Category Archives: femminismo

Libri erotici per signore

Puntualmente, quando sta per iniziare la stagione estiva, alcune case editrici pubblicano quei romanzi un po’ erotici che strizzano l’occhio a ragazze e signore. I vecchi Harmony per capirci ma riveduti e corretti per copertina e stile. Questi libri erotici per il sesso femminile ora sono per ogni età: adolescenti, donne giovani ma adulte, milf, terza età. Evidentemente se ce ne sono così tanti è perché vendono. Un caso direi famoso fu la trilogia delle 50 sfumature. Credo che non solo le scene di sesso erano di un noioso e deprimente assoluto ma era scritto in maniera oscena, sembrava quasi per chi non prendesse mai in mano un libro, per semi analfabeti. Perché per questo tipo di letture bisogna sottolineare che lo stile è inutile; sono scritti male perché si sotto intende che intanto chi legge è un idiota. E non è una questione di svago! Infatti ci sono decine e decine di libri “leggeri” scritti in maniera arguta, intelligente.

Questi libri erotici per signore sottolineano però come in qualche modo sia vista la sessualità femminile. Un campo che, mi perdonerete, non è molto conosciuto. Le donne sono per la maggior frigide, secondo una certa visione. Per eccitarsi devono leggere queste tristi paginette (che ripeto: davvero per ritardati mentali). Forse si sfogheranno poi sul partner. Sì, perché donne che godono con il proprio compagno sono poche. Le donne che godono sono le prostitute (vere o considerate tali), le ninfomani, le poche serie.

Guardate che questi pregiudizi e “visioni della figa” sono molto radicati anche in noi donne. E in moltissimi uomini, anche quelli che più su ritengono di mentalità aperta. Vorrei fare degli esempi di quello che è successo a me ma mi auto censuro, anche per non avere rotture di scatole. In ogni caso posso dire che ieri sono uscita a cena con uno. Nato fine anni ’70. Si esce per conoscersi, come tutti e come fanno in tutto il mondo. La serie di pregiudizi che aveva mi ha lasciata delusa e mi sono chiesta se sono io che 1) sono troppo intransigente 2) quanto amiche/conoscenti/mondo femminile pur di avere un compagno accettano compromessi (che credo un giorno accetterò anch’io, a questo punto). Intransigenza e compromessi che i maschi, specialmente quando passano i trent’anni, possono non avere.

So perfettamente che non siamo tutti come sopra descritto. Non credo nella cosiddetta battaglia dei sessi. Forse i giovani sono più tranquilli. Sono uscita anche con uno più giovane di me, situazione poi era molto rilassata perché non c’erano promesse ecc; lui è molto aperto e sereno con pochissimi pregiudizi. Ma sono io qui che ho un blocco: non mi sento a mio agio a frequentare a volte uno più giovane. Ed è un blocco che la società mi “impone” perché gli uomini possono serenamente uscire con donne più giovani o anche giovanissime e non avranno dubbi e non verranno biasimati, anzi.

I pregiudizi e blocchi della società si trasmettono in maniera indiretta attraverso vari modi, tra questi metodi uno sono certi romanzi. Quando scompariranno, quando nelle librerie non ci sarà la sezione apposta “letture femminili” (ma poi che cavolo vuol dire?) credo che avremo fatto passi avanti.

Noi donne siamo viste: frigide, problematiche a letto, troie, mogli, scopamiche, madri (quindi NO SESSO), ecc. Siamo sempre incasellate in qualcosa, che non ci rispecchia. Il sesso è un dono della natura. Ovviamente è ancora più bello farlo con chi ci piace o con chi amiamo. Se tabù, pregiudizi cadessero (sia tra maschi che tra femmine) si vivrebbe molto meglio e si avrebbe una società anche più sana.

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Aggiornare la Legge

Nel nostro Paese capitano periodi in cui i vari mezzi di informazione ci parlano di violenza sulle donne, ingiustizie e femminicidi. Il tutto quando sale alla ribalta qualche caso di particolare gravità. Poi non ce se ne occupa più, come se il problema poi scomparisse. Si fanno spesso paragoni con altri stati europei, si dice che la situazione all’estero è migliore. Davvero? Io credo che la situazione sia più o meno tragica in tutta Europa ( e non parlo di India o di paesi africani perché è ovvio che in certi parti del mondo la condizione della donna è davvero a livello medievale).

Prenderò come esempio la Francia. Ogni anni nel paese d’Oltralpe 223.000 donne subiscono abusi fisici e/o psicologici da parte del partner. Solo nel 2014 sono morte 314 donne. Muriel Salmona, psichiatra specializzata in traumi, afferma che le donne abusate per anni arrivano a un “breaking point” e quindi reagiscono. È stato questo il caso della signora Sauvage. La signora ha subito abusi dal marito ed è stata isolata da quando si sposò a 18 anni. Ha reagito a 65 anni. Mentre stava riposando il marito la svegliò e le tirò un pugno perché non aveva iniziato a preparare la cena. Era l’ennesimo abuso. La Sauvage si alzò, andò in cucina e uccise il marito. Poi chiamò le figlie e la polizia. Ora rischia dieci anni di galera. Il marito abusò per anni fisicamente e psicologicamente anche delle tre figlie (da ragazzine fino ai loro 20 anni, finché non riuscirono ad andarsene da casa). La signora Sauvage non aveva amici, tentò il suicidio.

