All posts by Elisabetta

Appassionata di mille cose, mi metto d'impegno a comunicare agli altri quello che provo, che conosco, che mi stimola. Amante dei libri, del cinema, dell'arte. Intenditrice di vini e risate. Esploratrice di biografie degli altri. Un buon inizio è sempre quello che ci vuole.

Luigi Spazzapan: mostra monografica a Torino

Ci sono artisti che rappresentano alla perfezione le mille anime e le mille culture che rendono unico il nostro Paese. A volte alcuni sono fortunati e arrivano subito alle luci della ribalta e il loro nome diventa immediatamente pop e quotidiano, altri rimangono nascosti e conosciuti solo dagli addetti ai lavori ma non per questo meno importanti.

Luigi Spazzapan è ancora un artista nascosto ma il suo valore è sempre stato riconosciuto, specialmente a Torino. Non solo dal movimento dei Sei di Torino ma anche da un giovane studente del politecnico sabaudo, Ettore Sottsass, il quale più di una volta ricorderà Spazzapan nei suoi libri e interviste, suo maestro di pittura ed è grazie a lui che è più conosciuto all’estero che da noi.

Credo che non sia un caso che Sottsass fosse affascinato e che stimasse Spazzapan, in fondo provenivano da un background culturale simile.

Luigi Spazzapan era di origine slovena, cresciuto in Friuli, studierà a Vienna e poi a Padova. Sottsass era austriaco ma studierà a Torino, vedete già cosa li univa.

La mostra “Luigi Spazzapan – ritorno a Torino” presso la Fondazione Amendola ci mostra l’eclettismo dell’artista sloveno. Sono presenti ben 106 opere, in cui viene perfettamente mostrato l’evoluzione del suo stile e la sua bravura in varie tecniche (chine, tempere, olii, disegni). L’allestimento nelle tre sale è perfetto perché permette di poter osservare e confrontare le varie opere e capire anche le varie influenze.

Nonostante fosse un uomo che amava viaggiare, andò anche a Monaco di Baviera, scelse di vivere e lavorare a Torino, città che lo amò e che influenzò i temi di alcuni dei suoi quadri. Sarà una figura importante per Torino, nonostante il suo carattere forte e inquieto. Nella città sabauda morirà improvvisamente nel 1958.

Spazzapan viene riconosciuto come un’importante figura prima del futurismo, non a caso il suo passaggio a Padova dove Boccioni aveva lasciato il segno, ma soprattutto sarà una dei padri della pittura astratta in Italia.

È importante e giusto che ci sia una bella e importante mostra monografica proprio a Torino. Un modo per scoprire o riscoprire un artista che fu fondamentale per l’arte sia nella città sabauda sia in Italia e per scoprire un quartiere in piena evoluzione come è Barriera di Milano dove si trova appunto la Fondazione Amendola.

La mostra sarà aperta fino al 31 gennaio 2018 e l’ingresso è libero.

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Gerry Adams, una figura politica non ancora compresa

Gerry Adams ha dichiarato che nel 2018 non sarà più il presidente del Sinn Féin e non si candiderà neanche per elezioni parlamento irlandese. L’ha ribadito durante il suo discorso all’ Ard Fheis, il congresso del suo partito.  Sono passati 50 esatti da quando Adams decise di intraprendere la difficile strada della politica in Irlanda del Nord e ad oggi molti, parlo soprattutto di giornalisti, commentatori e politici, non l’hanno ancora capito.

La sua decisione è stata presa come un ritiro completo dalla scena politica, anche se è un uomo di quasi 70 anni, è stato in primis un uomo di lotta e lui ha stesso ha dovuto fare una dichiarazione e cioè che sì non avrà più ruoli ufficiali e di primo piano ma continuerà ad aiutare il partito e a girare tutta l’Irlanda per parlare con la gente.

