Cadenti dal cielo / Le quattro del mattino

Sono due poesie di Wislawa Szymborska. Fu una poetessa polacca ma è stata una delle più grandi. Vinse il premio Nobel ma sarebbe stata una Grande in ogni caso. Le sue poesie mi piacciono da moltissimi anni. Spero vi garbino.

Cadenti dal cielo

La magia se ne va, benché le grandi forze

restino al loro posto. Nelle notti d’agosto

non sa se la cosa che cade sia una stella,

né se a dover cadere sia proprio quella.

E non sai se convenga bene augurare

o trarre vaticini. Da un equivoco astrale?

Quasi non fosse ancor giunta la modernità?

Quale lampo ti dirà: sono una scintilla,

davvero una scintilla d’una coda di cometa,

solo una scintilla che dolcemente muore -

non io sto cadendo sui giornali del pianeta,

è quell’altra, accanto, ha un guasto al motore.

 

Le quattro del mattino

Ora della notte al giorno.

Ora da uno al fianco all’altro.

Ora per i trentenni.

Ora rassettata per il canto dei galli.

Ora in cui la terra ci rinnega.

Ora in cui il vento soffia dalle stelle spente.

Ora del chissà – se – resterà – qualcosa – di -noi.

Ora vuota.

Sorda, vana.

Nessuno sta bene alle quattro del mattino.

Se le formiche stanno bene alle quattro del mattino

- le nostre congratulazioni. E che arrivino le cinque,

se dobbiamo vivere ancora.

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La politica da tastiera in attesa di tempi migliori

Mai come in quest’ultimo periodo, in questi ultimi mesi, mi è sembrato che il fare politica sia diventato un farla dietro una tastiera. Forse più facile nella mente di alcuni. Si può raggiungere un elevato numero di contatti, se si deve avere una discussione si aprono altre pagine e si possono verificare tutti i dati e gli articoli necessari per controbattere.

In realtà credo che ci sia solo un aumento di pigrizia e di sfalsamento della realtà. Attenzione, non sto dicendo che computer e quindi social siano il male o siano inutili, non dico assolutamente questo. Ma non è ancora chiaro il modo in cui dobbiamo usarli per fare politica. Servono però a poco per farla bene sul territorio. Sempre di più chi fa politica dimentica di andare in giro. O meglio: crede di farlo ma in realtà a tutte le discussioni, negli stessi posti, si presentano sempre le stesse identiche facce. Che non portano poi in giro i discorsi fatti o non portano voti. Il pericoloso svuotamento dei circoli e la vita che si faceva in essi: i motivi sono tantissimi e bisognerebbe risalire agli inizi degli anni zero per capire quando tutto è iniziato a svuotarsi. Ma dire “ho fatto invito su facebook” oppure “ho scritto un tweet” o “ho una newsletter lettissima” non sostituiscono il circolo e non portano nuove persone.

Le discussioni si fanno sempre più accese e violente. E tutto è diventato o tutto bianco o tutto nero, o sei ghibellino o sei guelfo. Mediazioni sono impossibili. La calunnia, spessissimo poi sulla vita privata, una consuetudine per mettere a tacere o togliere di mezzo l’avversario politico, anche all’interno dello stesso partito.

Non si studia più, si è smesso di avere un confronto deciso, si è smesso di ascoltare e ascoltarsi. C’è questa attesa di tempi migliori. E questa attesa avviene dietro una tastiera che rende però pigri e inerti. Questo è pericoloso. I tempi migliori poi in politica, come in molti altri lati della società, non arriveranno se stiamo in ozio. Perché i tempi migliori bisogna prepararli. Lavorarci sopra. Parlare, stare in silenzio ad ascoltare, progettare, verificare, istruire, preparare nuovi quadri di partito e via dicendo. Tutto questo non si fa. E non perché è colpa di Renzi o dei renziani (che però non sono immuni da difetti) ma per una ormai totale assenza di idee, progetti e semplicemente voglia di fare.

Pochi lo fanno. Ma la situazione non è ancora così tragica. Certo non cambierà nulla se ce ne stiamo semplicemente seduti a commentare link di articoli o non notizie.

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Erdogan continua a cambiare drasticamente la Turchia

Dopo i fatti eclatanti del fallito colpo di Stato in Turchia – su cui ci sono state mille e una teorie e complotti che qui non riporterò – l’attenzione verso la terra ottomana è diminuita. In fondo da noi il clima vacanziero è al suo apice e dobbiamo parlare di purghe alla Rai e del referendum. Leggendo qualcosa sui siti o quotidiani stranieri mi stupisce non solo come gli arresti continuino ma anche come ogni aspetto della vita sociale sia toccato e cambiato.

