Category Archives: violenza

Schiavitù moderna

Una delle piaghe che ancora affliggono l’umanità è la schiavitù. Pensiamo che in epoca post colonialistica sia impossibile trovare traccia di schiavi. Invece leggendo semplicemente i giornali veniamo a conoscenza di ingiustizie insormontabili. In Arabia Saudita vengono sequestrati i passaporti e uomini attirati con false promesse i quali poi si ritrovano a essere pagati magari una miseria, lavorano ore interminabili in condizioni impossibili, senza alcun diritto. Come in molti paesi asiatici. Nelle miniere africane. E senza andare oltre i nostri confini, per esempio nei campi a raccogliere pomodori nel nostro Meridione. Al mondo ci sono ancora milioni di schiavi e, come è sempre stato, gli schiavi sono invisibili ai nostri occhi.

Forse una delle forme di schiavismo meno invisibili è la prostituzione. Quello che viene definito, definizione per me nata dagli uomini e non delle donne, il lavoro più antico del mondo è una delle più grandi forme di schiavitù a cui parte dell’umanità non sembra voler porre fine.

Disgraziatamente con conflitti e guerre la prostituzione aumenta e le vittime cadono in questa tortura senza poter far nulla. Qualche giorno fa ho letto sul Guardian di quello che da poco è stato scoperto in Libano. Donne siriane che scappavano dalla guerra, purtroppo la maggior parte senza la famiglia o un uomo accanto, sono state obbligate in Libano a prostituirsi in condizioni disumane e atroci. Sono state trovate in una periferia di una città libanese 75 donne ma si pensa che le vittime siano in questi due anni di guerra molte di più. Venivano tenute in casa al buio, torturate, obbligate ad avere almeno dieci clienti al giorno e fatte uscire solo per cure mediche e aborti, i quali in un anno sono stati 200. Duecento aborti in un anno. Il comandante della polizia libanese che ha liberato le donne ha parlato di vera e propria schiavitù. La rete di traffico umano era, ed è, molto vasta e articolata. A imbrogliare le donne siriane erano i loro stessi connazionali, i quali promettevano lavori in bar o ristoranti come cameriere. Sceglievano le donne senza famiglia che potesse interessarsi a loro o senza un uomo accanto.

Grazie al coraggio di otto donne che sono riuscite a fuggire, la polizia ha potuto liberare le altre. Alcune erano rinchiuse da circa due – tre anni. In Libano ora si parla molto di questo caso. Purtroppo con la guerra in Siria ancora in corso la situazione non sembra migliorare.

Quando leggevo la notizia provava rabbia e frustrazione. Pensavo a queste donne che scappavano dalla guerra e dall’ Isis e invece approdavano comunque all’inferno. Il pensiero andava poi alle donne che aspettano di attraversare il Mediterraneo e nell’attesa purtroppo subiscono violenze. Pensavo a tutte le atrocità che in realtà ogni giorno leggiamo.

Nel 2016 non siamo ancora capaci non solo di affrontare queste migrazione e non siamo capaci di porre termine a conflitti sia in medio oriente che in africa., ma ancora non sappiamo trovare una soluzione a questo schiavismo 2.0 che però ha tutto il retrogusto amaro dell’antichità. Dopo la Rivoluzione Francese e la nascita dei diritti dell’uomo, dopo la creazione dell’Onu, dopo la fine del colonialismo sembra che non abbiamo imparato poi molto. Anzi davvero poco.

Chiudo ricordando che i due terzi di chi scappa o è scappato dalla Siria è costituito da donne e bambini. Donne e bambini. Ricordo anche che le donne e i bambini sono coloro che meglio si integrano in una nuova società. Forse bisognerebbe iniziare a fare un minimo di ragionamento serio su quello che sta accadendo e quello che bisogna fare.

