Stargate. Fotografie: across the universe or more than one

Il cerchio è movimento immutabile senza inizio né fine, senza rottura né cesura, senza variazione, è unione e compiutezza. La figura rappresentata nel cerchio può però non essere per forza un’immagine definita o definitiva per sua interpretazione. Se poi quello che vediamo è un’opera artistica, le letture di quello che è di fronte a noi possono essere anche infinite.

Così possono essere infinite le interpretazioni che il visitatore può dare alle bellissime e suggestive fotografie di Tommaso Carmassi in mostra a Torino alla Fondazione Giorgio Amendola. La mostra si intitola “Stargate” e si trovano una serie di fotografie dove vengono rappresentati appunto degli stargate (vi dice niente il film del 1994 di Roland Emmerich? Vi consiglio di vederlo e rivederlo nel caso) cioè dei passaggi che troviamo nella nostra realtà che ci possono trasportare in un altro universo. I cerchi che rappresentano gli stargate emergono da uno sfondo completamente nero. Il che non porta però la fotografia ad essere cupa, anzi. C’è vita, luce, possibilità in ogni foto. Non c’è oppressione. Il nero serve sia a non far capire cosa è nella realtà quello stargate  sia ad aiutarci a concentrarci e a immaginare. I muri bianchi della Fondazione creano un meraviglioso contrasto che accentua particolarmente l’estetica delle opere.

Tommaso Carmassi non le ha prodotte in un periodo di tempo breve, anzi ci sta ancora lavorando. Interessante scoprire dove ha trovato gli stargate: in Parlamento, cucine, un lampione sporco dalla pioggia di fronte a Palazzo Chigi, il Pantheon a Berlino, il circolo degli artisti a Roma, il raggio verde che crea il sole e via dicendo. Non vi dirò a quali fotografie, che hanno tutte un titolo molto azzeccato, questi luoghi reali che vi ho elencato sono collegate. Uno degli aspetti positivi della mostra è proprio il poter viaggiare e fantasticare senza spendere un euro ( oltretutto l’entrata è gratis).  Non c’è ritocco digitale, il che esalta la bravura del fotografo che propone un prodotto sincero, senza finzioni, schietto, come il suo carattere.

Queste fotografie mi ricordano molto i disegni utopici di Boullee (architetto e teorico neoclassico francese, in particolare il Cenotafio di Newton), Ledoux (architetto e urbanista francese neoclassico) e Buckminster Fuller (architetto, filosofo e tantissimo altro, americano, Novecento). Parlando poi con Tommaso, ho scoperto che  ha studiato architettura, per cui qualche richiamo agli studi si vedono e sono richiami perfetti.

Proprio a settembre c’è stata la premiazione delle migliori foto “Astronomy Photographer” tenutesi il 16 settembre al  Royal Greenwich Observatory”. Specialmente la seconda arrivata come migliore, quella di Catalin Baltea dove vediamo un’eclisse solare totale, ricorda gli stargate di Carmassi e credo che il fotografo di Lucca non sfigurerebbe nella competizione, anzi. E forse i dieci Stargate che sono esposti mi ricordano il gioco di luci che si vedono nelle fotografie della competizione inglese perché la luce è una grandissima protagonista delle fotografie di Tommaso, luce che aiuta nel rendere più suggestivo il viaggio.

La Fondazione Amendola non è nuova a proporre artisti che comunicano e che propongono opere di qualità. Non si può fare politica senza la cultura . Le Fondazioni, come questa, sono un patrimonio importante per il nostro Paese e andrebbero maggiormente aiutate e valorizzate. Inoltre entrando si trovano sempre opere permanenti e nella seconda sala troviamo la riproduzione in dimensioni reali dell’opera di Carlo Levi “Lucania 1961″. Quindi è davvero normale vedere come vengano spesso proposte mostre temporanee con artisti particolari e significativi.

Tommaso Carmassi dimostra che per essere un buon fotografare e poter comunicare qualcosa, non basta solo la tecnica, bisogna sapere osservare. Belli sono anche i suoi ritratti e spero sia che continui la serie di mostre sugli Stargate ma anche qualcosa sulla realtà di tutti i giorni.

La mostra sarà aperta fino al 7 ottobre 2016, Fondazione Amendola in via Tollegno 52 a Torino. Dal lunedì al venerdì 9.30 – 12.30; 15.30 – 19.30, sabato su appuntamento.

 

stargate

 

 

stargate 1

 

cenotafio 2

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Ghetto di Stato

Il giornalista Fabrizio Gatti non è nuovo, per le sue inchieste, a indossare una maschera e un costume per mimetizzare e potere vedere la realtà dell’oggetto sul quale sta portando avanti la sua ricerca. Fece finta di essere un immigrato che partiva dalle coste africane o un barbone che aspetta alle porte delle chiese di Roma. Nella inchiesta uscita l’undici settembre sull’Espresso, Gatti si è inventato immigrato nel centro d’accoglienza dei richiedenti asili a Cara in provincia di Foggia. Definisce Cara, come gli altri centri d’accoglienza sparsi per il Paese, “ghetti di Stato”.

