Category Archives: razzismo

Sulle aggressioni contro le donne a Colonia a capodanno

Credo che molti avranno letto la terribile e scioccante notizia di un centinaio di donne ( e forse più) assalite, toccate, insultate e derubate la notte di capodanno a Colonia in Germania da parte di mille e più uomini di origine araba e nordafricana. Con il passare dei giorni si è scoperto che episodi simili sono avvenuti anche ad Amburgo, in Finlandia e in Svezia.

Questo pomeriggio si è dimesso il capo della polizia di Colonia a causa dell’inadeguatezza del suo compito quella notte e nei giorni successivi. Politici e poliziotti brancolano nel buio. La sindaca di Colonia si è coperta di ridicolo suggerendo alle donne di stare vicino al muro, andare in giro con un uomo, non essere isolate e avere uno “spazio di protezione che misura un braccio”. Ma che consigli sono?  Quando decine di uomini formano un cerchio intono a te e ti toccano che tipo di spazio di protezione puoi avere?

I due problemi enormi sono: 1) immigrazione 2) violenza contro le donne.

1) In Germania sono arrivati un milione di profughi. Io penso e credo che però il problema immigrazione qui c’entri poco. Noi europei facciamo bene ad accogliere i rifugiati. Vorrei che la gente si informasse bene su cosa sta avvenendo in medio oriente. Questo però non giustifica minimamente cosa è venuto. E che, come riportano molti quotidiani, le vittime si sono sentite dire dai loro aguzzini che erano siriani ma qui il problema è un altro. Altre venivano chiamate puttane ecc in tedesco. Dubito che i siriani sappiano tutti il tedesco. Evidentemente erano arabi già da tempo in Germania. Quindi era un mix tra nuovi arrivati e chi è già residente. Questo mi porta al secondo problema, per me quello principale e vero.

2) Questo caso della notte di capodanno fa emergere come la violenza contro noi donne sia ormai un problema che deve essere affrontato una volta per tutte. Chi è musulmano viene da una cultura fortemente sessuofoba e misogina. Con l’alcol e con una libertà impensabile nei loro paesi, i maschi di fede musulmano fanno quello che farebbero nei loro paesi se potessero (non li sto giustificando). Perché le donne musulmane anche se portano il velo vengono molestate! Le femministe di fede musulmana spiegano come una donna può essere molestata anche a La Mecca, per fare un esempio.

I nostri uomini però non sono santi e lo sappiamo benissimo. Basta leggere i dati sulle violenze contro le donne. Vedere gli insulti e i comportamenti che fanno per strada. Qui in Europa non viviamo in paradiso. Anche nelle più civili nazioni come Germania o paesi scandinavi le donne vengono picchiate e/o violentate, specialmente dai compagni. Unica differenza hanno una legislazione più seria e una maggiore educazione civica rispetto a noi.

Ora le donne europee dovranno affrontare violenza privata e una violenza di tipo nuovo in strada. La quale però non è così nuova perché, come ne ho già parlato nel vecchio blog e qui, in Inghilterra, da quindici anni circa, esistono purtroppo gruppi di pakistani/asiatici del sud est che a gruppi violentano sistematicamente donne giovani e inglesi. Negli scorsi anni questi gruppi andavano nei centri per adolescenti con problemi. Siccome la sorveglianza, si è scoperto, è quasi inesistente riuscivano a convincere giovani ragazze a seguirli. Le tenevano prigioniere per alcune settimane e le facevano prostituire in appartamenti. Qui erano costrette ad avere rapporti con 50/60 uomini al giorno. Poi le riportavano nei centri. Si è scoperto questo orribile giro di prostituzione grazie alla denuncia di alcuni assistenti sociali (quelli che ancora sanno fare il loro lavoro). Al processo gli aguzzini si giustificavano dicendo che non si sentivano in colpa in quanto erano donne non musulmane e quindi senza valore.

Ecco. C’è qualcosa di perverso e malvagio in tutto questo. Credo che siamo di fronte a un nuovo tipo di violenza. Questo problema però non deve cadere nelle mani dei razzisti e della destra. Chi è di sinistra deve finalmente capire che ci vuole più giustizia e salvaguardia per noi donne. Abbiamo il diritto di camminare tranquille per strade, come un uomo, e poter dormire tranquille anche a casa. Per chi viene da una cultura fortemente misogina fare subito dei corsi di integrazione seri! A cui devono partecipare soprattutto gli uomini ma anche le donne e i bambini per capire i loro diritti, non deve esserci nessun tipo di ghettizzazione.

Infine mi ripeto. Non si può dire a noi donne di coprirci di più o non camminare da sole. Il medioevo è finito da tempo. Si deve aprire un dibattito veloce e serio e trovare subito formule pratiche da applicare. Specialmente qui in Italia. Ma ammetto di essere molto sconfortata in quanto vedo che siamo più interessati a una bestemmia vista in televisione e ai guadagni di un film.