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Aggiornare la Legge

Nel nostro Paese capitano periodi in cui i vari mezzi di informazione ci parlano di violenza sulle donne, ingiustizie e femminicidi. Il tutto quando sale alla ribalta qualche caso di particolare gravità. Poi non ce se ne occupa più, come se il problema poi scomparisse. Si fanno spesso paragoni con altri stati europei, si dice che la situazione all’estero è migliore. Davvero? Io credo che la situazione sia più o meno tragica in tutta Europa ( e non parlo di India o di paesi africani perché è ovvio che in certi parti del mondo la condizione della donna è davvero a livello medievale).

Prenderò come esempio la Francia. Ogni anni nel paese d’Oltralpe 223.000 donne subiscono abusi fisici e/o psicologici da parte del partner. Solo nel 2014 sono morte 314 donne. Muriel Salmona, psichiatra specializzata in traumi, afferma che le donne abusate per anni arrivano a un “breaking point” e quindi reagiscono. È stato questo il caso della signora Sauvage. La signora ha subito abusi dal marito ed è stata isolata da quando si sposò a 18 anni. Ha reagito a 65 anni. Mentre stava riposando il marito la svegliò e le tirò un pugno perché non aveva iniziato a preparare la cena. Era l’ennesimo abuso. La Sauvage si alzò, andò in cucina e uccise il marito. Poi chiamò le figlie e la polizia. Ora rischia dieci anni di galera. Il marito abusò per anni fisicamente e psicologicamente anche delle tre figlie (da ragazzine fino ai loro 20 anni, finché non riuscirono ad andarsene da casa). La signora Sauvage non aveva amici, tentò il suicidio.

Catherine Le Magueresse, ricercatrice specializzata contro la violenza, sottolinea come lo stato francese non riesca a proteggere le donne abusate. Anche le leggi sono arretrate. Solo nel 1992 c’è stato il primo riconoscimento per abusi domestici nel codice penale francese. Dal 2013 si fanno corsi speciali per i poliziotti quando si trovano di fronte a casi come questo. Davvero molto poco. Ma non vi ricorda un po’ la situazione italiana?

Ora l’opinione pubblica, indignata per la vicenda personale della signora Sauvage, vorrebbe influenzare la corte e non farla finire in galera. Ma la legge dice che se ammazzi un uomo e vieni riconosciuto colpevole devi andare in galera. C’è giustizia? Il giudice applicherà la legge. Forse è tempo di pensare a leggi che seguano il nostro tempo meno omertoso su certi temi.

 

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Se questa è una donna

L’aria dentro vecchie capanne di legno e mattoni è secca e fredda. D’inverno entra poco sole e molto umido. Dover stare in molti dentro uno spazio angusto non aiuta a non poter sentire i propri problemi. Stare tutto il giorno dentro una vecchia capanna senza sapere che ore sono, quando i propri aguzzini arriveranno, è un qualcosa che aumenta la paura, si sa solo che quando arriverà la notte, inizierà il proprio girone all’inferno. I buoi, le capre o qualsiasi altro animale che sta dentro un capannone non ha molta paura e se c’è freddo si riscaldano gli uni con gli altri stando vicini e grazie alla condensa calda dei loro fiati. In questo caso poco servirebbe.

