Anime baltiche, un pezzo di storia d’Europa che non c’è più

Jan Brokken è un giornalista e romanziere olandese, pubblicato in italiana dalla casa editrice Iperborea.

Molto conosciuto e apprezzato in tutto il nord Europa, qui in Italia sta iniziando ad essere conosciuto solo ora, specialmente grazie al bel romanzo “Il giardino dei cosacchi”. Anime Baltiche l’ho letto subito dopo il romanzo su amicizia tra Alexander von Wrangel e Fëdor Dostoevskij. Eppure le due opere sono strettamente collegate e non solo perché autore è lo stesso.

Anime baltiche è indagine giornalistica e romanzo in stile verismo messi insieme. Non lo trovo un controsenso. Per anni l’autore viaggerà tra Estonia, Lettonia e Lituania. Cosa lo spinge? Ci riporta voci e storie di chi non c’è più, vite stravolte dalla rivoluzione d’ottobre e dalla seconda guerra mondiale.

Arriva spesso alla conclusione che camminando per Vilnius e molte altre città di questi Stati manchi qualcosa, manchi una parte delle loro anime ed è per questo che, nonostante la ricostruzione specie negli anni dopo caduta muro di Berlino, le città non stanno tornando alla loro origine, perché manca qualcosa. Cosa manca, cos’è questa mancanza che si sente così forte? La comunità ebraica. Una comunità perfettamente integrata ma spazzata completamente via sia dai pogrom (leggere dei pogrom  del 1905, di cui avevo già letto molti anni fa nella biografia su Irene Nemirovsky, è qualcosa che toglie il fiato) e poi dal nazismo. Quest’ultimo aiutato dal fortissimo antisemitismo che era presente in tutte le popolazioni del nord europea (anche nei polacchi ed ucraini).

Non solo. Brokken ci parla di quella nobiltà terriera di origine tedesca che mai sarà amata dai lituani o dai lettoni e che vedrà la propria cambiata per sempre quando dovrà per forza andare a vivere in Germania, una Germania che se ne fregherà di loro e conosceranno stenti e umiliazioni.

Il giornalista olandese ci racconta di Eizenstein, Romain Gary, Rothko, della moglie di Tomasi di Lampedusa (lei discendente dei baroni baltici e prima psicanalista donna in Italia). È un viaggio doloroso attraverso l’Europa del XX secolo che a causa della violenza e dell’ignoranza cambierà per sempre e mondi diversi che in qualche mondo avevano convissuto verranno spazzati via in maniera inesorabile.

Si arriva al terz’ultimo capitolo e biografia e si scopre il perché Brokken decise di intraprendere questo viaggio e questa ricerca. Parla di Anna Liselotte, madre di una sua amica. Personalità dell’editoria olandese di cui si sa poco. L’amica del giornalsista scopre che la madre era di Tallin prima della seconda guerra, una famiglia di baroni baltici quindi tedeschi. Durante la seconda guerra mondiale scapperanno e la madre da sola arriverà in Olanda. Qui ritroverà solo un fratello. Non parleranno mai del passato. La figlia però decide di portare la madre e lo zio a inizio anni zero del 2000 di nuovo a Tallin e in particolare dove avevano la loro casa. Di nascosto li sentirà ridere e parlare una lingua a lei sconosciuta:l’estone. La madre aveva talmente imparato bene l’olandese che non sembrava neanche straniera.

Il cognome di Anna Liselotte era Von Wrangel ed era la discendente diretta di Alexander Von Wrangel, l’amico di Dostoevskij e protagonista del successivo libro di Brokken.

Vi consiglio di cuore di comprare entrambi i libri, editi da Iperborea.

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La battaglia di Hacksaw Ridge. Recensione

Non c’è rivista o blog o commentatore cinematografico che non parli dell’ultimo film di Mel Gibson come della resurrezione di colui che fu Mad Max e amato a Hollywood. Droga, alcol, violenza domestica, padre di più di 10 figli, personaggio maledetto, razzista e antisemita. Di lui mi ricordo le esilaranti e davvero divertenti prese in giro di Ricky Gervais in varie edizioni dei golden globes. Nessuno si aspettava una sua resurrezione eppure eccolo qui.