Sono rimasta molto delusa nel trovare pochi e scarsi articoli su chi è stato e che figura politica è stata. Mi ha perfino delusa la rivista Jacobin, dove si è preferito sottolineare i decenni ’70 e ’80. Ma quel Gerry Adams non esiste più da tempo, lo stesso Sinn Féin è completamente cambiato. Da partito di una zona d’Irlanda, cattolico, maschile, completamente disinteressato a temi sociali (omosessualità, aborto, diritti ecc), oggi quel partito è proprio un altro partito. Socialista, si trova presente in tutte e due le parti del paese (unico fra tutti i partiti), sempre più distante dal mondo cattolico, apertamente a favore e sostenitori del marriage equality, i diritti civili sono ormai importantissimi e sempre ben presenti nel programma, una seria preparazione anche su temi economici. Unica pecca: la politica estera, sostenere la follia della Catalogna è una cosa senza senso.

Il merito per aver così radicalmente cambiato e portato nel futuro il partito è stata solo di Gerry Adams e di Martin McGuinness, purtroppo morto il 21 marzo di quest’anno. La vera svolta è stata l’entrata dell’Irlanda nell’UE, il 2002 è stato davvero un anno decisivo. In quindici anni hanno triplicato gli aderenti, portato il partito ad essere votato ovunque nel paese, sia per quanto riguarda la Repubblica (dal 2011) sia per quanto riguarda l’Irlanda del nord. Sono diventati un’importante ed autorevole forza politica di sinistra. In particolare Gerry Adams in questi ultimi 10 anni è riuscito nell’impresa di essere amatissimo e assai votato dai giovani. Tra i 18 e i 35 anni è lui il politico più amato dell’isola verde.

Perché allora i giornali e gli storici, i pochissimi che si occupano dell’Irlanda, ce lo presentano ancora come se fossimo nel 1983? È stato uno dei politici più importanti e influenti degli ultimi 30 anni della storia irlandese. Meriterebbe un’analisi più completa, più seria.

Óró, sé do bheatha abhaile, Gerry

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“Dentro Caravaggio” quando il nome di un artista famoso non basta per fare una buona mostra

A Palazzo Reale a Milano ci sarà fino al 28 gennaio una mostra dedicata a Caravaggio. Dentro Caravaggio. Perché “dentro”? Nella presentazione, come sull’opuscolo alla biglietteria, si spiega che grazie alla diagnostica artistica si possono conoscere nuove informazioni sulle opere. Come viene spiegato nella prima sala, la mostra sarebbe un sunto degli studi scientifici prodotti per il quarto centenario della morte dell’artista nel 2010. Coincidenza quest’anno sono 40 anni dalla mostra del Longhi sul pittore lombardo. Peccato che al Longhi questa mostra non sarebbe minimamente piaciuta.

I quadri esposti, magnifici, sono di indubbio interesse. Dietro ogni quadro c’è un video e una spiegazione. Ed eccoci al primo grande problema: nessuno ha capito l’intento e il perché della mostra. Per il pubblico, nessuno escluso, è una mostra su Caravaggio, la parte scientifica – vero soggetto – non interessa a nessuno e nessuno capisce che è importante. Così tutti i video e le spiegazioni vengono ignorati. Il pubblico, trattato come un povero bue ignorante a cui spillare i soldi, guarda lo splendore dei quadri del Merisi ma niente di più. Allora perché spendere 12 euro? Le opere, meno di 30, sono sì di valore ma perché sono state proprio scelte quelle e non altre? Non viene spiegato. Nelle ultime sale vengono messe una accanto all’altra opere che fanno vedere l’evoluzione dello stile e l’abilità del pittore di proporre lo stesso tema in vari modi, sono sale con finalmente un senso o qualche interesse. Ma, mi ripeto, il pubblico non solo non capisce, non può sapere perché i pannelli non lo dicono e riportano, spessissimo in un italiano non bello, notizie e dati a caso.  Mi chiedo che avrebbe detto il Longhi.

Per poter dare un minimo di senso alla mostra bisognerebbe far entrare 10/12 persone all’ora o ora e mezza. Così avrebbe senso perché si potrebbe guardare quadri e poi video – un velo pietoso da stendere anche su questi – e poter capire cosa si sta guardando. Ovviamente questa scelta di senso non può essere presa in considerazione da Palazzo Reale, come si potrebbero tirar su soldi?