Ad agosto, come ho scritto nel post precedente, si è diffusa la notizia di un altro ghetto di Stato, quello di Nauru, isola dello stato australiano. La notizia ha interessato il mondo anglo sassone, America e Inghilterra, ma non molto resto del mondo ed è passata praticamente inosservata in Italia. Quando invece avrebbe dovuto interessarci e molto.

Leggendo l’inchiesta ho trovato enormi affinità con la situazione del campo profughi sulle isole greche degli scorsi mesi. Mi sono informata attraverso il Guardian. Il giornalista che si trovava in Grecia registra il formarsi di bande mafiosi di siriani o afgani, prostituzione, lavoro minorile, assenza di igiene, nessuna sorveglianza. A Cara, seppur con le dovute differenze, è lo stesso.

Esiste una mafia interna, la più forte è quella dei nigeriani, i quali prendono le ragazzine connazionali e le fanno prostituire tutte le notti, anche con poliziotti italiani. La maggior dei residenti, gli uomini in forze, lavorano dalle tre del mattino alle dieci di sera nei campi pugliesi, non si sa se e quanto vengano pagati, di sicuro i braccianti non passano assolutamente nulla, neanche l’acqua. Le violenze sono quotidiane. I soprusi pure. Mancanza di igiene, anche nelle docce, è totale. Decine e decine di cani girano per il campo. Sporcizia ovunque. Una moschea abusiva tiene svegli tutta la notte per colpa delle preghiere, è gestita da afgani, i quali non dicono perché sono lì e da dove vengano.

Fabrizio Gatti afferma che lo Stato, la polizia, lì non ci sono. Non se ne curano. Gli appalti che vengono fatti per la gestione del centro, che cadono puntualmente in mano o alle Coop o alle associazioni cattoliche, servono solo a dare soldi. Soldi che è evidente non vengono utilizzati per dare dignità agli immigrati. Il giornalista nell’articolo sottolinea come in Germania nel primo anno gli immigrati sono obbligati a fare un corso per imparare il tedesco, riescono così non solo a integrarsi ma conoscono anche com’è la vita in Germania. Qui da noi, dichiara Gatti, sanno a malapena l’italiano, non sanno nulla di cosa significa vivere in Italia. Rimangono, dopo lo sbarco, analfabeti o ignoranti, maltratti, sfruttati. Questo è un dato importante che sottolinea la nostra miopia sul futuro loro e del nostro Paese. Si parla di integrazione, che dovrebbero integrarsi, ma come possono farlo se lo Stato fallisce miseramente nel dare strumenti e aiuto?

Mi chiedo se siano davvero utili le varie missioni umanitarie, fatte da tante associazioni, soprattutto cattoliche, in medioriente o in Africa. Spesso si mandano uomini e donne che non fanno assolutamente nulla di concreto o utile, e conoscendo il mondo cattolico si mandano e si fanno lavorano nelle associazioni raccomandati. Il vero bisogno primario è qui, in Italia e ci vorrebbe personale almeno un minimo qualificato. E immagino in Francia lo sia a Calais, in Spagna nei vari centri e così via. Anche oggi il Guardian pubblica un articolo di approfondimento sugli immigrati sbarcati sulle coste italiane. Storie atroci. Essere umani che hanno vissuto l’inferno e poi qui abbandonati a loro stessi. L’articolo del Guardian potrebbe essere completato da quello di Gatti.

L’inchiesta di Fabrizio Gatti è solo la punta dell’iceberg di un inferno che non potrà che peggiorare. Incredibile come di fronte a queste inchieste, esattamente come per Nauru, ci sia l’indignazione di un giorno e poi il silenzio più pericoloso.

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Nauru. 20.000 files sull’orrore del centro detenzione immigrati australiano

Nauru è una piccola isola a nord est delle isole della Papua Nuova Guinea e fa parte della giurisdizione australiana. Su quell’isola si trova il centro di detenzione per immigrati. Vi vengono mandati tutti coloro che arrivano illegalmente in territorio australiano.  La durata di detenzione varia ma i tempi sono estremamente lunghi.

Da circa un paio d’anni, se non di più, arrivano storie agghiaccianti sulla situazione igienico sanitaria dell’isola e sulle condizioni degli ospiti ma è sempre stato messo tutto a tacere. Nell’aprile 2015 il ministro dell’immigrazione, Paul Detton, a causa delle accuse sempre più insistenti, fece una conferenza stampa dove affermava che le condizioni del centro erano eccellenti e non c’era motivo di intervenire.

