“Dentro Caravaggio” quando il nome di un artista famoso non basta per fare una buona mostra

A Palazzo Reale a Milano ci sarà fino al 28 gennaio una mostra dedicata a Caravaggio. Dentro Caravaggio. Perché “dentro”? Nella presentazione, come sull’opuscolo alla biglietteria, si spiega che grazie alla diagnostica artistica si possono conoscere nuove informazioni sulle opere. Come viene spiegato nella prima sala, la mostra sarebbe un sunto degli studi scientifici prodotti per il quarto centenario della morte dell’artista nel 2010. Coincidenza quest’anno sono 40 anni dalla mostra del Longhi sul pittore lombardo. Peccato che al Longhi questa mostra non sarebbe minimamente piaciuta.

I quadri esposti, magnifici, sono di indubbio interesse. Dietro ogni quadro c’è un video e una spiegazione. Ed eccoci al primo grande problema: nessuno ha capito l’intento e il perché della mostra. Per il pubblico, nessuno escluso, è una mostra su Caravaggio, la parte scientifica – vero soggetto – non interessa a nessuno e nessuno capisce che è importante. Così tutti i video e le spiegazioni vengono ignorati. Il pubblico, trattato come un povero bue ignorante a cui spillare i soldi, guarda lo splendore dei quadri del Merisi ma niente di più. Allora perché spendere 12 euro? Le opere, meno di 30, sono sì di valore ma perché sono state proprio scelte quelle e non altre? Non viene spiegato. Nelle ultime sale vengono messe una accanto all’altra opere che fanno vedere l’evoluzione dello stile e l’abilità del pittore di proporre lo stesso tema in vari modi, sono sale con finalmente un senso o qualche interesse. Ma, mi ripeto, il pubblico non solo non capisce, non può sapere perché i pannelli non lo dicono e riportano, spessissimo in un italiano non bello, notizie e dati a caso.  Mi chiedo che avrebbe detto il Longhi.

Per poter dare un minimo di senso alla mostra bisognerebbe far entrare 10/12 persone all’ora o ora e mezza. Così avrebbe senso perché si potrebbe guardare quadri e poi video – un velo pietoso da stendere anche su questi – e poter capire cosa si sta guardando. Ovviamente questa scelta di senso non può essere presa in considerazione da Palazzo Reale, come si potrebbero tirar su soldi?

Ci sono molte spiegazioni nel catalogo pubblicato dalla Skira. Ma chi e in quanti comprano un catalogo? E i pochissimi che lo comprano sappiamo che non lo leggono. In conclusione quindi questa mostra è un fallimento.

A fine novembre, sempre a Milano, le Gallerie d’Italia (in piazza della Scala, del gruppo Banca Intesa) proporranno una mostra sull’ultimo Caravaggio e la sua eredità. Vista la sempre alta qualità delle mostre delle Gallerie, sono quasi certa che vedrò una bellissima mostra e sarà ancora più triste fare un paragone con quella a Palazzo Reale.

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Documenta 14 Kassel ad Atene: un’occasione per l’arte greca?

Documenta è una mostra di arte contemporanea che si tiene ogni 5 anni a Kassel, in Germania. Fu ideata e fondata nel 1955 da Arnold Bode. Ogni opera rimane in mostra per 100 giorni e i pezzi non sono in vendita.

Quest’anno, documenta 14, si svolgerà in contemporanea sia a Kassel sia ad Atene.

Sappiamo attraverso i quotidiani e i notiziari delle crisi in Grecia: crisi economica, crisi politica e crisi umanitaria. Nei recenti anni però non si è documentato a sufficienza, o per nulla, dell’incremento di arte prodotta nella capitale. Il fatto che Documenta abbia deciso di avere per la prima volta nella sua storia una doppia sede viene visto come una grande occasione per la martoriata Grecia, specialmente se la proposta è stata fatta dal non amata Germania.

La Grecia non ha assolutamente un robusto mercato dell’arte ma ha un vasto network di spazi no profit e indipendenti, gestiti con grande passione e spesso con un budget ridicolo; altri sono supportati da fondazioni come Deste e Neon.

