Category Archives: poesia

Cadenti dal cielo / Le quattro del mattino

Sono due poesie di Wislawa Szymborska. Fu una poetessa polacca ma è stata una delle più grandi. Vinse il premio Nobel ma sarebbe stata una Grande in ogni caso. Le sue poesie mi piacciono da moltissimi anni. Spero vi garbino.

Cadenti dal cielo

La magia se ne va, benché le grandi forze

restino al loro posto. Nelle notti d’agosto

non sa se la cosa che cade sia una stella,

né se a dover cadere sia proprio quella.

E non sai se convenga bene augurare

o trarre vaticini. Da un equivoco astrale?

Quasi non fosse ancor giunta la modernità?

Quale lampo ti dirà: sono una scintilla,

davvero una scintilla d’una coda di cometa,

solo una scintilla che dolcemente muore -

non io sto cadendo sui giornali del pianeta,

è quell’altra, accanto, ha un guasto al motore.

 

Le quattro del mattino

Ora della notte al giorno.

Ora da uno al fianco all’altro.

Ora per i trentenni.

Ora rassettata per il canto dei galli.

Ora in cui la terra ci rinnega.

Ora in cui il vento soffia dalle stelle spente.

Ora del chissà – se – resterà – qualcosa – di -noi.

Ora vuota.

Sorda, vana.

Nessuno sta bene alle quattro del mattino.

Se le formiche stanno bene alle quattro del mattino

- le nostre congratulazioni. E che arrivino le cinque,

se dobbiamo vivere ancora.

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Poesia africana: possibile solo in una lingua europea?

Spesso mi interrogo su quanto conosciamo in letteratura di quello che è stato e viene prodotto in Africa. Amo molto e da sempre la poesia: mi accorgo di non sapere assolutamente nulla di quella creata nel continente africano. Eppure grazie alla tradizione orale dovremmo conoscerne davvero molta di poesia africana.

Si è calcolato che le terze e quarte generazioni di scrittori africani scrivono nella maggior parte dei casi in una lingua europea (inglese e francese sopra tutte). E la poesia? Informandomi scopro che si da molta importanza al poema ma non a chi l’ha creata per esempio. A scuola, al corrispettivo delle nostre elementari, si insegnano molte poesie. In Kenya si insegnano sia quelle in Swahili che quelle in inglese. I bambini imparano subito la differenza di suono e di metrica fra le due lingue. I concorsi di poesia (ebbene in tutto il continente africano ci sono concorsi come da noi) si presentano le poesie in due lingue. Quanti Emily Dicknson o Seamus Heaney africani di cui non sapremo mai nulla? La doppia lingua che si usa in Kenya non è specifico di quello Stato, si potrebbe dire che si fa così ovunque. In Somalia, in Uganda, in Nigeria e via dicendo la poesia è molto importante ma poi quel poco che ci giunge è in inglese o francese. Alcuni intellettuali africani poi lamentano il fatto che la tradizione orale non solo sta scomparendo ma viene inquinato dall hip hop, il quale non fa parte della tradizione africana. L’americanizzazione della cultura africana è un problema molto sentito perché già in generale la cultura africana non esce dai suoi confini ma in più sta cambiando banalmente e c’è il rischio che non venga mai capita.

Ho iniziato a interessarmi alla letteratura africana da poco, leggendo Chimamanda Ngozi Adichie o Teju Cole. Mi reputo molto ignorante io stessa. Credo che per una maggior integrazione sarebbe utile e interessante saperne di più. Anche per far cadere molti pregiudizi. Come sarebbe utilissimo aiutare una maggiore scolarizzazione e una diffusione della cultura in quegli stati che hanno una loro tradizione. Perché sarebbe ora che si smettesse di credere che un africano è solo un analfabeta che sta a guardare le capre, a violentare le donne e a fare guerre. C’è tutta una borghesia e un mondo culturale che non vede l’ora di avere stabilità. La cultura può aiutare a trovarla e noi a sapere qualcosa di più sulla loro poesia. E poi: davvero la poesia africana deve presentarsi solo in una lingua europea?

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Un po’ di poesia. Itaca di Costantino Kavafis

Nel mio vecchio blog ero solita trascrivere moltissime poesie. In questo non lo faccio perché sono cambiata e perché il taglio che do a questo blog è completamente diverso dall’altro. Anche se poi si tratta sempre di esprimere e condividere i propri pensieri.