Catherine Le Magueresse, ricercatrice specializzata contro la violenza, sottolinea come lo stato francese non riesca a proteggere le donne abusate. Anche le leggi sono arretrate. Solo nel 1992 c’è stato il primo riconoscimento per abusi domestici nel codice penale francese. Dal 2013 si fanno corsi speciali per i poliziotti quando si trovano di fronte a casi come questo. Davvero molto poco. Ma non vi ricorda un po’ la situazione italiana?

Ora l’opinione pubblica, indignata per la vicenda personale della signora Sauvage, vorrebbe influenzare la corte e non farla finire in galera. Ma la legge dice che se ammazzi un uomo e vieni riconosciuto colpevole devi andare in galera. C’è giustizia? Il giudice applicherà la legge. Forse è tempo di pensare a leggi che seguano il nostro tempo meno omertoso su certi temi.

 

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8 marzo. Il ghetto delle donne.

Con fastidio aspetto l’8 marzo. Con fastidio sento dire che è una festa. Una festa per cosa? Per il fatto che per un giorno si fa finta che i mille problemi e pregiudizi che riguardano noi donne scompariranno? Si vuole ancora credere che domani nessuna donna verrà umiliata, violentata, picchiata, presa per i fondelli solo perché donna? Domani saremo tutte rispettate? Ho dubbi a proposito.

L’ipocrisia dell’8 marzo ormai mi da il voltastomaco. Credo che sia giunto il tempo di riformulare e ripensare giornate (non una ma più di una) per sensibilizzare su problematiche varie che ci riguardano. Domani si leggeranno sui quotidiani o si sentiranno ai telegiornali mille e più notizie su quanto siamo brave, indispensabili, martoriate ecc ma sappiamo tutti che niente cambierà. Niente sta cambiando.

Siamo sempre facenti parte del genere umano ma da millenni siamo, ancora oggi, la serie b. Persistono ancora pregiudizi così negativi nei nostri confronti che a volte mi chiedo com’è possibile che in tutto il mondo da sempre si sia sopportata questa ingiustizia così palese.

Quando leggo, quasi quotidianamente, di stupri, storie di infibulazione, violenze di ogni genere in OGNI PARTE DEL MONDO a volte sono sopraffatta e ammetto vorrei per pochi secondi non essere nata donna. Vedere come veniamo criticate e su come veniamo valutate per come ci vestiamo, come ci comportiamo, come facciamo sesso, come ragioniamo, mi lascia basita. Nel corso degli anni non so quanti episodi, anche pesanti, ho subito in strada, in giro. Sento che mi devo ribellare. Eppure quando parlo di questi episodi mi sento sola. Mi confronto con l’amica: tutte abbiamo avuti episodi spiacevoli o pesanti eppure, eppure, lo sottostiamiamo, ci diciamo che capita a tutte, alziamo le spalle. Perché? Come mai nel 2016 la situazione è ancora questa?

Per non parlare poi della lotta di alcune contro altre. Per me è fuori da ogni logica vedere come alcune donne possano attaccare altre, specialmente e in particolar modo se di mezzo c’è un uomo. Alcune che poi si definiscano anche femministe cercano con qualunque mezzo di abbattere “l’avversaria”. Ma perché? Per un maschio? Oppure, sempre quelle che si dicono femministe, che danno della troia o giudicano le altre in maniera feroce e violenta. Perché? Chi fa così non attacca chi ha di fronte come suo eguale, come essere umano, ma lo attacca per essere umano di serie b, come se fosse un essere inferiore.

Mi riputo una donna normale, forse mediocre. Non so capire perché ci siano tutti questi livelli di violenza, dalla più stupida alla più seria. A volte mi prende l’ansia, specialmente quando vedo fotografie delle donne in Iran o Afghanistan o Iraq o Egitto negli anni ’60 – ’70 e vedo come sono ora. Perdere i diritti da poco conquistati è questione di un attimo, non di un’epoca parlo proprio di una frazione di secondo.

Non trovo confronto neanche nella politica. Domani il Partito Democratico – mi scuso se cito solo il partito dove milito ma non sono a conoscenza di iniziative per parlare di diritti o condizione della donna da parte di altri partiti o Movimenti – in tutta Italia proporrà una serie di iniziative. Qui a Milano, per esempio, ce ne saranno più di una (a Palazzo di Giustizia o a Palazzo Marino, per citarne un paio) ma sono comunque sconfortata. Perché noi stesse militanti siamo dentro un ghetto. Ricordo che il Pd Donne è un organo a parte del partito ed è super ghettizzato, a mio parere. All’interno ci sono figure validissime, sia a livello locale che nazionale, eppure siamo lì in un angolo. Perché? Venti settimane fa, così mi dice il mio profilo instagram, pubblicai una foto in cui mi mettevo a leggere “Stai zitta a va in cucina” di Filippo Maria Battaglia il cui sottotitolo è la storia del maschilismo in politica da Togliatti a Grillo, cioè oggi. Passi in avanti ne sono stati fatti dal 1946 ad oggi ma non moltissimi. Certi comportamenti maschilisti dentro la politica ci sono ancora oggi perché rispecchiano la società. Avrei sperato che questo breve saggio venisse letto non solo dalle semplici militanti ma anche dalle dirigenti e che si aprisse un dibattito, avevo proposto anche un incontro con l’autore a livello locale (ammetto che lo proposi a un paio di persone e basta) ma poi nulla di fatto. Ghetto, ghetto, ghetto, anche in politica.