La Battaglia di Hacksaw Ridge è uno dei tanti film sulla seconda guerra mondiale. Ritroviamo alcuni temi cari a Gibson regista: la religione cristiana e la violenza.

Il protagonista Desmond Doss, primo obiettore di coscienza nella storia dell’esercito americano, poteva dare fastidio, essere considerato un dinoccolato masochista e non troppo intelligente e un po’ mitomane. Se il film ha senso ed è piacevole da seguire per oltre due ore il merito va a tutto il cast, in particolare a Andrew Garfield che riesce a dare senso e spessore al protagonista. La candidatura all’oscar per Garfield è meritatissima, alcuni se la aspettavano per Silence (comunque un’ottima prova da attore) ma nel film di Gibson si supera e deve scavare a fondo nel personaggio, non può cedere specie quando si rivolge a Dio o durante certi monologhi.

Tutto il cast è assolutamente convincente, in particolar modo Vince Vaughn, sergente duro ma comprensivo, e una spettacolare performance di Hugo Weaving, padre alcolizzato e reduce della prima guerra mondiale, padre di Desmond.

La prima ora è un po’ lenta e serve a introdurre personaggi e le motivazioni pacifiste di Doss, la seconda ora è incentrata totalmente sulla battaglia in territorio nipponico. Violenza assolutamente esibita, senza censure. Gibson sa dove piazzare la camera da presa e nonostante le immagini forti è un piacere seguire le azioni.  Vista la battaglia c’è un rimando al film di Clint Eastwood ma qui il cercare di comprendere il nemico non può esistere. Per Gibson i giapponesi sono satana: senza scrupoli, senza misericordia, violenti e assolutamente malvagi.

È un film da vedere anche se c’è questo lato della regia di Gibson che personalmente non sopporto: i continui e uguali riferimenti alla via crucis di Cristo e alla sua morte e poi resurrezione. Riferimenti inutili e patetici che non danno nulla, anzi impoveriscono la pellicola.

Suono, fotografia, montaggio: ottimi. Un peccato per alcune lacune nella sceneggiatura ma la recitazione salva quasi tutto.

Vedremo cosa e quanto vincerà agli Oscar a fine febbraio

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“Bellotto e Canaletto. Lo stupore e la luce”. Una mostra di qualità alle Gallerie d’Italia Milano

Le Gallerie d’Italia, in via Manzoni/piazza della Scala a Milano, ci hanno abituato fin dall’inaugurazione a mostre temporanee di qualità. Anche la collezione permanente è valida e interessante. Uno dei tanti gioielli di cultura di Milano.

Non è facile fare una mostra di spessore su pittori come Canaletto e il Bellotto: come l’impressionisti, Picasso, Van Gogh e alcuni altri sono nomi che portano molto pubblico, il quale però rimane deluso a volte per il nulla proposto o paga per vedere qualche sala con qualche dipinto senza capire il perché sia entrato.

In questo caso la situazione è diversa e la curatrice Bozena Anna Kowalczyk ha fatto un ottimo lavoro, anche per allestimento. Sono state scelte da esporre opere sia famose sia meno conosciute ma di altrettanto valore artistico.

Canaletto non fu solo zio di Bellotto ma ne fu anche il maestro. La mostra sottolinea come fossero entrambi notevolmente dotati artisticamente e come Bellotto mai copierà lo zio ma avrà fin da subito un suo stile personale. Bellotto, specialmente in Germania, poi avrà voglia di sperimentare ed essere molto audace a differenza di Canaletto, marcando ancora di più la differenza stilistica.

Nel 1746 Canaletto andrà in Inghilterra mentre nel 1747 Bellotto andrà in Germania e lavorerà principalmente a Dresda. Con questa separazione anche fisica, i due pittori svilupperanno ulteriormente il loro stile e in maniera ancora più diversa, pur essendo entrambi due vedutisti.

Non si può dire chi dei due fosse migliore, anche perché sarebbe sciocco. Entrambi sono stati due grandi pittori, di pari bravura. Canaletto ha avuto solo la fortuna di avere una maggiore fama e fortuna presso gli storici e critici dell’arte. Forse Bellotto fu fra i due quello che più si avvicinò a quella che noi fotografia. E infatti i suoi quadri, specialmente quelli a Dresda, a Varsavia e nord Italia ci ricordano delle istantanee a colori. C’è più vita nei suoi quadri e sembra voglia “coglier l’attimo” delle persone che rappresenta nelle sue opere.