Il centro di detenzione costa ai cittadini australiani 1,2 miliardi di dollari australiani all’anno.

A inizio agosto di quest’anno il Guardian esce con una serie di articoli allarmanti, parla dei “Nauru files”. Ventimila files dove vengono raccontate atrocità oltre l’inimmaginabile. Violenze e abusi feroci specie su donne e bambini, di qualsiasi età. Anzi. Sono i bambini tra i 3 e i 13 anni, a subire le peggiori violenze. Solo i racconti sui bambini transitati tra il 2014 e il 2015 sono 8000 pagine. Gli abusi sessuali, le sevizie, le torture (psicologiche e fisiche) sono descritti nei minimi particolari. Leggerli, il Guardian ne ha riportati alcuni e meno pesanti, fa venire la nausea. Sia uomini e donne che si occupano del campo ricattano sessualmente, violentano, picchiano i bambini, le ragazze  e le donne. Gli aguzzini sono personale pagato dai contribuenti australiani e non si fanno scrupoli,

Alcuni bambini arrivati in Australia hanno raccontato alcuni episodi. Altri per il semplice bisogno di dover andare in bagno credevano che bisogna accoppiarsi con il maestro o la maestra, solo per andare in bagno. Tutto questo e le conseguenti denunce da parte di molti insegnanti hanno portato l’attenzione su questi files.

Non solo. Le condizioni igienico sanitarie sono così pessime che ogni detenuto ha almeno una malattia. E non vengono curati. Ci sono i medici. Ma non lavorano, non visitano i detenuti, non li curano. Eppure vengono pagati. Ovviamente non denunciano. Sono moltissimi i casi di detenuti che impazziscono o che desiderano suicidarsi. I bambini costantemente abusati soffrono di gravi allucinazioni.

Gli stupri sulle donne sono la norma. Una donna che denunciò a un volontario l’assalto subito venne mandata via e le fu raccontato che in Australia lo stupro è una pratica comune e che non si viene puniti!

Il governo australiano ha sempre saputo tutto questo perché dall’ottobre 2013 riceve i files ( i quali sono compilati dagli stessi operatori che lavorano nel campo). Eppure i ministri e i portavoce hanno sempre negato.

Il Guardian ha alzato il velo e mostrato al mondo un pezzo di inferno in terra. Dopo la grande attenzione suscitata appena gli articoli vennero pubblicati, è calato di nuovo il silenzio. Ed è passato appena un mese. Se si vanno a leggere i quotidiani australiani se n’è parlato appena.

Il tema immigrazione ormai è un tema che riguarda quotidianamente il nostro presente. È un tema che va affrontato con lucidità e umanità. Gente che scappa da fame, dittature, guerre e viene accolto come una bestia. Medici, operatori culturali e sociali, guardie che abusano tutti dei detenuti. È forse possibile tollerare tutto questo? Eppure non ho sentito un solo richiamo al governo australiano, che anzi sembra lavarsi le mani e negare come un asino di fronte all’evidenza. È accettabile? Possiamo accettarlo?

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Cadenti dal cielo / Le quattro del mattino

Sono due poesie di Wislawa Szymborska. Fu una poetessa polacca ma è stata una delle più grandi. Vinse il premio Nobel ma sarebbe stata una Grande in ogni caso. Le sue poesie mi piacciono da moltissimi anni. Spero vi garbino.

Cadenti dal cielo

La magia se ne va, benché le grandi forze

restino al loro posto. Nelle notti d’agosto

non sa se la cosa che cade sia una stella,

né se a dover cadere sia proprio quella.

E non sai se convenga bene augurare

o trarre vaticini. Da un equivoco astrale?

Quasi non fosse ancor giunta la modernità?

Quale lampo ti dirà: sono una scintilla,

davvero una scintilla d’una coda di cometa,

solo una scintilla che dolcemente muore -

non io sto cadendo sui giornali del pianeta,

è quell’altra, accanto, ha un guasto al motore.

 

Le quattro del mattino

Ora della notte al giorno.

Ora da uno al fianco all’altro.

Ora per i trentenni.

Ora rassettata per il canto dei galli.

Ora in cui la terra ci rinnega.

Ora in cui il vento soffia dalle stelle spente.

Ora del chissà – se – resterà – qualcosa – di -noi.

Ora vuota.

Sorda, vana.

Nessuno sta bene alle quattro del mattino.

Se le formiche stanno bene alle quattro del mattino

- le nostre congratulazioni. E che arrivino le cinque,

se dobbiamo vivere ancora.

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La politica da tastiera in attesa di tempi migliori

Mai come in quest’ultimo periodo, in questi ultimi mesi, mi è sembrato che il fare politica sia diventato un farla dietro una tastiera. Forse più facile nella mente di alcuni. Si può raggiungere un elevato numero di contatti, se si deve avere una discussione si aprono altre pagine e si possono verificare tutti i dati e gli articoli necessari per controbattere.