Come si avvince sono molto negativa e abbattuta sulla condizione di noi donne e sulla realtà che ci circonda. Certo all’estero, qui in Europa, la situazione è forse migliore che in Italia. Ma quando lessi nel marzo del 2014 il report sulle violenze sulle donne in Europa voluto dal FRA, tutto l’ottimismo in me è morto. Leggo in Inghilterra di Laura Bates (anche lei dal 2014) e del suo progetto EverydaySexism ma non vedo passi in avanti da nessuna parte. Si continua a denunciare ma poi tutto si arena e nulla cambia.

Non ho soluzioni. Mi sento impotente. Domani per me sarà una giornata inutile. Mi piacerebbe che si cominciasse davvero a lavorare tutti insieme, uomini e donne, per creare finalmente diritti veri e concreti per noi donne. Iniziando con l’essere considerate non più genere umano di serie b.

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Sulle aggressioni contro le donne a Colonia a capodanno

Credo che molti avranno letto la terribile e scioccante notizia di un centinaio di donne ( e forse più) assalite, toccate, insultate e derubate la notte di capodanno a Colonia in Germania da parte di mille e più uomini di origine araba e nordafricana. Con il passare dei giorni si è scoperto che episodi simili sono avvenuti anche ad Amburgo, in Finlandia e in Svezia.

Questo pomeriggio si è dimesso il capo della polizia di Colonia a causa dell’inadeguatezza del suo compito quella notte e nei giorni successivi. Politici e poliziotti brancolano nel buio. La sindaca di Colonia si è coperta di ridicolo suggerendo alle donne di stare vicino al muro, andare in giro con un uomo, non essere isolate e avere uno “spazio di protezione che misura un braccio”. Ma che consigli sono?  Quando decine di uomini formano un cerchio intono a te e ti toccano che tipo di spazio di protezione puoi avere?

I due problemi enormi sono: 1) immigrazione 2) violenza contro le donne.

1) In Germania sono arrivati un milione di profughi. Io penso e credo che però il problema immigrazione qui c’entri poco. Noi europei facciamo bene ad accogliere i rifugiati. Vorrei che la gente si informasse bene su cosa sta avvenendo in medio oriente. Questo però non giustifica minimamente cosa è venuto. E che, come riportano molti quotidiani, le vittime si sono sentite dire dai loro aguzzini che erano siriani ma qui il problema è un altro. Altre venivano chiamate puttane ecc in tedesco. Dubito che i siriani sappiano tutti il tedesco. Evidentemente erano arabi già da tempo in Germania. Quindi era un mix tra nuovi arrivati e chi è già residente. Questo mi porta al secondo problema, per me quello principale e vero.

2) Questo caso della notte di capodanno fa emergere come la violenza contro noi donne sia ormai un problema che deve essere affrontato una volta per tutte. Chi è musulmano viene da una cultura fortemente sessuofoba e misogina. Con l’alcol e con una libertà impensabile nei loro paesi, i maschi di fede musulmano fanno quello che farebbero nei loro paesi se potessero (non li sto giustificando). Perché le donne musulmane anche se portano il velo vengono molestate! Le femministe di fede musulmana spiegano come una donna può essere molestata anche a La Mecca, per fare un esempio.

I nostri uomini però non sono santi e lo sappiamo benissimo. Basta leggere i dati sulle violenze contro le donne. Vedere gli insulti e i comportamenti che fanno per strada. Qui in Europa non viviamo in paradiso. Anche nelle più civili nazioni come Germania o paesi scandinavi le donne vengono picchiate e/o violentate, specialmente dai compagni. Unica differenza hanno una legislazione più seria e una maggiore educazione civica rispetto a noi.

Ora le donne europee dovranno affrontare violenza privata e una violenza di tipo nuovo in strada. La quale però non è così nuova perché, come ne ho già parlato nel vecchio blog e qui, in Inghilterra, da quindici anni circa, esistono purtroppo gruppi di pakistani/asiatici del sud est che a gruppi violentano sistematicamente donne giovani e inglesi. Negli scorsi anni questi gruppi andavano nei centri per adolescenti con problemi. Siccome la sorveglianza, si è scoperto, è quasi inesistente riuscivano a convincere giovani ragazze a seguirli. Le tenevano prigioniere per alcune settimane e le facevano prostituire in appartamenti. Qui erano costrette ad avere rapporti con 50/60 uomini al giorno. Poi le riportavano nei centri. Si è scoperto questo orribile giro di prostituzione grazie alla denuncia di alcuni assistenti sociali (quelli che ancora sanno fare il loro lavoro). Al processo gli aguzzini si giustificavano dicendo che non si sentivano in colpa in quanto erano donne non musulmane e quindi senza valore.

Ecco. C’è qualcosa di perverso e malvagio in tutto questo. Credo che siamo di fronte a un nuovo tipo di violenza. Questo problema però non deve cadere nelle mani dei razzisti e della destra. Chi è di sinistra deve finalmente capire che ci vuole più giustizia e salvaguardia per noi donne. Abbiamo il diritto di camminare tranquille per strade, come un uomo, e poter dormire tranquille anche a casa. Per chi viene da una cultura fortemente misogina fare subito dei corsi di integrazione seri! A cui devono partecipare soprattutto gli uomini ma anche le donne e i bambini per capire i loro diritti, non deve esserci nessun tipo di ghettizzazione.

Infine mi ripeto. Non si può dire a noi donne di coprirci di più o non camminare da sole. Il medioevo è finito da tempo. Si deve aprire un dibattito veloce e serio e trovare subito formule pratiche da applicare. Specialmente qui in Italia. Ma ammetto di essere molto sconfortata in quanto vedo che siamo più interessati a una bestemmia vista in televisione e ai guadagni di un film.