Sempre di Bellotto ho molto apprezzato i quadri di Milano, Torino, Verona, Firenze: mostrano un mondo o che non c’è più o che è rimasto immutato seppur nella modernità.

Nella mostra alle Gallerie d’Italia sono presenti anche i Capricci romani di entrambi e alcune stampe, molto pregevoli perché ci indicano quanto fossero conosciuti e stimati già dai loro contemporanei e quanti fossero eclettici nel loro disegni.

Le spiegazioni per ogni sezione sono molto chiare e il visitatore sarà guidato senza problemi anche se non è studioso d’arte.

Il prezzo del biglietto è assai basso e comprende anche la collezione permanente (dall’Ottocento fino a Boccioni e inizio Novecento).

La mostra rimarrà aperta fino al 5 marzo 2017.

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“Crisi economica nell’epoca post coloniale in Africa. Il caso Zimbawe”

Sono già un paio di anni che provo a capire le varie e complesse vicende che avvengono nel continente africano. Prima mi sono accorta di non sapere assolutamente nulla della cultura o degli scrittori che vivono, pensano e scrivono lì (ho provato a scrivere alcuni post a riguardo), ora mi accorgo di non sapere molto della situazione economica. È più facile informarsi attraverso i giornali francesi, spagnoli, olandesi e studi americani e inglesi (non c’è da stupirsi, visto che sono tutti paesi che hanno un passato coloniale). In ogni caso le informazioni non sono lo stesso molte.  Ne ho trovate abbastanza sullo Zimbawe, paese conosciuto più, o solo, per la pluridecennale dittatura di Mugabe che per altro.

Robert Gabriel Mugabe è da quasi 36 anni padre e padrone dello Zimbawe. Amnesty International ha più volte denunciato violazioni dei diritti umani, lo Zimbawe ha smesso da decenni di far parte del Commonwealth, la popolazione è vissuta in uno stato di povertà e non progresso e il dittatore non ha mai fatto nulla per l’economia del paese. Dagli anni ’90 a oggi lo stato africano ha vissuto varie crisi economiche. La peggiore fu quella del 2008, anche a causa delle ripercusioni di quello che stava avvenendo a livello mondiale. Appena la crisi toccò lo Zimbawe, ci fu un’iperinflazione mai vista nel giro di 24 ore, si arrivò a 79.600.000.000 % di iperinflazione ( www.cato.org/zimbawe ). Nel giro di pochi minuti il valore dei soldi si estinse. Il giorno dopo venne adottata come valuta il dollaro americano, per poter arginare il disastro. Ma così facendo la popolazione si ritrovò in casa decine e decine di sacchi contenenti denaro che era senza alcun valore.

Da allora l’economia non si è mai più ripresa. Nel maggio 2016 la Reserve Bank of Zimbawe (RBZ) annunciò che sarebbero iniziate ad essere stampate delle banconote che sarebbero circolate solo a livello nazionale, non si poteva scambiarle con valute estere. La popolazione fu presa dal panico. La RBZ dichiarò che la nuova moneta avrebbe avuto un valore 1:1 con il dollaro americano e che nulla sarebbe cambiato. In ottobre il ministro delle Finanza, Patrick Chinamasa, avvertì che la moneta non sarebbe stata stampata per alcune settimane a causa di gruppi terroristici che la stavano stampando illegalmente. La popolazione corse a ritirare tutti i soldi dalle banche, anche se si poteva ritirare al massimo 20 dollari americani al giorno.

Intellettuali e scrittori in questi mesi hanno sottolineato come i grandi sogni del futuro post coloniale siano morti. Alcuni sentono di essere tornati indietro e che in qualche modo lo Zimbawe è di nuovo una colonia. A novembre molti attivisti per i diritti e oppositori politici hanno manifestato varie volte per le strade di Harare. Inascoltati se non nel fatto che la valuta è tornata ad essere il dollaro americano.

Ma ogni stato africano vive la sua personale crisi economica, in particolare dal 2008. Questo inevitabilmente porta guerre, violenze, insicurezze e fa emigrare la popolazione.