Ci sono molte spiegazioni nel catalogo pubblicato dalla Skira. Ma chi e in quanti comprano un catalogo? E i pochissimi che lo comprano sappiamo che non lo leggono. In conclusione quindi questa mostra è un fallimento.

A fine novembre, sempre a Milano, le Gallerie d’Italia (in piazza della Scala, del gruppo Banca Intesa) proporranno una mostra sull’ultimo Caravaggio e la sua eredità. Vista la sempre alta qualità delle mostre delle Gallerie, sono quasi certa che vedrò una bellissima mostra e sarà ancora più triste fare un paragone con quella a Palazzo Reale.

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Documenta 14 Kassel ad Atene: un’occasione per l’arte greca?

Documenta è una mostra di arte contemporanea che si tiene ogni 5 anni a Kassel, in Germania. Fu ideata e fondata nel 1955 da Arnold Bode. Ogni opera rimane in mostra per 100 giorni e i pezzi non sono in vendita.

Quest’anno, documenta 14, si svolgerà in contemporanea sia a Kassel sia ad Atene.

Sappiamo attraverso i quotidiani e i notiziari delle crisi in Grecia: crisi economica, crisi politica e crisi umanitaria. Nei recenti anni però non si è documentato a sufficienza, o per nulla, dell’incremento di arte prodotta nella capitale. Il fatto che Documenta abbia deciso di avere per la prima volta nella sua storia una doppia sede viene visto come una grande occasione per la martoriata Grecia, specialmente se la proposta è stata fatta dal non amata Germania.

La Grecia non ha assolutamente un robusto mercato dell’arte ma ha un vasto network di spazi no profit e indipendenti, gestiti con grande passione e spesso con un budget ridicolo; altri sono supportati da fondazioni come Deste e Neon.

Sotto vari aspetti Atene è come se fosse divisa in due città: una parte in crisi, dove ogni giorno ci si confronta con questa perenne crisi, sfiducia verso la politica e il problema dei rifugiati – quasi un milione sono passati attraverso la Grecia negli ultimi due anni – quest’ultimi che hanno deciso di fermarsi ad Atene hanno portato altre problematiche a cui sembra non ci sia risposta. Dall’altra parte ci sono zone un tempo ignorate o popolari dove giovani artisti e scrittori hanno deciso di andare a vivere e qui l’atmosfera è ben diversa, alcuni la descrivono come “un’atmosfera di nuova vita vibrante e una bellezza architettonica anarchica”. Danai Giannoglou e Vasilis Papageorgiou, i quali dirigono lo spazio indipendente Enterprise Projects, hanno rilasciato interviste in cui hanno spiegato come da tutto il mondo vengano a visitare questi spazi e come alcuni stranieri decidano poi di vivere in quei quartieri di artisti. Queste due città co esistono, specie nei quartieri di Exarchia e Metaxourgio.

Documenta 14 ha aperto l’8 aprile ma alcuni giornalisti hanno ricordato come sempre nell’aprile di 50 anni fa, 1967, iniziò la dittatura fascista dei generali, quindi le 14 esibizioni di Documenta 14 sono viste come un segno di buon auspicio.

Ma tutta questa pubblicità cosa porterà alla città e alla sua comunità? I greci sono molto pessimisti, anche se finora c’è stato molto pubblico. Sono pessimisti perché temono un effetto “olimpiadi 2004″: grande entusiasmo e senso di nuova prosperità e poi una fase di depressione dopo. C’è un senso e una voglia di reagire a tutte le crisi e l’arte è una risposta ma senza una struttura adeguata per il dopo non si sa bene cosa succederà.