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Femminista, musulmana, giornalista: Mona Eltahawy

Ho sentito parlare di Mona Eltahawy quando si parlava delle giornaliste che hanno subito assalti sessuali e violenze di gruppo mentre facevano il loro lavoro in Egitto, durante i fatti della primavera araba. Alcuni colleghi maschi in America argomentava che fare il giornalista in certe parti del mondo era un lavoro solo per uomini, a causa delle conseguenze (cioè gli uomini non vengono violentati). Si era scatenata una bufera all’estero, Guardian o The New York Times parlarono spesso dell’argomento, non credo qui in Italia. E così venni a conoscenza della Eltahawy.

Mona Eltahawy è una giornalista pluri premiata e commentatrice attenta del mondo arabo e musulmano ma anche del femminismo a livello globale. Spesso nei suoi reportage interseca questi tre argomenti in maniera molto corretta e intelligente. Nata a Port Said, in Egitto, nel 1967, con i suoi genitori (entrambi dottori) si trasferì molto presto in Inghilterra. Quando aveva 15 anni i suoi accettarono un’offerta di lavoro in Arabia Saudita e qui racconta spesso Mona divenne femminista.

Nel novembre del 2011, mentre stava seguendo cosa stava avvenendo in Egitto, venne assaltata da un gruppo di poliziotti, portata in una guardiola dove venne tenuta per 12 ore. Durante l’attesa di essere rilasciata non solo subì continui insulti verbali ma fu ripetutamente assaltata per essere violentata in gruppo. Per non subire violenza si ribellò e come punizione le ruppero entrambe le braccia. Venne rilasciata in quanto con passaporto straniero. Da quel episodio inizio a interrogarsi e a studiare la misoginia del mondo musulmano. Nel 2012 uscì il suo libro “Why do they hate us?” il quale divenne un best sellers nel mondo (tranne in Italia). A maggio di quest’anno è uscito il suo secondo libro “Headscarves and Hymens: Why the Middle East needs a sexual revolution”.

La ricerca del secondo libro va ancora più in profondità sul problema delle donne nell’Islam moderno. Ha intervistato centinaia di persone. Riporta infiniti casi di stupri, abusi, mutilazioni genitali. La Eltahawy ha deciso di non fermarsi solo al mondo arabo del nord Africa ma è andata alla ricerca di cosa avveniva in tutto il mondo musulmano sia quello nel Medio Oriente sia in Africa.

Il suo è un lavoro importante. È una ricerca scientifica su quello che le donne subiscono in nome della religione, laddove la religione non c’entra assolutamente nulla. Alcuni colleghi le fanno notare che scrive di questi argomenti per quello che subì quella notte. Evidentemente è vero. Ma se si leggono le sue interviste, si guardano le conferenze dove partecipa, si capisce che è una donna forte che supera il suo trauma aiutando le altre donne. Fa il suo lavoro di giornalista in maniera oggettiva e coraggiosa. In un’intervista ha dichiarato che si è tatuata proprio nel punto dove le ruppero le braccia i suoi aguzzini per “usare il corpo come veicolo di un messaggio: voi non mi avete spezzato”.

Si dichiara orgogliosamente femminista e fan del Manchester United. Trovo adorabile questa sua dichiarazione! Non c’è nessun contro senso ad essere femminista e anche appassionata di calcio.

Come non c’è nessun contro senso ad essere femminista e musulmana, anzi. Credo che il suo lavoro sia molto importante e sia da esempio per tutte le donne, musulmane o no, che voglio finalmente essere riconosciute come essere umani e non come bestiame da mutilare.

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Taiye Selasi e Chimanda Ngozi Adichie: due scrittrici per far conoscere un’altra Africa.

Parto con una confessione. Io so davvero poco e ho letto quasi nulla su autori africani o la letteratura africana. Come per quanto riguarda la musica, o il cinema o qualsiasi campo artistico e culturale. Non ne so quasi nulla. Si potrebbe dire che la nostra cultura ha ancora un’egemonia “bianca”, e forse è vero, ma che dire allora del medio oriente o estremo oriente? Non conosco nessuna lingua orientale ma apprezzo moltissimo la cinematografia asiatica ( o le cinematografie: quella cinese non è come quella di Hong Kong, che a sua volta differisce da quella coreana o da quella giapponese e via dicendo), amo molti scrittori asiatici e medio orientali. A volte mi diverto ad ascoltare musica j pop. E allora perché questo snobbismo nei confronti del continente africano?

Mi sono resa conto delle mie lacune dopo aver letto Ghana must go (tradotto qui in Italia da Einaudi con La bellezza delle cose fragili) di Taiye Selasi. Molti la conosceranno per il talent show sugli scrittori di Rai Tre, io la conosco per il suo libro. Sono un po’ una nerd. Comprai il libro semplicemente per il titolo e per recensione del The Guardian. L’ho letto in lingua originale, in inglese. La Selasi è nata a Londra, di origini ghanese e nigeriana, e ha vissuto a Boston, dove si è anche laureata. Il suo romanzo mi ha introdotta alla mia lacuna culturale. E se non avessi letto Ghana must go, non avrei mai pensato di leggere Chimanda Ngozi Adichie, scrittrice nigeriana ma che da anni vive e insegna in America. Il suo romanzo Americanah mi ha introdotta ad altri aspetti della cultura africana di oggi, ma questo romanzo l’ho letto tradotto.

Selasi nel suo romanzo parla di una famiglia di origini africane ma che vive in America, perfettamente integrata, divisa ma che riesce a ricongiungersi dopo un lutto. Adichie narra di una donna nigeriana che completa gli studi universitari in America e rimane lì per lavoro, ma qui scopre di essere “nera” e cos’è il razzismo. Questi i punti di partenza di trama ben costruite e complesse ma non complicate.