Cambierà drasticamente il programma scolastico 2016-17, dalle elementari all’università. Non si sanno ancora bene i dettagli ma si spiega che i cambiamenti sono necessari per “riportare ordine nel Paese”. Di sicuro non sono stati rinnovati i contratti degli insegnanti stranieri, specialmente quelli americani. Non si studierà più l’inglese, o comunque ci sarà una fortissima limitazione, e vi saranno molti problemi per studia culture e lingue straniere in generale. Molti insegnanti sono stati arrestati nelle scorse settimane.

Mi ha poi stupito constatare come si sia appena accennato qui in Europa all’arresto di 13 giovani militanti del CHP. Le giovanili dei partiti di sinistra hanno provato a mobilitarsi. Il 4 agosto a Dublino i Labour Youth hanno fatto una manifestazione di protesta contro la Turchia e ovviamente come segno di solidarietà verso i giovani arrestati. I cui capi di accusa non sono ancora chiari. È evidente che sono arresti con scopo intimidatorio. Ma ora dove sono? Hanno avvocati? La cortina di silenzio e questo voltare le spalle su educazione, arresti, giustizia ecc dell’Unione Europea è assolutamente grave.

Non si può usare come scusa periodo estivo e problemi economici e terroristici sul nostro continente per trascurare quello che sta avvenendo in Turchia. La verità è che l’UE continua a dimostrarsi debole, disunita, senza alcuna visione unitaria e per il futuro, completamente impreparata sulla politica estera e via dicendo.

Tutta la mia solidarietà ai 13 ragazzi arrestati e vicinanza alle loro famiglie. È solo un post su un blog di una militante del PD ma è tutto quello che io, come comune cittadina e militante, posso dire e fare.

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La vicenda Bevilacqua Masa. Come muore la cultura a Venezia

Venezia è morta. Da tempo. Venezia è un nome e niente più. Venezia è una conchiglia vuota e se la appoggi all’orecchio non senti più il rumore del mare, della vita, ma solo uno sgradevole brusio.

È inutile qui raccontare il mio affetto per la città, chi mi conosce lo sa, chi mi legge e sono una sconosciuta sappia solo che è la mia seconda città. Doloroso vederla, decennio dopo decennio, peggiorare anche se le belle case sul Canal Grande non hanno più le muffe e sporcizie di inizio anni’80, e giustamente visto che sono quasi tutte hotel ora.

L’ arte in tutti i  suoi aspetti ha sempre fatto parte della città lagunare. Da quando però è un luna park per turisti, non serve più a nulla. La fondazione Bevilacqua Masa – fondazione che c’è da oltre secolo specifica per promuovere e far conoscere artisti emergenti – dal primo settembre di quest’anno non sarà più autonoma. Rientrerà tra le varie branche della cultura che il sindaco Brugnaro gestirà. Ma come le gestirà? I soldi sono finiti da tempo. Le quattro sede (anche se formalmente sono due: Palazzetto Tito e la galleria in piazza S. Marco ) sono già vuote. Come verranno riempite? Cosa succederà ora? Nessuno lo sa. Neanche il sindaco che ha affermato che ci sono problemi più urgenti a cui pensare. Ma il problema non nasce con il centro destra, è un problema cronico che c’è da decenni.

Venezia e il Veneto,  bisogna essere onesti tutta la nostra bella e travagliata penisola, ha una miniera d’oro per quanto riguarda arte e cultura. Eppure tutto sta morendo. Sto viaggiando molto per il nord est per lavoro e proprio nell’ambito artistico. Sembra di camminare accanto a un morto che è appena affogato ma si vuole credere che sia ancora vivo. Verona prova a resistere ma la chiusura mentale non permette al sistema di evolvere. Vicenza, specialmente dopo problemi della banca, è totalmente morta, dubito che si riprenderà nei prossimi dieci anni. Padova ha idea sul contemporaneo ma nessuno crede e investe e non so fino a quando chi lavora vorrà rimanere lì. Treviso e altre province fanno quello che possono. Venezia. Sarebbe tutto facile che facesse sistema, tirasse fuori un’idea, un progetto. Ma sta tutto morendo. Non bisogna farsi abbindolare dalle grandi gallerie che sono vicino a Chanel o Prada dietro piazza san marco. Non fatelo. Perché non sono gallerie ma vetrine per pochi milionari e di arte e di proposta per arte non hanno nulla. Solo un nome appeso a una vetrina. Gli affari poi, quello veri, si fanno all’estero.