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La Germania e il recente passato nazista. Luci e ombre non ancora chiariti.

Mi sono spesso chiesta se la Germania abbia davvero affrontato fino in fondo il suo passato recente nazista. O i musei che parlano dell’Olocausto, le scuse, i (pochi) processi e via dicendo non siano altro che una facciata e che in fondo ai tedeschi non solo non importa di quello che fecero ma che in realtà non provano alcun rimosso.

Più passano gli anni e più si scoprono documenti dove veniamo a conoscenza di altre atrocità della seconda guerra mondiale per mano tedesca. Sembra un pozzo nero senza fine. Dal secondo dopoguerra a oggi il popolo tedesco si è ricomposto, ha costruito una sua nuova identità, quella di un popolo ligio al dovere, pulito, onesto, efficace.  Il dieselgate che in questi giorni imperversa sui quotidiani di tutto il mondo incrina quell’immagine così ben costruita.

Ammetto però che non è stato lo scandalo dell’industria automobilistica Volkswagen ad aumentare miei dubbi e perplessità sul popolo che diede i natali a Kant, bensì un libro che ho finito di leggere in questi giorni. Si chiama “I Benjamin. Una famiglia tedesca” scritto da Uwe-Karsten Heye ora edito in Italia dalla Sellerio.

Heye è stato giornalista ma anche portavoce politica di sinistra. Dal 1974 al 1979 fu addetto stampa e scrisse i discorsi di Willy Brandt. Si dedica da sempre alle problematiche dell’xenofobia e dell’estrema destra ma anche dei cambiamenti demografici e sociali tedeschi. Dal 1998 al 2002 fu il portavoce di Schröder. Ora è tornato a fare il giornalista.

Chi è invece la famiglia Benjamin? È la famiglia del famoso filosofo e intellettuale Walter Benjamin, colui che fra le varie cose ha scritto “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”. Heye parla di lui, del fratello George medico e comunista, della sorella Dora anche lei intellettuale e femminista, ma anche di Hilde che fu moglie di George e migliora amica di Dora ma soprattutto fu ministro della giustizia nella DDR.

Il giornalista tedesco parte da questa tipica famiglia borghese, ebrea, perfettamente integrata nella società berlinese e parla del periodo pre, durante, post nazista. Lo fa usando in maniera accurata i dati storici. Non è un romanzo sia ben chiaro. Heye non romanza nulla. È un saggio. Si vuole provare a capire cosa ha fatto e cosa ha subito il popolo tedesco. I suoi giudizi sono freddi e taglienti nei confronti degli errori della Germania occidentale. È un libro che mi ha aiutato a capire moltissimo il popolo tedesco del dopo guerra e anche su come ragiona oggi. Ma soprattutto sottolinea come non ci fu un repulisti della società dal nazismo. Moltissimi poliziotti, giudici, avvocati, insegnanti ecc che furono nazisti vennero tranquillamente reintegrati nei loro ruoli. Spesso fecero scappare ex SS per non farli processare o per non farli far prendere dal Mossad. Se un ex nazista veniva giustamente processato nella Germania dell’Est subito diventava un innocente, una persona da salvare. Poco importava se fosse un aguzzino dei campo di concentramento o avesse ammazzato centinaia di persona: quell’uomo era vittima dei sanguinari comunisti per cui era innocente.

Nella Germania Occidentale i responsabili del nazismo poterono continuare a operare indisturbati nelle istituzioni e nelle amministrazioni della giustizia e nell’economia il che non restò senza conseguenze. Quanto alla composizione del personale, la Polizia federale tedesca (BKA) per esempio, creata all’inizio degli anni cinquanta, non si distingueva quasi dall’ufficio centrale per la sicurezza del Reich, la centrale del terrore attiva nello stato nazista. Uno studio in tre volumi pubblicato di recente, commissionato dallo stesso Bunderkriminalamt, dimostra che ancora nel 1959 la metà dei funzionari con mansioni direttive era costituita da ex membri delle SS o di unità speciali della polizia, i quali erano coinvolti in uccisioni di massa oltre le linee del fronte in Russia. Conseguentemente infruttuose risultavano le indagini di polizia ogni volta che bisognava chiarire episodi neonazisti o legati all’estremismo di destra. Esempi così si possono trovare in altri settori della società tedesca.

Nella conclusione Heye si dice preoccupato per il fatto che alcune idee circolino in giro ancora oggi. Il popolo tedesco, sempre per Heye, non ha ancora fatto i conti con il proprio passato recente. Non si è ancora domandato perché cambiò così radicalmente, perché divenne così violento, così atrocemente succube di ideali sbagliati. Trovo che sia un libro molto utile e da leggere per poter farsi un’idea anche su cos’è la Germania oggi.

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Perché chi si sente escluso non se la prende con chi lo pone in quella condizione?