In realtà credo che ci sia solo un aumento di pigrizia e di sfalsamento della realtà. Attenzione, non sto dicendo che computer e quindi social siano il male o siano inutili, non dico assolutamente questo. Ma non è ancora chiaro il modo in cui dobbiamo usarli per fare politica. Servono però a poco per farla bene sul territorio. Sempre di più chi fa politica dimentica di andare in giro. O meglio: crede di farlo ma in realtà a tutte le discussioni, negli stessi posti, si presentano sempre le stesse identiche facce. Che non portano poi in giro i discorsi fatti o non portano voti. Il pericoloso svuotamento dei circoli e la vita che si faceva in essi: i motivi sono tantissimi e bisognerebbe risalire agli inizi degli anni zero per capire quando tutto è iniziato a svuotarsi. Ma dire “ho fatto invito su facebook” oppure “ho scritto un tweet” o “ho una newsletter lettissima” non sostituiscono il circolo e non portano nuove persone.

Le discussioni si fanno sempre più accese e violente. E tutto è diventato o tutto bianco o tutto nero, o sei ghibellino o sei guelfo. Mediazioni sono impossibili. La calunnia, spessissimo poi sulla vita privata, una consuetudine per mettere a tacere o togliere di mezzo l’avversario politico, anche all’interno dello stesso partito.

Non si studia più, si è smesso di avere un confronto deciso, si è smesso di ascoltare e ascoltarsi. C’è questa attesa di tempi migliori. E questa attesa avviene dietro una tastiera che rende però pigri e inerti. Questo è pericoloso. I tempi migliori poi in politica, come in molti altri lati della società, non arriveranno se stiamo in ozio. Perché i tempi migliori bisogna prepararli. Lavorarci sopra. Parlare, stare in silenzio ad ascoltare, progettare, verificare, istruire, preparare nuovi quadri di partito e via dicendo. Tutto questo non si fa. E non perché è colpa di Renzi o dei renziani (che però non sono immuni da difetti) ma per una ormai totale assenza di idee, progetti e semplicemente voglia di fare.

Pochi lo fanno. Ma la situazione non è ancora così tragica. Certo non cambierà nulla se ce ne stiamo semplicemente seduti a commentare link di articoli o non notizie.

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Erdogan continua a cambiare drasticamente la Turchia

Dopo i fatti eclatanti del fallito colpo di Stato in Turchia – su cui ci sono state mille e una teorie e complotti che qui non riporterò – l’attenzione verso la terra ottomana è diminuita. In fondo da noi il clima vacanziero è al suo apice e dobbiamo parlare di purghe alla Rai e del referendum. Leggendo qualcosa sui siti o quotidiani stranieri mi stupisce non solo come gli arresti continuino ma anche come ogni aspetto della vita sociale sia toccato e cambiato.

Cambierà drasticamente il programma scolastico 2016-17, dalle elementari all’università. Non si sanno ancora bene i dettagli ma si spiega che i cambiamenti sono necessari per “riportare ordine nel Paese”. Di sicuro non sono stati rinnovati i contratti degli insegnanti stranieri, specialmente quelli americani. Non si studierà più l’inglese, o comunque ci sarà una fortissima limitazione, e vi saranno molti problemi per studia culture e lingue straniere in generale. Molti insegnanti sono stati arrestati nelle scorse settimane.

Mi ha poi stupito constatare come si sia appena accennato qui in Europa all’arresto di 13 giovani militanti del CHP. Le giovanili dei partiti di sinistra hanno provato a mobilitarsi. Il 4 agosto a Dublino i Labour Youth hanno fatto una manifestazione di protesta contro la Turchia e ovviamente come segno di solidarietà verso i giovani arrestati. I cui capi di accusa non sono ancora chiari. È evidente che sono arresti con scopo intimidatorio. Ma ora dove sono? Hanno avvocati? La cortina di silenzio e questo voltare le spalle su educazione, arresti, giustizia ecc dell’Unione Europea è assolutamente grave.

Non si può usare come scusa periodo estivo e problemi economici e terroristici sul nostro continente per trascurare quello che sta avvenendo in Turchia. La verità è che l’UE continua a dimostrarsi debole, disunita, senza alcuna visione unitaria e per il futuro, completamente impreparata sulla politica estera e via dicendo.

Tutta la mia solidarietà ai 13 ragazzi arrestati e vicinanza alle loro famiglie. È solo un post su un blog di una militante del PD ma è tutto quello che io, come comune cittadina e militante, posso dire e fare.

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La vicenda Bevilacqua Masa. Come muore la cultura a Venezia

Venezia è morta. Da tempo. Venezia è un nome e niente più. Venezia è una conchiglia vuota e se la appoggi all’orecchio non senti più il rumore del mare, della vita, ma solo uno sgradevole brusio.