Nei miei giri ho chiesto ad artisti o vecchi curatori, ormai ritirati, se qualcuno viene da loro a vedere cosa fanno, a confrontarsi. Nulla. A volte appaiono un paio di galleristi, di cui non farò nome, che senza capire assolutamente nulla comprano a cifre che decidono loro e poi rivendono a cifre folli. Ma senza promuovere nome artista e senza dividere profitto.

E così la fondazione Bevilacqua Masa muore. Non ci saranno più mostre e convegni e conferenze. A luglio la città era tappezzata di manifesti dove si invitava i veneziana a ribellarsi e salvarla. Ma i veneziani non esistono più. E chi è rimasto è stanco e deve lottare contro le masse zarre e volgari dei turisti. Il giorno in cui il consiglio comunale ha deciso la sorte della Fondazione si sono presentati in duecento: chi lavora nel mondo arte e studenti fuori sede. I carabinieri hanno preso generalità di uno degli artisti perché si era lamentato per fine misera del suo mondo.

La cultura muore in un silenzio ovattato. Poi non lamentiamoci se non si trova lavoro. Nel nostro Paese ci sarebbero migliaia di posti di lavoro per chi lavora nell’arte e nella cultura ma non diciamo troppo in giro.

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Cuore, unità, forza: il discorso di Michelle Obama

La convention dei Democratici non era iniziata nel migliori dei modi ieri sera. Il blu, il colore dei democratici, invece di essere una marea che avrebbe portato come una lunghissima e alta onda al successo a novembre, sembrava un oceano profondo dove stavano affogando i democratici a causa della stupidità, arroganza e violenza dei supporters di Sanders.

Poi è arrivata Michelle Obama. Se non avete ascoltato i quattordici minuti del suo discorso fatelo! È un discorso stupendo e Michelle è riuscita con la sua dolce voce forte a riunire (forse solo per il momento) tutta la platea dei democratici. Non c’è stato un solo punto debole o stancante, perfetto.  Partendo dal raccontare quello che lei conosce bene e di cui può raccontarci una storia, in questo caso parlando delle figlie e delle preoccupazioni che avevano lei e Barack, ha iniziato il suo magistrale e commovente discorso. Ha criticato e messo in un angolo, senza MAI citarli e quindi rendendo il tutto più forte, Trump e chi in questi anni ha provato a sminuire o attaccare Barack su cittadinanza o religione. “When they go low, we go high” ha detto che è il motto suo e di Barack, come non essere d’accordo con lei. Poi ha iniziato a parlare di Hillary Clinton presentandola come una donna, madre, politico, di cui fidarsi, che riesce a resistere alla pressione, che sa prendere decisioni importanti senza superficialità. Ha ricordato che quando la Clinton perse contro Obama, non fu arrabbiata o disillusa ma iniziò subito a lavorare per Obama e tenere unito il partito (chiaro riferimento a quei zarri urlanti pro Sanders). Poi forse la parte più commovente. Ricorda che “I wake up every morning in the White House who was built by slaves” si ferma un attimo e racconta che ora vedere le sue due figlie, giovani bellissime e nere, giocare nel patio della Casa Bianca con il loro cane, la commuove perché ricorda da dove i neri sono partiti e dove sono ora. Afferma con forza che nessuno può dire che bisogna far ridiventare gli USA di nuovo una grande nazione perché, dice, l’America è già la più grande nazione sulla terra, ora. Conclude con il suo pieno appoggio alla Clinton, ricordando che bisogna fare come otto e quattro anni fa, lavorare molto e tutti uniti. “Let’s back to work”.

Al minuto 2:24 circa, subito a inizio discorso, inquadrano Bill Clinton che era lì ad ascoltare e dal labiale si capisce che ha detto “She has a voice” ovviamente un grande complimento e Bill sarà entusiasta per tutto il discorso. La Michelle ha salvato la serata e forse riportato unità. Il discorso della Warren deludente perché molto scolastico. Quello di Sanders buono e serviva un po’ a lui perché ne è uscito come vincitore morale e ai suoi sostenitori sconsclusionati a stare calmi.

Bisogna ricordare che Michelle non è un politico. Eppure ha la forza per esserlo, la dimostrato, per ennesima volta, con il discorso sopra citato. Ha vicino a sè un buon team. Tra cui Sarah Hurwitz, la sua personale speechwriter. La Hurwitz è una delle poche figure dello staff Obama del 2008 a lavorare ancora con la coppia presidenziale. Negli ultimi sette anni ha scritto tutti i discorsi della Michelle. Conosce davvero in maniera intima la vita dei coniugi Obama e sa moltissimi dettagli privati che la possono aiutare a scrivere i discorsi. Spiega che quando ne scrive uno, pensa alla voce di Michelle dentro alla sua testa e cerca di capire come lo vorrebbe la First Lady per essere sentita dentro cuore della gente. L’essere capita ed essere vicino al cuore della gente è molto importante per Michelle, la quale sa perfettamente chi è e cosa vuole.