In entrambi i libri il linguaggio è forte, non c’è pudore nel descrivere i sentimenti, i protagonisti sono ben inquadrati nella loro psicologia, il lettore viene completamente immerso nelle storie. Un altro elemento in comune, molto importante, è il voler tornare alle radici delle culture, alle loro radici africane. Non nel tipico senso tribale e razzista come lo intendiamo noi bianchi ma le radici delle proprie origini familiari. Non si parla di povertà, guerra, malattia. Semplicemente perché le autrici non hanno mai conosciuto questi aspetti negativi del continente africano. Hanno genitori laureati (tutti), anche loro e i loro parenti sono laureati e parlano più di una lingua. Questo viene riversato nei loro romanzi. Casualmente, o forse no visto il back ground, tutti i protagonisti hanno genitori laureati e i loro figli hanno avuto un’alta istruzione. Conducono una vita assolutamente borghese. Pecca: sono di colore. E questo la società wasp in America lo fa continuamente notare.

Per Tayie Selasi l’argomento principale è capire le proprie origini africane ed esserne orgogliosa, senza doversi giustificare. L’autrice è laureata a Boston, scrive dal 2005 con successo, è molto stimata. Ha anche coniato il termine “afropolitan”: giovani e colti africani cresciuti tra Europa e America, laureati/benestanti/parlano almeno tre o quattro lingue. Eppure sentono di dover giustificare le loro origini, si sentono in qualche modo sperduti, dire “casa” per loro ha molteplici significati. Per Adichie i temi sono due: essere di colore in America e il femminismo. L’autrice nigeriana è conosciuta in tutto il mondo non solo perché autrice di romanzi di successo ma anche per il discorso che tenne al TEDxtalk nel 2012 dove dichiarò che “we should all be feminist” cioè ogni donna dovrebbe essere femminista. Il suo ragionamento sulla questione femminile nacque durante il tour promozionale del suo primo romanzo, in Nigeria. Un giornalista l’avvertì che il suo libro era “femminista”. In Nigeria, come ci spiega la Adichie, non esiste il femminismo (e leggendo Americanah si evince come le donne si rendano succubi del maschio in maniera volontaria). La scrittrice si ribella a questa mentalità e agli stereotipi di come sono viste le femministe. Senza voler rinunciare però alle sue radici e alla sua cultura.

Due donne africane, due donne scrittrici, due donne forti. Ho trovato questa coincidenza meravigliosa e suggestiva. I loro romanzi e articoli aiutano a rompere schemi e pregiudizi che abbiamo sull’Africa. Alla fine del colonialismo in molte città africane, in vari punti diversi del continente, la popolazione ha sentito l’urgenza di avere buone scuole e buone università e laddove non c’era la possibilità ha preso la decisione di emigrare in America per poterne averne una. Il protagonista maschile di Americanah si laurea. Ma vuole conoscere il mondo. Decide di andare in Inghilterra ma nonostante la laurea, lo metteranno a lavare i cessi, in quanto africano, e nonostante parli correttamente e bene l’inglese, non ha la possibilità di avere un buon lavoro. Dovrà tornare in Nigeria e qui chiudendo gli occhi sulla corruzione del suo paese riuscirà ad arricchirsi. Trovo molto interessanti gli spaccati sulla società sia ghanese che nigeriana che troviamo nei due libri. Sono venuta a conoscenze di molte più cose sulla borghesia africana leggendo questi due romanzi che leggendo l’Internazionale, per fare un esempio.

Forse mi si potrebbe obiettare che non dovevo avere alcun pregiudizio ancora prima di leggerli. Ma cosa davvero sappiamo dell’Africa continentale? Abbiamo nella nostra cerchia di amici o conoscenti africani? Abbiamo colleghi africani? Interagiamo con africani? Francamente no. La maggior parte sono vu cumprà che spesso ci danno fastidio con la loro merce. I ragazzi nelle scuole o sono stati adottati o figli della seconda generazione che difficilmente sono ben integrati nella nostra società. Quello che sappiamo ci viene dai mezzi comunicazione. Per me Africa è malattia, caos, violenza, guerre, fame. Certo, ci sono. Ma c’è anche altro.

E sulle donne africane? Per noi sono solo prostitute. Punto. Inutile fare ipocrisie. Invece ci sono tante donne laureate ma la situazione africana è difficile e dovremmo saperne di più per poter aiutare in maniera concreta. Molte appunto emigrano in America, ovviamente parlo di quelle che possono economicamente.

Mi domando come fare per sapere di più sulla società africana. Per me l’unica soluzione è leggere perché altri modi, almeno in Italia, per ora non ne vedo. E invece sarebbe utile e interessante, anche solo per aprire un po’ la mente e lottare contro preclusioni culturali.

Infine consiglio davvero di comprare tutte e due i romanzi. Sono scritti in maniera meravigliosa, seppur con stili diversi. Credo che amerete i protagonisti perché alla fine si parla di persone e si narrano di situazioni che possono capitare in tutte le famiglie, vicende che possono succedere a tutti. Quale modo, banale e me ne scuso, per dire che siamo tutti davvero uguali, anche nei difetti.

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Donne mancanti

Ieri sera nel Regno Unito si è svolto il dibattito politico tra i sette candidati alla guida del Paese. Se leggete i quotidiani inglesi, come il Times o il Guardian, avrete tutti gli approfondimenti che vi servono per capire che tipo di dibattito è stato e cosa si è detto. Come al solito gli editorialisti inglesi non si sono tirati indietro e hanno analizzato attentamente ogni aspetto e ogni parola.