È inutile qui raccontare il mio affetto per la città, chi mi conosce lo sa, chi mi legge e sono una sconosciuta sappia solo che è la mia seconda città. Doloroso vederla, decennio dopo decennio, peggiorare anche se le belle case sul Canal Grande non hanno più le muffe e sporcizie di inizio anni’80, e giustamente visto che sono quasi tutte hotel ora.

L’ arte in tutti i  suoi aspetti ha sempre fatto parte della città lagunare. Da quando però è un luna park per turisti, non serve più a nulla. La fondazione Bevilacqua Masa – fondazione che c’è da oltre secolo specifica per promuovere e far conoscere artisti emergenti – dal primo settembre di quest’anno non sarà più autonoma. Rientrerà tra le varie branche della cultura che il sindaco Brugnaro gestirà. Ma come le gestirà? I soldi sono finiti da tempo. Le quattro sede (anche se formalmente sono due: Palazzetto Tito e la galleria in piazza S. Marco ) sono già vuote. Come verranno riempite? Cosa succederà ora? Nessuno lo sa. Neanche il sindaco che ha affermato che ci sono problemi più urgenti a cui pensare. Ma il problema non nasce con il centro destra, è un problema cronico che c’è da decenni.

Venezia e il Veneto,  bisogna essere onesti tutta la nostra bella e travagliata penisola, ha una miniera d’oro per quanto riguarda arte e cultura. Eppure tutto sta morendo. Sto viaggiando molto per il nord est per lavoro e proprio nell’ambito artistico. Sembra di camminare accanto a un morto che è appena affogato ma si vuole credere che sia ancora vivo. Verona prova a resistere ma la chiusura mentale non permette al sistema di evolvere. Vicenza, specialmente dopo problemi della banca, è totalmente morta, dubito che si riprenderà nei prossimi dieci anni. Padova ha idea sul contemporaneo ma nessuno crede e investe e non so fino a quando chi lavora vorrà rimanere lì. Treviso e altre province fanno quello che possono. Venezia. Sarebbe tutto facile che facesse sistema, tirasse fuori un’idea, un progetto. Ma sta tutto morendo. Non bisogna farsi abbindolare dalle grandi gallerie che sono vicino a Chanel o Prada dietro piazza san marco. Non fatelo. Perché non sono gallerie ma vetrine per pochi milionari e di arte e di proposta per arte non hanno nulla. Solo un nome appeso a una vetrina. Gli affari poi, quello veri, si fanno all’estero.

Nei miei giri ho chiesto ad artisti o vecchi curatori, ormai ritirati, se qualcuno viene da loro a vedere cosa fanno, a confrontarsi. Nulla. A volte appaiono un paio di galleristi, di cui non farò nome, che senza capire assolutamente nulla comprano a cifre che decidono loro e poi rivendono a cifre folli. Ma senza promuovere nome artista e senza dividere profitto.

E così la fondazione Bevilacqua Masa muore. Non ci saranno più mostre e convegni e conferenze. A luglio la città era tappezzata di manifesti dove si invitava i veneziana a ribellarsi e salvarla. Ma i veneziani non esistono più. E chi è rimasto è stanco e deve lottare contro le masse zarre e volgari dei turisti. Il giorno in cui il consiglio comunale ha deciso la sorte della Fondazione si sono presentati in duecento: chi lavora nel mondo arte e studenti fuori sede. I carabinieri hanno preso generalità di uno degli artisti perché si era lamentato per fine misera del suo mondo.

La cultura muore in un silenzio ovattato. Poi non lamentiamoci se non si trova lavoro. Nel nostro Paese ci sarebbero migliaia di posti di lavoro per chi lavora nell’arte e nella cultura ma non diciamo troppo in giro.

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Cuore, unità, forza: il discorso di Michelle Obama

La convention dei Democratici non era iniziata nel migliori dei modi ieri sera. Il blu, il colore dei democratici, invece di essere una marea che avrebbe portato come una lunghissima e alta onda al successo a novembre, sembrava un oceano profondo dove stavano affogando i democratici a causa della stupidità, arroganza e violenza dei supporters di Sanders.