Le “capre” dovevano aspettare dentro vecchie capanne. Le “Capre” erano 28 ragazze rumene che di notte erano obbligate a prostituirsi in vari punti di Milano, tra cui via Ripamonti. I loro aguzzini, le vere bestie in questa orribile e ripetitiva storia, le chiamavano così. Le poverette venivano comprate in Romania, venivano trovate in quelle aree più depresse e povere della regione in modo tale che non si potevano rifiutare 3000/5000/7000 euro. Appena arrivavano in Italia venivano violentate brutalmente da tutto il clan, per più giorni. Chi decideva di prostituirsi subito veniva risparmiata. Botte, violenze di ogni tipo, sia fisica che psicologica, erano all’ordine del giorno. Dovevano “lavorare” in qualsiasi condizioni, anche con la febbre o stordite dalle botte. Vendute da un clan all’altro, a seconda del prezzo e della rendita, anche a italiani senza scrupoli pure loro. Perché gli aguzzini potevano essere di qualsiasi nazionalità o età ma la violenza e le umiliazioni non cambiavano. Poi di giorno venivano rinchiuse dentro capanne. Prima della prima guerra mondiale i padroni dei terreni in Emilia, Toscana, Lombardia, Triveneto e Piemonte chiudevano gli uomini e le donne dentro le corti dove abitavano, come le bestie appunto. Chiudevano loro i portoni e li serravano per la notte. Non per protezione ma per far capire che erano sì preziosi ma erano allo stesso livello dei buoi e delle galline che dormivano con loro. Certe mentalità non cambiano.

Queste prostitute non sono essere umani, non sono donne ma bestie. Leggendo la cronaca ci indigniamo. Ovviamente. Chi non lo farebbe. Scorrendo le righe e soffermandoci sui particolari ci si intenerisce: le ragazze si aiutavano e supportavano tra loro. Grazie alla denuncia di un cliente che si era invaghito di una di loro, ecco che scatta l’operazione e vengono salvate. Domani ce ne saremo già dimenticati. Le 28 ragazze sono ancora bestie. Perché quante notizie simili sentiamo da sempre? Che noia, vero?

Essere una prostituta significa essere de umanizzata. Non hai gli stessi diritti che ha un normale essere umano. Puoi essere umiliata, picchiata, violentata in qualsiasi modo che tanto è normale, bestia tu sei. Quante volte guardiamo con disprezzo le prostitute? Quante volte si sarà abbassato lo sguardo per non guardarle? Da fastidio vederle lì per strada vero? Si vorrebbe multare le prostitute o tassarle. Come se fossero contente di prendere decine di cazzi ogni notte. Ci stanno, lo vogliono. Si ammalano? Ce ne sono tante altre.

Credo che il tema della prostituzione debba interessare ogni donna. È tempo che questo racket venga spezzato, che si aiutino tutte le vittime e ci sia una campagna per far capire agli uomini che comprare una donna non è da uomo. Mi immagino quanti maschi rideranno, specie quelli vecchi e coi capelli bianchi, ma non mi importa.

Noi tutte abbiamo molti diritti. Siamo più libere rispetto solo a pochi decenni fa. Ma sempre fino a poco tempo fa ogni donna, anche non prostituta, era considerato qualcosa al di sotto dell’uomo. Se si potesse leggere nel cervello di molti maschi si potrebbe vedere che ancora oggi siamo un po’ più inferiori a loro, per alcuni siamo allo stesso livello del loro gatto di casa, per altri siamo meno di bestie.

Non dovremmo parlarne? Non dovremmo fare eventi e smuovere in maniera violenta le acque?

Quelle ragazze che subisco l’inferno hanno diritto a tornare ad essere considerate donne. Ditemi voi se questa è una donna che deve subire cose che forse neanche una capra subisce in tutta la sua vita.

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L’assordante rumore delle parole. Un breve pensiero su quello che è successo in Francia.

La morte non fa rumore. La morte è qualcosa di atroce ma normale che entra come un pugno nello stomaco nella vita. La morte porta via o conduce da qualche altra parte senza troppo caos. Il contorno no, il contorno è quello che fa rumore.

Sulla morte delle vittime del giornale satirico Charlie Hebdo e sugli ostaggi del negozio kasher si sta dicendo davvero di tutto. Il rumore delle parole in questi giorni è così assordante che non riesco a  formulare un mio personale pensiero. Il bisogno quasi compulsivo di dover dare opinioni, litigare su il perché e per come della vicenda, dover dire e dire e dire qualsiasi cosa ci passa per la mente in questi giorni è davvero incredibile.