Anch’io ieri ho seguito il dibattito. Dopo una cena con amiche, sono tornata a casa e da internet ho seguito i sette. Leggevo anche twitter. Gli inglesi partecipavano sui social senza mostrare pietà. Quello che attirato la mia attenzioni oggi è stata una ricerca su come ci siano poche donne nella politica inglese e come fare politica sia percepito come qualcosa da uomini, ancora oggi nel 2015.

Si pensa che l’Inghilterra si sia più avanti rispetto a noi in tema diritti delle donne, ma non è così. Come spesso consiglio, vi inviterei a leggere “Everyday sexism” di Laura Bates, per ora ancora edito solo in inglese e mai pubblicato qui in Italia. Il capitolo due del libro è interamente dedicato alla politica inglese ed è tragico, quasi ai nostri livelli. Il maschilismo è così diffuso e radicato da far sembrare il Regno Unito un Paese da terzo mondo, anzi forse in certi paesi del terzo mondo ci sono più donne in politiche che nella nostra bianca Europa.

In Inghilterra, dicevo, la politica è vista come un qualcosa da uomo. Lo spazio riservato alle donne è assolutamente esiguo e in questa campagna elettorale praticamente il tema donna è stato lasciato in disparte da tutti. Stella Creasy, candidata alle prossime elezioni inglesi per il partito di sinistra Labour, ha dichiarato senza tanti giri di parole che il tema “donne” non è considerato speciale e che per cui non c’è nessuna politica futura pensata per migliorare la situazione delle donne in UK.

Grazie ai social si possono analizzare alcune situazioni sociali. Per esempio in Inghilterra chi twitta di politica è il 73% degli uomini (15403 autori) contro il 27% delle donne (5887). Gli utenti di twitter in Uk sono circa 15.000.000, circa la metà di questi sono donne. Ciò sottolinea come davvero poco le donne siano poche invogliate a parlare o commentare di politica. Secondo due professori universitari, Heather Savigny della Bournemouth University e Fiona Mackay della Edimburgh University, questo gap di interesse è causato dal fatto che lo spazio politico è considerato prettamente per uomini e le donne sono anche poco considerate. Inoltre il silenzio delle donne in politica è assordante, specialmente in campagna elettorale e ciò è dovuto al fatto che in questo periodo pre elettorale la misoginia è in aumento. Chi twitta ed è maschio se commenta una donna che fa un discorso politico parlerà del suo aspetto o dei suoi vestiti.

Le giovane donne dichiarano che non sanno quasi nulla di politica e per questo non voteranno: è da maschi, non sono rappresentate, non cambierà nulla, padri e fratelli decideranno meglio di loro.

Donne mancanti.

Donne che mancano in politica, nella società. Che non riescono a prendere decisioni, che sono fantasmi sociali e per questo non possono aiutare a migliorare la loro condizione.

Qui in Italia la situazione è identica. Leggevo qualche giorno fa un editoriale di Chiara Saraceno, la quale parlava delle donne perdute, cioè quelle donne che non lavorano. In Italia c’è una fortissima perdita di occupazione femminile. Le nuove politiche del Governo non aiutano per niente a migliorare la situazione e il basso tasso di occupazione femminile è una delle cause dell’alta incidenza di povertà nelle famiglie in Italia.

Mi piacerebbe poter parlare della situazione delle donne nella politica in Italia ma non posso. Non trovo dati e se ne trovo sono davvero pieni di lacune. Mi piacerebbe fare una ricerca approfondita sulla questione, specie all’interno del Partito Democratico. Ormai è evidente come nel 2015 una donna ha lo stesso potere e importanza di un uomo nella società, ma la società impedisce alle donne di mostrare le loro capacità e poteri.

D’altronde quante volte avrò sentito dire “Perché una ragazza carina dovrebbe fare politica?”, più cresco più mi accorgo come sotto sotto molti la pensino così. E non mi stupisce. Noi donne siamo sempre viste meglio come belle statuine, dentro le mura di casa, a cucinare, a fare figli. Inutile arrabbiarsi, o sbuffare, questa visione da american life anni 50 esiste, eccome.

Che fare per invertire la tendenza e smettere di essere donne mancanti?

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C’è ancora un senso nel festeggiare l’otto marzo?

La festa della donna. L’otto marzo. Mimose. Colori. Eventi per sensibilizzare sul tema della condizione della donna oggi.

Ha senso festeggiare tutto questo? Me lo chiedo ogni anno. Non ho una risposta. Mi dico sì perché noi donne siamo ancora considerate essere inferiori e ogni occasione è buona per parlarne; mi dico no perché in verità passi avanti nei decenni ci sono stati ma oggi sembra che tutto stia peggiorando e quindi OGNI giorno dovrebbe essere la festa della donna.

Su Repubblica di ieri leggevo un breve articolo di Natalia Aspesi, la quale affermava che la vera conquista sarebbe arrivata quando fosse arrivata l’uguaglianza tra i sessi anche dentro le mura domestiche. Vero. Quando andai alla manifestazione, anni fa ormai, di “Se non ora quando” in piazza Castello a Milano, mi chiedevo quante donne e uomini avessero recepito il messaggio, cioè mi chiedevo “ora, a casa, ci sarà una rivoluzione? Il marito farà i lavori domestici o altre mansioni viste come femminili?”. Sia ben chiaro che non credo che se un uomo lava i piatti ecco che il femminismo ha vinto, credo che se un uomo lava i piatti 1) senza sentirsi in dovere 2) con naturalezza 3) alternandosi (senza essersi messi d’accordo) con la compagna sia davvero un segno importante e i figli (se ci sono figli) avranno un esempio naturale di uguaglianza tra i sessi. Infiniti gesti banali e quotidiani possono già fare molto.