Documenta ha voluto puntare i riflettori su un paese dimenticato e martoriato ma allo stesso tempo nessuno a Kassel si è impegnato per aiuti concreti per gli anni a venire. I critici hanno sottolineato come tutte le opere degli artisti greci siano state messe in secondo piano, pareva ovvio per il fatto che non sono conosciuti ma allora se non sono posti in risalto in questa occasione perché essere andati da Kassel fino ad Atene?

I Greci hanno detto che se si vogliono salvare, se vogliono emergere come artisti, lo devono fare da soli. Nessuno ha mai posto della speranza in documenta. Triste ma almeno c’è un senso del reale.

Io lo sto trovando un modo per “fare dell’elemosina” e allo stesso avere avuto maggiore pubblicità mondiale. I tedeschi sono stati semplicemente furbi. Mi auguro che collezionisti e appassionati di arte invece non si dimentichino subito della Grecia e inizino ad investire.

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19 aprile 1943: insurrezione ghetto Varsavia. Non dimentichiamo questi eroi

Come ricordare degli eroi? Come parlarne? Non credo di avere questa capacità ma ci provo. Scrivere per non dimenticare.

Il fascismo e il nazismo sono stati sconfitti come regimi, non c’è dubbio. Dopo il 1945 però si è voluto subito dimenticare e quando negli anni ’50 e ’60 si ritrovavano tra giudici, polizia, militari, dottori, insegnanti coloro che furono nazisti e fascisti, si chiudevano gli occhi, si voleva andare avanti e non pensare più a quello che fu il più grande orrore d’Europa, a quello che alcuni erano stati capaci.

Oggi si paragona l’olocausto a mille ingiustizie del mondo ma purtroppo come l’olocausto c’è stato solo l’olocausto. Si tende a dimenticare anche questo.

Allora mi sembra doveroso oggi ricordare gli ebrei che lottarono contro i nazisti dal 19 aprile al 9 maggio 1943 nel ghetto di Varsavia.

Una delle maggior testimonianze ci è data dal libro di Marek Edelman “Il ghetto di Varsavia lotta” scritto appena finita la guerra. È un libricino che si legge come un soffio ed è una testimonianza senza mitizzazioni o aggiunte gradevoli per il lettore ma usa parole dure e vere, per spiegare quello che avveniva nel ghetto, di come venne prosciugato e di come in pochi provarono ad organizzarsi e a ribellarsi. Eroi pronti al sacrificio contro il Male.

Eroi che non dobbiamo assolutamente dimenticare. I 220 ragazze e ragazzi del ZOB (organizzazione di combattimento). Il 9 maggio Edelman insieme a 40 compagni nuotò nella fogna per trovare la libertà. Egli faceva parte da anni del Bund (lega generale dei lavoratori ebrei che acque nel 1897 a Vilna) ed è grazie  a quella struttura politica se durante gli anni nel ghetto ci fu una certa resistenza organizzata e poi ci fu la possibilità di far fronte ai nazisti.

Alcuni snobbano il testo di Edelman ma bisogna ricordarsi che nel 1945 era un giovane di appena 26 anni che aveva conosciuto l’orrore e sentiva l’urgenza di raccontare e di non dimenticare i compagni morti, i familiari mandati nei campi di concentramento. Non esisteva ancora la cosiddetta” letteratura della Shoah”, anzi non esisteva neanche la parola Shoah. A volte ci sono delle incertezze o delle sbavature ma sono poca cosa, usa un linguaggio socialista da anni Trenta e Quaranta, ma poco importa, è un testo importante.

Il libro si conclude così: “ Il 10 maggio 1943 finisce il primo periodo della storia insanguinata degli ebrei di Varsavia, il primo periodo della nostra storia insanguinata. Il luogo in cui una volta sorgeva il ghetto diventa una montagna di macerie alta due piani. Coloro che sono caduti hanno compiuto il loro dovere fino in fondo, fino all’ultima goccia di sangue. Sangue che è stato assorbito dal selciato del ghetto di Varsavia. Noi, i salvati, lasciamo a voi il compito di non far morire la loro memoria”.

Io non voglio che far morire la memoria, spero che anche voi non vogliate far morire la memoria.