A Tor Sapienza, quartiere di Roma, il malcontento non è sentimento nato da pochi anni ma è presente da molto tempo. La mancanza di infrastrutture, uffici, negozi di alimentari, pochi mezzi pubblici hanno esasperato gli abitanti del quartiere. Il tutto enfatizzato dalla crisi economica che maggiormente ha colpito chi vive in zone periferiche. I problemi ci sono eccome, se la gente si lamenta su certi argomenti ha ragione. La latitanza della politica non ha certamente aiutato. I rappresentati sia di destra che di sinistra poco sono andati in quella zona. Questo non spiega le violenze e le ingiurie razziste che alcuni abitanti hanno manifestato nei confronti di immigrati minorenni, i quali sono spesso lasciati a loro stessi, con pochissimi aiuti. Quello che alcuni giornalisti hanno notato e su cui anch’io ho riflettuto sopra è il perché non ci siano rivolte popolari, specie di quelle così abbandonate, contro chi ha portato il degrado. La malavita, che colore della pelle non ha, e il racket. Perché non si lanciano pietre contro le case dei mafiosi, di coloro che portano lo spaccio in quei quartiere, contro chi obbliga le persone a vivere nel degrado, a chi si sostituisce allo Stato con illegalità? Perché la malavita è il vero problema. Ma sembra che ci sia una sudditanza psicologica di abita in queste zone verso chi porta il malessere. E lo Stato, invece di andare a parlare nei vari talk show, dovrebbe stanziare fondi per aiutare la popolazione ed essere presente sul serio sul territorio e far capire che non sono dei minorenni impauriti che sono il problema ma chi pone povero contro povero.

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“Non dirmi che hai paura”, il romanzo di Giuseppe Catozzella sull’atleta somala Samia.

Ieri sera si è svolta la serata finale del Premio Strega.  Ha vinto Francesco Piccolo con il suo romanzo semi-autobiografico “Il desiderio di essere come tutti” edito da Einaudi. Un buon libro ma non spettacolare. La cinquina finale è stata molto deludente a mio parere, c’era solo un libro che si staccava dagli altri e che per me meritava di vincere ed era quello di Giuseppe Catozzella “Non dirmi che hai paura”, edito da Feltrinelli.

Ho scoperto Catozzella scrittore e quindi questo libro a gennaio, su suggerimento di una cara amica. Meraviglioso consiglio. Il romanzo uscì l’8 gennaio e io lo comprai subito. Da allora vedo che ha sempre più successo. Nel mio piccolo lo raccomando ancora oggi e appena posso lo regalo. Catozzella ci racconta la storia di Samia, ragazza di Mogadiscio che sogna di correre da professionista e poter andare alle Olimpiadi. Ci riuscirà e parteciperà a quelle di Pechino. Arriverà ultima ma diventerà il simbolo della voglia di libertà e rispetto di tutte le donne musulmane nel mondo. Al ritorno in patria non troverà però supporto e congratulazioni dal governo, anzi. Le difficoltà nell’allenarsi e nella vita di tutti i giorni aumentano sempre di più. Il suo sogno però è così importante che decide di intraprendere il nefasto “Viaggio”. Attraverserà 8000 km tra Sudan, Sahara e infine Libia in mano a uomini crudeli e senza scrupoli. Attraverserà l’inferno, come molti altri fanno ancora oggi. E in Libia e nel mare mediterraneo troverà ancora ostacoli al suo sogno di partecipare alle Olimpiadi di Londra 2012 e poter rivedere la sorella Hodan immigrata ad Helsinki.

E’ un romanzo che parla di una storia vera. Poco è inventato. Catozzella è riuscito a trasportare su pagine bianche tutte le emozioni di Samia, è riuscito a prenderci per mano e a farci respirare e vedere Modadiscio, le sue intoccabili ma bellissime spiagge bianche, l’affollato e caotico mercato della capitale. Giuseppe ci aiuta a capire che le popolazioni africane non vogliono lasciare i loro amati paesi, vogliono viverci degnamente e bene.

Samia non voleva arrivare qui in Europa per fare la parassita ma per poter un’atleta di professione, visto che in Somalia non poteva. Quando leggevo il libro ridevo, mi commuovevo, facevo il tifo con lei; a volte dovevo interrompere la lettura perché le emozioni erano troppe, i momenti descritti erano troppo veri, mi sentivo il respiro mancare. Questo libro dovrebbe essere letto nelle scuole, in parlamento, da chi ha pregiudizi. Capirebbero molto di più su chi cerca di raggiungere le nostre coste.  E’ una storia che ci riguarda, anche se indirettamente, tutti.

Leggetelo: vi farà bene e vi aiuterà a riflettere. Nel frattempo un grazie virtuale a Giuseppe Catozzella: grazie perché ha reso Samia immortale, lei è ancora viva, lei grazie al libro sta correndo tutte le gare che vuole.

 

libro catozzella

 

samia 1

 

samia 2

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