Poi è arrivata Michelle Obama. Se non avete ascoltato i quattordici minuti del suo discorso fatelo! È un discorso stupendo e Michelle è riuscita con la sua dolce voce forte a riunire (forse solo per il momento) tutta la platea dei democratici. Non c’è stato un solo punto debole o stancante, perfetto.  Partendo dal raccontare quello che lei conosce bene e di cui può raccontarci una storia, in questo caso parlando delle figlie e delle preoccupazioni che avevano lei e Barack, ha iniziato il suo magistrale e commovente discorso. Ha criticato e messo in un angolo, senza MAI citarli e quindi rendendo il tutto più forte, Trump e chi in questi anni ha provato a sminuire o attaccare Barack su cittadinanza o religione. “When they go low, we go high” ha detto che è il motto suo e di Barack, come non essere d’accordo con lei. Poi ha iniziato a parlare di Hillary Clinton presentandola come una donna, madre, politico, di cui fidarsi, che riesce a resistere alla pressione, che sa prendere decisioni importanti senza superficialità. Ha ricordato che quando la Clinton perse contro Obama, non fu arrabbiata o disillusa ma iniziò subito a lavorare per Obama e tenere unito il partito (chiaro riferimento a quei zarri urlanti pro Sanders). Poi forse la parte più commovente. Ricorda che “I wake up every morning in the White House who was built by slaves” si ferma un attimo e racconta che ora vedere le sue due figlie, giovani bellissime e nere, giocare nel patio della Casa Bianca con il loro cane, la commuove perché ricorda da dove i neri sono partiti e dove sono ora. Afferma con forza che nessuno può dire che bisogna far ridiventare gli USA di nuovo una grande nazione perché, dice, l’America è già la più grande nazione sulla terra, ora. Conclude con il suo pieno appoggio alla Clinton, ricordando che bisogna fare come otto e quattro anni fa, lavorare molto e tutti uniti. “Let’s back to work”.

Al minuto 2:24 circa, subito a inizio discorso, inquadrano Bill Clinton che era lì ad ascoltare e dal labiale si capisce che ha detto “She has a voice” ovviamente un grande complimento e Bill sarà entusiasta per tutto il discorso. La Michelle ha salvato la serata e forse riportato unità. Il discorso della Warren deludente perché molto scolastico. Quello di Sanders buono e serviva un po’ a lui perché ne è uscito come vincitore morale e ai suoi sostenitori sconsclusionati a stare calmi.

Bisogna ricordare che Michelle non è un politico. Eppure ha la forza per esserlo, la dimostrato, per ennesima volta, con il discorso sopra citato. Ha vicino a sè un buon team. Tra cui Sarah Hurwitz, la sua personale speechwriter. La Hurwitz è una delle poche figure dello staff Obama del 2008 a lavorare ancora con la coppia presidenziale. Negli ultimi sette anni ha scritto tutti i discorsi della Michelle. Conosce davvero in maniera intima la vita dei coniugi Obama e sa moltissimi dettagli privati che la possono aiutare a scrivere i discorsi. Spiega che quando ne scrive uno, pensa alla voce di Michelle dentro alla sua testa e cerca di capire come lo vorrebbe la First Lady per essere sentita dentro cuore della gente. L’essere capita ed essere vicino al cuore della gente è molto importante per Michelle, la quale sa perfettamente chi è e cosa vuole.

Per me è stato un discorso davvero potente. Vedremo stanotte Bill Clinton e domani Barack Obama eJoe Biden se riusciranno a tenere unito il pubblico in platea e alla televisione.

Nel frattempo sarebbe bello pensare a un Michelle Obama 2024, perché no?

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La non vittoria del Partito Democratico.

Parto con una premessa che non è paracula ma veritiera: sono sinceramente contenta della vittoria di Beppe Sala nella mia città. È stata una vittoria al cardiopalma e posso dire che fino all’ultimo non ero così sicura della vittoria. Poi ieri verso mezzanotte è stato bello andare a Palazzo Marino e poter festeggiare. Il tutto era un po’ surreale comunque perché uscita dalla sede del Comune il resto della città era silenziosissima, di un silenzio di attesa ma anche di stanchezza e un po’ di menefreghismo.

Chi esce sconfitto da questa tornata elettorale è il mio partito, il Partito Democratico. Lo scrivo non da gufa ma da fedele militante. Siamo a un cambio di marea. E non vorrei vedere affogare il centrosinistra nel 2018. Il centrodestra, nonostante in via di estinzione, ha comunque ancora risorse e può dare un’ ultima zampata. Il Movimento cinque stelle non prende voti solo a destra e finché non si riesce a capire questo non riusciremo mai a sconfiggerlo per davvero.

Renzi ha fatto moltissimi errori. Quello che dovrebbe fare ora è ricompattare il Partito e pensare alle elezioni del 2018, cambiando per davvero quell’aborto orribile di legge elettorale che è l’Italicum. Sistema elettorale che ci porterà, a mio parere, al disastro. L’aver voluto partire con la campagna referendaria a maggio è stato deleterio e senza senso. Un distacco totale dal così chiamato Paese Reale. Renzi doveva scendere in campo, anche se sentiva odore di sconfitta. Invece di voler usare il lanciafiamme contro parte del partito, doveva tirare fuori il Renzi del 2014. Ma il nostro segretario è stanco e sempre più arroccato, stupidamente, sulle sue posizioni ed è circondato da gente non all’altezza della situazione. Sia ben chiaro al solo pensiero che un Roberto Speranza diventi segretario del PD non mi sento molto bene, più che altro perché non ne ha assolutamente le doti. Però così non si può avanti. Scelte sbagliate e no sense alle primarie, impostazione di tutte le campagne elettorali sbagliate. Io trovo il day after un disastro su cui una riflessione è necessaria. Riflessione che non vuole dire “resa dei conti” bensì, come ho già scritto, rivedere e ricompattare il partito.

