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Brexit: leave or remain

“Il Regno Unito deve restare nell’UE o deve lasciare l’UE?”

Leave or remain. A questo quesito i cittadini del Regno Unito il 23 giugno dovranno rispondere. Le urne rimarranno aperte dalle 7 alle 22 e dopo poco tempo sapremo il destino economico e non dell’UK e del resto dell’Unione Europea.

C’è una calma isterica in Europa. L’ansia c’è ma viene tenuta sotto controllo. Ieri il settimanale Der Spiegel è uscito con un’intervista al ministro dell’economia tedesca, Wolfang Schauble, sulla Brexit. Il Falco è apparso molto tranquillo e ha sottolineato come l’uscita inglese sarebbe un errore e una decisione contro il single market (il quale garantisce il libero spostamento di persone, le quali possono avere benefici e servizi in tutto il blocco). Ha detto che sono tutti pronti per un’eventuale uscita comunque. Non è però un caso che sempre il settimanale tedesco sia uscito per la prima volta solo sul territorio inglese con 800.000 copie e al costo di 2 sterline invece delle usuali 5,20.

Il referendum fu promesso da Cameron durante la campagna elettorale per far fronte all’Ukip. Ma ora è diventato uno dei più grandi sostenitori del rimanere nell’UE. Il partito del premier inglese, i Tories, si è detto all’inizio neutrale ma in realtà è spaccato fra i sostenitori di Cameron e quelli di Boris Johnson che è assolutamente per il leave. Le parti politiche che vogliono stare dentro l’Ue sono i Labour, il partito nazionale del Galles, i liberal e il partito scozzese, quest’ultimo fa sapere che se passerà il Leave loro chiederanno un secondo referendum per indipendenza Scozia ed è molto probabile che questa volta vinceranno. Chi vuole lasciare l’UE sono come detto parte dei Tories e l’UKIP.

I sondaggi di inizio giugno sono preoccupanti perché il Leave sta raggiungendo sempre più la percentuale del Remain. Il che sta mandando abbastanza nel panico Cameron. Nell’ultimo dibattito però ha trovato un alfiere molto preparato e che è riuscito a tenere a bada Johnson e cioè l’energy deputy Amber Rudd. È stata molto preparata e assai capace, tant’è che sembra che sia nata una nuova stella nel partito Tory.

Un altro aspetto un po’ preoccupante sarà la situazione del nord Irlanda. Se dovesse passare il Brexit, l’Ulster diventerebbe una roccaforte . Tornerebbero i controlli al confine, i quali erano scomparsi nel 1998. Anzi, si tornerebbe a una situazione paragonabile agli anni ’20, il che sarebbe ovviamente tragico. Alcuni cittadini ed esperti irlandesi del Nord hanno addirittura dichiarato che si formerebbero tante Calais ai confini. Bisogna sottolineare che solo il 35% dei cittadini del nord Irlanda vuole andarsene. Anche fra i protestanti c’è una fortissima divisione, ben il 70% degli unionisti NON vuole andarsene ed è un dato che fa molto riflettere. Solo il DUP vuole il leave. L’economia in Ulster è molto giù e la popolazione ora è spaventata, molti ricordano che dal 1995 ad oggi quella parte di Irlanda ha preso 1,3 miliardi di euro, risorse che dal 23 giugno potrebbero scomparire. Inoltre ci sarebbe un enorme incremento della violenza ed è giusto ricordare che gli accordi del Good Friday del 1998 non hanno nessuno clausola che li salvi dopo il referendum. Stavolta non ci sarò l’IRA come capro espiatorio e i protestanti sono bravi a parole ma non hanno nessuno intenzione di riprendere in mano le armi. Sarebbe un incubo. Ma credo che a tutto questo Johnson e Ukip non abbiano pensato.

Lo slogan “taking back control” è uno degli slogan più vuoti e senza senso della politica inglese. Eppure il dibattito non ha mai scosso così tanto tutta la popolazione inglese. Economicamente, culturalmente, socialmente l’uscita dall’UE sarebbe un disastro. Cameron si è fregato con le sue stesse mani ma non è detta l’ultima parola. Alcuni vedono tutto questo anche come una prova per Corbyn e la sua svolta nei Labour. Non sono assolutamente d’accordo. Con questo referendum c’è molto di più in gioco che una semplice leadership e infatti Corbyn sta facendo una buona campagna e credo che si stia rafforzando, inoltre può colpire il governo sui punti deboli con fermezza e sfrontatezza perché lo fa anche per far capire agli inglesi che bisogna rimanere nell’UE.