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“Carlo Levi e i sei di Torino”. Una bella mostra alla Fondazione Amendola

Quando Einaudi nel 1945 pubblicò “Cristo si è fermato a Eboli” gli italiani conosceranno il torinese Carlo Levi come scrittore. Levi fu però anche altro: oltre ad essere socialista ed anti fascista e a parte gli studi in medicina, fu anche pittore.

La mostra alla fondazione torinese Giorgio Amendola ci mostra questo lato importante di Carlo Levi ma fa conoscere, e fa riscoprire, quei pittori che a Torino furono influenzati da Felice Casorati e che portarono nella città sabauda le novità parigine, uscendo così da alcune ristrettezze stilistiche provinciali italiane.

Carlo Levi si dedicò sia al paesaggio che al ritratto, influenzato sia da Casorati (soprattutto nelle opere giovanili) e poi studiando e assimilando con una declinazione personale i fauves e soprattutto Modigliani. L’esperienza parigina fu fondamentale, fece crescere Levi e lo portò a una maturazione stilistica. I quadri esposti alla Fondazione mostrano come però sia Levi che gli altri non erano semplici “copiatori” delle avanguardie straniere ma seppero farle proprie e reinventarle.

Gli altri pittori esposti sono: Enrico Paulucci, Jessie Boswell, Gigi Chessa, Nicola Galante e Francesco Menzio.  La mostra vuole far verificare ai visitatori come, nei tre anni in cui il gruppo esponeva insieme e si confrontava a Torino e non, il loro stile si sia evoluto e cosa abbiano portato dalla Francia. Le opere sono molte e ben allestite in tutte le sale espositive. Il visitatore ha così sia un percorso da seguire ma anche la libertà di poter girare e confrontare se vuole i vari quadri. Questo è uno degli aspetti positivi della mostra: la libertà del visitatore, sia che ne capisca e sappia di arte sia che sia un semplice passante. Inoltre non c’è “l’ansia” e l’atmosfera di chiusura di certe gallerie d’arte, seppur la mostra sia da galleria d’arte per valore.  Appena si entra si intuisce il valore della mostra ma si respira anche la libertà di poterla visitare senza costrizioni, che è una delle tante peculiarità e qualità della Fondazione Amendola, creare eventi dando qualcosa a chi arriva senza farlo scappare. Inoltre anche dopo mesi l’apertura si creano appuntamenti in cui si discutono i vari aspetti della mostra, facendola sempre vivere.

Personalmente ho molto apprezzato i quadri di Carlo Levi ma anche quelli di Francesco Menzio e Gigi Chessa. Quest’ultimo poi è un pittore davvero poco conosciuto, spesso snobbato e bollato semplicemente come un “seguace di Casorati” il che è un enorme errore, Chessa fu amico e stimatore di Casorati ma non suo allievo; infatti dei Sei è l’unico a non uscire dalla sua scuola. Espose in tutta Italia, anche alla Biennale. Ebbe enorme influenza sulla generazione successiva ma oggi è stato dimenticato. La mostra è un’ottima occasione per conoscerlo ed apprezzarlo.

“Carlo Levi e i Sei di Torino” rimarrà aperta fino al 31 gennaio presso la Fondazione Amendola in via Tollegno 52 a Torino. Ricordo che è una mostra gratuita.

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Silence. Un film di Martin Scorsese

Si apre e si chiude con lo stesso silenzio e il rumore dolce e indifferente della natura, il film di Scorsese è un cerchio perfetto anche nella narrazione- Questo dettaglio non è spoiler e non vi toglierà il piacere della visione.

Avverto subito: il film non ha nulla dei temi e dei ritmi a cui i grandi blockbuster ci hanno abituato in questi anni. È un film che ha bisogno di concentrazione e buona disposizione d’animo.