Sotto vari aspetti Atene è come se fosse divisa in due città: una parte in crisi, dove ogni giorno ci si confronta con questa perenne crisi, sfiducia verso la politica e il problema dei rifugiati – quasi un milione sono passati attraverso la Grecia negli ultimi due anni – quest’ultimi che hanno deciso di fermarsi ad Atene hanno portato altre problematiche a cui sembra non ci sia risposta. Dall’altra parte ci sono zone un tempo ignorate o popolari dove giovani artisti e scrittori hanno deciso di andare a vivere e qui l’atmosfera è ben diversa, alcuni la descrivono come “un’atmosfera di nuova vita vibrante e una bellezza architettonica anarchica”. Danai Giannoglou e Vasilis Papageorgiou, i quali dirigono lo spazio indipendente Enterprise Projects, hanno rilasciato interviste in cui hanno spiegato come da tutto il mondo vengano a visitare questi spazi e come alcuni stranieri decidano poi di vivere in quei quartieri di artisti. Queste due città co esistono, specie nei quartieri di Exarchia e Metaxourgio.

Documenta 14 ha aperto l’8 aprile ma alcuni giornalisti hanno ricordato come sempre nell’aprile di 50 anni fa, 1967, iniziò la dittatura fascista dei generali, quindi le 14 esibizioni di Documenta 14 sono viste come un segno di buon auspicio.

Ma tutta questa pubblicità cosa porterà alla città e alla sua comunità? I greci sono molto pessimisti, anche se finora c’è stato molto pubblico. Sono pessimisti perché temono un effetto “olimpiadi 2004″: grande entusiasmo e senso di nuova prosperità e poi una fase di depressione dopo. C’è un senso e una voglia di reagire a tutte le crisi e l’arte è una risposta ma senza una struttura adeguata per il dopo non si sa bene cosa succederà.

Documenta ha voluto puntare i riflettori su un paese dimenticato e martoriato ma allo stesso tempo nessuno a Kassel si è impegnato per aiuti concreti per gli anni a venire. I critici hanno sottolineato come tutte le opere degli artisti greci siano state messe in secondo piano, pareva ovvio per il fatto che non sono conosciuti ma allora se non sono posti in risalto in questa occasione perché essere andati da Kassel fino ad Atene?

I Greci hanno detto che se si vogliono salvare, se vogliono emergere come artisti, lo devono fare da soli. Nessuno ha mai posto della speranza in documenta. Triste ma almeno c’è un senso del reale.

Io lo sto trovando un modo per “fare dell’elemosina” e allo stesso avere avuto maggiore pubblicità mondiale. I tedeschi sono stati semplicemente furbi. Mi auguro che collezionisti e appassionati di arte invece non si dimentichino subito della Grecia e inizino ad investire.

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19 aprile 1943: insurrezione ghetto Varsavia. Non dimentichiamo questi eroi

Come ricordare degli eroi? Come parlarne? Non credo di avere questa capacità ma ci provo. Scrivere per non dimenticare.

Il fascismo e il nazismo sono stati sconfitti come regimi, non c’è dubbio. Dopo il 1945 però si è voluto subito dimenticare e quando negli anni ’50 e ’60 si ritrovavano tra giudici, polizia, militari, dottori, insegnanti coloro che furono nazisti e fascisti, si chiudevano gli occhi, si voleva andare avanti e non pensare più a quello che fu il più grande orrore d’Europa, a quello che alcuni erano stati capaci.

Oggi si paragona l’olocausto a mille ingiustizie del mondo ma purtroppo come l’olocausto c’è stato solo l’olocausto. Si tende a dimenticare anche questo.

Allora mi sembra doveroso oggi ricordare gli ebrei che lottarono contro i nazisti dal 19 aprile al 9 maggio 1943 nel ghetto di Varsavia.

Una delle maggior testimonianze ci è data dal libro di Marek Edelman “Il ghetto di Varsavia lotta” scritto appena finita la guerra. È un libricino che si legge come un soffio ed è una testimonianza senza mitizzazioni o aggiunte gradevoli per il lettore ma usa parole dure e vere, per spiegare quello che avveniva nel ghetto, di come venne prosciugato e di come in pochi provarono ad organizzarsi e a ribellarsi. Eroi pronti al sacrificio contro il Male.