Sto attraversando un momento, che so che sarà solo un momento, non facile. Incredibile come parole che trovo in romanzi, saggi,  poesie mi aiutano a riflettere e a volte a rasserenarmi. Credo che i migliori amici della mia vita da figlia unica ed egoista siano i libri che però hanno una vita loro e sono pieni di energia. Stasera mi è tornata in mente questa famosissima (almeno per me) poesia del grande Kavafis, che però qui in Italia non è molto conosciuto. Allora ho deciso di riportarla qui, perché anche se Istantanee Variabili non ha niente a che vedere con Elisabetta is not an angel parlo comunque di me.

Consiglio prima della lettura della poesia: so che comprare libri di poesia sembra inutile ma fatelo. la lettura è più lenta, più riflessiva ma stupenda seppur diversa.

ITACA

Se per Itaca volgi il tuo viaggio,

fa voti che ti sia lunga la via,

e colma di vicende e conoscenze.

Non temere i Lestrigoni e i Ciclopi

o Poseidone incollerito: mai

troverai tali mostri sulla via,

se resta il tuo pensiero alto, e squisita

è l’emozione che ti tocca il cuore

e il corpo. Né Lestrigoni o Ciclopi

né Poseidone asprigno incontrerai,

se non li rechi dentro, nel tuo cuore,

se non li drizza il cuore innanzi a te.

Fa voti che ti sia lunga la via.

E siano tanti i mattini d’estate

che ti vedano entrare (e con che gioia

allegra!) in porti sconosciuti prima.

Fa scalo negli empori dei Fenici

per acquistare bella mercanzia,

madrepore e coralli, ebani e ambre,

voluttuosi aromi d’ogni sorta,

quanti più puoi voluttuosi aromi.

Rècati in molte città dell’Egitto,

a imparare dai sapienti.

Itaca tieni sempre nella mente.

La tua sorte ti segna quell’approdo.

Ma non precipitare il tuo viaggio.

Meglio che duri molti anni, che vecchio

tu finalmente attracchi all’isoletta,

ricco di quanto guadagnasti in via,

senza aspettare che ti dia ricchezza

Itaca t’ha donato il bel viaggio.

Senza di lei non ti mettevi in via.

Nulla ha da darti più.

E se la trovi povera, Itaca non t’ha illuso.

Reduce così saggio, così esperto,

avrai capito che vuol dire un’Itaca.

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Un breve ricordo della poetessa milanese Antonia Pozzi.

Nelle fotografie appariva con i capelli biondi corti. Si vestiva spesso con pantaloni da uomo ma la sua femminilità restava intatta. Lo sguardo fiero e intelligente, occhi a volte rassegnati. Una bella donna colta e più avanti nel fare e nel pensare di molti uomini dell’epoca. Una donna che dall’esterno sembrava molto forte ma non riusciva a vivere davvero quei tempi bui e infelici che furono gli anni del fascismo.

Antonia Pozzi era una milanese, nata in una famiglia agiata della Lombardia. Studi al Liceo classico, università. Mille progetti. Una grande passione: la poesia. Fin da adolescente scrive poesie. E sono componimenti intelligenti, diretti, con gusto crepuscolare e a volte ermetico, ma con un occhio della realtà che la circondava. La poesia come luogo di rifugio.

Era una donna moderna: viaggiava moltissimo, parlava più di una lingua, era indipendente. Amicizie fra vari intellettuali. Ma le pesava il fascismo e dopo le leggi razziali, nonostante fosse “ariana” e quindi, come molti italiani dell’epoca, poteva fregarsene. E invece trovava tutto insopportabile e il 3 dicembre 1938 si suicida. Gesto per me incredibile e impensabile ma non si sa cosa si annida nelle camere oscure del cervello di una donna così straordinaria.

Il suicidio non deve però intaccare la meravigliosa figura di questa donna che invito a scoprire. Era un’artista completa, amava molto la fotografia, cosa rara all’epoca. Nel 2007 fu fatta una bella mostra fotografica su Antonia Pozzi e furono esposte fotografie fatte anche dall’autrice.

Per concludere riporto una delle sue poesie più famose “Via dei Cinquecento”

Pesano fra noi due
troppe parole non dette

e la fame non appagata,
gli urli dei bimbi non placati,
il petto delle mamme tisiche
e l’odore –
odor di cenci, d’escrementi, di morti -
serpeggiante per tetri corridoi

sono una siepe che geme nel vento
fra me e te.

Ma fuori,
due grandi lumi fermi sotto stelle nebbiose
dicono larghi sbocchi
ed acqua
che va alla campagna;

e ogni lama di luce, ogni chiesa
nera sul cielo, ogni passo
di povere scarpe sfasciate

porta per strade d’aria
religiosamente
me a te.

27 febbraio 1938

 

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