Per me è stato un discorso davvero potente. Vedremo stanotte Bill Clinton e domani Barack Obama eJoe Biden se riusciranno a tenere unito il pubblico in platea e alla televisione.

Nel frattempo sarebbe bello pensare a un Michelle Obama 2024, perché no?

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La non vittoria del Partito Democratico.

Parto con una premessa che non è paracula ma veritiera: sono sinceramente contenta della vittoria di Beppe Sala nella mia città. È stata una vittoria al cardiopalma e posso dire che fino all’ultimo non ero così sicura della vittoria. Poi ieri verso mezzanotte è stato bello andare a Palazzo Marino e poter festeggiare. Il tutto era un po’ surreale comunque perché uscita dalla sede del Comune il resto della città era silenziosissima, di un silenzio di attesa ma anche di stanchezza e un po’ di menefreghismo.

Chi esce sconfitto da questa tornata elettorale è il mio partito, il Partito Democratico. Lo scrivo non da gufa ma da fedele militante. Siamo a un cambio di marea. E non vorrei vedere affogare il centrosinistra nel 2018. Il centrodestra, nonostante in via di estinzione, ha comunque ancora risorse e può dare un’ ultima zampata. Il Movimento cinque stelle non prende voti solo a destra e finché non si riesce a capire questo non riusciremo mai a sconfiggerlo per davvero.

Renzi ha fatto moltissimi errori. Quello che dovrebbe fare ora è ricompattare il Partito e pensare alle elezioni del 2018, cambiando per davvero quell’aborto orribile di legge elettorale che è l’Italicum. Sistema elettorale che ci porterà, a mio parere, al disastro. L’aver voluto partire con la campagna referendaria a maggio è stato deleterio e senza senso. Un distacco totale dal così chiamato Paese Reale. Renzi doveva scendere in campo, anche se sentiva odore di sconfitta. Invece di voler usare il lanciafiamme contro parte del partito, doveva tirare fuori il Renzi del 2014. Ma il nostro segretario è stanco e sempre più arroccato, stupidamente, sulle sue posizioni ed è circondato da gente non all’altezza della situazione. Sia ben chiaro al solo pensiero che un Roberto Speranza diventi segretario del PD non mi sento molto bene, più che altro perché non ne ha assolutamente le doti. Però così non si può avanti. Scelte sbagliate e no sense alle primarie, impostazione di tutte le campagne elettorali sbagliate. Io trovo il day after un disastro su cui una riflessione è necessaria. Riflessione che non vuole dire “resa dei conti” bensì, come ho già scritto, rivedere e ricompattare il partito.

Mentre per Roma era per me ovvio la sconfitta di Giachetti (il quale ha fatto un ottimo lavoro con quello che poteva e mi spiace umanamente per lui), le sconfitte a Torino e Trieste sono preoccupanti. Sia Fassino che Cosolini avevano governato bene la città. A Trieste poi torna Dipiazza che fu un sindaco deleterio e negativo per la città del Venezia Giulia. Torino. Credo che l’aver governato per tanti decenni, anche con grandi sindaci, abbia reso miope il centro sinistra torinese su certe valutazioni del proprio elettorato e della cittadinanza in generale; la chiusura mentale poi ha reso ancora più miope la dirigenza. Saranno cinque anni di opposizione ma che possono essere un’occasione per far nascere un nuovo e più forte centro sinistra.

Si è perso a Novara, Pordenone, Brindisi, Savona. Si è vinto a Ravenna, Caserta, per fortuna Bologna e soprattutto a Varese (e questo dato potrebbe essere una spinta per le regionali in Lombardia). Ma queste vittorie e sconfitte elettorali ora devono essere spunti per questa riflessione per me assolutamente necessaria.

Milano. Sono state delle primarie orribili che hanno portato tutti sfiancati alla vera campagna elettorale. Le polemiche interne ci sono state fino al primo turno. Parisi e la sua squadra hanno fatto un lavoro magistrale e la loro fama di vittoria era più forte della nostra. Ci sono stati molti errori durante la campagna, scriverlo non vuol dire che è puntare un dito/criticare, ma è necessario che finalmente qui a Milano ci sia un confronto e un attimo di umiltà. La città non è divisa in due perché ha votato solo il 51,8% dei milanesi, diciamo che un quarto dei cittadini aventi diritti contrappone la sua visione ad un altro quarto. Sala in alcuni seggi dove aveva vinto al primo turno ha ieri perso. Perché? Come possiamo recuperare 1) i voti persi 2) quel 50% di gente che non va a votare (tenendo ovviamente conto che non tutti voterebbero noi del centro sinistra)? È evidente che in questo cambio di marea politica dobbiamo con molta umiltà e senza personalismi lavorare sul territorio in maniera più efficace e diversa. Se verranno proposte, magari cambiamenti, non dovranno essere prese come critiche isteriche (poi vedendo certi personaggi gli isterici ci saranno, eccome, ma basta ignorarli).