Eroi che non dobbiamo assolutamente dimenticare. I 220 ragazze e ragazzi del ZOB (organizzazione di combattimento). Il 9 maggio Edelman insieme a 40 compagni nuotò nella fogna per trovare la libertà. Egli faceva parte da anni del Bund (lega generale dei lavoratori ebrei che acque nel 1897 a Vilna) ed è grazie  a quella struttura politica se durante gli anni nel ghetto ci fu una certa resistenza organizzata e poi ci fu la possibilità di far fronte ai nazisti.

Alcuni snobbano il testo di Edelman ma bisogna ricordarsi che nel 1945 era un giovane di appena 26 anni che aveva conosciuto l’orrore e sentiva l’urgenza di raccontare e di non dimenticare i compagni morti, i familiari mandati nei campi di concentramento. Non esisteva ancora la cosiddetta” letteratura della Shoah”, anzi non esisteva neanche la parola Shoah. A volte ci sono delle incertezze o delle sbavature ma sono poca cosa, usa un linguaggio socialista da anni Trenta e Quaranta, ma poco importa, è un testo importante.

Il libro si conclude così: “ Il 10 maggio 1943 finisce il primo periodo della storia insanguinata degli ebrei di Varsavia, il primo periodo della nostra storia insanguinata. Il luogo in cui una volta sorgeva il ghetto diventa una montagna di macerie alta due piani. Coloro che sono caduti hanno compiuto il loro dovere fino in fondo, fino all’ultima goccia di sangue. Sangue che è stato assorbito dal selciato del ghetto di Varsavia. Noi, i salvati, lasciamo a voi il compito di non far morire la loro memoria”.

Io non voglio che far morire la memoria, spero che anche voi non vogliate far morire la memoria.

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Anime baltiche, un pezzo di storia d’Europa che non c’è più

Jan Brokken è un giornalista e romanziere olandese, pubblicato in italiana dalla casa editrice Iperborea.

Molto conosciuto e apprezzato in tutto il nord Europa, qui in Italia sta iniziando ad essere conosciuto solo ora, specialmente grazie al bel romanzo “Il giardino dei cosacchi”. Anime Baltiche l’ho letto subito dopo il romanzo su amicizia tra Alexander von Wrangel e Fëdor Dostoevskij. Eppure le due opere sono strettamente collegate e non solo perché autore è lo stesso.

Anime baltiche è indagine giornalistica e romanzo in stile verismo messi insieme. Non lo trovo un controsenso. Per anni l’autore viaggerà tra Estonia, Lettonia e Lituania. Cosa lo spinge? Ci riporta voci e storie di chi non c’è più, vite stravolte dalla rivoluzione d’ottobre e dalla seconda guerra mondiale.

Arriva spesso alla conclusione che camminando per Vilnius e molte altre città di questi Stati manchi qualcosa, manchi una parte delle loro anime ed è per questo che, nonostante la ricostruzione specie negli anni dopo caduta muro di Berlino, le città non stanno tornando alla loro origine, perché manca qualcosa. Cosa manca, cos’è questa mancanza che si sente così forte? La comunità ebraica. Una comunità perfettamente integrata ma spazzata completamente via sia dai pogrom (leggere dei pogrom  del 1905, di cui avevo già letto molti anni fa nella biografia su Irene Nemirovsky, è qualcosa che toglie il fiato) e poi dal nazismo. Quest’ultimo aiutato dal fortissimo antisemitismo che era presente in tutte le popolazioni del nord europea (anche nei polacchi ed ucraini).

Non solo. Brokken ci parla di quella nobiltà terriera di origine tedesca che mai sarà amata dai lituani o dai lettoni e che vedrà la propria cambiata per sempre quando dovrà per forza andare a vivere in Germania, una Germania che se ne fregherà di loro e conosceranno stenti e umiliazioni.

Il giornalista olandese ci racconta di Eizenstein, Romain Gary, Rothko, della moglie di Tomasi di Lampedusa (lei discendente dei baroni baltici e prima psicanalista donna in Italia). È un viaggio doloroso attraverso l’Europa del XX secolo che a causa della violenza e dell’ignoranza cambierà per sempre e mondi diversi che in qualche mondo avevano convissuto verranno spazzati via in maniera inesorabile.