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Anime baltiche, un pezzo di storia d’Europa che non c’è più

Jan Brokken è un giornalista e romanziere olandese, pubblicato in italiana dalla casa editrice Iperborea.

Molto conosciuto e apprezzato in tutto il nord Europa, qui in Italia sta iniziando ad essere conosciuto solo ora, specialmente grazie al bel romanzo “Il giardino dei cosacchi”. Anime Baltiche l’ho letto subito dopo il romanzo su amicizia tra Alexander von Wrangel e Fëdor Dostoevskij. Eppure le due opere sono strettamente collegate e non solo perché autore è lo stesso.

Anime baltiche è indagine giornalistica e romanzo in stile verismo messi insieme. Non lo trovo un controsenso. Per anni l’autore viaggerà tra Estonia, Lettonia e Lituania. Cosa lo spinge? Ci riporta voci e storie di chi non c’è più, vite stravolte dalla rivoluzione d’ottobre e dalla seconda guerra mondiale.

Arriva spesso alla conclusione che camminando per Vilnius e molte altre città di questi Stati manchi qualcosa, manchi una parte delle loro anime ed è per questo che, nonostante la ricostruzione specie negli anni dopo caduta muro di Berlino, le città non stanno tornando alla loro origine, perché manca qualcosa. Cosa manca, cos’è questa mancanza che si sente così forte? La comunità ebraica. Una comunità perfettamente integrata ma spazzata completamente via sia dai pogrom (leggere dei pogrom  del 1905, di cui avevo già letto molti anni fa nella biografia su Irene Nemirovsky, è qualcosa che toglie il fiato) e poi dal nazismo. Quest’ultimo aiutato dal fortissimo antisemitismo che era presente in tutte le popolazioni del nord europea (anche nei polacchi ed ucraini).

Non solo. Brokken ci parla di quella nobiltà terriera di origine tedesca che mai sarà amata dai lituani o dai lettoni e che vedrà la propria cambiata per sempre quando dovrà per forza andare a vivere in Germania, una Germania che se ne fregherà di loro e conosceranno stenti e umiliazioni.

Il giornalista olandese ci racconta di Eizenstein, Romain Gary, Rothko, della moglie di Tomasi di Lampedusa (lei discendente dei baroni baltici e prima psicanalista donna in Italia). È un viaggio doloroso attraverso l’Europa del XX secolo che a causa della violenza e dell’ignoranza cambierà per sempre e mondi diversi che in qualche mondo avevano convissuto verranno spazzati via in maniera inesorabile.

Si arriva al terz’ultimo capitolo e biografia e si scopre il perché Brokken decise di intraprendere questo viaggio e questa ricerca. Parla di Anna Liselotte, madre di una sua amica. Personalità dell’editoria olandese di cui si sa poco. L’amica del giornalsista scopre che la madre era di Tallin prima della seconda guerra, una famiglia di baroni baltici quindi tedeschi. Durante la seconda guerra mondiale scapperanno e la madre da sola arriverà in Olanda. Qui ritroverà solo un fratello. Non parleranno mai del passato. La figlia però decide di portare la madre e lo zio a inizio anni zero del 2000 di nuovo a Tallin e in particolare dove avevano la loro casa. Di nascosto li sentirà ridere e parlare una lingua a lei sconosciuta:l’estone. La madre aveva talmente imparato bene l’olandese che non sembrava neanche straniera.

Il cognome di Anna Liselotte era Von Wrangel ed era la discendente diretta di Alexander Von Wrangel, l’amico di Dostoevskij e protagonista del successivo libro di Brokken.

Vi consiglio di cuore di comprare entrambi i libri, editi da Iperborea.

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La battaglia di Hacksaw Ridge. Recensione

Non c’è rivista o blog o commentatore cinematografico che non parli dell’ultimo film di Mel Gibson come della resurrezione di colui che fu Mad Max e amato a Hollywood. Droga, alcol, violenza domestica, padre di più di 10 figli, personaggio maledetto, razzista e antisemita. Di lui mi ricordo le esilaranti e davvero divertenti prese in giro di Ricky Gervais in varie edizioni dei golden globes. Nessuno si aspettava una sua resurrezione eppure eccolo qui.