La vicenda ha poi portato alla ribalta tantissimi argomenti tutti importanti e di cui bisognerà davvero parlare e confrontarsi: il terrorismo (anche di radice islamica), la libertà di pensiero e di satira, l’integrazione, l’antisemitismo sempre più dilagante ma che si nega che esista, la politica internazionale e quello che si sta facendo in medio oriente. La violenza, l’orrore, di quello che è avvenuto ci porta per forza a riflettere su tutto questo e ci fa capire l’urgenza, specialemente all’interno della sinistra europea di dover capire e agire su tutti questi aspetti.

Io non so bene che dire. Sia mentre vedevo i notiziari su Charlie Hebdo e sia ieri mentre vedevo i due blitz a Parigi provavo solo angoscia e orrore. Pietà per i terroristi (vittime anche loro), preoccupazione per gli ostaggi. Pensavo anche ai nigeriani, duemila persone, massacrati a casa loro e mi chiedevo come mai noi non ci interessiamo davvero a questi attentati terroristici in Africa.

Quello che mi auguro è che non si fomenti l’odio, specialmente quello religioso. Che tutti collaborino per far vedere che noi siamo più forti e potenti rispetto a coloro che ci vogliono mettere paura.

Trovo importanti tutte le manifestazioni di solidarietà che si terranno tra oggi e domani. La gente normale e che ama la pace va in piazza e dimostra che tutti uniti possiamo essere fortissimi.

Ora che i tre terroristi sono morti però non dobbiamo dimenticare, come spesso succede, tutti i proclami per la libertà di satira e di parola, non dobbiamo di nuovo rinchiuderci nei nostri recinti provinciali ricominciando a fregarcene e usando come paravento il rumore assordante di mille parole dette in maniera vuota. Dobbiamo agire.

Agire in maniera pacifica e concreta, magari parlando di meno ma ragionando di più. Il terrore non vincerà.

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Se una ragazza si suicida perché è osteggiata e criticata dalla famiglia per la sua sessualità, il problema è della società non della famiglia e basta.

In una società giusta i diritti dell’individuo sarebbero rispettati. In una società illuminata e che ha cura dei suoi cittadini nessuno avrebbe paura di ricevere insulti e denigrazioni per colore pelle e orientamento sessuale. Una società dei diritti sembra ancora un’idea utopistica.

Dico utopistica perché ancora oggi ci sono persone che non possono vivere la propria sessualità come vogliono, per esempio. Nel corso del Novecento ci sono state innumerevoli battaglie, non ancora vinte, sui diritti delle donne e degli omosessuali, per citarne alcune. È evidente che serviranno ancora molte lotte. Lo affermo semplicemente guardando e ascoltando tutti i giorni  le persone. Insulti, pregiudizi, critiche a stili di vita. “Sei un frocio”: quando lo sentiamo ci irritiamo ma poi non facciamo molto. Pregiudizi sugli omosessuali: sono infedeli, fanno orgie, non possono diventare genitori per il loro stile di vita, sono pedofili. Potrei continuare a elencare pensieri e giudizi a cui ancora moltissime gente credono e pensano. Se uno cambia sesso diventa un lebbroso. I transessuali si prostituiscono tutti. Fanno schifo. Credo di aver sentito queste frasi e oscenità fin da quando ero ragazzina. Certo, non tutti sono fortunati ad avere avuti genitori che hanno avuto la bravura di educarmi al rispetto e a aiutarmi a formare una mentalità aperta e moderna. Questo però non giustifica altri. Negli ultimi anni i quotidiani e i mezzi di informazione hanno parlato sempre di più di adolescenti che si suicidano perché vessati per la loro sessualità. Ultimo caso quello di una ragazza americana, Leelah Alcorn, di soli 17 anni, che si è suicidata perché la famiglia non supportava la sua idea di voler cambiare sesso, che fosse transgender, e la portava a “christian therapy”, questi ritrovi cristiani dove insegnano agli omosessuali o transessuali a tornare “normali”. In molti stati americani queste terapie sono state messe fuori legge perchè considerate “dannose per la salute psichica” e “contro il rispetto umano”. Purtroppo in Ohio, stato dove abitava la ragazza, invece sono tollerati. La ragazza tornava da questi incontri sempre più depressa ed afflitta e alla fine, dopo aver scritto un messaggio su tumblr, si è suicidata. La madre, intervistata alla CNN, ha dichiarato che non sostenevano il cambio di sesso della figlia “perché non cristiano e poi perché Dio non sbaglia nella scelta del sesso” ma ha aggiunto che “la amavano moltissimo”.