La ricerca di due padri gesuiti del loro confessore in missione in Giappone per portare cristianizzazione e scomparso da qualche anno è solo una scusa narrativa che porta avanti meravigliosamente il film ma il vero tema è la ricerca di se stessi. Non è neanche la religione. Il desiderio di trovare Dio e sentire la sua parola è un espediente, la pellicola tocca temi universali (debolezza, perdono, interrogativi sul perché ci sono ingiustizie in terra, ecc)

Vediamo la ricerca di padre Ferreira attraversi gli occhi e la voce di padre Rodriguez, una delle migliori interpretazioni di Andrew Garfield, che insieme a padre Garrpe, un bravissimo Adam Driver, arrivano in Giappone impreparati di fronte a come vivono i giapponesi convertiti al cristianesimo, i quali devono vivere in maniera miserevole e orribilmente torturati se scoperti.

Lo shogunato giapponese non approva la cristianizzazione ma la studia per poterla totalmente sconfiggere. L’inquisitore e l’interprete giapponese sono meravigliosamente rappresentati, specie nelle sottigliezze e perversione dei giochi mentali che servono per mettere in dubbio e allontanare dalla fede i padri gesuiti. In realtà tutto il cast giapponese, carnefici e vittime ma anche il Giuda di padre Rodriguez, è semplicemente meraviglioso e recita con forza e profondità, tanto da rubare tutte le scene a tutti gli attori americani (che comunque danno una grande performance).

Non è la prima volta che Scorsese realizza un film dove il tema religioso ha una certa rilevanza, nel 1988 con l’Ultima tentazione di Cristo e nel 1997 con Kundun. Ritroviamo in Silence alcune dinamiche dei due film precedenti ma stilisticamente il regista americano si stacca dai suoi manierismi e tenta di sperimentare pur rimanendo in quelli che sono considerati i canoni classici di Hollywood.

Non si fa problemi a mostrare torture e crudeltà ma il tutto non da fastidio grazie alla meravigliosa fotografia di Rodrigo Prieto. L’andamento poi del montaggio è fluido e ricorda l’andamento di una marea (il mare e le onde poi sono protagonisti minori del film, tutta la natura – che viene mostrata in modo preponderante – è co protagonista di questa ricerca di se stesso di padre Rodriguez). Si usano molto soggettive e viene da chiedersi: sono tutte riferibili a padre Rodriguez, come si fosse in un sogno, o è anche una visuale di questo Dio che sta continuamente in silenzio?

Il ritmo è lento ma non noioso. Il monologo di padre Rodriguez a volte può sembrare monotono ma è solo un sottolineare come prosegue la sua ricerca e la sua caduta. Ho trovato forti non le scene delle torture ma bensì le scene psicologiche fra Garfield e l’inquisitore e la più forte di tutte quella in cui si rincontra con padre Ferreira ( un magnifico e dimesso Liam Neeson) che è davvero l’ultima tentazione per far cedere e far abbandonare la fede a Rodriguez.

È un film che potrebbe essere un capolavoro, ripeto: non facile. Quello che mi ha colpito, fra le varie cose, è come Scorsese riesca a riproporsi sempre, come se fosse ancora un esordiente ai primi film.

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Nel sistema museale austriaco qualcosa si è incrinato

L’ Austria viene spesso vista e descritta, fra le varie qualità che possiede, come una “nazione della cultura”. Il sistema museale poi è considerato uno dei fiori all’occhiello. A causa di una serie di scandali che si sono susseguiti in questi anni, sembra che qualcosa nel sistema si sia incrinato.

Il ministro della cultura Thomas Drozda, partito socialista, ha dovuto allontanare dal posto di lavoro la direttrice del Belvedere, Agnes Husslein Arco, e ora il suo posto è vacante, molto probabilmente lo sarà per tutto il 2017. Il Belvedere è una delle istituzioni più visitate in assoluto in Austria, conta milioni di visitatori. Come mai la Husslein Arco è stata allontanata? Avrebbe usato dei soldi per il Belvedere per i suoi viaggi durante le vacanze nella sua tenuta in Carinzia, spacciando questi viaggi per viaggi d’affari. Drozda non ha avuto vita facile nel licenziarla perché dal 2007 al 2016 la direttrice aveva trasformato e portato ad un alto livello il Belvedere, incrementando anche le visite durante tutto l’anno, non solo nella stagione alta.

Nel 2011 il direttore del MAK (il museo di arte applicata e arte contemporanea) ,Peter Noever, ha dovuto dare le dimissioni perché teneva party privati dentro il museo, a spese del museo stesso.