C’è molto da fare. C’è davvero molto lavoro. Aprire gli occhi sul Paese Reale, su quello che sta avvenendo seriamente. Lo scollamento con la cittadinanza deve diminuire. Bisogna essere costantemente presente sul territorio. Aumentare i tesserati e coloro che partecipano al partito perché siamo troppo pochi ovunque. Dobbiamo mettere da parte i personalismi perché non siamo un club privato dove la gente lavora solo con gli amici. Dobbiamo recuperare i giovani e non solo attraverso la giovanile (per me sempre e sempre di più un ghetto autoreferenziale) e non solo attraverso eventi in posti fighi con doppi fini per poi quando i gggiovani non servono più dimenticarsi di loro, dobbiamo far cadere tabù su alcuni temi, dobbiamo davvero connetterci al mondo della cultura, dobbiamo tornare ad alcuni principi del socialismo, specie su temi economici.

Dobbiamo fare molto e non chiuderci dentro una stanza dicendo “ho ragione io, Zitti gli altri”. Noi del centro sinistra siamo ancora i migliori e quelli pronti a traghettare il Paese nel futuro, non possiamo autodistruggerci per egoismi e stupidità. “Giugno viene prima di ottobre” sembrava una banalità era l’unica affermazione lucida fra molte.

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Arte post capitalista

Internet è ormai una macchina che ci lusinga con la sua velocità, da alcuni vista come un flusso instancabile nel presentare i valori occidentali capitalisti, mostrando gli effetti fallimentari che il neoliberismo ha avuto su di noi, dall’ineguaglianza sociale al terrorismo. Attraverso il web si può visionare la nostra coscienza collettiva. Questi pensieri che sembrano uscire da menti che si occupano prevalentemente di politica, in realtà interessano sempre più gli artisti. C’è una certa “politicizzazione” nel mondo dell’arte che sta emergendo a poco a poco.

L’arte, al suo meglio, è una reazione necessaria ai sistemi, ideali e estetici imposti su di noi dalle forze dominanti, non ultimo al momento internet. All’alba dell’era post-capitalistica c’è più una reazione tra il fisico e lo spazio digitale che un’idea di sinergia. Gli artisti, lavorando con un’agenda post-capitalistica, ora sembrano voler criticare le strutture culturali e politiche che internet ha duplicato e magnificato. L’idealismo politico dell’arte post-capitalista ha radici nella tradizionale nozione del valore utile del web, radici che affondano per alcuni nell’utopia dotcom degli anni ’90. Tutte le apparenti libertà che il capitalismo offriva nell’Occidente degli anni ’80 (la decade nella quale la maggior parte degli artisti post capitalismo sono nati) si sono rivelate diverse da quelle che alcuni credevano: sanità privata, lavoro retribuito in nero, la competitività del libero mercato, individualismo. Il capitalismo ha forzatamente spinto fuori molte persone, fra i primi a trovarsi “reietti” sono stati gli artisti. Ne è conseguito che sono stati fra i primi a proporre un modello alternativo per “crush the past” (Mark Tribe, artista e fondatore di Rhizome) e a immaginare una società post-capitalista con un sistema ideologico, ecologico ed economico che potesse prendere il posto degli esistenti sistemi e l’uso della tecnologia, come Paul Mason ha scritto nel suo libro Postcapitalism “a new route out”.

L’arte nell’era post-net ri-immagina le nostre relazioni rispetto agli oggetti, la tensione oggetto/non oggetto è vista come una parte centrale del nostro meltdown ideologico. Gli aspetti di questa ambivalenza tecnologica si possono identificare nei lavori di Ed Atkins e Ryan Trecartin, ma non solo perché gli ideali della tecnologia post-capitalista si sta manifestando, visualmente e concettualmente, in diversi modi. Artisti che davvero stanno teorizzando e stanno provando a trovare una strada diversa e allo stesso tempo parlarci della nostra epoca sono, per esempio, Horfe (artista con base a Parigi), il quale dice di sentire la presenza distruttiva dell’artista nel contesto del capitalismo. In un’intervista ha spiegato che l’artista dei nostri giorni è estremamente conscio del suo ruolo e del suo lavoro, perché nel tentativo di essere considerato e riconosciuto si sente in eterna lotta/comparazione con gli altri colleghi a causa dei valori del mercato dell’arte. Nella ricerca di spiegare l’artista a produrre un’arte che dia profitto e che sia anche un investimento Horfe si chiede infine se siano gli artisti stessi responsabili per la sclerotizzazione intellettuale e stilistica di oggi.