E poi ovviamente c’è il grande tema della violenza sulle donne, violenza sia fisica che psicologica. Nel mondo bianco e istruito tutti si indignano per violenze sessuali, uomini che picchiano donne e via dicendo. Ma se ci si informa questa “indignazione” non porta conseguenze. Secondo il primo rapporto sulle violenze sulle donne, creato e redatto dall’Unione Europea, in tutti gli stati europei le leggi che tutelano le donne sono poche e fatte male. Il numero delle donne che ha subito violenza (da un avances pesante allo stupro) è altissimo. Da noi. Pensate in tutti gli altri paesi del mondo dove a volte non ci sono neanche leggi che ci tutelino.

In questi giorni leggo del documentario sulle violenze sessuali in India, in particolare incentrato sullo stupro di gruppo di tre anni dove morì una giovane donna, che è stato bannato dal parlamento indiano. Verrà trasmesso dalla BBC domani, otto marzo, ma in India non si potrà vedere. Tra i vari motivi si legge perché “denigra l’immagine dell’India”. Nell’intervista all’interno del documentario uno dei carnefici dello stupro del dicembre 2012 dichiara non solo che non si è pentito ma che una brava ragazza non esce la sera, se non si fosse ribellata l’avrebbero solo violentata e picchiato il suo ragazzo. Non trovo parole che possano spiegare lo schifo che ho provato leggendo queste frasi. Ma non stupiamoci. Questa mentalità orribile non è sconosciuta a moltissimi uomini bianchi europei o americani.

Credo che non si affronti mai davvero il tema donna. Non solo perché noi donne non riusciamo a trovare un modo per renderlo importante ma anche perché è un tema che non lascia zone d’ombra, tu maschio devi esporti. Temi come la prostituzione, le violenze sessuali e non, mutilazione dei genitali, salari e comportamenti sui luoghi di lavoro e via dicendo, per molti sono o inutili (che bisogno c’è di parlarne?) o stressanti (che palle). In un mondo di uomini, di maschi, questi temi non vanno bene, ancora oggi loro sono dominanti e noi siamo inferiori. C’è poco da festeggiare. Domani gli uomini saranno più gentili, più premurosi, con sorrisi condiscendenti (non tutti, alcuni saranno pure merde come sempre, alcuni saranno invece sinceri), ma allo scoccare della mezzanotte tutto ritornerà come prima.

Il problema non è festeggiare o meno l’otto marzo, il problema è come “riusciamo durante gli altri 364 giorni dell’anno a ottenere vittorie e diventare uguali a loro nella mente degli uomini?” Questa è la sfida e non potremo farlo da sole, avremo di bisogno di chi ci vede uguali, degli uomini che ci amano e rispettano per davvero.

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Vanessa Winship: una fotografa-cronista

“My work explores concepts of borders, land, memory, desire, identity and history” così scrisse la fotografa Vanessa Winship nel 2011. Fotografie in bianco e nero. Volti che sono come paesaggi dove viaggiare dentro. Paesaggi che esprimono sentimenti e richiamano poesia e letteratura. Non troviamo banalità, pose artificiose, falsità nelle fotografie superbe dell’inglese Winship. Nata nel 1960 in una piccola città inglese, si interessò subito alla fotografia. Dalla fine degli anni ’80 viaggia tra i Balcani, l’est del mondo e la provincia america alla ricerca di outsiders, culture ignorate, posti e luoghi dimenticati. Dal 1999 al 2003 attraverserà Albania, Serbia, Kosovo, Grecia per vedere cosa sta succedendo e cosa la guerra del Balcani lascerà. Nel 2002 girerà tutti gli stati confinanti sul Mar Nero, infine andrà in Georgia. Tutti stati che un tempo furono sotto il blocco sovietico e ora provano a cercare una loro identità.

Le sue fotografie interpretano vari mondi, lontani dai nostri occidentali e consumistici. Tutto il lavoro della Winship ha come comune denominatore la condizione umana e il suo relazionarsi in specifici contesti. Investiga in maniera profonda. Nel fotografare delle studentesse dell’Anatolia sembra quasi che voglia divorare la loro anima. Ogni persona che si fa ritrarre si concede in maniera totale e assoluta alla sua lente. Non c’è schermo divisorio, non c’è falsità o costruzione posticcia: le persone, e in particolare le donne, si danno completamente. Vediamo sguardi fieri e cristallini. Bellezze non classiche.

Il lavoro svolto in America non è disgiunto da quello dell’est Europa. La fotografa non va alla ricerca di immagini già note, di facili soggetti ma di paesaggi selvaggi e quieti allo stesso tempo, persone che abitano in dimenticate provincie americane che, esattamente come le donne turche o georgiane o albanesi, si lasciano completamente assorbire dalla macchina fotografica e non mettono filtri alle loro espressioni.