Nel 2012 il direttore del Kunsthalle a Vienna, Gerald Matt, è stato denunciato da tutto il suo staff per uso improprio del suo status di direttore e usato la sua posizione per avere dei fondi per il museo senza far sapere nulla su come li ha spesi..

Infine nel 2014 il ministro della cultura di allora, Josef Ostermayer, sempre del partito socialista, dovette in tutta fretta licenziare Matthias Hartmann, il direttore del Burgtheater, dopo che erano spariti svariati milioni nel corso degli anni che sarebbe dovuti essere usati per il teatro nazionale viennese e invece erano finiti nelle tasche del direttore.

Tutti questi scandali non sono da imputare ai singoli ma io credo a una falla ormai enorme nel sistema culturale austriaco. Nel 1998 fu creato il sistema federale per i musei, un atto voluto dal parlamento austriaco con forza. I museo e i teatri uscivano quasi del tutto dall’amministrazione statale e quindi dal controllo dello Stato e avrebbero da allora operato come istituti privati. Si era pensato che grazie a generose donazioni, l’Austria avrebbe continuato ad avere meravigliosi musei senza però dover spendere molto. Ma col passare del tempo le donazioni sono rimaste uguali e non sono incrementate, invece i costi ecc sì. I direttori e i responsabili per trovare i soldi hanno avuto sempre più libertà senza dover conto a nessuno, in apparenza. Così sono aumentate le pubblicità all’interno dei vari musei, pubblicità di sponsor privati, il costo dei biglietti è sempre più aumentato e si sono espansi i bar/ristoranti e gli shop con souvenir, rendendo sempre più bazaar i vari monumenti.

La carriera per diventare direttore è cambiata, non più dall’accademia e/o dall’università fino a un salire più in alto più si acquisiva esperienza ma si partiva da ditta private e contatti politici. Casi felici di una buona amministrazioni sono stati per esempio quello della Husslein Arco ma in altri è stato un disastro. Più che direttori, ora sono manager interessati solo al profitto e a buon stipendio. La cultura viene dopo.

In Austria molti chiedono che i musei e i teatri tornino totalmente sotto le ali dello Stato e ci sia un maggior controllo, una minore corruzione, un maggior interesse verso la cultura e come promuoverla. La discussione è in corso, specialmente nel partito socialista. Vedremo fra qualche mese se rimarrà tutto immobile e ci sarà una svolta al sistema.

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Il tema del lavoro non può essere più snobbato

Gli anni dell’austerità stanno portando più danni che benefici.

Vorrei comunque invitarvi a riflettere se davvero tutti i mali nel mondo del lavoro, non solo in Italia ma considerando tutta l’Europa, siano davvero nati dalla crisi economica iniziata con la tragedia americana dei sub prime. Non voglio fare un cervellotico post di approfondimento, per quello ci sono innumerevoli e ottimi articoli e libri scritti in questi anni e facilmente reperibili su internet. La mia vuole essere una riflessione.

L’Europa ha affrontato in passato, diciamo dal secondo dopo guerra, alcuni crisi economiche. Ci sono stati dei periodi in cui trovare lavoro era più complicato ma mai c’era stato un vero arresto. Quando ancora esistevano le industrie (e non parlo solo di quelle enormi e famose) chi perdeva lavoro, spesso per metà stipendio, andava a lavorare in fabbrica. Era anche più facile tentare un’attività in proprio. C’erano varie reti “di sicurezza” che aiutavano le famiglie italiane ad andare avanti. Siamo un popolo di risparmiatori è vero ma c’era comunque una certa sicurezza.

Cerco di fare un enorme sunto: da anni ’80 si inizia a vedere le industrie come ormai superate. Bisogna rafforzare il terziario e puntare tutto su un sistema economico basato più su oggetti astratti che vero lavoro. Il neo liberalismo poi da allora si rafforzerà sempre di più e inizierà a creare danni.

C’è chi racconta che chiudere le fabbriche, ditte, certe aziende era anche un modo per indebolire i comunisti. Vero o no, inizia a mancare una certa sicurezza.

L’Europa nel corso degli anni ’80 e soprattutto degli anni ’90 diventa non più un continente che produce ma un continente che crea “bolle di economia”. Evidentemente c’era la certezza di diventare sempre più ricchi.