Il 23 giugno sarà una data importantissima. Se vincerà il Remain, come mi auguro, si tirerà un sospiro di sollievo e però bisognerà analizzare e capire se c’è bisogno di una vera svolta nell’Unione Europea per tutti, se invece vincerà il Leave onestamente non so cosa aspettarmi ma credo che l’UK ritornerà una nazione provinciale e l’Europa sarà ancora più debole.

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James Rhodes e la libertà di espressione. Un caso di free speech in Inghilterra.

James Rhodes è un pianista che fa concerti in tutto il mondo. Nato nel 1975 a Londra, compie importanti studi in prestigiose scuole del paese. Nel 2008 incide il suo primo album solista e da allora diventa una star della musica classica.

Nonostante la fama però James Rhodes fino allo scorso aprile non poteva raccontare gli orrori e gli abusi sessuali che aveva subito durante l’infanzia. In Inghilterra la libertà di espressione non è così ovvia come pensiamo. Eppure i quotidiani inglesi o programmi televisivi non hanno problemi di censure. Attraverso la vicenda di Rhodes invece scopro che da vent’anni il free speech non è garantito in Inghilterra.

Per fortuna la Suprema Corte a metà maggio ha deciso di annullare le decisione di ingiunzione preventiva a non pubblicare il libro “Instrumental” edito dalla Canongate. La decisione di pubblicarlo è diventato un caso, una pietra miliare, nella difesa del free speech. Le memorie raccontate da James Rhodes riportano in maniera dettagliata e cruda gli assalti sessuali che dovette subire nell’infanzia ma racconta anche di come la musica l’ha aiutato a superare il trauma. L’ex moglie aveva denunciato Rhodes per la possibile pubblicazione del libro, bloccandola, perché avrebbe danneggiato il loro figlio di 12 anni. La richiesta del ex signora Rhodes era stata accolta e la possibilità di pubblicarlo era svanita per sempre (finché il figlio fosse stato in vita). Rhodes fece ricorso e così il giorno 20 maggio 2015 la Corte ha deciso che quel blocco era ingiusto e andava contro i principi di libertà. Il caso è poi andato alla ribalta dei giornali non solo perché il pianista inglese è molto famoso ma anche perché la sua battaglia è stata sostenuta da uno dei suoi migliori amici, l’attore Benedict Cumberbatch, e da alcuni scrittori tra cui Tom Stoppard.

Rhodes ad oggi soffre di problemi alla spina dorsale a causa degli abusi sessuali – venne violentato ripetutamente dall’allenatore di boxe della scuola – e problemi mentali, i quali stanno guarendo grazie alla musica e al supporto di amici e della seconda moglie. James Rhodes spiega come l’aver voluto scrivere il libro sia stato non solo una liberazione ma anche un modo per dire a chi subisce questo tipo di violenze che non è solo.

Molti commentatori britannici notano come nel loro paese ci sia ancora una noncuranza e quasi un senso di vergogna nel parlare chi ha malattie mentali e di abusi sessuali, specie su minori. Questa sentenza fa emerge molte dinamiche nascoste nella società inglese. Il verdetto della Suprema Corte è un importante caso sulla libertà d’espressione, un riconoscimento alla libertà di poter riportare verità magari scomode ma con la sicurezza che la legge è dalla parte di chi vuole raccontare queste verità.

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Donne mancanti

Ieri sera nel Regno Unito si è svolto il dibattito politico tra i sette candidati alla guida del Paese. Se leggete i quotidiani inglesi, come il Times o il Guardian, avrete tutti gli approfondimenti che vi servono per capire che tipo di dibattito è stato e cosa si è detto. Come al solito gli editorialisti inglesi non si sono tirati indietro e hanno analizzato attentamente ogni aspetto e ogni parola.

Anch’io ieri ho seguito il dibattito. Dopo una cena con amiche, sono tornata a casa e da internet ho seguito i sette. Leggevo anche twitter. Gli inglesi partecipavano sui social senza mostrare pietà. Quello che attirato la mia attenzioni oggi è stata una ricerca su come ci siano poche donne nella politica inglese e come fare politica sia percepito come qualcosa da uomini, ancora oggi nel 2015.