La Battaglia di Hacksaw Ridge è uno dei tanti film sulla seconda guerra mondiale. Ritroviamo alcuni temi cari a Gibson regista: la religione cristiana e la violenza.

Il protagonista Desmond Doss, primo obiettore di coscienza nella storia dell’esercito americano, poteva dare fastidio, essere considerato un dinoccolato masochista e non troppo intelligente e un po’ mitomane. Se il film ha senso ed è piacevole da seguire per oltre due ore il merito va a tutto il cast, in particolare a Andrew Garfield che riesce a dare senso e spessore al protagonista. La candidatura all’oscar per Garfield è meritatissima, alcuni se la aspettavano per Silence (comunque un’ottima prova da attore) ma nel film di Gibson si supera e deve scavare a fondo nel personaggio, non può cedere specie quando si rivolge a Dio o durante certi monologhi.

Tutto il cast è assolutamente convincente, in particolar modo Vince Vaughn, sergente duro ma comprensivo, e una spettacolare performance di Hugo Weaving, padre alcolizzato e reduce della prima guerra mondiale, padre di Desmond.

La prima ora è un po’ lenta e serve a introdurre personaggi e le motivazioni pacifiste di Doss, la seconda ora è incentrata totalmente sulla battaglia in territorio nipponico. Violenza assolutamente esibita, senza censure. Gibson sa dove piazzare la camera da presa e nonostante le immagini forti è un piacere seguire le azioni.  Vista la battaglia c’è un rimando al film di Clint Eastwood ma qui il cercare di comprendere il nemico non può esistere. Per Gibson i giapponesi sono satana: senza scrupoli, senza misericordia, violenti e assolutamente malvagi.

È un film da vedere anche se c’è questo lato della regia di Gibson che personalmente non sopporto: i continui e uguali riferimenti alla via crucis di Cristo e alla sua morte e poi resurrezione. Riferimenti inutili e patetici che non danno nulla, anzi impoveriscono la pellicola.

Suono, fotografia, montaggio: ottimi. Un peccato per alcune lacune nella sceneggiatura ma la recitazione salva quasi tutto.

Vedremo cosa e quanto vincerà agli Oscar a fine febbraio

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“Bellotto e Canaletto. Lo stupore e la luce”. Una mostra di qualità alle Gallerie d’Italia Milano

Le Gallerie d’Italia, in via Manzoni/piazza della Scala a Milano, ci hanno abituato fin dall’inaugurazione a mostre temporanee di qualità. Anche la collezione permanente è valida e interessante. Uno dei tanti gioielli di cultura di Milano.

Non è facile fare una mostra di spessore su pittori come Canaletto e il Bellotto: come l’impressionisti, Picasso, Van Gogh e alcuni altri sono nomi che portano molto pubblico, il quale però rimane deluso a volte per il nulla proposto o paga per vedere qualche sala con qualche dipinto senza capire il perché sia entrato.

In questo caso la situazione è diversa e la curatrice Bozena Anna Kowalczyk ha fatto un ottimo lavoro, anche per allestimento. Sono state scelte da esporre opere sia famose sia meno conosciute ma di altrettanto valore artistico.

Canaletto non fu solo zio di Bellotto ma ne fu anche il maestro. La mostra sottolinea come fossero entrambi notevolmente dotati artisticamente e come Bellotto mai copierà lo zio ma avrà fin da subito un suo stile personale. Bellotto, specialmente in Germania, poi avrà voglia di sperimentare ed essere molto audace a differenza di Canaletto, marcando ancora di più la differenza stilistica.

Nel 1746 Canaletto andrà in Inghilterra mentre nel 1747 Bellotto andrà in Germania e lavorerà principalmente a Dresda. Con questa separazione anche fisica, i due pittori svilupperanno ulteriormente il loro stile e in maniera ancora più diversa, pur essendo entrambi due vedutisti.