Un’altra artista, bisogna dire la verità molto quotata, è Doris A. Day, la quale prende personaggi della nostra infanzia (infanzia vissuta negli anni ’80) e li rende personaggi negativi e maliziosi cercando di mettere di fronte al visitatore inquietudine e perplessità. Day e Horfe hanno le loro radici artisitche nell’era della televisione quando la mass pop culture ebbe inizio. Molto provocatrice usando l’iconografia rassicurante della pubblicità è Amalia Ullman (la quale ha anche realizzato un video porno come se fosse una pubblicità di Zara e Aesop per provocare nello spettatore il dubbio dei messaggi che il capitalismo ci trasmette. Mi chiedo fino a che punto però sia arte e non solo critica). Invece per quanto riguarda Christopher Kulendran Thomas, artista inglese ma di origine dal Sri Lanka, l’arte non comunica da sola. Infatti egli scrive anche saggi politico-artistici, crede che la politica e la critica al capitalismo debba essere molto presente nell’arte. È teorico e artista allo stesso tempo, addirittura vede Marx dentro certe dinamiche dell’arte e lo usa per criticare il sistema capitalista dell’arte.

Osservando le loro opere e leggendo le loro interviste o saggi si percepisce una lotta vecchio stampo al capitalismo e a certi valori della nostra società. Allo stesso tempo c’è un affezionato attaccamento agli oggetti – alla loro bellezza, plasticità – e l’oggetto non è più considerato come incarnazione del capitalismo ma questa incarnazione è nel web. Non sono d’accordo, il tutto è molto più complesso e il web non è il male. Però trovo molto affascinante come questi artisti provino a rompere certi schemi e a dare una scossa alla società, anche se devo sottolineare come la loro arte, dal punto di vista tecnico, non abbia nulla di rivoluzionario e alcuni siano perfettamente integrati in quel sistema che criticano (alcuni quotazioni sono altissime). Credo che comunque tutto questo sia l’inizio di un movimento artistico e intellettuale molto più vasto e che questi siano solo i primi germogli (nota negativa: di tutto questo solo in Italia non se ne parla, neanche lontanamente)

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Brexit: leave or remain

“Il Regno Unito deve restare nell’UE o deve lasciare l’UE?”

Leave or remain. A questo quesito i cittadini del Regno Unito il 23 giugno dovranno rispondere. Le urne rimarranno aperte dalle 7 alle 22 e dopo poco tempo sapremo il destino economico e non dell’UK e del resto dell’Unione Europea.

C’è una calma isterica in Europa. L’ansia c’è ma viene tenuta sotto controllo. Ieri il settimanale Der Spiegel è uscito con un’intervista al ministro dell’economia tedesca, Wolfang Schauble, sulla Brexit. Il Falco è apparso molto tranquillo e ha sottolineato come l’uscita inglese sarebbe un errore e una decisione contro il single market (il quale garantisce il libero spostamento di persone, le quali possono avere benefici e servizi in tutto il blocco). Ha detto che sono tutti pronti per un’eventuale uscita comunque. Non è però un caso che sempre il settimanale tedesco sia uscito per la prima volta solo sul territorio inglese con 800.000 copie e al costo di 2 sterline invece delle usuali 5,20.

Il referendum fu promesso da Cameron durante la campagna elettorale per far fronte all’Ukip. Ma ora è diventato uno dei più grandi sostenitori del rimanere nell’UE. Il partito del premier inglese, i Tories, si è detto all’inizio neutrale ma in realtà è spaccato fra i sostenitori di Cameron e quelli di Boris Johnson che è assolutamente per il leave. Le parti politiche che vogliono stare dentro l’Ue sono i Labour, il partito nazionale del Galles, i liberal e il partito scozzese, quest’ultimo fa sapere che se passerà il Leave loro chiederanno un secondo referendum per indipendenza Scozia ed è molto probabile che questa volta vinceranno. Chi vuole lasciare l’UE sono come detto parte dei Tories e l’UKIP.

I sondaggi di inizio giugno sono preoccupanti perché il Leave sta raggiungendo sempre più la percentuale del Remain. Il che sta mandando abbastanza nel panico Cameron. Nell’ultimo dibattito però ha trovato un alfiere molto preparato e che è riuscito a tenere a bada Johnson e cioè l’energy deputy Amber Rudd. È stata molto preparata e assai capace, tant’è che sembra che sia nata una nuova stella nel partito Tory.