Quando è avvenuta la crisi economica siamo crollati, anche perché totalmente legati a quel mondo. Difficilmente ci rialzeremo presto.

Alcuni criticano la Cina perché compra le nostre ditte. Ma loro, e altri, non comprano solo i nostri nomi, soprattutto comprano macchinari e brevetti. Ci copiano ma con la saggezza di non fare gli stessi errori.

Si parla di jobs act e di un eventuale referendum. Si parla dei voucher e del loro abuso. Il nero è sempre stato un danno incalcolabile per la nostra economia e giustamente deve essere sconfitto o almeno arginato. Però bisogna uscire dalla logica che per ridare vitalità alla economia e creare posti di lavoro basti diminuire tasse, agevolare licenziamenti e proporre una burocrazia più snella (quest’ultimo punto però è importante). A parte qualche oasi felice, che viene puntualmente ignorata da media e nostri stessi politici, noi dobbiamo tornare a investire e  a produrre. Non solo. Il CV. È tempo che chi fa credere di voler dare lavoro non si nasconda dicendo che bisogna aver fatto mille corsi, o almeno tre mesi di esperienza o infiniti stage o master o infinite interviste psicoattitudinali: sono tutte scuse. Bisogna che i padroni (scusate il termine ottocentesco) la smettano di mascherarsi dietro infinite scuse e diano semplicemente lavoro. Come noi tutti dovremmo imparare a capire che in questo periodo storico bisogna adattarsi, sia chiaro non sottomettersi e venire sfruttato ma adattarsi. Infine il sindacato, figura ancora essenziale e importante, deve assolutamente rinnovarsi e coprire tutti quei lavori (vedi partite iva ecc) che ad oggi snobba e ignora. Deve rinnovarsi e non vedersi solo come antagonista di qualsiasi governo, avere come maggior parte dei tesserati pensionati ovviamente non aiutati ma deve fare uno sforzo.

Il neo liberalismo va a braccetto con l’austerità. Non crea lavoro, impone sviluppo a ristretti settori, aumenta in maniera sconsiderata diseguaglianza sociale (il che provoca scontento che poi porta molti nelle braccia dei populisti). È una coppia che può essere divisa e sconfitta. Mi chiedo: davvero i nostri politici hanno capito e soprattutto davvero vogliono porre fine a questo nefasto connubio?

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Paris Photo 2016: un’ottima edizione!

C’era timore. La prestigiosa e più nota fiera di fotografia al mondo, Paris Photo al Grand Palais, era stata chiusa con anticipo l’anno scorso a causa del terribile attacco al Bataclan e altri luoghi della città. I collezionisti e acquirenti stranieri erano scappati, la sede chiusa e le varie gallerie d’arte di Parigi si erano offerte di ospitare gli stand degli stranieri per non fargli chiudere in negativo.

Parigi ha perso moltissimi turisti e alcuni investimenti stranieri a causa del clima di incertezza causata dai terroristi. Si temeva che questa edizione fosse un flop. Per fortuna non è andata assolutamente così.

Dal 10 al 13 novembre i visitatori sono stati 62mila. Assolutamente in linea con le edizioni precedenti. Questa edizione poi era molto sentita non solo come rivincita sul clima d’ansia ma soprattutto e anche perché sono vent’anni che Paris Photo esiste.

Le vendite sono andate molto bene, un +8%. Tutte le 153 gallerie presenti hanno avuto un buon successo. I talk e le mostre all’interno sono stati molto interessanti e si è parlato di tutti gli aspetti di questo mercato. Il clima era sereno.

Ci sono state importanti acquisizioni da parte del Tate, Victoria and Albert Museum, MAMCO, FOAM, MAXXI, c/o Berlin e molti altri, come non succedeva da tempo.

Con il gonfiarsi smisurato dei prezzi del mercato dell’opere d’arte, molti collezionisti stanno iniziando a puntare sempre di più sulla fotografia. Da una parte aumentano i fotografi ma dall’altra si chiede un messaggio e una professionalità grande, i dilettanti non vendono (quindi instagram non ha ancora vinto. Fare fotografie con instagram NON significa essere fotografi e non tutti quelli che fanno foto comunicano qualcosa. Non è un mercato così semplice come sembra).