Si arriva al terz’ultimo capitolo e biografia e si scopre il perché Brokken decise di intraprendere questo viaggio e questa ricerca. Parla di Anna Liselotte, madre di una sua amica. Personalità dell’editoria olandese di cui si sa poco. L’amica del giornalsista scopre che la madre era di Tallin prima della seconda guerra, una famiglia di baroni baltici quindi tedeschi. Durante la seconda guerra mondiale scapperanno e la madre da sola arriverà in Olanda. Qui ritroverà solo un fratello. Non parleranno mai del passato. La figlia però decide di portare la madre e lo zio a inizio anni zero del 2000 di nuovo a Tallin e in particolare dove avevano la loro casa. Di nascosto li sentirà ridere e parlare una lingua a lei sconosciuta:l’estone. La madre aveva talmente imparato bene l’olandese che non sembrava neanche straniera.

Il cognome di Anna Liselotte era Von Wrangel ed era la discendente diretta di Alexander Von Wrangel, l’amico di Dostoevskij e protagonista del successivo libro di Brokken.

Vi consiglio di cuore di comprare entrambi i libri, editi da Iperborea.

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La battaglia di Hacksaw Ridge. Recensione

Non c’è rivista o blog o commentatore cinematografico che non parli dell’ultimo film di Mel Gibson come della resurrezione di colui che fu Mad Max e amato a Hollywood. Droga, alcol, violenza domestica, padre di più di 10 figli, personaggio maledetto, razzista e antisemita. Di lui mi ricordo le esilaranti e davvero divertenti prese in giro di Ricky Gervais in varie edizioni dei golden globes. Nessuno si aspettava una sua resurrezione eppure eccolo qui.

La Battaglia di Hacksaw Ridge è uno dei tanti film sulla seconda guerra mondiale. Ritroviamo alcuni temi cari a Gibson regista: la religione cristiana e la violenza.

Il protagonista Desmond Doss, primo obiettore di coscienza nella storia dell’esercito americano, poteva dare fastidio, essere considerato un dinoccolato masochista e non troppo intelligente e un po’ mitomane. Se il film ha senso ed è piacevole da seguire per oltre due ore il merito va a tutto il cast, in particolare a Andrew Garfield che riesce a dare senso e spessore al protagonista. La candidatura all’oscar per Garfield è meritatissima, alcuni se la aspettavano per Silence (comunque un’ottima prova da attore) ma nel film di Gibson si supera e deve scavare a fondo nel personaggio, non può cedere specie quando si rivolge a Dio o durante certi monologhi.

Tutto il cast è assolutamente convincente, in particolar modo Vince Vaughn, sergente duro ma comprensivo, e una spettacolare performance di Hugo Weaving, padre alcolizzato e reduce della prima guerra mondiale, padre di Desmond.

La prima ora è un po’ lenta e serve a introdurre personaggi e le motivazioni pacifiste di Doss, la seconda ora è incentrata totalmente sulla battaglia in territorio nipponico. Violenza assolutamente esibita, senza censure. Gibson sa dove piazzare la camera da presa e nonostante le immagini forti è un piacere seguire le azioni.  Vista la battaglia c’è un rimando al film di Clint Eastwood ma qui il cercare di comprendere il nemico non può esistere. Per Gibson i giapponesi sono satana: senza scrupoli, senza misericordia, violenti e assolutamente malvagi.

È un film da vedere anche se c’è questo lato della regia di Gibson che personalmente non sopporto: i continui e uguali riferimenti alla via crucis di Cristo e alla sua morte e poi resurrezione. Riferimenti inutili e patetici che non danno nulla, anzi impoveriscono la pellicola.

Suono, fotografia, montaggio: ottimi. Un peccato per alcune lacune nella sceneggiatura ma la recitazione salva quasi tutto.

Vedremo cosa e quanto vincerà agli Oscar a fine febbraio

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“Bellotto e Canaletto. Lo stupore e la luce”. Una mostra di qualità alle Gallerie d’Italia Milano

Le Gallerie d’Italia, in via Manzoni/piazza della Scala a Milano, ci hanno abituato fin dall’inaugurazione a mostre temporanee di qualità. Anche la collezione permanente è valida e interessante. Uno dei tanti gioielli di cultura di Milano.