Leelah subiva abusi. Quanti minorenni LBGTQ subiscono tutto questo nel mondo? Io credo moltissimi. Si allontanano i minori che vengono picchiati dalle famiglie ma anche se non si subiscono botte in questi casi devono essere tutelati e allontanati. I suicidi tra i transgender in america sono notevolmente aumentati. L’associazione PFLAG ha dichiarato che si potrebbero dare in affidamento a genitori omosessuali questi ragazzi che subiscono violenze psicologiche gravi nelle loro famiglie. La trovo un’ottima proposta. In America si sta discutendo di tutto quest inmaniera molto seria.

Ma quello che avviene in queste famiglie, che insultano e denigrano e obbligano i figli a essere cosa non sono, non è un problema che riguarda solo la famiglia, è un problema che riguarda tutti noi, la società.

È tempo di dare diritti a tutti. È tempo di riuscire a modificare i pregiudizi che la maggior parte della gente ha. È tempo di creare leggi che tutelino chi è omosessuale e transessuale, che si dia la possibilità di sposarsi, convivere, avere figli, che si dia la garanzia ai giovani di poter vivere la loro sessualità con calma e serenità senza paure, senza dover pensare a suicidarsi come unica via d’uscita.

Sto leggendo in questi giorni l’autobiografia delle scrittore David Plante “becoming a londiner” (non so se è stato tradotto e pubblicato in Italia, mi scuso): parla della sua omosessualità e della sua storia d’amore ma anche dei diritti degli omosessuali in Inghilterra. La paura che la polizia entrasse in casa e li arrestasse solo perché dormivano insieme o il timore di essere picchiati per strada e poi arrestati, questo alla fine degli anni’60. Passi da allora ne sono stati fatti ma c’è ancora da fare. È un libro molto bello e scritto in maniera appassionata e fa capire una cosa che è molto banale e che dovrebbero capire tutti: l’amore è uguale e le dinamiche dell’amore sono identiche indipendentemente dal tuo orientamento sessuale.

Che cosa spaventa? Perché si ha così paura di due uomini o di due donne che si baciano o che portano un figlio all’asilo? Di cosa ha paura la società? Non è semplicemente amore?

Da oggi non giriamo più la testa dall’altra parte e proviamo a cambiarla un po’ questa società, anche solo per il semplice fatto che ne facciamo parte.

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La crudeltà dei dati riguardo alla violenza sulle donne.

Oggi 25 novembre è stata la giornata contro la violenza sulle donne. Una giornata per sensibilizzare, parlarne, discuterne. Ne parlo quando ormai è sera e i telegiornali e altri mezzi di comunicazioni hanno iniziato a trattare un tema più semplice e per molti più interessante: la politica. Infatti questo pomeriggio si è votato alla Camera il Jobsact e i tuttologi ora potranno parlare di chi è contro chi, chi ha votato e chi no. Non fraintendetemi! Anch’io mi appassiono e amo sapere e vedere cosa succede nel nostro parlamento ma diciamoci la verità: parlare di violenza sulle donne non frega a molti e poi è un tema delicato. Facile quando bisogno indignarsi per uno stupro o una donna uccisa, come è facile poi dimenticare il servizio o l’articolo che ne parlava.