Un altro aspetto un po’ preoccupante sarà la situazione del nord Irlanda. Se dovesse passare il Brexit, l’Ulster diventerebbe una roccaforte . Tornerebbero i controlli al confine, i quali erano scomparsi nel 1998. Anzi, si tornerebbe a una situazione paragonabile agli anni ’20, il che sarebbe ovviamente tragico. Alcuni cittadini ed esperti irlandesi del Nord hanno addirittura dichiarato che si formerebbero tante Calais ai confini. Bisogna sottolineare che solo il 35% dei cittadini del nord Irlanda vuole andarsene. Anche fra i protestanti c’è una fortissima divisione, ben il 70% degli unionisti NON vuole andarsene ed è un dato che fa molto riflettere. Solo il DUP vuole il leave. L’economia in Ulster è molto giù e la popolazione ora è spaventata, molti ricordano che dal 1995 ad oggi quella parte di Irlanda ha preso 1,3 miliardi di euro, risorse che dal 23 giugno potrebbero scomparire. Inoltre ci sarebbe un enorme incremento della violenza ed è giusto ricordare che gli accordi del Good Friday del 1998 non hanno nessuno clausola che li salvi dopo il referendum. Stavolta non ci sarò l’IRA come capro espiatorio e i protestanti sono bravi a parole ma non hanno nessuno intenzione di riprendere in mano le armi. Sarebbe un incubo. Ma credo che a tutto questo Johnson e Ukip non abbiano pensato.

Lo slogan “taking back control” è uno degli slogan più vuoti e senza senso della politica inglese. Eppure il dibattito non ha mai scosso così tanto tutta la popolazione inglese. Economicamente, culturalmente, socialmente l’uscita dall’UE sarebbe un disastro. Cameron si è fregato con le sue stesse mani ma non è detta l’ultima parola. Alcuni vedono tutto questo anche come una prova per Corbyn e la sua svolta nei Labour. Non sono assolutamente d’accordo. Con questo referendum c’è molto di più in gioco che una semplice leadership e infatti Corbyn sta facendo una buona campagna e credo che si stia rafforzando, inoltre può colpire il governo sui punti deboli con fermezza e sfrontatezza perché lo fa anche per far capire agli inglesi che bisogna rimanere nell’UE.

Il 23 giugno sarà una data importantissima. Se vincerà il Remain, come mi auguro, si tirerà un sospiro di sollievo e però bisognerà analizzare e capire se c’è bisogno di una vera svolta nell’Unione Europea per tutti, se invece vincerà il Leave onestamente non so cosa aspettarmi ma credo che l’UK ritornerà una nazione provinciale e l’Europa sarà ancora più debole.

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Libri erotici per signore

Puntualmente, quando sta per iniziare la stagione estiva, alcune case editrici pubblicano quei romanzi un po’ erotici che strizzano l’occhio a ragazze e signore. I vecchi Harmony per capirci ma riveduti e corretti per copertina e stile. Questi libri erotici per il sesso femminile ora sono per ogni età: adolescenti, donne giovani ma adulte, milf, terza età. Evidentemente se ce ne sono così tanti è perché vendono. Un caso direi famoso fu la trilogia delle 50 sfumature. Credo che non solo le scene di sesso erano di un noioso e deprimente assoluto ma era scritto in maniera oscena, sembrava quasi per chi non prendesse mai in mano un libro, per semi analfabeti. Perché per questo tipo di letture bisogna sottolineare che lo stile è inutile; sono scritti male perché si sotto intende che intanto chi legge è un idiota. E non è una questione di svago! Infatti ci sono decine e decine di libri “leggeri” scritti in maniera arguta, intelligente.

Questi libri erotici per signore sottolineano però come in qualche modo sia vista la sessualità femminile. Un campo che, mi perdonerete, non è molto conosciuto. Le donne sono per la maggior frigide, secondo una certa visione. Per eccitarsi devono leggere queste tristi paginette (che ripeto: davvero per ritardati mentali). Forse si sfogheranno poi sul partner. Sì, perché donne che godono con il proprio compagno sono poche. Le donne che godono sono le prostitute (vere o considerate tali), le ninfomani, le poche serie.