Non è facile fare una mostra di spessore su pittori come Canaletto e il Bellotto: come l’impressionisti, Picasso, Van Gogh e alcuni altri sono nomi che portano molto pubblico, il quale però rimane deluso a volte per il nulla proposto o paga per vedere qualche sala con qualche dipinto senza capire il perché sia entrato.

In questo caso la situazione è diversa e la curatrice Bozena Anna Kowalczyk ha fatto un ottimo lavoro, anche per allestimento. Sono state scelte da esporre opere sia famose sia meno conosciute ma di altrettanto valore artistico.

Canaletto non fu solo zio di Bellotto ma ne fu anche il maestro. La mostra sottolinea come fossero entrambi notevolmente dotati artisticamente e come Bellotto mai copierà lo zio ma avrà fin da subito un suo stile personale. Bellotto, specialmente in Germania, poi avrà voglia di sperimentare ed essere molto audace a differenza di Canaletto, marcando ancora di più la differenza stilistica.

Nel 1746 Canaletto andrà in Inghilterra mentre nel 1747 Bellotto andrà in Germania e lavorerà principalmente a Dresda. Con questa separazione anche fisica, i due pittori svilupperanno ulteriormente il loro stile e in maniera ancora più diversa, pur essendo entrambi due vedutisti.

Non si può dire chi dei due fosse migliore, anche perché sarebbe sciocco. Entrambi sono stati due grandi pittori, di pari bravura. Canaletto ha avuto solo la fortuna di avere una maggiore fama e fortuna presso gli storici e critici dell’arte. Forse Bellotto fu fra i due quello che più si avvicinò a quella che noi fotografia. E infatti i suoi quadri, specialmente quelli a Dresda, a Varsavia e nord Italia ci ricordano delle istantanee a colori. C’è più vita nei suoi quadri e sembra voglia “coglier l’attimo” delle persone che rappresenta nelle sue opere.

Sempre di Bellotto ho molto apprezzato i quadri di Milano, Torino, Verona, Firenze: mostrano un mondo o che non c’è più o che è rimasto immutato seppur nella modernità.

Nella mostra alle Gallerie d’Italia sono presenti anche i Capricci romani di entrambi e alcune stampe, molto pregevoli perché ci indicano quanto fossero conosciuti e stimati già dai loro contemporanei e quanti fossero eclettici nel loro disegni.

Le spiegazioni per ogni sezione sono molto chiare e il visitatore sarà guidato senza problemi anche se non è studioso d’arte.

Il prezzo del biglietto è assai basso e comprende anche la collezione permanente (dall’Ottocento fino a Boccioni e inizio Novecento).

La mostra rimarrà aperta fino al 5 marzo 2017.

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“Crisi economica nell’epoca post coloniale in Africa. Il caso Zimbawe”

Sono già un paio di anni che provo a capire le varie e complesse vicende che avvengono nel continente africano. Prima mi sono accorta di non sapere assolutamente nulla della cultura o degli scrittori che vivono, pensano e scrivono lì (ho provato a scrivere alcuni post a riguardo), ora mi accorgo di non sapere molto della situazione economica. È più facile informarsi attraverso i giornali francesi, spagnoli, olandesi e studi americani e inglesi (non c’è da stupirsi, visto che sono tutti paesi che hanno un passato coloniale). In ogni caso le informazioni non sono lo stesso molte.  Ne ho trovate abbastanza sullo Zimbawe, paese conosciuto più, o solo, per la pluridecennale dittatura di Mugabe che per altro.

Robert Gabriel Mugabe è da quasi 36 anni padre e padrone dello Zimbawe. Amnesty International ha più volte denunciato violazioni dei diritti umani, lo Zimbawe ha smesso da decenni di far parte del Commonwealth, la popolazione è vissuta in uno stato di povertà e non progresso e il dittatore non ha mai fatto nulla per l’economia del paese. Dagli anni ’90 a oggi lo stato africano ha vissuto varie crisi economiche. La peggiore fu quella del 2008, anche a causa delle ripercusioni di quello che stava avvenendo a livello mondiale. Appena la crisi toccò lo Zimbawe, ci fu un’iperinflazione mai vista nel giro di 24 ore, si arrivò a 79.600.000.000 % di iperinflazione ( www.cato.org/zimbawe ). Nel giro di pochi minuti il valore dei soldi si estinse. Il giorno dopo venne adottata come valuta il dollaro americano, per poter arginare il disastro. Ma così facendo la popolazione si ritrovò in casa decine e decine di sacchi contenenti denaro che era senza alcun valore.

