale la cultura africana non esce dai suoi confini ma in più sta cambiando banalmente e c’è il rischio che non venga mai capita.

Ho iniziato a interessarmi alla letteratura africana da poco, leggendo Chimamanda Ngozi Adichie o Teju Cole. Mi reputo molto ignorante io stessa. Credo che per una maggior integrazione sarebbe utile e interessante saperne di più. Anche per far cadere molti pregiudizi. Come sarebbe utilissimo aiutare una maggiore scolarizzazione e una diffusione della cultura in quegli stati che hanno una loro tradizione. Perché sarebbe ora che si smettesse di credere che un africano è solo un analfabeta che sta a guardare le capre, a violentare le donne e a fare guerre. C’è tutta una borghesia e un mondo culturale che non vede l’ora di avere stabilità. La cultura può aiutare a trovarla e noi a sapere qualcosa di più sulla loro poesia. E poi: davvero la poesia africana deve presentarsi solo in una lingua europea?

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Taiye Selasi e Chimanda Ngozi Adichie: due scrittrici per far conoscere un’altra Africa.

Parto con una confessione. Io so davvero poco e ho letto quasi nulla su autori africani o la letteratura africana. Come per quanto riguarda la musica, o il cinema o qualsiasi campo artistico e culturale. Non ne so quasi nulla. Si potrebbe dire che la nostra cultura ha ancora un’egemonia “bianca”, e forse è vero, ma che dire allora del medio oriente o estremo oriente? Non conosco nessuna lingua orientale ma apprezzo moltissimo la cinematografia asiatica ( o le cinematografie: quella cinese non è come quella di Hong Kong, che a sua volta differisce da quella coreana o da quella giapponese e via dicendo), amo molti scrittori asiatici e medio orientali. A volte mi diverto ad ascoltare musica j pop. E allora perché questo snobbismo nei confronti del continente africano?

Mi sono resa conto delle mie lacune dopo aver letto Ghana must go (tradotto qui in Italia da Einaudi con La bellezza delle cose fragili) di Taiye Selasi. Molti la conosceranno per il talent show sugli scrittori di Rai Tre, io la conosco per il suo libro. Sono un po’ una nerd. Comprai il libro semplicemente per il titolo e per recensione del The Guardian. L’ho letto in lingua originale, in inglese. La Selasi è nata a Londra, di origini ghanese e nigeriana, e ha vissuto a Boston, dove si è anche laureata. Il suo romanzo mi ha introdotta alla mia lacuna culturale. E se non avessi letto Ghana must go, non avrei mai pensato di leggere Chimanda Ngozi Adichie, scrittrice nigeriana ma che da anni vive e insegna in America. Il suo romanzo Americanah mi ha introdotta ad altri aspetti della cultura africana di oggi, ma questo romanzo l’ho letto tradotto.

Selasi nel suo romanzo parla di una famiglia di origini africane ma che vive in America, perfettamente integrata, divisa ma che riesce a ricongiungersi dopo un lutto. Adichie narra di una donna nigeriana che completa gli studi universitari in America e rimane lì per lavoro, ma qui scopre di essere “nera” e cos’è il razzismo. Questi i punti di partenza di trama ben costruite e complesse ma non complicate.

In entrambi i libri il linguaggio è forte, non c’è pudore nel descrivere i sentimenti, i protagonisti sono ben inquadrati nella loro psicologia, il lettore viene completamente immerso nelle storie. Un altro elemento in comune, molto importante, è il voler tornare alle radici delle culture, alle loro radici africane. Non nel tipico senso tribale e razzista come lo intendiamo noi bianchi ma le radici delle proprie origini familiari. Non si parla di povertà, guerra, malattia. Semplicemente perché le autrici non hanno mai conosciuto questi aspetti negativi del continente africano. Hanno genitori laureati (tutti), anche loro e i loro parenti sono laureati e parlano più di una lingua. Questo viene riversato nei loro romanzi. Casualmente, o forse no visto il back ground, tutti i protagonisti hanno genitori laureati e i loro figli hanno avuto un’alta istruzione. Conducono una vita assolutamente borghese. Pecca: sono di colore. E questo la società wasp in America lo fa continuamente notare.