Credo che non c’è mese, settimana o giorno dell’anno che non pensi a quest’argomento. Perché la violenza contro le donne non solo è la violenza sessuale o il pugno ma anche le parole, gli atteggiamenti, il mobbing sociale. Non so quanti post su questo o il vecchio blog avrò scritto sull’argomento: sono sempre stati i  meno letti. Colpa ovviamente mia in primis, io sono un nessuno, una cittadina fra milioni che  come molte centinaia di persone ha un blog e scrive cosa le frulla per la testa. Ma è un dato: sono sempre i meno letti. Nonostante ciò continuerò a parlarne, continuerò a scriverne.

In primavera andai sul sito dell’European Union Agency for Fundamental Rights. Era stato appena pubblicato un dossier sulle violenza contro le donne nei 28 Stati membri dell’Unione Europea. 193 corpose pagine con dentro per la prima volta (come sottolineano nella stessa introduzione) i dati su cosa subiscono le donne in Europa. I dati sono agghiaccianti non solo per violenze sessuali o donne picchiate dai propri partner o ex ma anche per stalking, insulti in luoghi pubblici o luogo di lavoro e via dicendo. Ovviamente l’inchiesta è molto limitata perché è limitata all’Europa e sottolinea come alcuni Paesi, come Italia/Spagna/paesi dell’est, non siano riusciti a fornire tutti i dati necessari. Anche se non sapete l’inglese consiglio vivamente di andarlo a leggere. Conclude affermando che le leggi in TUTTI e 28 i Paesi sono scarse e hanno lacune. Le donne NON sono tutelate e non hanno giustizia in nessun ambiente sia privato che pubblico. Non oso immaginare cosa debbano subire le donne in cui non esistono del tutto leggi e tutele. A questo dossier importantissimo, consiglio come faccio da mesi e mesi la lettura di Everyday Sexism della giornalista inglese Laura Bates. Durante la lettura alcune si incazzeranno, avrete mille emozioni e rabbia: leggetelo, è importante. E’ un crudo e oggettivo sguardo sul sessismo e la violenza in Inghilterra. C’è da avere paura.

Mi ripeto per l’ennesima volta sul web: queste giornate e le varie iniziative sono sì importanti ma fino a che punto? Perché il cambiamento deve venire dalla scuola, dalla famiglia, dalla società. Deve cambiare la mentalità e l’approccio e visione che si ha della donna e tutti questi sforzi saranno totalmente inutili. C’è poco da dire. Ma c’è molto da fare. Studiare i dati, parlarne, creare così tanti eventi anche piccoli a livello locale da far capire che si cambiare. Andare nelle scuole, parlare coi giovani fin da bambini. Sembra impossibile ma si può fare. E soprattutto dire no alle violenze e chi le vede non chiudere gli occhi.

ecco i link utili:

http://fra.europa.eu/en

http://everydaysexism.com/

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Perché chi si sente escluso non se la prende con chi lo pone in quella condizione?

A Tor Sapienza, quartiere di Roma, il malcontento non è sentimento nato da pochi anni ma è presente da molto tempo. La mancanza di infrastrutture, uffici, negozi di alimentari, pochi mezzi pubblici hanno esasperato gli abitanti del quartiere. Il tutto enfatizzato dalla crisi economica che maggiormente ha colpito chi vive in zone periferiche. I problemi ci sono eccome, se la gente si lamenta su certi argomenti ha ragione. La latitanza della politica non ha certamente aiutato. I rappresentati sia di destra che di sinistra poco sono andati in quella zona. Questo non spiega le violenze e le ingiurie razziste che alcuni abitanti hanno manifestato nei confronti di immigrati minorenni, i quali sono spesso lasciati a loro stessi, con pochissimi aiuti. Quello che alcuni giornalisti hanno notato e su cui anch’io ho riflettuto sopra è il perché non ci siano rivolte popolari, specie di quelle così abbandonate, contro chi ha portato il degrado. La malavita, che colore della pelle non ha, e il racket. Perché non si lanciano pietre contro le case dei mafiosi, di coloro che portano lo spaccio in quei quartiere, contro chi obbliga le persone a vivere nel degrado, a chi si sostituisce allo Stato con illegalità? Perché la malavita è il vero problema. Ma sembra che ci sia una sudditanza psicologica di abita in queste zone verso chi porta il malessere. E lo Stato, invece di andare a parlare nei vari talk show, dovrebbe stanziare fondi per aiutare la popolazione ed essere presente sul serio sul territorio e far capire che non sono dei minorenni impauriti che sono il problema ma chi pone povero contro povero.