Da allora l’economia non si è mai più ripresa. Nel maggio 2016 la Reserve Bank of Zimbawe (RBZ) annunciò che sarebbero iniziate ad essere stampate delle banconote che sarebbero circolate solo a livello nazionale, non si poteva scambiarle con valute estere. La popolazione fu presa dal panico. La RBZ dichiarò che la nuova moneta avrebbe avuto un valore 1:1 con il dollaro americano e che nulla sarebbe cambiato. In ottobre il ministro delle Finanza, Patrick Chinamasa, avvertì che la moneta non sarebbe stata stampata per alcune settimane a causa di gruppi terroristici che la stavano stampando illegalmente. La popolazione corse a ritirare tutti i soldi dalle banche, anche se si poteva ritirare al massimo 20 dollari americani al giorno.

Intellettuali e scrittori in questi mesi hanno sottolineato come i grandi sogni del futuro post coloniale siano morti. Alcuni sentono di essere tornati indietro e che in qualche modo lo Zimbawe è di nuovo una colonia. A novembre molti attivisti per i diritti e oppositori politici hanno manifestato varie volte per le strade di Harare. Inascoltati se non nel fatto che la valuta è tornata ad essere il dollaro americano.

Ma ogni stato africano vive la sua personale crisi economica, in particolare dal 2008. Questo inevitabilmente porta guerre, violenze, insicurezze e fa emigrare la popolazione.

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“Carlo Levi e i sei di Torino”. Una bella mostra alla Fondazione Amendola

Quando Einaudi nel 1945 pubblicò “Cristo si è fermato a Eboli” gli italiani conosceranno il torinese Carlo Levi come scrittore. Levi fu però anche altro: oltre ad essere socialista ed anti fascista e a parte gli studi in medicina, fu anche pittore.

La mostra alla fondazione torinese Giorgio Amendola ci mostra questo lato importante di Carlo Levi ma fa conoscere, e fa riscoprire, quei pittori che a Torino furono influenzati da Felice Casorati e che portarono nella città sabauda le novità parigine, uscendo così da alcune ristrettezze stilistiche provinciali italiane.

Carlo Levi si dedicò sia al paesaggio che al ritratto, influenzato sia da Casorati (soprattutto nelle opere giovanili) e poi studiando e assimilando con una declinazione personale i fauves e soprattutto Modigliani. L’esperienza parigina fu fondamentale, fece crescere Levi e lo portò a una maturazione stilistica. I quadri esposti alla Fondazione mostrano come però sia Levi che gli altri non erano semplici “copiatori” delle avanguardie straniere ma seppero farle proprie e reinventarle.

Gli altri pittori esposti sono: Enrico Paulucci, Jessie Boswell, Gigi Chessa, Nicola Galante e Francesco Menzio.  La mostra vuole far verificare ai visitatori come, nei tre anni in cui il gruppo esponeva insieme e si confrontava a Torino e non, il loro stile si sia evoluto e cosa abbiano portato dalla Francia. Le opere sono molte e ben allestite in tutte le sale espositive. Il visitatore ha così sia un percorso da seguire ma anche la libertà di poter girare e confrontare se vuole i vari quadri. Questo è uno degli aspetti positivi della mostra: la libertà del visitatore, sia che ne capisca e sappia di arte sia che sia un semplice passante. Inoltre non c’è “l’ansia” e l’atmosfera di chiusura di certe gallerie d’arte, seppur la mostra sia da galleria d’arte per valore.  Appena si entra si intuisce il valore della mostra ma si respira anche la libertà di poterla visitare senza costrizioni, che è una delle tante peculiarità e qualità della Fondazione Amendola, creare eventi dando qualcosa a chi arriva senza farlo scappare. Inoltre anche dopo mesi l’apertura si creano appuntamenti in cui si discutono i vari aspetti della mostra, facendola sempre vivere.