Il prossimo anno Paris Photo si svolgerà dal 9 al 12 novembre e ha firmato un contratto fino al 2020 con il Grand Palais, nel frattempo il direttore sta cercando una sede più grande ma altrettanto prestigiosa.

È stata una risposta assolutamente positiva a un clima di incertezza e ansia che pervade la Francia. Complimenti al direttore, staff, curatori e gallerie che hanno creato un’ottima edizione.

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Risultati positivi per Artissima 2016 ma incertezza per il futuro

La stagione delle fiere d’arte in Italia si è conclusa. Ufficialmente con la fiera a Padova ma in realtà la più importante e ultima per capire com’è andato l’anno nel mercato è Torino. Si ricomincerà poi il giro nel 2017 con la storica fiera a Bologna a fine gennaio.

Si temeva quest’anno una qualche inflessione e invece giro di affari e pubblico ci sono stati.

I visitatori sono stati circa 50.000, in linea con gli altri anni della gestione Cosulich Canarutto. Le opere più vendute sono state quelle sui 10-20 mila euro, alcuni picchi anche su quelle sui 50mila. Punte anche di opere importanti sui 600-700mila ma prezzi fasce medie e alte comunque hanno vendite lente, in linea con resto mercato.

Non c’era un genere predominante: scultura, fotografia, dipinti e via dicendo, c’era tutto. Questo ha dato possibilità ai collezionisti e agli appassionati di avere molte possibilità di scelta.

Ho davvero molto apprezzato gli stand delle gallerie Tucci Russo, Alberto Peola (forse il gallerista italiano fra i più interessanti quest’anno, con artisti non mainstream e che hanno dato una certa freschezza) e ovviamente LiaRumma (una certezza).

In generale tutti gli italiani hanno proposto artisti interessanti e allo stesso vendibili. Stranieri un po’ in sordina: francesi sempre all’altezza, molto delusa da brasiliani e da chi viene dai mercati del sud america, Paesi Bassi e Germania.

Quest’anno unica vera concorrenza in città è stata The Others: più piccola e con prezzi più contenuti ma ci sono state opere molto interessanti e i visitatori sono saliti a circa 26mila. Paratissima ormai inguardabile. Molto molto delusa da DAMA.  La sezione dedicata ai giovani artisti era a palazzo Saluzzo. A parte il clima da festa del liceo dove nessuno ti spiegava nulla, tutti italiani che parlavano fra di loro alternando inglese e italiano senza motivo e opere esposte senza molto senso. Oltretutto non è stata un’idea molto originale. Era la copia fatta male della mostra curata due anni prima da Cattelan a palazzo Cavour. Questa idea di mettere opere contemporanee in un palazzo dell’Ottocento quindi non solo si è già visto (ed è diventata un’idea inflazionata) ma qui non aveva alcun progetto vero dietro. Non so e non ho trovato dati di vendite e presenze.

Torino rimane la piazza più importante in Italia per l’arte contemporanea. La gestione di Sarah Cosulich Canarutto in questi anni è stata assolutamente positiva. Un po’ triste non aver messo la Canarutto nella short list finale del bando ma lei stessa aveva detto in estate che suo esperienza era finita, per tornare sui suoi passi solo in ottobre. In ogni caso la nuova direttrice è Ilaria Bonacossa. Conosce Torino perché ha lavorato per sette anni alla fondazione Sandretto , prima di andare a Genova.

È importante che la fiera abbia dietro tutto l’appoggio del Comune di Torino, senza per questo soffocare la città con mille esposizioni e soprattutto non tutte in centro. Ci sono realtà anche in altri quartieri che devono essere aiutate o fatte risaltare, come per esempio la Fondazione Amendola o museo Ettore Fico (conosciuto sì ma non valorizzato quanto meriterebbe).

Ci vorrebbe un clima sempre meno provinciale e chiuso, dei dibattiti sul lavoro nel mondo dell’arte e infine ripensare quelle parti considerate “off” o alternative o indie come Paratissima e lavorarci molto sopra.

C’è una sensazione di incertezza per il futuro ma sono più che sicura che un buon lavoro e una certa curiosità per quello che succede ( e vende) nel resto del mondo aiuteranno a creare un’altra buona edizione.

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istantanee di luoghi, idee, immagini.