Non si può dire chi dei due fosse migliore, anche perché sarebbe sciocco. Entrambi sono stati due grandi pittori, di pari bravura. Canaletto ha avuto solo la fortuna di avere una maggiore fama e fortuna presso gli storici e critici dell’arte. Forse Bellotto fu fra i due quello che più si avvicinò a quella che noi fotografia. E infatti i suoi quadri, specialmente quelli a Dresda, a Varsavia e nord Italia ci ricordano delle istantanee a colori. C’è più vita nei suoi quadri e sembra voglia “coglier l’attimo” delle persone che rappresenta nelle sue opere.

Sempre di Bellotto ho molto apprezzato i quadri di Milano, Torino, Verona, Firenze: mostrano un mondo o che non c’è più o che è rimasto immutato seppur nella modernità.

Nella mostra alle Gallerie d’Italia sono presenti anche i Capricci romani di entrambi e alcune stampe, molto pregevoli perché ci indicano quanto fossero conosciuti e stimati già dai loro contemporanei e quanti fossero eclettici nel loro disegni.

Le spiegazioni per ogni sezione sono molto chiare e il visitatore sarà guidato senza problemi anche se non è studioso d’arte.

Il prezzo del biglietto è assai basso e comprende anche la collezione permanente (dall’Ottocento fino a Boccioni e inizio Novecento).

La mostra rimarrà aperta fino al 5 marzo 2017.

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“Crisi economica nell’epoca post coloniale in Africa. Il caso Zimbawe”

Sono già un paio di anni che provo a capire le varie e complesse vicende che avvengono nel continente africano. Prima mi sono accorta di non sapere assolutamente nulla della cultura o degli scrittori che vivono, pensano e scrivono lì (ho provato a scrivere alcuni post a riguardo), ora mi accorgo di non sapere molto della situazione economica. È più facile informarsi attraverso i giornali francesi, spagnoli, olandesi e studi americani e inglesi (non c’è da stupirsi, visto che sono tutti paesi che hanno un passato coloniale). In ogni caso le informazioni non sono lo stesso molte.  Ne ho trovate abbastanza sullo Zimbawe, paese conosciuto più, o solo, per la pluridecennale dittatura di Mugabe che per altro.

Robert Gabriel Mugabe è da quasi 36 anni padre e padrone dello Zimbawe. Amnesty International ha più volte denunciato violazioni dei diritti umani, lo Zimbawe ha smesso da decenni di far parte del Commonwealth, la popolazione è vissuta in uno stato di povertà e non progresso e il dittatore non ha mai fatto nulla per l’economia del paese. Dagli anni ’90 a oggi lo stato africano ha vissuto varie crisi economiche. La peggiore fu quella del 2008, anche a causa delle ripercusioni di quello che stava avvenendo a livello mondiale. Appena la crisi toccò lo Zimbawe, ci fu un’iperinflazione mai vista nel giro di 24 ore, si arrivò a 79.600.000.000 % di iperinflazione ( www.cato.org/zimbawe ). Nel giro di pochi minuti il valore dei soldi si estinse. Il giorno dopo venne adottata come valuta il dollaro americano, per poter arginare il disastro. Ma così facendo la popolazione si ritrovò in casa decine e decine di sacchi contenenti denaro che era senza alcun valore.

Da allora l’economia non si è mai più ripresa. Nel maggio 2016 la Reserve Bank of Zimbawe (RBZ) annunciò che sarebbero iniziate ad essere stampate delle banconote che sarebbero circolate solo a livello nazionale, non si poteva scambiarle con valute estere. La popolazione fu presa dal panico. La RBZ dichiarò che la nuova moneta avrebbe avuto un valore 1:1 con il dollaro americano e che nulla sarebbe cambiato. In ottobre il ministro delle Finanza, Patrick Chinamasa, avvertì che la moneta non sarebbe stata stampata per alcune settimane a causa di gruppi terroristici che la stavano stampando illegalmente. La popolazione corse a ritirare tutti i soldi dalle banche, anche se si poteva ritirare al massimo 20 dollari americani al giorno.