Personalmente ho molto apprezzato i quadri di Carlo Levi ma anche quelli di Francesco Menzio e Gigi Chessa. Quest’ultimo poi è un pittore davvero poco conosciuto, spesso snobbato e bollato semplicemente come un “seguace di Casorati” il che è un enorme errore, Chessa fu amico e stimatore di Casorati ma non suo allievo; infatti dei Sei è l’unico a non uscire dalla sua scuola. Espose in tutta Italia, anche alla Biennale. Ebbe enorme influenza sulla generazione successiva ma oggi è stato dimenticato. La mostra è un’ottima occasione per conoscerlo ed apprezzarlo.

“Carlo Levi e i Sei di Torino” rimarrà aperta fino al 31 gennaio presso la Fondazione Amendola in via Tollegno 52 a Torino. Ricordo che è una mostra gratuita.

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Silence. Un film di Martin Scorsese

Si apre e si chiude con lo stesso silenzio e il rumore dolce e indifferente della natura, il film di Scorsese è un cerchio perfetto anche nella narrazione- Questo dettaglio non è spoiler e non vi toglierà il piacere della visione.

Avverto subito: il film non ha nulla dei temi e dei ritmi a cui i grandi blockbuster ci hanno abituato in questi anni. È un film che ha bisogno di concentrazione e buona disposizione d’animo.

La ricerca di due padri gesuiti del loro confessore in missione in Giappone per portare cristianizzazione e scomparso da qualche anno è solo una scusa narrativa che porta avanti meravigliosamente il film ma il vero tema è la ricerca di se stessi. Non è neanche la religione. Il desiderio di trovare Dio e sentire la sua parola è un espediente, la pellicola tocca temi universali (debolezza, perdono, interrogativi sul perché ci sono ingiustizie in terra, ecc)

Vediamo la ricerca di padre Ferreira attraversi gli occhi e la voce di padre Rodriguez, una delle migliori interpretazioni di Andrew Garfield, che insieme a padre Garrpe, un bravissimo Adam Driver, arrivano in Giappone impreparati di fronte a come vivono i giapponesi convertiti al cristianesimo, i quali devono vivere in maniera miserevole e orribilmente torturati se scoperti.

Lo shogunato giapponese non approva la cristianizzazione ma la studia per poterla totalmente sconfiggere. L’inquisitore e l’interprete giapponese sono meravigliosamente rappresentati, specie nelle sottigliezze e perversione dei giochi mentali che servono per mettere in dubbio e allontanare dalla fede i padri gesuiti. In realtà tutto il cast giapponese, carnefici e vittime ma anche il Giuda di padre Rodriguez, è semplicemente meraviglioso e recita con forza e profondità, tanto da rubare tutte le scene a tutti gli attori americani (che comunque danno una grande performance).

Non è la prima volta che Scorsese realizza un film dove il tema religioso ha una certa rilevanza, nel 1988 con l’Ultima tentazione di Cristo e nel 1997 con Kundun. Ritroviamo in Silence alcune dinamiche dei due film precedenti ma stilisticamente il regista americano si stacca dai suoi manierismi e tenta di sperimentare pur rimanendo in quelli che sono considerati i canoni classici di Hollywood.

Non si fa problemi a mostrare torture e crudeltà ma il tutto non da fastidio grazie alla meravigliosa fotografia di Rodrigo Prieto. L’andamento poi del montaggio è fluido e ricorda l’andamento di una marea (il mare e le onde poi sono protagonisti minori del film, tutta la natura – che viene mostrata in modo preponderante – è co protagonista di questa ricerca di se stesso di padre Rodriguez). Si usano molto soggettive e viene da chiedersi: sono tutte riferibili a padre Rodriguez, come si fosse in un sogno, o è anche una visuale di questo Dio che sta continuamente in silenzio?

Il ritmo è lento ma non noioso. Il monologo di padre Rodriguez a volte può sembrare monotono ma è solo un sottolineare come prosegue la sua ricerca e la sua caduta. Ho trovato forti non le scene delle torture ma bensì le scene psicologiche fra Garfield e l’inquisitore e la più forte di tutte quella in cui si rincontra con padre Ferreira ( un magnifico e dimesso Liam Neeson) che è davvero l’ultima tentazione per far cedere e far abbandonare la fede a Rodriguez.