Si pensa che l’Inghilterra si sia più avanti rispetto a noi in tema diritti delle donne, ma non è così. Come spesso consiglio, vi inviterei a leggere “Everyday sexism” di Laura Bates, per ora ancora edito solo in inglese e mai pubblicato qui in Italia. Il capitolo due del libro è interamente dedicato alla politica inglese ed è tragico, quasi ai nostri livelli. Il maschilismo è così diffuso e radicato da far sembrare il Regno Unito un Paese da terzo mondo, anzi forse in certi paesi del terzo mondo ci sono più donne in politiche che nella nostra bianca Europa.

In Inghilterra, dicevo, la politica è vista come un qualcosa da uomo. Lo spazio riservato alle donne è assolutamente esiguo e in questa campagna elettorale praticamente il tema donna è stato lasciato in disparte da tutti. Stella Creasy, candidata alle prossime elezioni inglesi per il partito di sinistra Labour, ha dichiarato senza tanti giri di parole che il tema “donne” non è considerato speciale e che per cui non c’è nessuna politica futura pensata per migliorare la situazione delle donne in UK.

Grazie ai social si possono analizzare alcune situazioni sociali. Per esempio in Inghilterra chi twitta di politica è il 73% degli uomini (15403 autori) contro il 27% delle donne (5887). Gli utenti di twitter in Uk sono circa 15.000.000, circa la metà di questi sono donne. Ciò sottolinea come davvero poco le donne siano poche invogliate a parlare o commentare di politica. Secondo due professori universitari, Heather Savigny della Bournemouth University e Fiona Mackay della Edimburgh University, questo gap di interesse è causato dal fatto che lo spazio politico è considerato prettamente per uomini e le donne sono anche poco considerate. Inoltre il silenzio delle donne in politica è assordante, specialmente in campagna elettorale e ciò è dovuto al fatto che in questo periodo pre elettorale la misoginia è in aumento. Chi twitta ed è maschio se commenta una donna che fa un discorso politico parlerà del suo aspetto o dei suoi vestiti.

Le giovane donne dichiarano che non sanno quasi nulla di politica e per questo non voteranno: è da maschi, non sono rappresentate, non cambierà nulla, padri e fratelli decideranno meglio di loro.

Donne mancanti.

Donne che mancano in politica, nella società. Che non riescono a prendere decisioni, che sono fantasmi sociali e per questo non possono aiutare a migliorare la loro condizione.

Qui in Italia la situazione è identica. Leggevo qualche giorno fa un editoriale di Chiara Saraceno, la quale parlava delle donne perdute, cioè quelle donne che non lavorano. In Italia c’è una fortissima perdita di occupazione femminile. Le nuove politiche del Governo non aiutano per niente a migliorare la situazione e il basso tasso di occupazione femminile è una delle cause dell’alta incidenza di povertà nelle famiglie in Italia.

Mi piacerebbe poter parlare della situazione delle donne nella politica in Italia ma non posso. Non trovo dati e se ne trovo sono davvero pieni di lacune. Mi piacerebbe fare una ricerca approfondita sulla questione, specie all’interno del Partito Democratico. Ormai è evidente come nel 2015 una donna ha lo stesso potere e importanza di un uomo nella società, ma la società impedisce alle donne di mostrare le loro capacità e poteri.

D’altronde quante volte avrò sentito dire “Perché una ragazza carina dovrebbe fare politica?”, più cresco più mi accorgo come sotto sotto molti la pensino così. E non mi stupisce. Noi donne siamo sempre viste meglio come belle statuine, dentro le mura di casa, a cucinare, a fare figli. Inutile arrabbiarsi, o sbuffare, questa visione da american life anni 50 esiste, eccome.

Che fare per invertire la tendenza e smettere di essere donne mancanti?

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Gli Inglesi seguiranno di nuovo la terza via di Tony Blair?

I sondaggi sono i nuovi sovrani dei politici. I numeri sono diventati i padroni di questa politica sempre più su carta e meno tra la gente. Opinioni che non valgono solo per il nostro Paese ma per tutta Europa. E quindi anche per i politici inglesi. Non è un mistero che il leader del partito laburista, Ed Miliband, non abbia mai avuto grandi numeri mai i sondaggi di questi giorni sono impietosi. C’è chi invoca il ritorno del vecchio leone Tony Blair o almeno che entri nel team dei consiglieri. Non ci sarebbe nulla di strano in questa seconda opzione: Blair ora di mestiere fa il consulente politico.