Guardate che questi pregiudizi e “visioni della figa” sono molto radicati anche in noi donne. E in moltissimi uomini, anche quelli che più su ritengono di mentalità aperta. Vorrei fare degli esempi di quello che è successo a me ma mi auto censuro, anche per non avere rotture di scatole. In ogni caso posso dire che ieri sono uscita a cena con uno. Nato fine anni ’70. Si esce per conoscersi, come tutti e come fanno in tutto il mondo. La serie di pregiudizi che aveva mi ha lasciata delusa e mi sono chiesta se sono io che 1) sono troppo intransigente 2) quanto amiche/conoscenti/mondo femminile pur di avere un compagno accettano compromessi (che credo un giorno accetterò anch’io, a questo punto). Intransigenza e compromessi che i maschi, specialmente quando passano i trent’anni, possono non avere.

So perfettamente che non siamo tutti come sopra descritto. Non credo nella cosiddetta battaglia dei sessi. Forse i giovani sono più tranquilli. Sono uscita anche con uno più giovane di me, situazione poi era molto rilassata perché non c’erano promesse ecc; lui è molto aperto e sereno con pochissimi pregiudizi. Ma sono io qui che ho un blocco: non mi sento a mio agio a frequentare a volte uno più giovane. Ed è un blocco che la società mi “impone” perché gli uomini possono serenamente uscire con donne più giovani o anche giovanissime e non avranno dubbi e non verranno biasimati, anzi.

I pregiudizi e blocchi della società si trasmettono in maniera indiretta attraverso vari modi, tra questi metodi uno sono certi romanzi. Quando scompariranno, quando nelle librerie non ci sarà la sezione apposta “letture femminili” (ma poi che cavolo vuol dire?) credo che avremo fatto passi avanti.

Noi donne siamo viste: frigide, problematiche a letto, troie, mogli, scopamiche, madri (quindi NO SESSO), ecc. Siamo sempre incasellate in qualcosa, che non ci rispecchia. Il sesso è un dono della natura. Ovviamente è ancora più bello farlo con chi ci piace o con chi amiamo. Se tabù, pregiudizi cadessero (sia tra maschi che tra femmine) si vivrebbe molto meglio e si avrebbe una società anche più sana.

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Anish Kapoor. Lo scultore rivoluzionario

Se passate da Milano vi consiglio di andare a visitare la Lisson Gallery in via zenale 3. La galleria, famosa per presentare prevalentemente artisti che propongono opere astratte o minimaliste, ha pensato di aprire all’interno di un classico e borghese palazzo milanese che si affaccia a sua volta su un lussureggiante giardino che nulla a che vedere con i pezzi che vengono esposti. La prima importante, rispetto ad altre, personali che la Lisson propone fino al 22 luglio è quella di Anish Kapoor.

Lo scultore indiano è nato nel 1954 a Mumbai ma si trasferì all’inizio degli anni ’70 a Londra.  Nel decennio successivo era già un artista affermato e la consacrazione avvenne nel 1990 quando rappresentò il Regno Unito alla Biennale di Venezia e nel 1991 quando vinse il prestigioso Turner prize. Da allora Kapoor non si è mai stancato sia di indagare le forme e le leggi della scultura sia non ha mai smesso di provocare. Ma a differenza di molti suoi coetanei e concittadini (vedi Damien Hirst) che provocano e basta ma non hanno alcun contenuto, Kapoor prova e riesce a portare avanti l’arte della scultura nel futuro.

Le sue sculture astratte non hanno un significato astratto. Spesso si interrogano sui temi della nostra società contemporanea, altre volte cercano di capire le leggi della fisica e della geometria. È assolutamente un artista completo e che riesce a stare nel mercato dell’arte senza vendersi troppo.

Alla Lisson troverete 14 nuove sculture di piccole dimensioni. Vederle riunite tutte insieme aiuta a provare a capire il metodo dell’artista. La loro peculiarità è l’avvitarsi e prendere forme con gradazioni non consuete. Non si troverà nulla a 90 o 45 gradi, per esempio. Eppure c’è una forte armonia e si riconoscono elementi come l’ovale, la luna crescente, triangoli equilateri e via così. Tutte le superfici sono lisce, fluide, riflettenti. E nonostante ci si possa riflettere in esse, l’immagine che vediamo è però destrutturata, sempre e comunque. L’oggetto che vi viene riflesso diventa dentro la scultura un non oggetto. Bisogna camminare intorno alla scultura, andandoci vicino e poi allontanarsi, bisogna quasi giocarci.

Anish Kapoor ha davvero rivoluzionato la scultura post moderna. Solitamente si parla di lui per le sue opere gigantesche, per questo mi ha fatto maggiormente piacere vedere che i curatori della Lisson Gallery hanno invece scelto sculture di piccole dimensioni. Perché oggi l’arte non può e non deve essere solo spettacolo ma anche riflessione ed invitare il visitatore ad incuriosirsi a nuovi temi.

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