È un film che potrebbe essere un capolavoro, ripeto: non facile. Quello che mi ha colpito, fra le varie cose, è come Scorsese riesca a riproporsi sempre, come se fosse ancora un esordiente ai primi film.

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Nel sistema museale austriaco qualcosa si è incrinato

L’ Austria viene spesso vista e descritta, fra le varie qualità che possiede, come una “nazione della cultura”. Il sistema museale poi è considerato uno dei fiori all’occhiello. A causa di una serie di scandali che si sono susseguiti in questi anni, sembra che qualcosa nel sistema si sia incrinato.

Il ministro della cultura Thomas Drozda, partito socialista, ha dovuto allontanare dal posto di lavoro la direttrice del Belvedere, Agnes Husslein Arco, e ora il suo posto è vacante, molto probabilmente lo sarà per tutto il 2017. Il Belvedere è una delle istituzioni più visitate in assoluto in Austria, conta milioni di visitatori. Come mai la Husslein Arco è stata allontanata? Avrebbe usato dei soldi per il Belvedere per i suoi viaggi durante le vacanze nella sua tenuta in Carinzia, spacciando questi viaggi per viaggi d’affari. Drozda non ha avuto vita facile nel licenziarla perché dal 2007 al 2016 la direttrice aveva trasformato e portato ad un alto livello il Belvedere, incrementando anche le visite durante tutto l’anno, non solo nella stagione alta.

Nel 2011 il direttore del MAK (il museo di arte applicata e arte contemporanea) ,Peter Noever, ha dovuto dare le dimissioni perché teneva party privati dentro il museo, a spese del museo stesso.

Nel 2012 il direttore del Kunsthalle a Vienna, Gerald Matt, è stato denunciato da tutto il suo staff per uso improprio del suo status di direttore e usato la sua posizione per avere dei fondi per il museo senza far sapere nulla su come li ha spesi..

Infine nel 2014 il ministro della cultura di allora, Josef Ostermayer, sempre del partito socialista, dovette in tutta fretta licenziare Matthias Hartmann, il direttore del Burgtheater, dopo che erano spariti svariati milioni nel corso degli anni che sarebbe dovuti essere usati per il teatro nazionale viennese e invece erano finiti nelle tasche del direttore.

Tutti questi scandali non sono da imputare ai singoli ma io credo a una falla ormai enorme nel sistema culturale austriaco. Nel 1998 fu creato il sistema federale per i musei, un atto voluto dal parlamento austriaco con forza. I museo e i teatri uscivano quasi del tutto dall’amministrazione statale e quindi dal controllo dello Stato e avrebbero da allora operato come istituti privati. Si era pensato che grazie a generose donazioni, l’Austria avrebbe continuato ad avere meravigliosi musei senza però dover spendere molto. Ma col passare del tempo le donazioni sono rimaste uguali e non sono incrementate, invece i costi ecc sì. I direttori e i responsabili per trovare i soldi hanno avuto sempre più libertà senza dover conto a nessuno, in apparenza. Così sono aumentate le pubblicità all’interno dei vari musei, pubblicità di sponsor privati, il costo dei biglietti è sempre più aumentato e si sono espansi i bar/ristoranti e gli shop con souvenir, rendendo sempre più bazaar i vari monumenti.

La carriera per diventare direttore è cambiata, non più dall’accademia e/o dall’università fino a un salire più in alto più si acquisiva esperienza ma si partiva da ditta private e contatti politici. Casi felici di una buona amministrazioni sono stati per esempio quello della Husslein Arco ma in altri è stato un disastro. Più che direttori, ora sono manager interessati solo al profitto e a buon stipendio. La cultura viene dopo.

In Austria molti chiedono che i musei e i teatri tornino totalmente sotto le ali dello Stato e ci sia un maggior controllo, una minore corruzione, un maggior interesse verso la cultura e come promuoverla. La discussione è in corso, specialmente nel partito socialista. Vedremo fra qualche mese se rimarrà tutto immobile e ci sarà una svolta al sistema.

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istantanee di luoghi, idee, immagini.