Da dicembre a febbraio a Milano, alla Fondazione Stelline, vi è stata una piccola mostra su Vanessa Winship che riprendeva invece la grande retrospettiva che la Fundacion Mapfre di Madrid le aveva dedicato. Nonostante le fotografie fossero molte meno e l’allestimento delle opere mediocre (si potevano fare molti accostamenti e far vedere similitudini senza seguire ordini cronologici; i ritratti femminili erano accatastati uno vicino all’altro senza dare la possibilità di concentrarsi su uno solo dei volti) mi sono notevolmente emozionata. La bravura e la sincerità della Winship mi hanno subito colpita. Certe fotografie erano così intense che mi hanno tolto il fiato. È stupendo quando succede, sentire che queste opere, e i soggetti, comunicano con te. Molte fotografie sembrano ispirarsi a quadri dell’Ottocento o il realismo del Novecento, i ritratti fatti in Georgia sembrano addirittura ispirati da ritratti di fine epoca romana. Vi è una cultura artistica e letteraria notevole in Vanessa Winship che la fotografa dimostra in tutti i suoi lavori.

Credo che sia una delle più grandi fotografe viventi. Sarebbe interessante che venissero create in Italia e in Europa altre retrospettive su di lei.  Grazie ad internet è facile poter ammirare le sue opere. Vi consiglio caldamente di farlo, come consiglio vivamente di non stare solo davanti a un computer ma di uscire e di andare a vedere qualche mostra. L’arte fa vissuta e fatta respirare.

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Se questa è una donna

L’aria dentro vecchie capanne di legno e mattoni è secca e fredda. D’inverno entra poco sole e molto umido. Dover stare in molti dentro uno spazio angusto non aiuta a non poter sentire i propri problemi. Stare tutto il giorno dentro una vecchia capanna senza sapere che ore sono, quando i propri aguzzini arriveranno, è un qualcosa che aumenta la paura, si sa solo che quando arriverà la notte, inizierà il proprio girone all’inferno. I buoi, le capre o qualsiasi altro animale che sta dentro un capannone non ha molta paura e se c’è freddo si riscaldano gli uni con gli altri stando vicini e grazie alla condensa calda dei loro fiati. In questo caso poco servirebbe.

Le “capre” dovevano aspettare dentro vecchie capanne. Le “Capre” erano 28 ragazze rumene che di notte erano obbligate a prostituirsi in vari punti di Milano, tra cui via Ripamonti. I loro aguzzini, le vere bestie in questa orribile e ripetitiva storia, le chiamavano così. Le poverette venivano comprate in Romania, venivano trovate in quelle aree più depresse e povere della regione in modo tale che non si potevano rifiutare 3000/5000/7000 euro. Appena arrivavano in Italia venivano violentate brutalmente da tutto il clan, per più giorni. Chi decideva di prostituirsi subito veniva risparmiata. Botte, violenze di ogni tipo, sia fisica che psicologica, erano all’ordine del giorno. Dovevano “lavorare” in qualsiasi condizioni, anche con la febbre o stordite dalle botte. Vendute da un clan all’altro, a seconda del prezzo e della rendita, anche a italiani senza scrupoli pure loro. Perché gli aguzzini potevano essere di qualsiasi nazionalità o età ma la violenza e le umiliazioni non cambiavano. Poi di giorno venivano rinchiuse dentro capanne. Prima della prima guerra mondiale i padroni dei terreni in Emilia, Toscana, Lombardia, Triveneto e Piemonte chiudevano gli uomini e le donne dentro le corti dove abitavano, come le bestie appunto. Chiudevano loro i portoni e li serravano per la notte. Non per protezione ma per far capire che erano sì preziosi ma erano allo stesso livello dei buoi e delle galline che dormivano con loro. Certe mentalità non cambiano.

Queste prostitute non sono essere umani, non sono donne ma bestie. Leggendo la cronaca ci indigniamo. Ovviamente. Chi non lo farebbe. Scorrendo le righe e soffermandoci sui particolari ci si intenerisce: le ragazze si aiutavano e supportavano tra loro. Grazie alla denuncia di un cliente che si era invaghito di una di loro, ecco che scatta l’operazione e vengono salvate. Domani ce ne saremo già dimenticati. Le 28 ragazze sono ancora bestie. Perché quante notizie simili sentiamo da sempre? Che noia, vero?

Essere una prostituta significa essere de umanizzata. Non hai gli stessi diritti che ha un normale essere umano. Puoi essere umiliata, picchiata, violentata in qualsiasi modo che tanto è normale, bestia tu sei. Quante volte guardiamo con disprezzo le prostitute? Quante volte si sarà abbassato lo sguardo per non guardarle? Da fastidio vederle lì per strada vero? Si vorrebbe multare le prostitute o tassarle. Come se fossero contente di prendere decine di cazzi ogni notte. Ci stanno, lo vogliono. Si ammalano? Ce ne sono tante altre.

Credo che il tema della prostituzione debba interessare ogni donna. È tempo che questo racket venga spezzato, che si aiutino tutte le vittime e ci sia una campagna per far capire agli uomini che comprare una donna non è da uomo. Mi immagino quanti maschi rideranno, specie quelli vecchi e coi capelli bianchi, ma non mi importa.

Noi tutte abbiamo molti diritti. Siamo più libere rispetto solo a pochi decenni fa. Ma sempre fino a poco tempo fa ogni donna, anche non prostituta, era considerato qualcosa al di sotto dell’uomo. Se si potesse leggere nel cervello di molti maschi si potrebbe vedere che ancora oggi siamo un po’ più inferiori a loro, per alcuni siamo allo stesso livello del loro gatto di casa, per altri siamo meno di bestie.

Non dovremmo parlarne? Non dovremmo fare eventi e smuovere in maniera violenta le acque?

Quelle ragazze che subisco l’inferno hanno diritto a tornare ad essere considerate donne. Ditemi voi se questa è una donna che deve subire cose che forse neanche una capra subisce in tutta la sua vita.

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