Per Tayie Selasi l’argomento principale è capire le proprie origini africane ed esserne orgogliosa, senza doversi giustificare. L’autrice è laureata a Boston, scrive dal 2005 con successo, è molto stimata. Ha anche coniato il termine “afropolitan”: giovani e colti africani cresciuti tra Europa e America, laureati/benestanti/parlano almeno tre o quattro lingue. Eppure sentono di dover giustificare le loro origini, si sentono in qualche modo sperduti, dire “casa” per loro ha molteplici significati. Per Adichie i temi sono due: essere di colore in America e il femminismo. L’autrice nigeriana è conosciuta in tutto il mondo non solo perché autrice di romanzi di successo ma anche per il discorso che tenne al TEDxtalk nel 2012 dove dichiarò che “we should all be feminist” cioè ogni donna dovrebbe essere femminista. Il suo ragionamento sulla questione femminile nacque durante il tour promozionale del suo primo romanzo, in Nigeria. Un giornalista l’avvertì che il suo libro era “femminista”. In Nigeria, come ci spiega la Adichie, non esiste il femminismo (e leggendo Americanah si evince come le donne si rendano succubi del maschio in maniera volontaria). La scrittrice si ribella a questa mentalità e agli stereotipi di come sono viste le femministe. Senza voler rinunciare però alle sue radici e alla sua cultura.

Due donne africane, due donne scrittrici, due donne forti. Ho trovato questa coincidenza meravigliosa e suggestiva. I loro romanzi e articoli aiutano a rompere schemi e pregiudizi che abbiamo sull’Africa. Alla fine del colonialismo in molte città africane, in vari punti diversi del continente, la popolazione ha sentito l’urgenza di avere buone scuole e buone università e laddove non c’era la possibilità ha preso la decisione di emigrare in America per poterne averne una. Il protagonista maschile di Americanah si laurea. Ma vuole conoscere il mondo. Decide di andare in Inghilterra ma nonostante la laurea, lo metteranno a lavare i cessi, in quanto africano, e nonostante parli correttamente e bene l’inglese, non ha la possibilità di avere un buon lavoro. Dovrà tornare in Nigeria e qui chiudendo gli occhi sulla corruzione del suo paese riuscirà ad arricchirsi. Trovo molto interessanti gli spaccati sulla società sia ghanese che nigeriana che troviamo nei due libri. Sono venuta a conoscenze di molte più cose sulla borghesia africana leggendo questi due romanzi che leggendo l’Internazionale, per fare un esempio.

Forse mi si potrebbe obiettare che non dovevo avere alcun pregiudizio ancora prima di leggerli. Ma cosa davvero sappiamo dell’Africa continentale? Abbiamo nella nostra cerchia di amici o conoscenti africani? Abbiamo colleghi africani? Interagiamo con africani? Francamente no. La maggior parte sono vu cumprà che spesso ci danno fastidio con la loro merce. I ragazzi nelle scuole o sono stati adottati o figli della seconda generazione che difficilmente sono ben integrati nella nostra società. Quello che sappiamo ci viene dai mezzi comunicazione. Per me Africa è malattia, caos, violenza, guerre, fame. Certo, ci sono. Ma c’è anche altro.

E sulle donne africane? Per noi sono solo prostitute. Punto. Inutile fare ipocrisie. Invece ci sono tante donne laureate ma la situazione africana è difficile e dovremmo saperne di più per poter aiutare in maniera concreta. Molte appunto emigrano in America, ovviamente parlo di quelle che possono economicamente.

Mi domando come fare per sapere di più sulla società africana. Per me l’unica soluzione è leggere perché altri modi, almeno in Italia, per ora non ne vedo. E invece sarebbe utile e interessante, anche solo per aprire un po’ la mente e lottare contro preclusioni culturali.

Infine consiglio davvero di comprare tutte e due i romanzi. Sono scritti in maniera meravigliosa, seppur con stili diversi. Credo che amerete i protagonisti perché alla fine si parla di persone e si narrano di situazioni che possono capitare in tutte le famiglie, vicende che possono succedere a tutti. Quale modo, banale e me ne scuso, per dire che siamo tutti davvero uguali, anche nei difetti.

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