Ma gli inglesi, dopo le notizie di novembre, seguirebbero di nuovo Blair o  approverebbero i suoi consigli? Lo scorso novembre sul Sunday Times vennero pubblicati i dettagli di un contratto del 2010, ben 21 pagine, con la PetroSaudi, compagnia petrolifera fondata  da uno dei membri della famiglia reale saudita. Blair avrebbe ricevuto 66.000 dollori al mese più il 2% per le connessioni diplomatiche, ovviamente proficue. Ma non è l’arricchimento privato il problema. Il fatto è che Blair è a capo del cosiddetto “Quartet” e cioè di una società che vede riuniti ONU/Us/Russia/EU per attività di pace e diplomazia in medio oriente. La critica è la seguente: come può essere un buon operatore di pace ed essere oggettivo se viene ben pagato da molti stati medio orientali?

Tony Blair lavora anche per Nazarbayev, dittatore del Kazakhstan, forse pagato 40 milioni di dollari nei soli primi due anni. Secondo altre fonti, e fatti, Blair è sempre più criticato non dal partito ma dalla popolazione inglese. Il Sunday telegraph ha analizzato i viaggi e i compensi dell’ex primo ministro, tutti sempre in medio oriente/oriente/africa. Come può essere imparziale se i suoi profitti vengono da moltissimi Stati di queste regioni? Dal 2007 lavora anche per il Kuwait.

Il Financial Times afferma che anche Putin ha iniziato a contattarlo. Non credo che agli inglesi andrebbe bene che un uomo apparentemente così compromesso fosse il consigliere del futuro primo ministro inglese.

Forse la sinistra inglese gioca la carta Blair, fregandosene di eventuali scandali, perché dietro ad essa c’è solo un patetico vuoto di idee e ideali.

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Tolleranza zero contro l’omofobia nelle scuole. In Italia? No, nel Regno Unito.

Il rispetto verso gli altri inizia dalla scuola. Educare e ampliare gli orizzonti della mente è fondamentale per creare individui che rendano poi la società migliore. La situazione scolastica in Inghilterra non è delle più rosee: le scuole pubbliche (free school), non le private, sono sempre più affollate, edifici vecchi che hanno bisogno di ristrutturazioni, livello di istruzione sempre più basso, violenza sempre più alta. Nel Regno Unito si parla moltissimo del sistema scolastico perché è la chiave del successo per il futuro dei bambini: meglio scegli la scuola e con più fortuna potrai trovare un buon lavoro. Ma non solo l’istruzione, nel senso classico, è al centro dei dibattito ma anche quella che noi chiameranno educazione civica, per gli inglesi è molto importante.

Tristam Hunt, il ministro ombra laburista all’istruzione, ha dichiarato che uno dei punti principali del programma laburista per la scuola sarà creare corsi di aggiornamento per gli insegnanti per prevenire atti di bullismo omofobi e sarà obbligatorio per tutti gli insegnanti, vuol dire non solo per coloro che lavorano nelle scuole pubbliche ma anche in quelle private. Inoltre ci saranno corsi per gli studenti dove si affronterà apertamente e francamente il tema dell’omosessualità e di come non ci deve essere violenza e spregio contro chi è omosessuale. Perché essere omosessuali è una cosa normale. Non qualcosa che deve scatenare bullismo.

Il tema dell’omofobia sta diventando molto importante nell’isola britannica a causa di moltissimi episodi negativi riportati dai mezzi di informazione. È stato stimato che sono circa 215.000 gli studenti omosessuali e bisessuali. Inoltre i dati riportano che circa 52.000 studenti omosessuali e bisessuali si rifiutano di andare a scuola per paura, 37.000 cambiano i loro piani di studi per paura dell’omofobia e 70.000 soffrono in maniera grave per quello che subiscono.

I laburisti vogliono che gli insegnanti abbiano un training specifico per affrontare il problema e che se ne parli, molto. I rappresentati degli insegnanti si sono subito detti d’accordo e si sta lavorando ad un progetto per poter capire come fare per applicare il tutto e quando iniziare.

Il problema rimane ovviamente uno: i laburisti riusciranno a vincere le elezioni di maggio? Io ho profondi dubbi a riguardo. Credo però che sia un progetto davvero importante e che la società di oggi sente in modo particolare. C’è anche bisogno di una buona e dettagliata legislazione contro l’omofobia per poter tutelare la maggior parte di chi subisce violenze fisiche e psichiche. Il tema dovrebbe affrontato anche in tutti gli stati europei e a Bruxelles, all’europarlamento.