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Bisognerebbe desiderare la pace.

E’ quasi un mese che lo scontro Israele – Hamas domina la vita dei civili israeliani e palestinesi e in parte anche le nostre. Quotidiani, tg nazionali ma soprattutto social network: non c’è giorni che passi che non si parli di questo conflitto. Conflitto difficile da decifrare. Non voglio entrare ora nel merito, non per ignavia o paura ma perché non voglio scatenare anche su questa pagina le sterili polemiche che leggo già altrove.

Invece mi domando: perché non desideriamo la pace? Non fraintendetemi: non sto prendendo le difese né dell’uno né dell’altro, perché entrambi hanno colpe. Parlo di noi, stranieri di altri paesi che con un passaporto diverso e distanti svariati km dal conflitto, ci facciamo la guerra tra di noi. Nelle ultime settimane leggo con sempre maggiore preoccupazione l’escalation di violenza verbale sui social. Chi è filo-palestinese sembra che abbia perso il lume della ragione, non ascolta nessuno, vive di link inesatti, di notizie inesatte e via dicendo ma trattando questi dati come oro colato. Chi è filo-israeliano, pochissimi, inizia parlando pacatamente per poi sfociare anche lui in una violenza inaudita. Quando leggo, a volte, mi sembra di sentire il digrignare dei denti, la schiuma che esce dalla bocca, il muovere il corpo in maniera nervosa e convulsa, la gioia nell’annientare chi è dall’altra parte dello schermo. Molti non si fermano e chi è contrario alla loro opinione viene perseguitato con insulti orribili anche via messaggio privato.

Si da la colpa ad Israele. Invece questa violenza, questo odio, questa voglia di guerra ha radici ben più profonde. Dall’11 settembre niente è stato più lo stesso. Non parlo dei conflitti in medio oriente, dei terroristi, di chi ha colpa, parlo di tutti noi. Dal 2001 è iniziato una nuova era sulla Terra. Non sappiamo come si svolgerà, siamo nel bel mezzo della baraonda. Per ora vince la violenza, il non parlarsi, il non dialogare, la diffidenza, la rabbia, l’essere costantemente controllati da chi ci governa. Il tutto amplificato oggi dai social, che, sia ben chiaro, non sono il male ma incanalano certe forme di violenze. Bisognerebbe capire di più il perché di questo sfogo mondiale via telematica, non crocifiggere ma capire.

Sono davvero preoccupata. Per l’ondata di anti semitismo (che non è MAI morto ma è sopito, quasi come se in milioni si sentissero sollevati nel poter dare contro agli ebrei ma non stava bene prima perché ci fu l’Olocausto, ma ora VIA! Liberi insulti, premettendo che “non si è antisemiti” per poi scrivere “gli ebrei vogliono conquistare il mondo”.), per l’odio viscerale verso quello che è diverso.