Mentre per Roma era per me ovvio la sconfitta di Giachetti (il quale ha fatto un ottimo lavoro con quello che poteva e mi spiace umanamente per lui), le sconfitte a Torino e Trieste sono preoccupanti. Sia Fassino che Cosolini avevano governato bene la città. A Trieste poi torna Dipiazza che fu un sindaco deleterio e negativo per la città del Venezia Giulia. Torino. Credo che l’aver governato per tanti decenni, anche con grandi sindaci, abbia reso miope il centro sinistra torinese su certe valutazioni del proprio elettorato e della cittadinanza in generale; la chiusura mentale poi ha reso ancora più miope la dirigenza. Saranno cinque anni di opposizione ma che possono essere un’occasione per far nascere un nuovo e più forte centro sinistra.

Si è perso a Novara, Pordenone, Brindisi, Savona. Si è vinto a Ravenna, Caserta, per fortuna Bologna e soprattutto a Varese (e questo dato potrebbe essere una spinta per le regionali in Lombardia). Ma queste vittorie e sconfitte elettorali ora devono essere spunti per questa riflessione per me assolutamente necessaria.

Milano. Sono state delle primarie orribili che hanno portato tutti sfiancati alla vera campagna elettorale. Le polemiche interne ci sono state fino al primo turno. Parisi e la sua squadra hanno fatto un lavoro magistrale e la loro fama di vittoria era più forte della nostra. Ci sono stati molti errori durante la campagna, scriverlo non vuol dire che è puntare un dito/criticare, ma è necessario che finalmente qui a Milano ci sia un confronto e un attimo di umiltà. La città non è divisa in due perché ha votato solo il 51,8% dei milanesi, diciamo che un quarto dei cittadini aventi diritti contrappone la sua visione ad un altro quarto. Sala in alcuni seggi dove aveva vinto al primo turno ha ieri perso. Perché? Come possiamo recuperare 1) i voti persi 2) quel 50% di gente che non va a votare (tenendo ovviamente conto che non tutti voterebbero noi del centro sinistra)? È evidente che in questo cambio di marea politica dobbiamo con molta umiltà e senza personalismi lavorare sul territorio in maniera più efficace e diversa. Se verranno proposte, magari cambiamenti, non dovranno essere prese come critiche isteriche (poi vedendo certi personaggi gli isterici ci saranno, eccome, ma basta ignorarli).

C’è molto da fare. C’è davvero molto lavoro. Aprire gli occhi sul Paese Reale, su quello che sta avvenendo seriamente. Lo scollamento con la cittadinanza deve diminuire. Bisogna essere costantemente presente sul territorio. Aumentare i tesserati e coloro che partecipano al partito perché siamo troppo pochi ovunque. Dobbiamo mettere da parte i personalismi perché non siamo un club privato dove la gente lavora solo con gli amici. Dobbiamo recuperare i giovani e non solo attraverso la giovanile (per me sempre e sempre di più un ghetto autoreferenziale) e non solo attraverso eventi in posti fighi con doppi fini per poi quando i gggiovani non servono più dimenticarsi di loro, dobbiamo far cadere tabù su alcuni temi, dobbiamo davvero connetterci al mondo della cultura, dobbiamo tornare ad alcuni principi del socialismo, specie su temi economici.

Dobbiamo fare molto e non chiuderci dentro una stanza dicendo “ho ragione io, Zitti gli altri”. Noi del centro sinistra siamo ancora i migliori e quelli pronti a traghettare il Paese nel futuro, non possiamo autodistruggerci per egoismi e stupidità. “Giugno viene prima di ottobre” sembrava una banalità era l’unica affermazione lucida fra molte.

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Arte post capitalista

Internet è ormai una macchina che ci lusinga con la sua velocità, da alcuni vista come un flusso instancabile nel presentare i valori occidentali capitalisti, mostrando gli effetti fallimentari che il neoliberismo ha avuto su di noi, dall’ineguaglianza sociale al terrorismo. Attraverso il web si può visionare la nostra coscienza collettiva. Questi pensieri che sembrano uscire da menti che si occupano prevalentemente di politica, in realtà interessano sempre più gli artisti. C’è una certa “politicizzazione” nel mondo dell’arte che sta emergendo a poco a poco.