In Italia? Direi che qui siamo ancora al livello di un politico che urla ridendo e dando del culattone a uno studente, solo perché questo pone una legittima domanda a un convegno omofobo. Noi di strada dobbiamo ancora farne e tantissima.

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La Scozia verso l’indipendenza da Londra?

Il 18 settembre 2014 gli Scozzesi voteranno il referendum per l’indipendenza nazionale. Dopo 307 anni Il Regno Unito potrebbe ridimensionarsi.

Per i sondaggisti gli Scozzesi voteranno per rimanere mentre il primo ministro scozzese, Alex Salmond, è assolutamente sicuro che la sua nazione uscirà dal “giogo londinese”. Se ciò dovesse avvenire sarebbe la seconda frattura più grande per il regno Unito dopo il 1922, quando nacque il libero Stato d’Irlanda.

I nazionalisti scozzesi sottolineano continuamente come con l’indipendenza il popolo sarà più ricco. La campagna per il “Yes” ha lavorato duramente per 18 mesi. Girando per Glasgow i quotidiani e telegiornali mostrano moltissimi manifesti e finestre con adesivi dove c’è scritto “Yes Scotland! No more Tory government ever!” e simili. Anche la campagna casa per casa è stata importante. Incredibile invece come la parte per il “No” abbia fatto poco o nulla. Mentre per il sì il partito che lo sostiene sia in maggioranza il SNP, per il no troviamo laburisti, liberal democratici e conservatori e c’è poca coordinazione tra di loro. Alistair Derling, capo della campagna, un laburista, ha dalla sua parte il mondo degli affari e ha ricevuto un assegno di un miolione di sterline da parte di J.K. Rowling, la creatrice di Harry Potter. Nonostante tutto questo fa davvero poco. Oltretutto gli unionisti non espongono argomenti chiari, semplicemente affermano che i separatisti dicono bugie e inesattezze. Tutto qui. Un po’ poco.

Attriti e guerre tra Scozzesi e Inglesi ci sono sempre stati. In questi mesi si sono ricordate le rivolte del 1320 e del 1745. Ma l’argomento politico e storico che fa più presa e che non è stato mai dimenticato è stata la politica della Thatcher e come ha distrutto l’economia del Nord. Tra il 1979 e il 1981 la Scozia perse un quinto della sua forza lavoro. Quegli anni terribili sono ancora impressi nella memoria. E anche se gli esperti hanno fatto notare che quella politica ha distrutto anche le città inglesi del nord, gli Scozzesi sottolineano come furono loro ad esserne le prime vittime. Da allora i Tories hanno ricevuto pochissimi voti, nel 2010 vinsero un solo seggio dalla Scozia.

Un altro tema forte per chi vuole l’indipendenza è il petrolio del mare del Nord. Dalla fine degli anni ’60, quando il petrolio fu trovato, nacquero dispute tra Edimburgo e Londra su chi doveva gestirlo. Finché nel 1974 Londra decise che era della Scozia, Aberdeen e la zona prosperarono e ancora oggi è la parte più ricca della nazione ma anche uno degli assi nella manica per chi vuole allontanarsi dall’Inghilterra.

Nel 1997, quando Tony Blair divenne primo ministro, diede la possibilità a una devolution scozzese. Ci fu un referendum e il 74% degli Scozzesi votò per un parlamento indipendente (legislazione su scuola, salute e in parte economia); il primo ministro fu Donald Dewar ( se posso dire un grande politico e uomo).

I quotidiani nazionali parlano del referendum quasi ogni giorno. Non è così sicura la vittoria dei no. La nazione è spaccata e sui social sono nate molte fazioni. L’Economist afferma che la Scozia nei primi anni diventerà più ricca per poi diventare fra le nazioni più povere.

Se la Scozia si separerà è probabile che anche Galles e Ulster vorranno un referendum e nel giro di pochi anni addio Regno Unito. Con l’attuale crisi economica non so se convenga alla Scozia questa separazione. Bisogna dire che Cameron, quindi Londra, non ha fatto nulla per convincere gli Scozzesi a rimanere. In ogni caso il 19 settembre sarà una giornata storica. Mi piacerebbe vedere la Scozia libera, non lo nego, ma siamo sicuri che poi la popolazione verrà tutelato davvero e non dovrà invece subire conseguenze nefaste? Manca poco alla risposta.

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