Intellettuali e scrittori in questi mesi hanno sottolineato come i grandi sogni del futuro post coloniale siano morti. Alcuni sentono di essere tornati indietro e che in qualche modo lo Zimbawe è di nuovo una colonia. A novembre molti attivisti per i diritti e oppositori politici hanno manifestato varie volte per le strade di Harare. Inascoltati se non nel fatto che la valuta è tornata ad essere il dollaro americano.

Ma ogni stato africano vive la sua personale crisi economica, in particolare dal 2008. Questo inevitabilmente porta guerre, violenze, insicurezze e fa emigrare la popolazione.

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“Carlo Levi e i sei di Torino”. Una bella mostra alla Fondazione Amendola

Quando Einaudi nel 1945 pubblicò “Cristo si è fermato a Eboli” gli italiani conosceranno il torinese Carlo Levi come scrittore. Levi fu però anche altro: oltre ad essere socialista ed anti fascista e a parte gli studi in medicina, fu anche pittore.

La mostra alla fondazione torinese Giorgio Amendola ci mostra questo lato importante di Carlo Levi ma fa conoscere, e fa riscoprire, quei pittori che a Torino furono influenzati da Felice Casorati e che portarono nella città sabauda le novità parigine, uscendo così da alcune ristrettezze stilistiche provinciali italiane.

Carlo Levi si dedicò sia al paesaggio che al ritratto, influenzato sia da Casorati (soprattutto nelle opere giovanili) e poi studiando e assimilando con una declinazione personale i fauves e soprattutto Modigliani. L’esperienza parigina fu fondamentale, fece crescere Levi e lo portò a una maturazione stilistica. I quadri esposti alla Fondazione mostrano come però sia Levi che gli altri non erano semplici “copiatori” delle avanguardie straniere ma seppero farle proprie e reinventarle.

Gli altri pittori esposti sono: Enrico Paulucci, Jessie Boswell, Gigi Chessa, Nicola Galante e Francesco Menzio.  La mostra vuole far verificare ai visitatori come, nei tre anni in cui il gruppo esponeva insieme e si confrontava a Torino e non, il loro stile si sia evoluto e cosa abbiano portato dalla Francia. Le opere sono molte e ben allestite in tutte le sale espositive. Il visitatore ha così sia un percorso da seguire ma anche la libertà di poter girare e confrontare se vuole i vari quadri. Questo è uno degli aspetti positivi della mostra: la libertà del visitatore, sia che ne capisca e sappia di arte sia che sia un semplice passante. Inoltre non c’è “l’ansia” e l’atmosfera di chiusura di certe gallerie d’arte, seppur la mostra sia da galleria d’arte per valore.  Appena si entra si intuisce il valore della mostra ma si respira anche la libertà di poterla visitare senza costrizioni, che è una delle tante peculiarità e qualità della Fondazione Amendola, creare eventi dando qualcosa a chi arriva senza farlo scappare. Inoltre anche dopo mesi l’apertura si creano appuntamenti in cui si discutono i vari aspetti della mostra, facendola sempre vivere.

Personalmente ho molto apprezzato i quadri di Carlo Levi ma anche quelli di Francesco Menzio e Gigi Chessa. Quest’ultimo poi è un pittore davvero poco conosciuto, spesso snobbato e bollato semplicemente come un “seguace di Casorati” il che è un enorme errore, Chessa fu amico e stimatore di Casorati ma non suo allievo; infatti dei Sei è l’unico a non uscire dalla sua scuola. Espose in tutta Italia, anche alla Biennale. Ebbe enorme influenza sulla generazione successiva ma oggi è stato dimenticato. La mostra è un’ottima occasione per conoscerlo ed apprezzarlo.

“Carlo Levi e i Sei di Torino” rimarrà aperta fino al 31 gennaio presso la Fondazione Amendola in via Tollegno 52 a Torino. Ricordo che è una mostra gratuita.

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