Voglio consigliare una lettura importante per tutti, per cercare un attimo di capire, per educarci alla pace e cioè “Lettere contro la guerra” di Tiziano Terzani. Scritte sull’onda degli eventi dell’11 settembre, Terzani, nonostante la malattia, torna sul campo. Vuole capire le ragioni degl’estremisti islamici. Già ne aveva parlato nel 1991 (quando viaggia attraverso l’ormai ex URSS e sente che il comunismo in moltissime province è stato sostituito dall’islam fondamentalista) e nel 1996 quando era andato a vedere quei campi di addestramento finanziati dallo sceicco arabo Osama Bin Laden. Nessuno, come al solito, lo ascoltò e provò a indagare a sua volta. Meravigliosamente Terzani non da colpe all’Islam, anche se sottolinea il suo sottosfondo inquietante e violento, ma cerca di capire le sue ragioni. Parla anche di Hamas. Parla dello scontro Israele e Palestina come la madre di tutte le guerre in medio oriente. E’ un libro illuminante. Rileggerlo ora poi è essenziale: lo scrittore capì molto prima dove saremo andati a parare e spera e ci consiglia di credere nella pace. Noi occidentali abbiamo perso una grande occasione dopo l’11/9: invece di dialogare, capire, arginare il fondamentalismo, aiutare le nazioni islamiche ad evolversi (non in maniera occidentale!) uscendo dal medioevo del pensiero, abbiamo solo bombardato.

Terzani afferma che per ogni bomba che cade e distrugge nasce un nuovo terrorista ed ha perfettamente ragione. Quelle popolazioni sono schiave dei violenti e dei fondamentalisti e vittime delle bombe di noi occidentali. Ci avverte di capire da soli o andando sul campo a non credere ai giornalisti che riportano sempre “mezze verità e mezze bugie”. Continua dicendo che il mondo si sta sempre più dividendo tra chi è contro di noi e chi è con noi. Ed è effettivamente così! Oggi non ci sono più sfumature, non c’è più dialogo fra chi la pensa in maniera diversa.

Cogliamo finalmente l’occasione di volere pace. Non solo non più conflitti ma tornare nelle piazze delle città e dei paesi e discutere in maniera democratica di questo nostro povero mondo. Lasciamo la rabbia e l’odio a casa con il computer e i social, torniamo a guardarci in faccia. Basta pubblicare su facebook link storici sulla guerra in medio oriente completamente sbagliati dal punto di vista storico, smettiamo di gridare agli israeliani “assassini” e poi nel link ci sono sì bambini morti ma siriani. Smettiamo di credere ciecamente in tutto quello che ci viene propinato, spesso da gente che è violenta o menefreghista. Cerchiamo di fare una buona informazione e quindi smetterla con bufale, dietrologismi inesistenti su questo conflitto, andare sul campo a parlare e non stare dentro un hotel 5 stelle o riportare una super notizia saputo da un amico che è amico di un palestinese. A volte mi sembra che condividere sulla propria bacheca un link sul conflitto e mostrare immagini di bambini morti sia un modo per liberarci la coscienza, per far parte di un gruppo “cool”, per non dovere al conflitto e alle sue possibili risoluzioni in maniera concreta. Mi chiedo: come mai non è nata una certa ossessione per la Siria (oltre 4000 bambini morti, non si contano quelli violentati e torturati)? Perché non ci imputiamo per la pace per le popolazioni dell’Afghanistan/Iraq/Libia/molti paesi africani che hanno bisogno anche loro di generi di prima necessità?

Riflettiamo su questo. Perché ci interessa un solo conflitto? Come mai? E come mai invochiamo la pace ma poi siamo comunque violenti nel parlarne? Da dove nasce questa nostra violenza, anche se non fisica?

Credo fermamente che debba nascere un nuovo linguaggio, devono essere create nuove parole, bisogna pensare a nuovi modi di riflettere per quanto riguarda i conflitti. E’ tempo di cambiare, sul serio. E’ tempo di volere desiderare la non violenza.

Nel frattempo, vi prego leggete “Lettere contro la guerra” di Tiziano Terzani, edito da Longanesi! Vi farà bene, a tutti.

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