L’arte, al suo meglio, è una reazione necessaria ai sistemi, ideali e estetici imposti su di noi dalle forze dominanti, non ultimo al momento internet. All’alba dell’era post-capitalistica c’è più una reazione tra il fisico e lo spazio digitale che un’idea di sinergia. Gli artisti, lavorando con un’agenda post-capitalistica, ora sembrano voler criticare le strutture culturali e politiche che internet ha duplicato e magnificato. L’idealismo politico dell’arte post-capitalista ha radici nella tradizionale nozione del valore utile del web, radici che affondano per alcuni nell’utopia dotcom degli anni ’90. Tutte le apparenti libertà che il capitalismo offriva nell’Occidente degli anni ’80 (la decade nella quale la maggior parte degli artisti post capitalismo sono nati) si sono rivelate diverse da quelle che alcuni credevano: sanità privata, lavoro retribuito in nero, la competitività del libero mercato, individualismo. Il capitalismo ha forzatamente spinto fuori molte persone, fra i primi a trovarsi “reietti” sono stati gli artisti. Ne è conseguito che sono stati fra i primi a proporre un modello alternativo per “crush the past” (Mark Tribe, artista e fondatore di Rhizome) e a immaginare una società post-capitalista con un sistema ideologico, ecologico ed economico che potesse prendere il posto degli esistenti sistemi e l’uso della tecnologia, come Paul Mason ha scritto nel suo libro Postcapitalism “a new route out”.

L’arte nell’era post-net ri-immagina le nostre relazioni rispetto agli oggetti, la tensione oggetto/non oggetto è vista come una parte centrale del nostro meltdown ideologico. Gli aspetti di questa ambivalenza tecnologica si possono identificare nei lavori di Ed Atkins e Ryan Trecartin, ma non solo perché gli ideali della tecnologia post-capitalista si sta manifestando, visualmente e concettualmente, in diversi modi. Artisti che davvero stanno teorizzando e stanno provando a trovare una strada diversa e allo stesso tempo parlarci della nostra epoca sono, per esempio, Horfe (artista con base a Parigi), il quale dice di sentire la presenza distruttiva dell’artista nel contesto del capitalismo. In un’intervista ha spiegato che l’artista dei nostri giorni è estremamente conscio del suo ruolo e del suo lavoro, perché nel tentativo di essere considerato e riconosciuto si sente in eterna lotta/comparazione con gli altri colleghi a causa dei valori del mercato dell’arte. Nella ricerca di spiegare l’artista a produrre un’arte che dia profitto e che sia anche un investimento Horfe si chiede infine se siano gli artisti stessi responsabili per la sclerotizzazione intellettuale e stilistica di oggi.

Un’altra artista, bisogna dire la verità molto quotata, è Doris A. Day, la quale prende personaggi della nostra infanzia (infanzia vissuta negli anni ’80) e li rende personaggi negativi e maliziosi cercando di mettere di fronte al visitatore inquietudine e perplessità. Day e Horfe hanno le loro radici artisitche nell’era della televisione quando la mass pop culture ebbe inizio. Molto provocatrice usando l’iconografia rassicurante della pubblicità è Amalia Ullman (la quale ha anche realizzato un video porno come se fosse una pubblicità di Zara e Aesop per provocare nello spettatore il dubbio dei messaggi che il capitalismo ci trasmette. Mi chiedo fino a che punto però sia arte e non solo critica). Invece per quanto riguarda Christopher Kulendran Thomas, artista inglese ma di origine dal Sri Lanka, l’arte non comunica da sola. Infatti egli scrive anche saggi politico-artistici, crede che la politica e la critica al capitalismo debba essere molto presente nell’arte. È teorico e artista allo stesso tempo, addirittura vede Marx dentro certe dinamiche dell’arte e lo usa per criticare il sistema capitalista dell’arte.

Osservando le loro opere e leggendo le loro interviste o saggi si percepisce una lotta vecchio stampo al capitalismo e a certi valori della nostra società. Allo stesso tempo c’è un affezionato attaccamento agli oggetti – alla loro bellezza, plasticità – e l’oggetto non è più considerato come incarnazione del capitalismo ma questa incarnazione è nel web. Non sono d’accordo, il tutto è molto più complesso e il web non è il male. Però trovo molto affascinante come questi artisti provino a rompere certi schemi e a dare una scossa alla società, anche se devo sottolineare come la loro arte, dal punto di vista tecnico, non abbia nulla di rivoluzionario e alcuni siano perfettamente integrati in quel sistema che criticano (alcuni quotazioni sono altissime). Credo che comunque tutto questo sia l’inizio di un movimento artistico e intellettuale molto più vasto e che questi siano solo i primi germogli (nota negativa: di tutto questo solo in Italia non se ne parla, neanche lontanamente)

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